Carlo Vian – Trascrizione dell’audiointervista

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D. Volevo svolgere la conversazione con lei sull’attività politica e amministrativa della prima giunta Rigo- Pellicani. Lei era molto attivo …

R. Mi avevano dato da seguire sempre il settore sociale, avevo fatto l’Assessore alle Politiche Sociali, venivo dalla presidenza della Pietà e del Coletti, perciò avevo sempre lavorato in quel settore.

D. Rivi si occupava di Urbanistica, è stata una sua passione tanto che si è laureato…

R. Tutto vero, anche molto bravo. Il partito, a quei tempi, cercava di usare le persone per le qualità e le competenze. Baldo, che non c’è più, era molto ferrato nel settore economico, negli affari, era dirigente della CIGA, perciò era una garanzia.

D. Volevo chiedere quando e come è avvenuto l’incontro con la politica.

R. L’incontro con la politica …, io vengo, quando ero ragazzo, dall’Azione Cattolica. Nel ’54, probabilmente questo l’ha detto anche Longo, quando la gioventù cattolica, la cui Presidenza diocesana era guidata da Gagliardi, decise di fare un colpo politico a Palazzo Camerlenghi e tentare di vincere il congresso del marzo del ’54. E si fece. Dal mondo dell’Azione Cattolica la dirigenza si trasferì a Palazzo Camerlenghi: Gagliardi,  Baldo e via di questo passo. In quell’occasione il Patriarcato mi disse “Non possiamo sguarnirci del mondo della gioventù maschile, ti preghiamo di restare.” E non sono andato in lista con loro, pur essendo amico, e sono diventato Presidente diocesano al posto di Gagliardi. Dopo cinque, sei anni, a trent’anni si finiva di fare il dirigenti, si doveva passare agli uomini, non più alla gioventù e venne l’occasione: conservai l’incarico di segretario della Giunta in Azione Cattolica e mi fu richiesto di mettermi in lista per le elezioni del ’64. Fui il secondo dei non eletti. La Giunta di allora, sindaco Favaretto Fisca, mi diede l’incarico di Presidente del Coletti. Ecco l’approccio amministrativo- politico. Il Coletti era un’opera pia disastrata, c’era tensione tra la gestione che era affidata ai Salesiani e il Consiglio di amministrazione che aveva  la responsabilità ed era in difficoltà economica.

D. Il Coletti si occupava di assistenza di che tipo?

R. Il Consiglio precedente il mio l’aveva trasformato da istituzione scolastica, che allora si chiamava tipo “scuola- lavoro”, in scuola superiore per periti tecnici. Quando sono arrivato lì la situazione era veramente difficoltosa dal punto di vista economico. Ebbi fortuna perché dopo sette, otto mesi, ricevetti una telefonata da un notaio di Treviso che mi chiese “Lei è il Presidente del Coletti? In Prefettura mi hanno detto che è lei”- io allora facevo l’impiegato di banca- “Guardi che è morta l’ultima nipote dell’abate Coletti, fondatore dell’opera e ha lasciato un cospicuo patrimonio.” E questo mi è servito perché abbiamo fatto l’istituto nuovo, inaugurato nel ’68. La scuola ha preso sviluppo, soprattutto per la gioventù e l’assistenza scolastica. A questo punto da parte del mondo politico si è detto che c’era una situazione analoga di difficoltà all’Istituto Provinciale per l’Infanzia della Pietà. “Ti mandiamo a fare il presidente là!” Vengo via dal Coletti e vado alla Pietà. Nel ’70 mi misero in lista perché ormai ero conosciuto e sono stato eletto Consigliere Comunale e poco dopo Assessore per quasi cinque anni e lì mi sono interessato sempre di questi settori e con l’aiuto di un’esterna, la dottoressa Giusi Gottardi, abbiamo inventato e attuato la prima assistenza domiciliare a Castello, con grandi discussioni in Giunta, con contrarietà da parte di un certo mondo socialista, Nardi in particolare. “Sono soldi buttati via! Andranno le assistenti sociali per le case a perdere tempo!” Comunque siamo riuscita a farlo partire. Nel ’72 il partito ha detto “Basta, con la Pietà hai fatto anche bene, però non puoi avere le due cariche.” Sono rimasto in Comune, rieletto Consigliere Comunale fino all’80. Nell’80 sono andato Consigliere all’Ospedale Civile per applicare la legge 833 quella che ha portato alle ULS e abbiamo fatto tutte le procedure necessarie. Sono rimasto fino all’86, poi la banca mi ha invitato a dedicarmi  completamente all’attività professionale e così ho rinunciato a impegni di quel tipo, ho continuato a essere iscritto al partito con qualche incarico all’interno. Ho sempre seguito la politica, sempre, sempre. Mi ritrovo qui (in Istituto Elemosiniere) ma non perché qualcuno mi ci ha mandato …

D. Lei diceva che dall’Azione Cattolica è poi passato alla politica. C’era qualcuno nella sua famiglia che si occupava di politica, era una famiglia molto cattolica …

R. Era una famiglia molto cattolica e basta, tradizionale anche perché mio padre faceva il capomastro in una impresa di Mestre, la Suatoni, e abbiamo cambiato casa più volte. Io ho fatto il ’41- ’42 e parte del ’43 a Roma, le medie le ho fatte in quella città perché a quei tempi si usava trasferire tutta la famiglia. Per me è stato molto positivo perché ho fatto un’esperienza diversa.

D. Erano anni difficili quelli che trascorse a Roma.

R. Difficili sì, siamo venuti via per una intuizione di mia madre, che dopo il bombardamento a San Lorenzo, decise di tornare in Veneto pensando che qui la guerra non sarebbe venuta. Siamo ritornati mentre mio papà rimaneva a Roma, tornerà con noi dopo l’8 settembre ma con grandi difficoltà perciò rischiavamo di restare divisi. Famiglia cattolica, papà un po’ all’antica, andava alla domenica a messa e basta. Mia mamma più attiva, più presente, io ho preso da mia mamma. Un pezzo di terza e la quarta ginnasio l’ho fatta dai Salesiani a Mogliano. Quella è stata l’ulteriore spinta che mi ha messo in moto verso il mondo cattolico con più partecipazione. Essere nell’Azione Cattolica significava, si diceva anche allora, militante.

D. Questo attivismo lo ha preso da sua madre…

R. Qualcosa, qualcosa, mi hanno un po’ favorito, mi avevano mandato dai Salesiani invece che iscrivermi in una scuola pubblica. Ho fatto una serie di esperienze che mi hanno giovato alla fine. Non sono mai stato uno sportivo, il mio massimo era giocare a ping-pong, mi piace vedere il pallone ma basta!

D. Ricorda figure particolarmente importanti  per la sua formazione?

R. Per me ha avuto una certa importanza un certo Paolo Gerli, direttore dei Salesiani di Mogliano. Un prete in gamba, ingegnere che poi si è fatto prete. Una delle cose che ha fatto fu di abolire la messa prima della scuola, ci portava lo stesso in chiesa e cominciava ad educarci al carattere. L’aveva chiamata “la battaglia del carattere”, le prime annotazioni psicologiche, forse non si usava neanche il termine. Diceva al gruppo, in quarta e in quinta ginnasio, “Siete persone, avete una intelligenza, una sensibilità, avete dei desideri, bisogna tirarli fuori, dovete orientarvi.” E lì è cominciata l’educazione, l’orientamento verso il mondo cattolico.

D. Intendeva conosci te stesso, guarda dentro di te …Era un approccio rivoluzionario in un certo senso …

R. A quei tempi era difficile, era un avanguardista diremo oggi. Un prete in gambissima, che aveva fatto esperienze negli istituti professionali e questo mi ha indirizzato fortemente. Il mondo dell’Azione Cattolica non è il partito, ho visto combinare gruppi di voti per questo, per quello, non è da meravigliarsi. Quando hanno deciso- “Teniamo Vian in gioventù cattolica perché ci può fare da ponte con tutti quelli che andavano a Palazzo Camerlenghi a fare la politica”- lì sono stato chiamato per la prima volta.
D. Quando ha lavorato in Azione Cattolica ha replicato l’insegnamento ricevuto?

R. Abbiamo sviluppato molto convegni, incontri, scuole di formazione, questo ha lasciato un grande segno, non solo per merito mio! Abbiamo lavorato anche con la psicologia, che ancora non era entrata come materia, forse non nominavamo neanche il termine psicologo. Pensi che non avevo mai visto il Patriarca Roncalli se non da lontano, e mi ha nominato il venerdì santo del ’54. Don Loris Capovilla, col quale sono in ottimi rapporti mi ha telefonato “Vieni.” Io ho fatto esperienza di lavoro in fabbrica a Marghera all’Eraclit, perché dopo la guerra la situazione economica era difficile per la famiglia, mio padre era disoccupato. Io dei due fratelli ero il più vecchio per cui dovetti andare a lavorare. Lavorai all’Eraclit Venier con mansioni mezzo da operaio, mezzo da impiegato dal gennaio del ’47 al ’55.

D. Aveva il diploma?

R. No, ho interrotto gli studi per necessità.

D. Peccato, aveva dovuto interrompere gli studi dopo aver frequentato un corso di studi molto qualificato …

R. Io non ho potuto conseguire il diploma e questo è stato uno degli handicap per entrare in banca, dove pretendevano almeno il diploma per ragioniere. Ho fatto una bella esperienza a Marghera, ho un ricordo fortissimo quando si è fatto l’attentato a Togliatti.  La mia fabbrica era abbastanza vicina alla Breda, si era sparato, ucciso un operaio, e siamo stati bloccati in fabbrica fino alle otto, nove di sera. L’ho vissuto questa cosa e ho capito che è stato sbagliato sparare a Togliatti, come è stato sbagliato sparare agli operai che protestavano! In aprile del ’54 Roncalli mi chiama …

D. In fabbrica continuava a fare il factotum?

R. Lavoravo, l’Azione Cattolica la facevo alla sera, la sede era a Palazzo Morosini in campo San Giovanni e Paolo.

D. Aveva famiglia? La fidanzata?

R. No, non avevo certo il tempo in quel periodo. E’ arrivato tutto dopo. Roncalli mi chiama “Venga, venga! Non ci conosciamo.” – “Grazie Eminenza.”- “Oggi è venerdì santo, lei sa che non si cena, non si mangia, possiamo stare tanto assieme, parlare!” Disse che gli avevano parlato tanto bene di me e che doveva nominarmi Presidenti dei giovani  dell’Azione Cattolica. Nei due libri usciti da poco, “Le agende di Roncalli”, alla data ha annotato la mia presenza. “Ho visto il giovane Carlo Vian, l’ho nominato al posto di Gagliardi.” Un fatto storico per me!

D. Era stato un suggerimento di Gagliardi?

R. No, il suggerimento veniva dal vescovo ausiliario di allora Gianfranceschi, il quale diceva “Dobbiamo mettere uno che sia stato con Gagliardi, in continuità.”

D. Lei aveva un legame forte con Gagliardi?

R. Sì, avevamo solo cinque anni di differenza, avevamo vissuto molto insieme, ho fatto tante cose insieme in Azione Cattolica. Poi ci siamo separati, pur restando amici, fratelli.

D. Pensavo fosse, mi passi la definizione, il “delfino” di Gagliardi in Azione Cattolica.

R. No, no, era difficile! Molto amici con Gagliardi, lui è stato anche il padrino del mio secondo figlio. Poi sono finito in politica.

D. Volevo chiederle qualcosa sulla  “formula Venezia”, si ricorda?

R. Mi precisi la data.

D. Nel 1958. Ho sentito Longo il quale  mi diceva che è stata una vicenda che l’aveva molto colpito!

R. Sono stati, non da me che non avevo potere, ma sono stati messi da parte e hanno creato un gruppo dentro il partito ma al di fuori dell’organigramma, Longo, Dorigo e altri. E’ stata per loro una sofferenza perché avevano una formazione cattolica! Io in quelle occasione fui pregato di scrivere qualche lettera perché c’era questa divisione tra i giovani.

D. Lei che rapporti aveva con loro?

R. Personalmente buoni, non mi invitavano più perché io ero rimasto di qua. La sofferenza era dovuta alla divisione materiale e fisica. Lentamente le cose si sono chiarite e allora si è ritornati, tanto che nel 1970 ci siamo trovati in Consiglio Comunale insieme e ho fatto l’Assessore della Giunta Longo, non in quota ad altri, in quota al centro- sinistra portato avanti dalla Democrazia Cristiana. Dal 1960 non facevo più il Presidente dei giovani, avevo cominciato a frequentare anch’io Palazzo Camerlenghi. Dal 1966 al 1970 fui vicesegretario comunale di partito, con Baldo segretario. Abbiamo vinto il congresso comunale, e si era ricomposto il gruppo. Era sofferenza anche per noi di qua, non volevamo apparire i “codini”, cioè legati al Patriarca. Nel ’74 abbiamo avuto l’approvazione dei piani particolareggiati, in cui si chiedeva o il voto o l’astensione del partito comunista. Allora ero in comitato provinciale di partito, vicesegretario, e ho chiesto al partito “Guardate che qui è una scelta politica importante, io sono favorevole però potrebbe essere interpretata come una collusione.” Non era facile pensare che si chiedevano i voti ai comunisti da parte dei democristiani. Dobbiamo collocarla in quell’epoca. Ci abbiamo ragionato una serata intera e un gruppo di noi è andato dal Patriarca Luciani. Il Patriarca scrisse nei suoi testi “Sono venuti, abbiamo parlato, chiedono questo voto per il bene della città. Io non ho nulla da opporre.” Già allora avevano capito che era per il bene della città.

D. Chi si era recato da Luciani?

R. Il sindaco Longo, Bassotto perché era l’estensore dei piani, poi Baldo.

D. Non avete trovato ostacoli, forse voi lo sapevate…

R. Non era mica vero! Poteva essere che lui non era informato più di tanto o era stato informato malamente! Siamo andato a spiegare e lui ha dichiarato “E’ per il bene della città!” Chiedono il voto, che poi è stato di astensione però era già molto sul piano politico a quei tempi!

D. Avevate un grande dialogo con i comunisti …

R. Molto! Se il Patriarca avesse detto “E’ una cosa che non potrebbe andar bene sul piano politico” sarebbe stato un grosso handicap e invece ha capito. Io ho sempre, non avevo nessuna delega sia chiaro, curato il settore del mondo cattolico. Io sono sempre stato convinto, e lo sono tuttora che il mondo cattolico ha il diritto di esprimersi in politica. Oggi c’è il caos perché c’è chi corre dietro a Berlusconi, chi a Casini, mentre quando il mondo cattolico, sbagliando alcune volte, stava unito riusciva a esprimere meglio le sue linee politiche.

D. Tornando sul voto sui piani particolareggiati, questo era stato per ottenere i finanziamenti della Legge Speciale?

R. Anche, anche. Il piano regolatore del ’63 era superato, in quel piano regolatore steso da Dorigo e da Longo si prevedeva un collegamento alla terraferma attraverso Sant’Andrea e quello è stato bocciato. Oggi noi siamo intasati perché tutti arrivano a Piazzale Roma, dalla parte di qua non riusciamo a far arrivare gente se non con le motonavi. E’ materia che si doveva discutere allora e anche adesso. Poi abbiamo avuto la famosa acqua alta del ’66 e la cosa che abbiamo fatto noi, della Giunta Longo, perfezionata, abbiamo stabilito che tutti i piani terra non sono più abitabili. E questo è stato molto importante, è stata una svolta epocale per la città. Ci siamo privati di posti letto ma i pianterreno diventavano o negozi, o magazzini o niente.

D. Quelli che li abitavano dove sono andati?

R. Purtroppo molti sono andati in terraferma ma pensare di lasciarli nell’acqua no, meglio portarli all’asciutto. I piani particolareggiati consentivano di recuperare spazi, e in parte ci si è riusciti. Siamo partiti da Castello perché nel cuore c’era Castello e perché sembrava più bisognoso di tutti. (Fine lato A) (Lato B) Legge Speciale, c’è stata una prima stesura, era un tentativo di Gagliardi, poi è stata ridimensionata, rifatta e così siamo arrivata nel ’73. Poi siamo partiti con i piani particolareggiati.

D. Con la morte di Gagliardi avete perduto un leader …

R. Molto, deputato dal ’58 al ’68, lei pensi come dato, lui in dieci anni era arrivato a livello nazionale talmente stimato e conosciuto che era nella direzione centrale di allora. Io con lui avevo il rapporto col “Cineforum”, lui era il Presidente nazionale, Bassotto il segretario nazionale, io facevo l’amministrazione. Quando c’è stato il grande dibattito in Parlamento su Pio XII che si sta ripetendo anche oggi, Gagliardi ha presentato in presidenza del Cineforum un ottimo intervento. Erano presenti il professor Viscidi, tuttora vivo che ha insegnato a Padova, e il professor Guarandi dell’Università di Bologna. Alla fine dell’intervento, nel quale egli sosteneva che il cinema aveva stravolto la verità storica, immediatamente arrivò sul tavolo di Gagliardi un biglietto di Pietro Nenni che gli faceva i complimenti per il modo in cui aveva parlato. A livello nazionale era cresciuto, stimato. Per la DC veneziana è stata una grandissima perdita! A lui serviva che io tenessi i rapporti col mondo cattolico. La sera in cui è morto …

D. Morì in incidente?

R. Stradale. Nel pomeriggio, era di sabato, avevamo fatto presidenza del Cineforum, poi è andato via dicendo che andava a salutare, a ringraziare le sezioni della DC perché otto, dieci giorni prima c’erano state le elezioni. Alla sera rientrava ed era previsto una cena a casa mia con lui e col nuovo segretario di Urbani, monsignor Senigaglia, che voleva conoscerlo. Io che tenevo questi rapporti invitavo l’uno e l’altro e invece è arrivata la telefonata e ho avuto il terribile compito di andarlo a dire a suo fratello Tommaso. Poi in due o tre abbiamo preso la macchina e siamo andati a Noale, lui era già morto. Mia moglie, che non poteva muoversi perché aveva tre bambini piccoli, sapeva che don Germano Pattaro aveva grande entratura in famiglia Gagliardi. Lo chiamò avvisandolo di quello che era accaduto e lo pregò di andare ad informare la moglie. Io sono andato a dirlo al fratello Tommaso che ha voluto andar da solo dalla Paola e noi siamo andati a Noale. Noi avevamo una programmazione anche politica con la sua morte è stata troncata! Aveva 43 anni quando è scomparso! Tutto il gruppo che si era finalmente ricomposto poteva affrontare la politica in un certo modo.

D. Leggendo i verbali stenografici dei Consigli Comunali degli anni ’70 mi ha stupito la somiglianza delle posizioni sui temi sociali di DC e PCI, tanto che, più di qualche volta, dovevo tornare indietro nella lettura per rinfrescarmi  il nome di chi stava intervenendo e a quale partito apparteneva …

R. Da parte del PCI chi era sempre puntuale era Golinelli, da parte dei socialisti che era sempre a posto era Bressan che faceva le cose bene e che avevamo avuto un pezzo in Giunta. Col PCI si dialogava ed eravamo abbastanza vicini. I piani particolareggiati erano il frutto di tre anni di lavoro di Bassotto e altri, che hanno lavorato come negri. Siamo arrivati al voto di astensione che poteva essere interpretato come “domani metto il cappello sulla Giunta”, io non sono talmente ingenuo, ma stavamo facendo l’interesse della mia città.

D. E’ stata una sorpresa la vittoria del PCI nel ’75?

R. Era in generale, il partito in cui ero militante aveva Rumor segretario nazionale. L’ultimo Fanfani si era imbarcato sul problema dell’aborto. Se lei ascolta Giovanni Benzoni che era dentro la FUCI lo scontro sull’aborto ha portato Luciani a dover togliere l’assistente alla FUCI, non sciogliere la FUCI come si continua a dire erroneamente. Sono stati momenti difficili, io ho assistito a riunioni in Patriarcato con quindici, venti persone i quali dissero a Luciani “Lei Eminenza non capisce niente!” I voti li abbiamo persi, almeno a Venezia, per certe divisioni.

D. Longo diceva che nella campagna elettorale pesò anche la decisione di Fanfani di non volere il sindaco uscente  capolista.

R. Le  pare che Fanfani abbia fatto bene?

D. Non lo penso.

R. Sono amico di Gagliardi e di Longo da sempre! Voleva capolista Gatto, Ministro delle Regioni, Longo le avrà raccontato. Lui ha scelto, è stato molto onesto e equilibrato, vado in lista in ordine alfabetico …

D. Lui non voleva ricandidarsi, Fanfani lo aveva maltrattato…

R. Aveva maltrattato tutti! Averci maltrattato si rifletteva poi, magari non su di me che ero un fedelissimo democristiano ma su altre persone. Quello che Longo le ha detto è vero, poi lo abbiamo convinto. Disse sì  a patto che si andasse in ordine alfabetico e noi ci siamo impegnati e l’abbiamo fatto uscire per primo, ha preso il maggior numero di voti questo vuol dire che il partito era molto forte.

D. Boldrin era della destra DC e leggendo i verbali stenografici mi sembrava di vedere che ci fosse poca consonanza tra lui e il gruppo dei Consiglieri della sinistra DC …

R. Loro giocavano sul fatto che noi comunque favorivamo …, avevamo una predilezione …e lei me l’ha detto, bisognava andare a capire che questo che somigliava a quello era dello stesso partito o se erano di partiti diversi. Loro sostenevano questa tesi, d’altra parte subivano pressioni da altri mondi …, basta! Nel ’75 con la vittoria Longo per noi è stata una grossa vittoria.

D. E’ stata una vittoria che Longo avesse ottenuto il maggior numero di preferenze?

R. Aveva nella stessa lista non solo Boldrin ma anche Gatto, eppure erano andati in ordine alfabetico ed era diventato primo con 5 mila voti.

D. I socialisti poi decisero per una diversa maggioranza …

R. Non siamo stati noi! La cosa politicamente più orrenda che ho assistito è stata nell’ultima seduta di Giunta oltre al sindaco Longo c’era il vicesindaco Rigo, il quale non si è mai permesso di dire, non dico in Giunta dove erano cinque anni che ci si vedeva … In Giunta ogni tanto arrivava di sera De Michelis a battere la porta, a disturbare perché voleva subito che il tal programma fosse approvato o tal delibera! Non ha mai detto niente e la mattina dopo ci siamo trovati sul giornale la notizia. E’ stato orrendo!

D. Non avevate nessun sentore …

R. Longo le ha detto che aveva qualche idea …

D. No, no però era anche tardi e poi avevo l’impressione che non ne parlasse volentieri.

R.  Se ragiono con lucidità come devo fare a quarant’anni di distanza io non posso dire che Pellicani mi ha maltrattato, che Pellicani mi aveva tirato il bidone perché non aveva nessun accordo con me. Ha fatto un unico accordo sui piani particolareggiati e l’ha rispettato. I successivi problemi chi è che li ha creati? Rigo, perché così si è mantenuto sindaco, perché se restava Longo non sarebbe diventato sindaco, perciò il mondo comunista può piacere o non piacere ma a Venezia è stato corretto!

D. Ho sempre trovato molto dialogante il vicesindaco Pellicani nei confronti della Democrazia Cristiana.

R. Ha sentito! L’ho appena dichiarato!

D. Sì certo ma la correttezza è una cosa, la capacità di dialogare invece …

R. In politica essere corretti e coerenti sulle idee che vai a sostenere, dopo che hai parlato …, è vero questo.

D. Molto lavoro lo facevate all’interno delle commissioni.

R. Le commissioni lavoravano molto. C’era il famoso allegato A, l’allegato A vuol dire che tutto quello che c’era lì era stato visto veramente in commissione, quindi in Consiglio si leggeva solamente e passava tutto, ma si era lavorato molto in commissione.

D. Il dibattito che c’era in Consiglio molte volte mi dava l’idea che fosse ideologico e politico in termini generali  mentre la parte del lavoro, l’operatività,  era nelle commissioni.

R. Sì, sì, era nelle commissioni.

D. Lei battibeccava spesso con l’Assessore Finzi.

R. Sì perché la Finzi voleva innovare, era verissimo. Io da parte dei miei avevo la responsabilità di occuparmi della questione. Con la Finzi poi ci siamo ritrovati assieme all’ULS, (Risate) lei era Presidente e io Consigliere.

D. Mi è stato raccontato, e questo stupiva molto la persona che lo raccontava, che in Consiglio si dicevano l’ira di Dio e dopo andavano a bere tranquillamente insieme!

R. No l’ira di Dio no, si puntualizzavano le proprie  posizioni.

D. C’erano dei toni parecchio accesi …

R. Magari coi toni, non sono un oratore ma dicevo quello che pensavo. Chi ci faceva perdere molto la pazienza era Bosello, “bon omo” poveretto, ma … Lui interloquiva sempre,  invece c’era Golinelli, Gianquinto, anche Federici e con la sua grande autorevolezza culturale Luciani. Luciani lo ascoltavi! Poi dicevi anche “Non sono d’accordo!” ma lo ascoltavi.

D. Ricordo certe battutacce verso Mineo, l’assessore che aveva formato il Gruppo Autonomo Socialista.

R. Vede che il male viene sempre da lì.

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.