D. Potremmo cominciare da quando si è iscritto, chi o cosa l’aveva convinto a iscriversi alla Democrazia Cristiana …, forse erano anni in cui bisognava schierarsi o da una parte o dall’altra.
R. Io sono nato a Murano, venivo dall’isola di Murano, erano anni di grandi trasformazioni, molte abitazioni delle nostre isole venivano lasciate per la terraferma e noi avevamo un’attività economica e mio papà decise di aprire una attività commerciale in terraferma. Quindi ci trasferimmo a Spinea e aprimmo un negozio in quella situazione. Non conoscevo nessuno, ero praticamente un trapiantato, da Murano andare a Spinea sembrava di essere già in capo al mondo, tra l’altro i trasporti erano quello che erano, da Murano a Piazzale Roma si impiegava, 40, 45 minuti, i tempi di Piazzale Roma- Verona e non sapendo come abituarmi al paese e fare conoscenze fui inserito da alcuni amici nell’ambiente sportivo del calcio. Per essere molto concreti e sintetici ci furono delle diatribe per cui si ritenne fosse il caso di entrare in politica e di dar una mano proprio perché la politica ostacolava queste attività sportive e io mi impegnai affinché la politica potesse favorirle. Da lì nasce la mia “discesa in campo”, in maniera molto semplice e puntuale, per la costruzione del campo sportivo di Chirignago. Ci furono una serie di polemiche tra chi lo voleva e chi non lo voleva, la Democrazia Cristiana era divisa su due fronti e io dal punto di vista ideologico mi trovai a essere collocato con il gruppo dei dorotei, perché il gruppo della sinistra era contrario al campo sportivo, questa è stata la discriminante ideologica (Ride) della mia discesa in campo.
D. Nella sua famiglia si parlava di politica?
R. Noi siamo una famiglia di commercianti, tradizionalmente i commercianti sono orientati politicamente verso un’area moderata, verso il centro, però a casa nostra non si respirava un attivismo politico, anche se io sono cresciuto a Murano, in un ambiente molto vicino alla chiesa, all’Azione Cattolica, per cui c’era uno stretto collegamento, ma una cosa molto modesta. La mia presa di parte all’attività politica avviene nel momento in cui c’è da risolvere un problema concreto. Dovevamo risolvere un problema come sportivi a Chirignago, dovevamo costruire il campo sportivo, valorizzare lo sport dei giovani, abbiamo trovato delle difficoltà, allora c’erano i Consigli di Quartiere, e quindi io capii che bisognava in qualche maniera intervenire nell’ambiente politico. E quindi c’è stata la mia “discesa in campo” per usare il termine di Berlusconi, (Ride) che in fondo mi ha anche consentito di diventare Consigliere Comunale nel ’75, la mia prima esperienza, mi sposo nel ’75 e sono in campagna elettorale. Al mio pranzo di nozze, racconto un altro aneddoto importante, io faccio il pranzo di nozze all’hotel Principe, si era in campagna elettorale e c’era Berlinguer che venne a fare gli auguri agli sposi. Quando seppe che io ero aspirante candidato per la Democrazia Cristiana con molto spirito fece gli auguri, disse “Mi auguro che lei sia eletto però spero che vinca il mio partito!”, e infatti così fu. La città veniva da una esperienza di centro con Longo sindaco e invece noi quelle elezioni le perdemmo e subentrò sindaco Rigo con Pellicani vicesindaco.
D. Quindi, quello che era nato come una contingenza diventa una passione della sua vita?
R. Sì, quello che nasce sulla contingenza, risolvere un problema, diventa … non tanto una passione, inizialmente io frequentavo l’attività del Consiglio Comunale con grande interesse e impegno ma era un discorso molto modesto. Fare il Consigliere Comunale significava andare dopo il lavoro e frequentare le commissioni, dove c’era una divisione del lavoro molto puntuale e precisa. Il mio capogruppo Mariano Baldo era molto ligio alle regole, prima di farmi parlare in Consiglio Comunale mi fece aspettare un anno, un anno e mezzo. “Preparati, preparati e preparati!” Man mano questo fatto di non poter esercitare subito le funzioni di Consigliere creava una specie di aspettativa e di tensione, per cui uno voleva approfondire sempre di più per essere pronto e preparato e pian piano l’apprendistato è avvenuto all’interno dei banchi del Consiglio Comunale. Un giorno in maniera inaspettata Mariano mi disse “Stasera sul bilancio devi intervenire tu e fare la dichiarazione di voto per il gruppo della Democrazia Cristiana”. E di fronte a me c’era Pellicani, che era Assessore al Bilancio, il vero sindaco se vogliamo dire, era il vicesindaco ma aveva in mano tutte le redini del Comune.
D. E allora come andò questo intervento? Sarà stato un po’ emozionato.
R. Si può immaginare! Ero molto emozionato e tutti dissero che avevo fatto una bella figura, tant’è che per tutta la vita mi sono occupato di bilanci! Come Consigliere Comunale sempre in commissione bilancio, quando sono andato in altri campi mi sono occupato della commissione lavoro e della commissione formazione.
D. Per quanto riguarda la Democrazia Cristiana veneziana c’era un gruppo forte e compatto di Forze nuove.
R. C’era Forze nuove che era una parte molto determinante e io le ho spiegato come era avvenuta la mia collocazione politica e ideologica, però c’era un clima di grande collaborazione. Devo riconoscere che il mio grande maestro è stato Mariano Baldo, che da capogruppo ci occupava con un tour de force, la riunione settimanale dove si doveva spiegare cosa si voleva dire, ciascuno doveva rendere conto del lavoro della commissione, quindi era una attività politica partecipata e molto impegnativa e oggi quando vado in Consiglio Comunale e ripercorro quei tempi vedo una grande differenza.
D. Lei mi dice che il suo capogruppo chiedeva rigore e preparazione ai Consiglieri giovani.
R. Chiedeva rigore ai Consiglieri giovani ma non consentiva leggerezze neanche ai Consiglieri anziani, c’erano persone di calibro, c’era Longo con noi, Vian, Bellussi, però lui pretendeva ci fosse approfondimento nelle materie, che non si ragionasse a casaccio e che ciascuno portasse nel gruppo la propria idea, e poi era il gruppo che decideva la linea da assumere, per cui molto spesso chi faceva l’istruttoria di una pratica la vedeva in una maniera e il gruppo politicamente riteneva più opportuno cambiarla. C’era una vera collegialità, è stata una scuola per me, io avevo pensato che Mariano Baldo non mi facesse parlare in Consiglio perché mi discriminasse per la mia appartenenza politica all’altra corrente. Alla fine devo riconoscere che è stato un grande maestro di vita, che non ha fatto nessuna discriminazione, ma mi ha messo nelle condizione di approfondire, di prepararmi e non essere superficiale. Io devo a lui questo apprendistato, che ci vuole in politica. Anche noi vediamo adesso che qualcuno arriva e forse di un po’ di apprendistato sarebbe stato proprio opportuno (Ride).
D. In questo modo si ricomponevano anche delle differenze relativamente ai temi specifici tra le diverse anime della Democrazia Cristiana.
R. Anche perché il vero punto di riferimento non era tanto il discorso di contrapposizione, anche se erano anni di contrapposizione, tra noi e il partito comunista, c’era una divaricazione puntuale e precisa sulle linee politiche, però è anche vero che il nostro argomentare in Consiglio Comunale era incentrato più sul problema concreto e sulla soluzione. Noi venivamo da una situazione come la difesa delle acque alte di Venezia, la separazione, le polemiche con Montanelli, quindi c’era una tensione sui problemi della città. Molto spesso c’erano delle convergenze concrete su delle azioni, nonostante la contrapposizione politica tra noi e il partito comunista, forse nel momento delle realizzazioni si trovavano più sintonie tra noi e chi rappresentava il partito comunista in quel momento, anche loro tendeva a superare il momento della diversità e della difficoltà dello schieramento per arrivare alla soluzione del problema concreto. Mi ricordo alcune iniziative assunte a favore di Murano, quando io parlavo di queste cose trovavo sintonie pur nel rispetto delle posizioni, se c’era da fare un intervento si faceva!
D. Venezia e la terraferma avevano dei grandi problemi.
R. Venezia aveva dei grandissimi problemi, per la verità io posso ricordare la mia prima esperienza di Consigliere Comunale, noi all’opposizione venivamo richiamati su alcuni errori che secondo la maggioranza noi avevamo fatto, quando si fa il gioco delle parti è chiaro che accade così. C’era da parte della sinistra, arrivata per la prima volta al governo della città una grande voglia di dimostrare che erano capaci di governare, che erano sostanzialmente diversi nell’ottenere i risultati. Devo dire che una certa diversità c’è stata, perché Pellicani da Assessore al Bilancio è uno che per la prima volta ha introdotto questo “raschiamento del barile”, come diceva, i conti consuntivi del Comune venivano liquidati sempre con molta fretta, perché non si riusciva a fare i conti consuntivi, dal punto di vista amministrativo non è che l’ente pubblico avesse brillato per puntualità. E lui invece scoprì che attraverso i conti consuntivi, l’assestamento di bilancio si potevano recuperare delle risorse dove non c’erano, quindi in un momento di necessità si faceva virtù, e a questa spazzolatura, a questo raschiamento del barile noi facevamo una critica. “Ma sto barile! Si parla ogni anno di raschiamento del barile!” Effettivamente lui mise in risalto, da amministratore vero, che il bilancio del Comune deve essere un bilancio che stabilisce delle poste ma anche deve essere capace di spendere. Se non le spende deve poterle recuperare con l’assestamento e rimetterle in circuito di nuovo. Erano gli anni della Legge Speciale, quindi di molte risorse dello Stato che venivano date senza una rendicontazione puntuale e con un continuo assestamento di queste poste. Di fronte a noi c’era la figura di un sindaco molto bravo nei rapporti ma c’era una figura di vicesindaco che forse era stato costretto a fare il vicesindaco perché la legge elettorale, anche adesso dovrebbe vietare ai sindaci di fare i parlamentari, però così non è perché c’è qualcuno che ha il doppio incarico, ma allora impose a Pellicani di fare solo il vicesindaco! Di fatto però la macchina comunale era in mano a lui, aveva anche avuto la capacità di individuare delle azioni strategiche che potessero consentire a un amministratore non solamente di richiamare alcune attenzioni ma anche di essere protagonista. Un amministratore deve essere un protagonista, anche oggi diventa un po’ risibile il comportamento sempre contro lo Stato centrale, che non dà, che non fa. E’ anche vero tutto questo ma nel momento di difficoltà tutte le famiglie italiane devono aguzzare l’ingegno, mettere su la pentola con quello che passa il convento. Non si può pensare di avere tutto a portata di mano, e allora nei momenti di difficoltà l’avere individuato che si poteva all’interno del bilancio comunale, nelle pieghe, nelle cose stanziate e non spese, negli impegnati e non realizzati, trovare ulteriori risorse per accelerare, e quindi per mettere in mora chi non faceva il proprio dovere, solo così si poteva rendere un discorso di operatività concreta e quindi di responsabilità condivisa. Questa è stata un’azione molto positiva, tant’è che adesso anch’io risento di questa impostazione. Prima parlavo di Mariano Baldo, se lei legge i discorsi in Consiglio Comunale anche recentemente io continuo a dire “Perdiamo tempo- tra virgolette perdiamo- parliamo molto nel bilancio di previsione e nel bilancio consuntivo dove si va a verificare se c’è una corrispondenza tra la volontà politica e il risultato, tra le ipotesi e la concretezza, lo vogliamo liquidare in due minuti.” E questa volta io ho preteso di fare di una analisi più concreta per vedere gli impegni e l’efficacia dell’azione amministrativa. Ecco questo non me lo sono inventato io, è la conseguenza di quegli anni in cui io vedevo nella parte di là un amministratore che faceva veramente l’amministratore.
D. Quella era una giunta che aveva tante novità, ad esempio la richiesta che gli Assessori fossero a tempo pieno, questa era una richiesta contro la tradizione.
R. Si passava a un’epoca diversa e nuova, mentre prima era tutto un discorso di volontariato, anche lo stesso discorso delle commissioni che si facevano di sera, si è passati a un discorso di un impegno più pregnante da parte degli amministratori. C’è anche stato una specie di abuso, penso che nel nostro paese questo pendolo va tutto a destra o tutto a sinistra, bisognerebbe che qualche volta restasse più al centro. Adesso per esempio siamo Consiglieri Comunali e abbiamo le commissioni convocate nelle ore più disparate, quindi con difficoltà per un lavoratore che deve rendere conto. E’ meglio o peggio? Non lo so, si potrebbe trovare una via un po’ più mediana.
D. A suo giudizio quali erano i rapporti tra il partito socialista, un partito molto forte e importante a Venezia, e il partito comunista?
R. Il partito socialista era forte perché giocava la politica dei due forni, quando uno ha due forni ha più pane di uno che ne ha uno solo! (Ride) Io ho fatto l’Assessore ai Lavori Pubblici con il sindaco Laroni e quindi …, a proposito dei due forni, sono passati dalla parte di là e oggi siamo alleati, anzi su un unico fronte (Ride) e mi auguro su un unico forno!
D. A Venezia il partito socialista ha avuto notevole potere …
R. Ma certo! Vede in Consiglio Comunale era ben rappresentato, c’erano dei personaggi autorevolissimi, c’è stato un momento in cui abbiamo avuto tre ministri, Degan, uno dei miei capi storici, De Michelis, Visentini! C’era un dibattito in Consiglio Comunale che era molto, molto elevato. Poi i socialisti hanno avuto la capacità, essendo determinanti, di avere una presenza in città molto più pregnante, pesante rispetto al loro peso specifico, penso che nell’alleanza di centro sinistra loro hanno avuto di più, mentre i comunisti hanno dato di più! Anche la stessa figura del sindaco e del vicesindaco sta a dimostrare che in qualche misura il lavoro che fece il vicesindaco era di gran lunga superiore, anche per una specie di divisione dei ruoli, forse erano anche d’accordo. Hanno detto “Tu occupati della parte che ti è più congegnale!” Mario Rigo è stato un bravissimo sindaco, uno che ha saputo vendere l’immagine … Però poteva fare tutto questo perché “faceva Maria perché c’era Marta che era …” Forse questa strategia ha dato dei risultati.
D. Il partito socialista era spaccato al suo interno.
R. La forza di Rigo era proprio di essere dalla parte opposta di De Michelis, non ho mai sentito un ragionamento politico all’interno del dibattito che si faceva nei corridoi, era più un atteggiamento contro De Michelis che rafforzava la componente di Rigo. Rigo è un politico navigato, sa il fatto suo, bisogna farsi tanto di cappello, però la contrapposizione rendeva più forti i due gruppi. Alle volte le contrapposizioni fanno emergere le cose migliori, ciascuno cerca di dare il meglio, se tutti sono d’accordo non c’è neanche l’impegno. Lo stesso atteggiamento della sinistra che governa Venezia dopo anni di centrismo, arriva con una contrapposizione della linea politica e con la volontà di dimostrare che sono capaci. Quando poi arriviamo noi, penso alla mia esperienza nell’85, quando noi vinciamo le elezioni e sono chiamato a fare l’Assessore ai Lavori Pubblici, il mio impegno era un impegno totale, dalla mattina alla sera, con un orario forsennato, per dimostrare che si era capaci, che si era migliori degli altri. C’era una competizione reale nel dimostrare che ciascuno aveva dei valori, aveva una capacità di amministrazione, poteva raggiungere degli obiettivi, aveva delle finalità e cercava di metterle in luce col suo lavoro. Credo che questo fosse il risultato di una contrapposizione, “Noi siamo i migliori”, gli altri sostenevano “Noi siamo i migliori, abbiamo una nostra ricetta che è questa!” C’era questo gioco dialettico che ha fatto molto bene, posso dire, visto che siamo nella Fondazione Pellicani e vogliamo ricordare questo grande personaggio. Nell’85 quando sono nominato Assessore ai Lavori Pubblici via Piave era disastrata, non so se lei si ricorda, ci fu un periodo lunghissimo di lavori per le fognature, e i commercianti erano in subbuglio, io ero stato anche loro rappresentante, e mi impegnai a terminare velocemente quei lavori, tant’è che quell’opera pubblica, rispetto ai tempi che ci eravamo dati noi, potemmo portarla a termine e inaugurarla un mese prima. Io mi feci molto vanto di questo. Pellicani era ancora Consigliere Comunale ed era all’opposizione. Lo trovo in via Piave e mi sgridò in maniera energica, “Ma una città è tale se ha la trachite per terra, tu hai messo le betonelle, sarai stato anche bravo, avrai anche fatto presto in via Piave ma non hai realizzato la città!” E mi è rimasto impresso, negli ultimi anni ci scherzavo quando lo trovavo, la dimostrazione del suo attaccamento nei confronti della città, al di là del gioco delle parti, della contrapposizione, lui sapeva apprezzare chi faceva e voleva fosse fatto bene. E lui mi disse “Non condivido l’impostazione di qualche mio compagno di partito- perché dopo questa sgridata io gli avevo detto “Guarda che però stiamo sistemando in via Piave di fronte alla chiesa, ho cercato di mettere il marmo sulla piazzetta e i tuoi mi hanno fermato! Questi sono atteggiamenti sbagliati e lui mi disse “Tu hai sbagliato a mettere le betonelle perché non fai Mestre bella, hai fatto le fognature ma Mestre merita di più e gli altri sbagliano perché ti ostacolano su un discorso di abbellimento.” Quindi volevo dire che al di là della contrapposizione c’erano dei momenti in cui, pur di realizzare alcune cose per la città, questi personaggi, che oggi non ci sono più, erano capaci di trovare una linea di sintesi, di unità. E’ quello che ci vorrebbe anche adesso, questa contrapposizione che è così spinta e marcata non produce nulla di positivo, i problemi ci sono e rimangono. Tutti i giorni abbiamo la polemica sugli extracomunitari e su respingimenti, lei vede, è un problema che non può essere affrontato tutto di qua o tutto di là, come si diceva prima, deve essere affrontato in maniera diversa. E non è neanche un discorso ideologico.
D. Si ricorda la crisi politico amministrativa?
R. Eh, me la ricordo sì! C’era una contrapposizione tra questi due gruppi politici che si facevano la guerra. Mi ricordo quella volta che Rigo inventò il voto segreto, lui voleva far cadere Laroni …
D. Lei mi sta parlando di quando era sindaco Laroni. Io mi riferivo al ’78 quando la corrente di De Michelis vuole cambiare il sindaco.
R. Fu la grande abilità degli amici di Rigo, con la regata c’erano i cartelli “Giù le mani dalla Giunta di sinistra”. Pellicani difendeva il sindaco, difendeva l’impianto politico, era una battaglia interna ai socialisti ma inevitabilmente Pellicani doveva difendere la compattezza della Giunta, che rischiava di venir messa in discussione. Tutto era riconducibile a una battaglia interna del partito socialista, lì Rigo con molta abilità viene dipinto come il sindaco più bravo, più popolare, però è vero che era popolare ma lo era perché aveva dietro le spalle aveva qualcuno che “metteva su la pentola” ogni giorno. Poteva permettersi il lusso e poi c’era una specie di non simpatia nei confronti di De Michelis, Rigo ha sempre lucrato non tanto per luce propria, che comunque aveva, ma oltre a luce propria ha anche lucrato dell’ombra che c’era su De Michelis, usiamo questi termini qua per essere diplomatici.
D. Voi l’avete guardata da lontano questa polemica?
R. Noi eravamo spettatori, io me lo ricordo così.
D. E’ stata paralizzata l’attività amministrativa.
R. Si diceva “Speriamo che questa situazione crei una spaccatura all’interno della città”, anche se devo dire la verità Longo e Mariano Baldo, la sinistra democristiana, parteggiava per un discorso di continuità. “Sono loro che governano, noi non possiamo usare mezzucci per arrivare, anche perché ci troveremo in difficoltà. E una battaglia fra di loro che se la sbrighino loro”. Però non era vista come una cosa positiva per la città, era considerata negativa. La cosa si risolse, Rigo vinse la battaglia all’interno del partito socialista.
D. Prima mi diceva del voto segreto.
R. Nell’87, quando cambia la maggioranza, Rigo memore di questa cosa fa cadere la Giunta Laroni, inventandosi il discorso del voto segreto, e apparve il baldacchino, non nell’aula di Montecitorio dove è normale, ma a Ca’ Farsetti. Nessuno poteva sbirciare quando uno votava, Rigo voleva mandar via Laroni ma non voleva essere accusato, ma era chiarissimo.
D. Mi sembrava di aver capito da un suo passaggio che cambiando il sindaco si sarebbe potuto arrivare a una nuova compagine amministrativa. Lei ha visto la difesa di Riga da parte dei comunisti perché c’era il timore che cambiando sindaco si potesse cambiare maggioranza?
R. Il PCI secondo me era arrivato a governare la città e aveva paura di iniziare un percorso che non si sapeva dove avrebbe portato. “E’ meglio che stabilizziamo la situazione”- tra l’altro Rigo gode di una sua popolarità, Venezia non ama tanto De Michelis- “per cui in qualche misura consolidiamo il sindaco e indeboliamo De Michelis”- che era un competitore più pericoloso rispetto i comunisti. Pellicani rappresentava il mondo dei lavoratori in senso generale, ma anche De Michelis voleva rappresentare questo mondo, lo scontro era più tra loro. Questa situazione indeboliva il Ministro De Michelis e rafforzava la linea complessiva della Giunta e portava Rigo a essere più dipendente dalla situazione che era in mano a Gianni Pellicani. Era una operazione che si chiudeva positivamente per i comunisti.
D. C’era una differenza di stile nella gestione del potere tra i socialisti e i comunisti e come si potrebbe rappresentare?
R. Se vogliamo essere seri, la presenza dei comunisti, proprio per il fatto che era la prima volta che entravano nelle stanze dei bottoni da noi, c’era la volontà, non so se erano meglio o peggio, ma loro volevano dimostrare che c’era una diversità. Stavano molto attenti ai loro comportamenti, alle loro azioni, erano più attenti. (Fine lato A. lato B) L’atteggiamento dei comunisti non posso dire era migliore, loro volevano dimostrare che erano diversi, poi non mi faccia dire cose in più perché i socialisti sono per la maggioranza miei alleati, quindi devo dire che erano migliori i socialisti! (Ridiamo)
D. C’erano molte aspettative.
R. I comunisti, essendo arrivati finalmente al governo, sentivano forte questa necessità di dimostrare che loro erano totalmente in sintonia con la città, con il paese, volevano dimostrare di essere diversi! Quindi erano molto più attenti, puntuali, avevano molto più contatto con la gente, mentre gli altri erano più … “scafati”, non voglio dare un giudizio morale sul comportamento.
D. Mi era stato fatto osservare che i comunisti erano “prigionieri” del consenso dell’opinione pubblica, come diceva lei avevano questo forte legame e quindi per certi aspetti il gradimento diventava limite, vincolo, briglia nell’azione di governo.
R. Quello che dice lei è giusto, ripensandoci, alcuni comportamenti che potevano essere assunti in maniera risentivano di questo peso. La sezione del PCI di Chirignago si era impegnata …, io ho parlato prima di Bosello, in questo senso si voleva una trasparenza, si sono inventati delle cose che magari non c’erano. C’era questo condizionamento a essere diversi, facendo riferimento a una storia differente per cui, sbagliando, dicevano “La DC tutti ladri!” Poi quando si amministra bisogna prendere atto che si devono prendere delle decisioni che non sono o giuste o sbagliate, sono decisioni che non possono accontentare tutti, si devono fare delle scelte politiche a volte si deve anche scontentare. Un buon amministratore è uno che viene eletto da parte dei cittadini, ma quando arriva deve rappresentare tutti i cittadini, non deve fare riferimento unicamente alla sua parte politica! Questa è la difficoltà che hanno gli amministratori, spesso a qualcuno te lo rinfaccia “Ah ecco, preso la sedia non fa più …” Alcune difficoltà che anche la Giunta di sinistra ha avuto era che le veniva rinfacciato “Sei dei nostri, devi fare quello che ti diciamo noi!” “No, sono un amministratore, devo fare quello che è giusto per la città”.
D. C’erano state parecchie novità, l’inserimento di Assessori molto giovani, che avevano inizialmente delle difficoltà nella gestione a causa della scarsa esperienza, il nuovo Assessorato ai problemi della condizione femminile, il primo in Italia, un grosso programma di servizi al cittadino. Lei come ha valutato durante il quinquennio queste iniziative? Anche su Mestre si era puntato molto.
R. Noi davanti a queste innovazioni eravamo molto critici, perché ogni cosa nuova crea …, erano però dei percorsi quasi obbligati, bisognava prendere atto di una realtà, la condizione femminile, la presenza delle donne. Era una battaglia che da noi veniva vista come una battaglia politica esasperata, lo era, ma era anche una battaglia di libertà. Sono state cose che vennero assimilate man mano, è chiaro che allora il nostro atteggiamento era “Attenzione!” Ma quando facevo riferimento all’atteggiamento di attenzione da parte del capogruppo c’era anche davanti a queste novità. Lui diceva “Stiamo attenti, noi siamo l’opposizione ma non dobbiamo liquidare tutte le cose che vengono proposte come sbagliate, andiamo un po’ in profondità. Proponiamo, critichiamo, ragioniamo ma attenzione, il mondo sta cambiando!” C’era da parte della classe dirigente della Democrazia Cristiana, non dico una forma di attenzione a quello che loro facevano ma una forma di attenzione alle cose che stavano cambiando. Si doveva essere più in sintonia, non si poteva tagliare il mondo in due, tutto il giusto da una parte e lo sbagliato dall’altra! Anche se noi avevamo un ruolo di opposizione e in quanto opposizione si tendeva a mettere in luce solo gli aspetti negativi, erano presenti sia aspetti negativi che positivi. Il fatto della presenza delle donne veniva vista come una rivendicazione, chi la portava avanti la portava avanti anche in maniera esagerata, in quel momento.
D. Avevate fatto una certa difficoltà ad accettare una serie di iniziative …
R. Non possiamo dire di aver applaudito a certe scelte anche se dalla parte più responsabile nostra si diceva “Valutiamo con attenzione”, anche se noi si riteneva che il ruolo principale dell’ente locale dovesse concentrarsi su cose più concrete a favore dei cittadini, rispetto ai servizi c’è stata una condivisione, una partecipazione dal punto di vista dell’allargamento dei servizi. Anzi, c’è stato una critica nel dire che bisognava fare di più. Altre iniziative venivano viste come un discorso ideologico.
D. A me fa piacere quello che sta dicendo, va benissimo un occhio critico. Rispetto ai servizi alla persona c’è stata una grande collaborazione da parte di tutte le forze politiche che erano in Consiglio. Poi ci sono state delle riforme nel periodo, la Sanità, la creazione delle ULS, l’assistenza che diventa sicurezza sociale.
R. Noi eravamo partecipi della gestione delle ULS, anni di trasformazione.
D. In commissione il famoso allegato A, votato all’unanimità. Si diceva allora che la vera opposizione la faceva Il Gazzettino!
R. Anche questo è vero, ma l’ha sempre fatto il Gazzettino, mi ricordo Longo era arrabbiatissimo, “L’angolo del degrado”, diceva “Ma è mai possibile!”
D. Non ho mai capito a chi rispondeva questo Gazzettino, c’erano polemiche dure quando c’era la Giunta di sinistra, e quando c’era Longo stessa cosa.
R. Longo vedeva nel Gazzettino la presenza di Ferrari Aggradi che era l’avversario politico.
D. Le genealogie all’interno della Democrazia Cristiana, lei faceva riferimento a Degan per i dorotei, e Ferrari Aggradi?
R. Era doroteo, noi avevamo il partito diviso in due anime, la sinistra democristiana, che poi al suo interno aveva il movimento di Zaccagnini, una parte di Donat Cattin, uno più e uno spinto a sinistra, il “Preambolo”, la parte politica che diceva “Noi siamo anticomunisti” oppure avere attenzione verso sinistra. “Preambolo”, noi siamo comunque in posizione diversa dai comunisti però nelle cose concrete siamo con loro, mentre l’area Zaccagnini era meno a favore del “Preambolo”, erano più per un discorso pragmatico. Dalla parte dei dorotei c’era la chiusura ai comunisti e al centro sinistra, chi però attua il centro sinistra sono i dorotei. Nella storia bisogna stare attenti, alle volte la politica di sinistra la fa la destra o il centro destra e la politica di destra la fa il centro sinistra. Sono inconvenienti della vita! (Ridacchia)
D. Bellussi ad esempio, che fa riferimento ai dorotei, ha lavorato molto con Salzano.
R. Ed era considerato forse più a sinistra di tutto il gruppo, anche se questa distinzione destra- sinistra non ha più ragione d’essere, dica la verità. L’amministrazione di un Comune deve essere vista come un soddisfacimento di bisogno della cittadinanza e c’è una parte debole che deve essere aiutata e quindi l’attenzione deve essere verso la parte debole, dare dei servizi, cercando di evitare dei soprusi e dei privilegi.
D. Leggendo i verbali stenografici del Consiglio c’era una divisione ideologica nei discorsi, nelle dichiarazioni di voto, si sa che nelle commissioni invece si lavorava fianco a fianco e nel merito. Ognuno aveva il suo ruolo, non c’era la confusione che invece, per certi aspetti c’è oggi.
R. Il fatto di essere collocati dava la percezione che chi era a sinistra dovesse avere assolutamente un certo comportamento e chi era a destra …
D. Ma anche allora le cose erano più complicate, se andiamo a guardare da vicino le situazioni erano molto sfaccettate, diversificate.
R. Io quando ho fatto l’Assessore ho sempre tenuto di fare l’Assessore di sinistra, perché ho cercato di risolvere i problemi. Se sinistra è positivo io sono di sinistra, se destra è positivo sono di destra, se è negativo non sono né di destra, né di sinistra, sono del centro!
D. Nel senso che prevale più il pragmatismo, la soluzione dei problemi.
R. Sì, certo. Deve prevalere la soluzione dei problemi, l’aspetto pragmatico. Nel nostro paese oggi i problemi devono essere risolti, uno può avere delle intuizioni, noi dobbiamo vedere l’obiettivo finale. E’ di sinistra dare lo stipendio a tutti coloro che non hanno un lavoro? Può sembrare di sinistra, poi non so se possiamo fare questa operazione, ma se anche noi la facessimo, siamo convinti di fare una operazione di sinistra? Forse non mettiamo le persone nelle condizioni di attivarsi, di essere protagonisti, un conto è cercare di aiutare quelli che sono in un momento di difficoltà ma non possiamo in qualche misura portar via la responsabilità nei confronti delle persone che invece si devono sentire responsabili. Uno perde il lavoro, mettiamolo in condizione di poter riconvertire la propria professionalità, diamogli l’opportunità di avere delle occasioni per poter dimostrare. Dobbiamo essere tutti uguali al momento della partenza, delle pari opportunità, ma puoi dire che tutti dobbiamo arrivare nello stesso tempo? Con gli stessi risultati, con gli stessi meriti? E’ sbagliato! C’è chi può correre di più e chi può correre di meno, l’importante è che mettiamo tutti in condizione di poter correre e poi quelli che non riescono a correre, grazie a quelli che corrono di più devono essere portati nella corsa un poco più avanti. Se noi diciamo che alla fine di un percorso tutti partono da zero, tutti devono avere uno, perché io devo lavorare o devo impegnarmi di più? Io devo poter avere uno, due, tre, quattro! L’importante è che i miei quattro non vengano portato via a chi non ne ha neanche uno! La politica di sinistra oggi è cambiata, perché premia il merito, è la politica di sinistra che deve stare più attenta ad alcuni fabbisogno, ad alcune povertà, che non sono più riconducibili alle povertà di una volta. Abbiamo molte più povertà di quando io ero ragazzo, perché eravamo abituati a vivere con molto meno. Oggi è anche difficile non organizzare la propria vita secondo alcune situazioni che non sono riconducibili per loro natura a degli stati di necessità, ma come si può fare oggi a non avere determinate cose.
D. Per quanto riguarda la città, il Comune di Venezia è complicato perché tripartito, quadripartito, il centro storico, la terraferma, il polo industriale, l’estuario, le isole …, è una realtà molto articolata, spesso prima della Giunta Rigo- Pellicani, Pellicani, uomo di Mestre, c’era l’idea che la città si fermava al ponte della Libertà. Lei che invece proveniva dalla terraferma ha visto una evoluzione?
R. Io per la verità provenivo da Murano e poi mi sono trasferito in terraferma, per cui sentivo le necessità sia da parte delle isole, che si sentivano isolate dal contesto, e anche la subalternità di Mestre nei confronti di Venezia. C’erano queste due cose per cui la città rivendicava, tutti rivendicavano delle attenzioni, la politica avrebbe dovuto cogliere di più e meglio, secondo me abbiamo delle grandi colpe tutti. La città di Mestre con un po’ di fantasia avrebbe potuto essere meglio di Padova. Bisogna aver coraggio anche adesso, iniziamo a parlare delle torri, dopo lo scempio che c’è stato della città storica di Mestre è rimasto molto poco! La città si è urbanizzato, la mia vita si è trasferita da Murano in terraferma, i clienti della mia famiglia erano tutti in terraferma, però dopo il momento sbagliato di risposta immediata, Mestre poteva essere vista in modo diverso. Diamo degli incentivi, alziamo, allarghiamo, creiamo del verde. Non abbiamo paura dell’impresa privata, ma noi facciamo una cornice e ciascuno diventa protagonista. La sinistra in quegli anni era ingabbiata in un discorso ideologico e di appartenenza per cui doveva essere tutto il pubblico che faceva e non c’è stato questo slancio, questa possibilità, questa compartecipazione, questo discorso di sussidiarietà che invece oggi sta permeando di più tutti i partiti, però abbiamo perso delle occasioni storiche. Bisognerebbe mettere veramente mano ad alcune demolizioni, ma dare alcuni crediti edilizi, dei premi per coloro che si uniformano agli strumenti urbanistici. Noi abbiamo un piano urbanistico che è datato, un’altra questione, qualcuno ha sempre visto, secondo me, sbagliando che il piano regolatore dovesse essere intoccabile, ma se noi organizziamo il disegno del piano regolatore in tempi ragionevoli allora alcune varianti devono essere viste come un elemento migliorativo, come un adeguamento. Non siamo capaci di fare una pianificazione rispettosa dei tempi, ho pianificato di fare queste cose per rispondere a queste esigenze, nell’arco di due anni le ho realizzate. Se le realizzo dopo vent’anni, forse il mondo è cambiato. Se non riesco a fare queste cose attrezziamoci con delle varianti, che non devono essere viste come una soluzione di un problema contingente, ma perché adeguo uno strumento del piano regolatore a delle esigenze mutate che ci sono. Mestre dovrebbe diventare una città diversa, ci vogliono degli amministratori che siano capaci di dire “Questo è il nostro quadro, noi volgiamo raggiungere questi obiettivi, poi chiamiamo tutti a essere protagonisti, a fare la loro parte.” Io mi sono fatto una domanda, in questi giorni abbiamo inaugurato dei nuovi uffici, li abbiamo visti, molto belli, la Mara Rumiz mi ha detto “Sarai contento! Abbiamo creato degli uffici meravigliosi! Visto che la volta prossima …” Scherzosamente da parte sua, io mi auguro sia proprio così nell’interesse per la mia città (Ridiamo), anche questa potrebbe essere una battuta fuori luogo! Però non era possibile …, il Comune deve spendere dei soldi per fare l’archivio, per fare questo, l’altro, non poteva fare una pianificazione? Io mi faccio il palazzo, me lo faccio come lo voglio io! E’ il Comune che ha in mano una pianificazione, e invece abbiamo uffici sparpagliati qua e là. Un bravo amministratore dovrebbe dire “Fermiamoci un attimo, adesso occupiamoci di questo”. Certo, ci vogliono le risorse, ma l’obiettivo è non vogliamo nulla in affitto, e faccio uno strumento urbanistico che mi consenta questo. Perché dobbiamo consentire che ci sia la speculazione dei privati? I privati devono concorrere ma non voglio fare il lavoro che devono fare i privati! In quegli anni, c’era questo vincolo, le case devono essere case popolari, le case alla cooperativa. C’era bisogno di case, ma ci sono una infinità dei soggetti che possono concorrere, anche il privato può concorrere, l’importante è che lo faccia e ci sia la corrispondenza ai bisogni e anche delle linee che il Comune può dettare. Molto spesso, teniamo conto che in quegli anni venivamo dal discorso delle partecipazioni statali, c’era la mentalità che lo Stato dovesse intervenire su tutto. Il mondo sta cambiando e una riflessione su Mestre andrebbe fatta! Forse non è il caso di farla adesso perché siamo prossimi …, la faremo tra un anno quando lei verrà a trovarmi con la nuova amministrazione (Ride).
D. Volevo sapere, poiché era stato riconosciuto alla prima Giunta Rigo- Pellicani un grosso lavoro nell’Urbanistica, alla creazione di parchi, il centro culturale per Mestre, mi interessava una sua riflessione sul lavoro che la sinistra aveva fatto per Mestre.
R. La sinistra …, le faccio un esempio concreto. Lei sa chi ha fatto la pedonalizzazione di Piazza Ferretto? Sono tutti convinti l’abbia fatto la sinistra, chi ha pedonalizzato Piazza Ferretto è stato Cesare Campa, che tra l’altro proviene dal mondo dei commercianti e si era trovato con tutti i commercianti contro! Un conto è fare dei proclami, un conto è realizzare le questioni, giusto?! Io che ero in una posizione in cui dovevo difendere gli interessi dei commercianti e loro ritenevano che la pedonalizzazione fosse negativa, l’ho fatto con grandi sacrifici. Avevamo promesso di fare dei parcheggi che poi non li abbiamo fatti. Una amministrazione che era arrivata per risolvere quei problemi e li voleva risolvere con un taglio culturale che faceva riferimento a delle ideologie, deve essere tutto il pubblico che fa, aveva perso delle occasione. Abbiamo fatto il parco della Bissuola, è molto importante, potevamo fare di più e meglio? Noi come città di Mestre abbiamo perso alcune occasioni ma questo non è da imputare alla sinistra, è da imputare alla classe dirigente complessivamente che non ha saputo fare. Poi ciascuno si avvicinava all’amministrazione con le proprie idee, oggi sono convinto, a distanza di anni, che moltissimi comportamenti che possiamo leggere nei verbali sarebbero criticati dagli stessi personaggi che avevano fatto quegli interventi. E’ facile criticare dopo!
D. Vuole dire che non si è osato tanto?
R. Voglio dire che c’era questo condizionamento che faceva riferimento all’appartenenza politica, all’ideologia. C’è da fare le case, si fanno le case popolari, le case le fa l’Ater, le case le fa il Comune, le fa il pubblico, mentre bastava dire, c’è da fare queste case? Vediamo come farle, chi le fa, l’importante sarebbe avere il risultato. Ma quell’atteggiamento è la conseguenza logica di quella situazione e di quel momento, non si può fare una critica. Mio papà mi diceva sempre quando ero ragazzino “Essere di sinistra va benissimo quando si ha sedici anni, ma quando se ne ha quaranta …” Quando si è giovani si è rivoluzionari, quando si ha quarant’anni si deve essere meno radicali.
D. Ma le occasioni mancate più grandi quali sono state secondo lei?
R. Le occasioni mancate ce ne sono molto, la Legge Speciale per Venezia avrebbe dovuto essere utilizzata in maniera diversa, anche se dobbiamo dire per la verità che abbiamo acquisito moltissimi palazzi, proprio nell’epoca di Pellicani e meno male che li abbiamo acquisiti perché p oggi abbiamo potuto venderli e abbiamo risanato le finanze del Comune, con queste plusvalenze. E’ vero che la Legge Speciale doveva servire per rivitalizzare Venezia, è vero che oggi cerchiamo di salvare Venezia dalle acque alte ma è anche vero che la seconda gamba della Legge non l’abbiamo assolutamente. Oggi Venezia è una città che non ha una capacità imprenditoriale, ma è la stessa conformazione della città! In terraferma un imprenditore deve lottare e ha un minimo di concorrenza, a Venezia il mondo del commercio, pur con tutte le difficoltà, ha una rendita di posizione. Chi è fuori deve rincorrere la sua clientela, inventarsi cose nuove. A Venezia, ad esclusione delle cose collegate al turismo, noi non abbiamo creato le condizioni perché ci fossero opportunità non solo per il comparto del turismo. Venezia la parte pubblica, il terziario avanzato, sarebbe la città ideale, essere veramente la capitale del Veneto per il mondo della finanza, il mondo delle banche e invece in quegli anni, per motivi ideologici, non abbiamo dato il cambio di destinazione d’uso ad alcuni palazzi e abbiamo perse delle occasioni! Delle aziende che potevano rimanere a Venezia sono andate via lasciando i palazzi vuoti. Occasioni perse ce ne sono state molte, perché non abbiamo colto le potenzialità che Venezia potrebbe dare. Adesso sulla base delle esperienze del passato dobbiamo dire “Come possiamo rivitalizzare questa nostra città?” Questi dovrebbero essere i compiti anche della Fondazione Pellicani e dire, “Scusate abbiamo fatto l’archivio, la storia, abbiamo messo in luce alcuni personaggi, prendiamo lo spunto dall’entusiasmo di quegli anni- se io dovessi concludere la chiacchierata con lei perché devo anche scappare- l’approccio con la politica e l’amministrazione da parte di queste persone era per risolvere, per dare una risposta. C’era un grande entusiasmo, quindi una classe dirigente che ha questo entusiasmo e rimboccandosi le maniche superare alcune differenze che sono sempre di meno, e si individui delle strategie per la nostra città. Per Venezia, per Mestre che diventi competitiva. Non è che i nostri nemici siano i padovani, ma dobbiamo competere in un momento di globalizzazione, con alcune funzioni che dobbiamo riportare a casa nostra e non avere una specie di sopportazione da parte del Veneto, “Ah Venezia …, Venezia!” E ci sopportano tutti! Dobbiamo imporre la nostra capacità di essere noi amministratori e c’è bisogno di tutti, questo potrebbe essere l’esempio di quegli anni che erano sì anni di contrapposizione ma che sapevano, come fu per la Legge Speciale, creare un momento di grande coesione e tutte le forze politiche seppero mettere da parte i particolarismo per dire attraverso la Legge Speciale raggiungiamo questi obiettivi, che per altro, per vari motivi, non abbiamo raggiunto.
Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto