D. Potremo cominciare partendo da come e perché ha ricevuto l’incarico che ha ricoperto dal 1975 al 1980.
R. Io sono stato chiamato in Comune a Venezia nel ’75, all’inizio della Giunta di sinistra e ho cominciato con Pellicani. Ero Capo di Gabinetto e nel contempo avevamo fatto un ufficio che si chiamava “Ufficio Programmazione”, che è quello che ha redatto il piano poliennale “’77-‘80”. Era un piano di investimenti in molti settori per rilanciare l’attività del Comune. Lo scopo di questo piano era investire in settori ritenuti poco curati dalle amministrazioni precedenti, l’edilizia scolastica, lo sport, il verde … Era un tentativo di andare oltre l’emergenza e riordinare l’amministrazione, che prima era un po’ caotica. Poi c’era tutto il capitolo della Legge Speciale, dell’adeguamento. La Legge Speciale allora era stata approvata nel ’73, c’era tutto un dibattito sui piani particolareggiati, c’era l’ipotesi di restauro delle abitazioni con la Legge Speciale e le opere legate alla salvaguardia. Il tema di fondo era allora il rapporto tra salvaguardia e sviluppo, cioè il ragionamento era che Venezia, una città che aveva molti problemi di conservazione, doveva anche avere uno sviluppo economico come le altre città e non essere solo turistica, cosa che poi non si è verificata nel senso che non si è riusciti a riqualificare la città, o forse era impossibile. Oggi la città è completamente turistica, allora c’era il dibattito sulla salvaguardia evitando che diventasse città- museo, era uno degli slogan generalmente condiviso. Da questo di vista il PCI era una forza egemone rispetto a questi temi, il PSI era più portato a una attività empirica di governo, fare le cose e seguire l’amministrazione ordinaria.
D. C’era stato l’intervento dei repubblicani, le prese di posizione di Italia Nostra.
R. Sì, Italia Nostra e i repubblicani allora erano schierati con la sinistra, infatti c’era un assessore che era Zorzetto mi pare …
D. I Consiglieri repubblicani Zorzetto e Scano davano l’appoggio esterno ma non avevano assessorati…
R. Ricordo male allora, tra gli Assessori c’era la Finzi alla Sicurezza Sociale e con la Gasparrini si fece un tentativo di avviare una tematica sulla condizione femminile che allora non esisteva. E’ stato importante istituire un Assessorato alla Cultura che aveva cambiato non solo nome (prima si chiamava Assessorato alle Belle Arti) ed era praticamente di sola gestione dei musei. Si è cambiato da Belle Arti a Cultura, poi si è sviluppata molto in questa attività. Io sono stato Assessore alla Cultura nella Giunta successiva e anche Assessore al Bilancio. Ho approfondito i problemi della salvaguardia, che erano enormi, in quegli anni, poi c’era il tentativo di dare un governo complessivo alla città. Era recente il disastro dell’acqua alta del ’66. Nello stesso tempo c’era molta attenzione su Porto Marghera, c’è stata anche una conferenza di tutte le componenti sociali alla fine del ’75. Allora Porto Marghera aveva 36 mila addetti, quindi era un tema molto sentito anche dal PCI, il movimento sindacale di sinistra era egemone e c’erano molti nodi strategici, l’alluminio, la chimica, i cantieri navali, la presenza dell’ENEL a Fusina. Era una delle zone industriali più importanti in Italia negli anni Settanta e comportava la stessa tematica di salvaguardia e sviluppo per il suo essere sui bordi della laguna. Era una presenza che aveva molte criticità, come si dice adesso.
D. Lei era iscritto al PCI, come era finito con Gianni?
R. Io ero Consigliere Comunale a Padova allora.
D. Come a Padova? Lei non è di Venezia?
R. No, sono originario di Padova, sono stato importato anche se sono 35 anni che sono qua. Ho assorbito tutti i pregi e i difetti (Risate).
D. Il suo apprendistato politico lo aveva fatto a Padova?
R. Sì, in quegli anni lì sono diventato Consigliere Regionale perché sono subentrato all’onorevole Ceravolo, che era stato eletto deputato europeo. Nel ‘77- ’78 sono entrato anche in Consiglio Regionale. Facevo contemporaneamente il Capo di Gabinetto di Pellicani, il Consigliere Comunale a Padova e il Consigliere Regionale. Allora avevo trent’anni e la cosa non mi preoccupava particolarmente.
D. Ma l’incontro con Gianni Pellicani come era stato? Amore a prima vista?
R. Sì, più o meno sì. Il PCI di Venezia cercava quadri per il governo, è stato Serri, segretario regionale, a presentarmi. Nel settembre del ’75 sono stato chiamato, mi sono presentato e ci siamo trovati d’accordo. Ho cominciato a ottobre del ’75, sono stato operativo subito.
D. La sua era una famiglia comunista o è stata una scelta controcorrente?
R. La mia famiglia non conta molto nella mia educazione, mio padre era già morto. Ero di sinistra da sempre, da quando ho avuto l’uso della ragione, poi a quel tempo c’era stata la grande avanzata del PCI soprattutto.
D. Le elezioni le aveva vinte il PCI.
R. Le aveva vinte il PCI sostanzialmente e aveva conquistato tutti i grandi comuni, Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Venezia. E’ difficile inquadrare la situazione se non si capisce il momento che è stato di grande entusiasmo! Grandi aspettative, tante speranze, era palpabile, la vita sia politica che sociale era completamente diversa da adesso. C’erano sezioni, dibattiti pubblici su tutti i temi, si girava per le strade e trovavi sezioni comuniste, socialiste, democristiane che organizzavano dibattiti, conferenze, discorsi anche in luoghi pubblici. Venezia allora era strutturalmente una città di sinistra, anche il “salotto” era di sinistra.
D. Unica nel Veneto. Lei che veniva da Padova percepiva bene la differenza.
R. Era una differenza abissale, sociale prima che politica, a Padova in città e provincia la DC aveva la maggioranza assoluta. Io, quando parlavo con Gianni, gli spiegavo che nel Padovano i comunisti erano dei drop-out nella società, erano assolutamente marginali e spesso erano persone spinte ai margini, non considerata dalla popolazione. C’erano anche grossi comuni in cui il PCI aveva il 5, 6% dei voti, questo era il Veneto, tranne nella bassa padovana dove c’erano comuni come Este, Montagnana, Monselice, zone che erano state bracciantili e aveva una cultura sindacalistica. Era detto il Veneto bianco, per non parlare di Vicenza. Verona era una città più lombarda, il grosso democristiano era a Padova, Vicenza, Treviso. Rovigo e Belluno avevano andamenti da città emarginate. Verona è un po’ fuori del Veneto culturalmente, è una città grande, importante, è il centro dell’Italia nell’asse nord- sud, è influenzata anche dai paesi del Nord.
D. Che impressione le ha fatto Pellicani?
R. Pellicani era un uomo geniale, un lavoratore incredibile e poi aveva una grande autorità, prestigio! Ha cercato ed è riuscito a saldare il PCI a dei ceti che in altre città non sarebbero stati comunisti. C’era Teresa Foscari, una delle fondatrici di Italia Nostra, che gli era molto vicina e poi contava molto nell’opinione pubblica in città ma anche fuori di Venezia. Di origini bellunesi ma molto radicata in città, quando c’è stato il referendum sulla divisione tra Venezia e Mestre nel ’79 queste persone si sono schierate per il no e questo ha avuto la sua importanza. E’ stato uno dei primi tentativi di dividere, ora credo che la divisione sia inutile, ci sono le Municipalità … Non seguo più molto, sono sempre in giro, poi la vita politica è molto scaduta, non c’è più la tensione di quel tempo, nel bene e nel male. Mestre ha una autonomia in molti campi, non è mai stato un problema amministrativo di divisione. Venezia ha i suoi problemi peculiari …, in nessuna città del mondo si potrebbe pensare che un ponte divida la città. Los Angeles è lunga 50 chilometri! E’ un po’ ridicolo, un po’ provinciale poi non si capisce bene come dividere.
D. Pellicani su cosa l’ha fatta lavorare?
R. Abbiamo lavorato su questo concetto di salvaguardia e sviluppo, fatto la conferenza su Porto Marghera che è stato uno sforzo molto importante di analisi e poi abbiamo sviluppato questo piano di investimenti che era di fatto il programma dell’amministrazione comunale. Credo che sia uno dei pochi programmi interamente realizzati ma allora questo approccio programmatico non era tipico delle amministrazioni. I Comuni erano degli uffici burocratici dove si facevano le pratiche amministrative. Quando abbiamo fatto la conferenza di programmazione “Le Monde” ha fatto un articolo in prima pagina sul piano programmatico del Comune di Venezia, perché c’era questa aria nuova.
D. Eravate sovraesposti, vi aspettavano sempre al varco.
R. La DC era molto aggressiva allora perché c’era la polemica coi socialisti che si muovevano come gli conveniva. Loro erano essenzialmente un partito di potere, non si poteva chiedere che restassero in panchina!
D. Si è mai spiegato come ci sia stata l’alleanza col PCI quando c’erano i numeri per rinverdire il centro- sinistra?
R. Il PCI aveva il 35, 36% a Venezia, aveva aumentato mentre la DC aveva perso il 5%, avranno avuto i numeri ma non avrebbero governato un giorno! Sarebbero stati sopraffatti dai movimenti, sarebbe stato avventuroso. E’ una regola in tutti i paesi, il primo partito anche se non ha la maggioranza assoluta fa il governo. Il PSI era un partito molto forte, grosse personalità e poi era funzionale stare con un piede dentro e uno fuori perché a Roma erano al governo.
D. Leggendo la stampa sembrava che con la vittoria alle amministrative si fosse alla vigilia di formare un governo nazionale col PCI.
R. Sì, si discuteva del governo di unità nazionale e in quella occasione in tutte le amministrazioni era stato fatto un programma di governo che portava a un rapporto con le minoranze.
D. Da quello che ho potuto leggere Pellicani faceva sempre un ponte con la Democrazia Cristiana.
R. Lui aveva sempre rapporti con i democristiani, in particolare con Zanini, con la sinistra DC. Gianni era l’uomo del dialogo, non voleva un’opposizione frontale, si cercavano sempre delle mediazioni.
D. Usava sempre un tono dialogante, un uso delle parole attento, sempre disponibile.
R. Devo dire che a Venezia ci sono due livelli, era una cosa che mi aveva un po’ colpito quando sono arrivato, in Consiglio Comunale ci si maledicevano “i morti”, come si dice, e poi si prendevano sottobraccio e andavano a prendere un caffè insieme! (Risate) Era un po’ Goldoni, un po’ teatrale! Io venivo da un ambiente dove c’erano i muri, i carriarmati, i mitra! Sono arrivato in Regione, che era la quintessenza del potere democristiano, dove la DC aveva la maggioranza assoluta. Su tutte le leggi di spesa c’era scritto “sentita la commissione”, in realtà potevamo stare a casa, era la stessa cosa! Si faceva finta di discutere, il potere era molto custodito allora. Non si riusciva neanche a vedere le delibere, gli atti venivano blindati, non si avevano notizie. A Venezia già prima della formazione della Giunta, nel ’74, c’era stata un’intesa tra tutti i partiti sullo sviluppo della Legge Speciale.
D. Gli accordi del 23 dicembre.
R. Sì, quella è stata una pietra fondamentale, si cercava che tutti collaborassero, non c’era il muro contro muro di altre circostanze. Nei pourparler i democristiani qualcosa ottenevano, bisogna giocarla. Il Gazzettino rappresentava l’opposizione schierata alla Giunta, era molto pesante. Poi riportava qualsiasi chiacchiera, mi ricordo sul Peep di Chirignago, si insinuava che le case erano state pagate troppo e anche dell’altro…, tutti gli atti venivano esaminati con cattiveria! Quello che non si diceva in Consiglio lo si diceva al giornalista de Il Gazzettino che aveva le sue fonti. C’era da considerare che la burocrazia comunale era tutta democristiana, quindi minava le procedure, le iniziative.
D. Gianni Pellicani non ha mandato via nessuno.
R. No, Gianni Pellicani non ha mandato via nessuno. Se dopo il ’75 avessimo preso cinque persone e le avessimo giustiziate in Piazza San Marco la gente sarebbe stata d’accordo (Risate). “I ga vinto, xe giusto!” C’era una struttura a cui era stato delegato il potere, erano otto superfunzionari che avevano tutti doppi incarichi, ad esempio vicesegretario generale e direttore del Casinò, era una specie di Giunta reale. Aggredire questi personaggi sarebbe stato controproducente; Gianni ha cercato di blandirli, contenerli. La Ragioneria era nel caos tanto che Gianni aveva chiamato due funzionari comunali di Bologna per mettere ordine. Il bilancio era nel caos, con debiti fuori bilancio che continuavano ad emergere. Gianni lo usava come deterrente. Non è stata fatta polemica politica, poi in quegli anni si scaricava tutto sul governo. Ci sono state una serie di leggi per la finanza locale che hanno permesso ai comuni di far ordine e di fare investimenti in quegli anni. Se trovassi il piano programmatico …, e poi si dovrebbe trovare il fascicolo della conferenza su Porto Marghera che era molto importante, era stato un tentativo del Comune di governare il territorio, mentre prima il Comune era un ente burocratico che distribuiva i certificati elettorali. L’altro grosso filone è stata la cultura: si è cominciato a fare mostre, il famoso “periodo Nicolini”, si faceva teatro, musica in piazza. Poi molto appoggio alla Fenice, alla Querini Stampalia sono stati dati molti finanziamenti, io personalmente l’ho protetta moltissimo perché a Venezia non c’è una biblioteca pubblica, la biblioteca pubblica è la Querini Stampalia. Il Comune doveva sostenerla, adesso non so più come sono messi.
D. Altre istituzioni culturali in crisi erano La Bevilacqua La Masa, la Fenice e la Biennale.
R. La Bevilacqua La Masa …, alla contessa, che Dio l’abbia in gloria, piacevano i giovani artisti. L’originalità della istituzione era dare degli studi e delle borse di studio ai giovani artisti. Oggi ogni anno si fa la selezione, però devo dire che forse mancano gli artisti. L’istituzione in sé è stata però importante Adesso a Ca’ Foscari c’è una mostra che ripercorre un po’ quel periodo. La mostra è organizzata da Nico Stringa sugli anni Sessanta, Settanta. Un posto bellissimo e una mostra fatta benissimo, Plessi, Giordani, Eulisse, Lodi, Basaglia soprattutto. La Biennale è stata rilanciata in quegli anni là, prima era un mortorio. La Fenice: il sindaco di Venezia è presidente per statuto della fondazione. Io sono andato a diverse riunioni. (Fine lato A, cassetta n.1) (Lato B)
D. C’erano problemi di bilancio, di gestione …
R. Noi abbiamo dato fior di quattrini alla Fenice, mi ricordo un aneddoto personale. Negli anni Ottanta ero Assessore al Bilancio, abbiamo trovato una formula per dare molti quattrini, ho spiegato tutto quanto alla presenza del presidente del Collegio sindacale. “Lei Assessore tutto quello che ha detto può metterlo per iscritto?” Io l’ho guardato “Tutto quello che potevo scrivere gliel’ho detto!” Era la cosiddetta finanza creativa ma i sindaci hanno sempre l’idea di essere coperti! Siamo stati aiutati molto anche dalla Cassa di Risparmio, ci hanno fatto un mutuo sulla fiducia, non è che fosse normale. Oggi non so come sono messi, gli Enti Lirici in Italia hanno grandi difficoltà.
D. Anche il teatro non è che se la passi tanto bene.
R. Il teatro allora era una fabbrica, era un bell’ambiente, passavi davanti e sentivi cantare. Allora c’era un fermento culturale che adesso ce lo sogniamo!
D. Gli accordi del 23 dicembre del ’74 erano per riuscire a spendere i finanziamenti che sarebbero arrivati?
R. I cosiddetti piani particolareggiati: era un meccanismo per cui si doveva fare dei piani di intervento, portare le famiglie in case provvisorie fin che si facevano i restauri, poi ritornavano nelle case risanate. Ne è partito uno a Castello, non è che abbia funzionato molto.
D. Con i soldi della Legge Speciale sono stati restaurati anche edifici pubblici. La situazione edilizia in città era drammatica.
R. Si parla ancora oggi di degrado, ma se uno vede un film degli anni Cinquanta vede in quali condizioni era Venezia …, distrutta! E negli anni Settanta ancora! Alla fine la gente la casa se l’è messa a posto con un po’ di denaro pubblico ma gli edifici sono tutti perfetti. E’ stato un grande volano per la città la Legge Speciale!
D. Con quei soldi è stata costruita anche l’edilizia scolastica, molto carente nel territorio comunale.
R. L’edilizia scolastica era stata prevista nel piano poliennale. Per l’edilizia scolastica devo dire che è stato fatto molto, forse troppo. Il problema delle fognature non è stato risolto, sono stati fatti degli interventi in terraferma. C’era il problema allora della susbsidenza, “Venezia affonda!”: quello è stato un problema affrontato bene perché si sono capite le cause che erano i fiumi che portavano i detriti e lo scavo dei pozzi artesiani. E’ stato fatto un lavoro ai margini della laguna … Il fenomeno della subsidenza, si diceva allora che Venezia andasse sotto tre centimetri all’anno. Ora non si sente più questo allarme o almeno è molto meno sentito
D. C’era anche l’emungimento delle acque per scopi industriali.
R. Esatto, poi c’era il piano delle fognature … Con i soldi della Legge Speciale sono state risolte molte cose.
D. C’è stato il grosso lavoro sulla terraferma, il “progetto Mestre”, il verde pubblico.
R. Sì, a Mestre si è fatto il parco della Bissuola, anche se ci sono stato una volta e non mi è parso all’altezza dei parchi progettati più recentemente; in ogni caso è di grandi dimensioni ed è stato un intervento rivoluzionario per Mestre. Quello che si scrisse nel piano poliennale è servito per i vent’anni successivi, lì dentro c’era una intuizione che è stata valida per oltre vent’anni, non ci sono state grandi innovazioni successive. Questo dimostra che Gianni aveva le idee chiare sullo sviluppo della città, molto chiare sul fatto che Venezia doveva avere degli standard europei. Non so se il parco della Bissuola sia il migliore che esiste, ma l’idea di migliorare un quartiere con un parco urbano …, meglio certo delle aiuole spartitraffico! Anche Piazza Ferretto fu un progetto di allora, stiamo ancora andando avanti con l’esproprio di Celana! Io avevo teorizzato per anni che Venezia non poteva vivere solo su due assi, uno dalla stazione, l’altro da Piazzale Roma e diretti entrambi a San Marco. Il problema era di distribuire questo traffico, avevamo fatto progetti di percorsi alternativi perché la gente a San Marco deve arrivarci. Non si può dire “non vai a San Marco perché è culturalmente sbagliato!” E’ anche vero che Venezia è un unicum, la cosiddetta “Venezia minore” non esiste, Venezia è un unicum
D. Qui a Venezia ci sono delle categorie forti.
R. Fortissime, d’altra parte una bottega qui in calle costa 500 mila euro, forse, cento metri più in là costa 100 mila. Gli itinerari non sono solo un problema culturale, è anche un problema economico. Il turismo ormai ha vinto! Gli industriali dove sono? Non ce n’è nemmeno uno.
D. Ci sono gli albergatori, alcuni sono anche delle multinazionali …
R. Va bene, ma anche gli albergatori …, ricordo che Gianni aveva fatto una riunione per salvare la Reyer, non ha portato a casa una lira dagli albergatori! Dopo in compenso quando c’era stata l’invasione dell’Iraq nel 1991 pochi prendevano l’aereo e c’era stato una moria di turisti, gli albergatori sono andati in Comune chiedendo lo stato di emergenza! Allora, quando i turisti vengono in luglio mi dai i soldi indietro?! (Risate) Una città basata sulla rendita non progredisce perché la rendita è concettualmente parassitaria.
D. Un altro tema che appassionava il dibattito politico in Consiglio Comunale era il decentramento amministrativo. La giunta voleva che ci fossero le elezioni, non la designazione dei partiti.
R. Sì, fu allora che partirono i Consigli di Quartiere. Venezia è proprio una città che necessitava dei Consigli di Quartiere! Murano, Burano, il Lido, concettualmente sono zone distinte, alcuni in precedenza erano Municipi, avevano una tradizione di autonomia, Favaro, Marghera Chirignago prima del ’26 erano Comuni.
D. Mi sembra che l’obiettivo era la politica partecipata, attraverso i Consigli di Quartiere i cittadini erano chiamati a condividere le scelte politiche della Giunta.
R. Infatti, a un certo punto è stato messo il parere vincolante dei Consigli di Quartiere anche nell’approvazione del bilancio. Ricordo che a Malcontenta c’era un operaio, che è poi morto di silicosi poveretto. Mi ricordo sempre il Consiglio di Quartiere di Burano, era una cosa eccezionale. Se uno lo riprendeva era una commedia già fatta! Intanto c’era Bon che era capo del PCI e si presentava in Consiglio di Quartiere col distintivo di Lenin sul bavero. A Burano le distinzioni politiche sono distinzioni di clan familiari, hanno ben altre origini. C’era questo dibattito in cui la tesi era sostanzialmente questa: tutti e due, sia la destra che la sinistra, erano d’accordo che la Giunta non aveva fatto niente per Burano! La differenza era che quelli di sinistra dicevano che la Giunta aveva cambiato la città, che erano bravissimi eccetera. La destra diceva il contrario ma sul punto erano d’accordo tutti e due! A Malcontenta era un “casino” permanente. C’era “ il compagno Bugno” che era presidente, non ne poteva più, era stanco fisicamente. Diceva “Sentì fioi, basta! Basta discutere! Prima votemo, dopo discutemo!” (Risate) Era uno straordinario esempio di democrazia all’inverso, un’applicazione originale del centralismo democratico. E siccome aveva prestigio, hanno fatto proprio così! (Risate) C’era una grande partecipazione popolare, che poi si è persa perché questi Consigli di Quartiere non avevano potere decisionale di spesa.
D. Venivano recepite le indicazioni date dai Quartieri sulla programmazione comunale? Questi rappresentavano un grosso filtro, una grande mediazione tra l’amministrazione e la cittadinanza.
R. Difatti, da un certo punto di vista erano partecipazione, dal punto di vista istituzionale rappresentavano un primo filtro. Venivano ascoltati, certe idee se erano giuste venivano recepite. Al Lido era stato fatto abbastanza, ma se i miliardari non ci vanno più in vacanza, non si possono mantenere certi assetti! Quando è stato aperto il Casinò nel ’38 nella lista dei clienti c’erano egiziani, ungheresi, indiani …, c’era una clientela internazionale che si muoveva in certi circuiti. Era gente ricchissima! Oggi è cambiato il mondo.
D. Volevo chiederle anche aspetti quotidiani, ad esempio il suo ufficio era vicino a quello di Gianni?
R. Gianni aveva l’ufficio sul Canal Grande, dove ce l’ha Vianello adesso, in Ca’ Farsetti. Di là c’era l’ufficio del sindaco. Io avevo l’ufficio a destra, detto “il loculo” perché c’erano dei dipinti funerei, ottocenteschi. Il vicesindaco riceveva molte persone ma non poteva ricevere tutti, era anche deputato. Io ricevevo, facevo molto raccordo con gli uffici, con la ragioneria, con i funzionari del Comune, poi mi occupavo delle cose più delicate. Eravamo tutti lì, c’era la stanzetta piccola dove c’era Marilena Bolla che era la segretaria, la “mitica” segretaria di Gianni, poi è venuta con me al bilancio nel ’82. E vicino a me c’era l’ufficio stampa.
D. Avevate la doppia segreteria, quella per il centro storico e quella per Mestre?
R. No, c’era il prosindaco che era Cianciolo, prima era Golinelli che era andato via … Non c’era ancora la sede.
D. Quali rapporti c’erano con la terraferma?
R. Gianni andava spesso in terraferma, mi sembra che non ci fosse una struttura … Quando succedevano fatti straordinari si andava in terraferma per un Consiglio Comunale aperto.
D. Erano spesso aperti i vostri Consigli Comunali! Poi partecipava un pubblico che rumoreggiava, spesso interveniva per non far parlare Omarini che poi si lamentava con Gianquinto!
R. Omarini era simpaticissimo, era di destra ma era un buon uomo. Parisi era un personaggio oscuro e sicuramente più pericoloso ma non parlava mai. Omarini era in tutte le commissioni, l’altro mi sembra venisse poco in Consiglio.
D. Non ho mai visto un suo intervento in Consiglio. Poi c’era il Consigliere Premoli …
R. Augusto, era liberale. Aveva la figlia che era di Prima Linea, per lui è stato un grande dolore. Quando andava a Roma a trovarla tornava distrutto! Era senatore, amico di Malagodi, e direttore dell’Enit. Dei repubblicani c’era Scano e Zorzetto che aveva fatto di tutto per entrare in Giunta, poi c’è riuscito. Io ero molto amico di Zorzetto, ci frequentavamo molto. Quando andavo a trovarlo nell’’87 lui sapeva tutto della sua malattia. Aveva un male che non perdona, è morto giovane. Scano era un urbanista, anche lui è mancato recentemente. Scano era un teorico della Legge Speciale, sarà stato bravo ma era noiosissimo!
D. Ho visto che le riunioni finivano tardissimo, anche alle tre e mezzo di notte!
R. Tante volte finiva il Consiglio e andavo in ufficio. Nel Consiglio successivo c’era Boato che parlava moltissimo. Poi c’era Bosello del PCI poi diventato indipendente.
D. Ho notato che quando era diventato indipendente faceva interventi molto lunghi.
R. Su ogni provvedimento parlava il capogruppo, chi era da solo interveniva sempre.
D. Poi c’era il Gruppo Autonomo Socialista con Mineo e Bressan. Rigo si era preso le deleghe dell’Assessore Mineo.
R. Mineo continuava a tirare lo stipendio ed era senza deleghe. Era un rito veneziano (Risate). Mineo era correttore di bozze del Gazzettino, senza deleghe ma continuava a fare l’Assessore, non si sa di cosa! Lui veniva in Comune, faceva il giro delle Commissioni, diceva alla segretaria “Ha segnato? Sono presente.” E andava al Gazzettino. In Consiglio c’erano otto, dieci gruppi, ognuno faceva un intervento e poi c’erano le dichiarazioni di voto.
D. Molto lavoro era fatto nelle Commissioni.
R. A Venezia c’era il famoso allegato A. L’allegato A era il sogno di tutti gli Assessori, perché era costituito dalle delibere che erano già state valutate in Commissione. All’inizio del Consiglio veniva votato appunto all’unanimità l’allegato A senza discussione . (Fine lato B) (Cassetta n. 2, lato A) In Consiglio gli interventi non avevano limiti di tempo, anche se in politica non è che si convinca perché si dice una cosa più intelligente delle altre!
D. Ho visto che in Consiglio si discuteva su tutto, qualsiasi argomento era adatto alla discussione.
R. C’era molto approfondimento, diversamente da adesso, la gente poi si preparava, prendeva molto seriamente il proprio incarico. Io, è tanto che non vado, ma l’ultima volta che ci sono stato, quindici anni fa, era di basso livello! Non credo tutti sappiano nemmeno bene quali sono i meccanismi, come funziona la macchina. Rispetto ad allora il ruolo dei comuni è tornato a essere burocratico.
D. Volevo sentirla su una cosa che mi aveva colpito, il linguaggio di democristiani, socialisti e comunisti sui temi di impatto sociale era molto simile, ad esempio sulla casa, sul lavoro.
R. I democristiani avevano un fondo popolare.
D. In quegli anni Porto Marghera si stava ristrutturando con conseguenze per l’occupazione, quindi licenziamenti, cassa integrazione. In Consiglio Comunale spesso si votavano all’unanimità degli ordini del giorno che appoggiavano le lotte degli operai per mantenere il posto di lavoro.
R. Sui grandi temi c’era la tendenza a cucire prima e a votare un ordine del giorno unitario perché si era convinti che se era unitario aveva qualche valore, se era di parte non ne aveva nessuno. La DC aveva un fondo popolare, a Venezia c’era la DC di sinistra. Un uomo con cui Gianni parlava spesso era Zanini, una mente della sinistra. Era defilato, non aveva incarichi, Gianni ricorreva spesso a lui. E poi ce n’era un altro che è stato assunto segretario, deve essere stato deputato o senatore …, ma era forse dopo, nell’80.
D. Relativamente al bilancio del Comune, quali erano i collaboratori di Pellicani? La situazione in apertura mandato era molto seria, tanto che i fornitori si rifiutavano di fornire la merce.
R. Veniva l’Ufficiale Giudiziario, sequestrava il lampadario nella Sala del Consiglio, un bel lampadario di Murano, e andava via!
D. Sul serio?
R. Sul serio sì, sequestrava la prima cosa che trovava, era noto. Dopo però non succedeva niente.
D. Non sarebbe successo niente ma le materne non avrebbero più ricevuto i pasti!
R. Era un momento in cui bisognava barcamenarsi, ogni tanto si pagava qualcuno. Dopo il ’77 con il decreto “Stammati” questa situazione si è sistemata. Pellicani per ottenere dei mutui aveva fatto domande alle Banche locali, cioè andava per banche e gli davano qualcosa. E’ riuscito a tamponare, dopo sono stati unificati tutti in un mutuo alla Cassa Depositi e Prestiti. Dopo col decreto “Stammati” c’era una norma per cui gli interessi li pagava lo Stato. La finanza veniva costruita così, gli interessi passivi si pagavano fuori bilancio, non venivano considerati nel bilancio, il personale aveva una sua dinamica legata al contratto. Tutte le altre spese avevano l’incremento dell’8, 10% annuo. Era un plafond, si costruiva il bilancio dicendo “gli interessi sono questi, il personale con gli accordi sindacali ha questo costo” …, i democristiani erano arrabbiati. C’era una sorta di piè di lista, ma non poteva esserci passivo. Prima invece era previsto un deficit e si faceva un mutuo per ripianare il deficit. In questo Venezia è stata favorita perché il personale era salvaguardato, in certo senso chi si era indebitato di più veniva premiato perché gli interessi venivano pagati dallo Stato e la spesa pro capite a Venezia era una delle più alte d’Italia. Avevamo fatto i conti: a Venezia spettava un milione per abitante, a Padova per esempio trecentomila. Il decreto “Stammati” era un decreto per la finanza degli enti locali. Venezia aveva più di Padova perché veniva consolidata la spesa storica, le città più virtuose sono state penalizzate. Si diceva “Non c’è più deficit di bilancio, partiamo dalla spesa che hai”, chi spendeva di più aveva quello più il 10%. Chi aveva un milione aveva un milione e cento, chi aveva trecento aveva trecento e trenta. Noi abbiamo d’altra parte delle specificità, doppia raccolta dei rifiuti, doppia rete di trasporti, doppi uffici: tutto doppio!
D. I soldi della Legge Speciale quando hanno cominciato ad arrivare? Pellicani aveva la delega per la Legge Speciale, la Commissione mi sembra non fosse stata istituita …
R. No, era stata istituita, oltre alle Commissioni Consiliari c’era una Commissione extra che si chiamava Commissione per la Legge Speciale.
D. A un certo punto le Commissioni erano state diminuite di numero.
R. La ristrutturazione delle Commissioni c’è stata forse perché in questo modo avevano più potere, chi non faceva l’Assessore faceva il Presidente di Commissione. Sono sicuro che è stata fatta la Commissione per la Legge Speciale, adesso non mi ricordo se è stata fatta a fine legislatura o dopo. E’ successo che dei fondi sono stati spostati perché il valore della lira era precipitato e il Governo Italiano aveva impegnato quei fondi per operazioni di difesa della lira,però poi i soldi sono arrivati. La Legge Speciale è una legge di investimento, cioè si facevano case, restauri … C’erano anche gli incarichi della Legge Speciale, è stata una battaglia di un anno e mezzo, gli architetti a cui venivano affidati …, poi c’era il consorzio per il disinquinamento …
D. E’ partito il Consorzio per il disinquinamento, la Municipalizzazione delle Aziende di trasporto, sono state delle tappe molto importanti.
R. Non mi ricordo tutto, se trovassi il libro del programma poliennale …, che c’è a casa ma non riesco a trovarlo. Tutti gli Assessori avevano prodotto il loro documento. Per il disinquinamento era arrivato Barry Commoner, uno scienziato di fama mondiale, quello che si era occupato del disinquinamento del Tamigi, tanto che girava la storiella che lì erano tornati gli storioni nel fiume. Era il padre dell’ecologia, era uno molto bravo. Era in una Commissione del Comune. Pontel dovrebbe sapere qualcosa, sicuramente più di me, era presidente della terza zona industriale, che poi non è stata fatta.Vi erano anche degli Enti paracomunali, come l’IRE, che nonostante la legge di scioglimento delle Opere Pie, è rimasto autonomo, gestendo così fette di potere. C’erano personaggi che contavano più degli Assessori. Sarebbe interessante delineare la vera mappa del potere.
D. La vittoria del PCI nelle amministrative del ’75 aveva suscitato molte speranze e molta gioia. C’erano state delle manifestazioni spontanee sia a Mestre che a Venezia.
R. C’era il popolo in festa, tutta la fondamenta era piena, la sala comunale tipo stadio, tante bandiere rosse. Era veramente incredibile! Fino allora i partiti in Italia crescevano di 1, 0,5%, un aumento del 7% era una cosa stratosferica, dal 29 al 36%. In parte inaspettata, anche se era cominciato il declino della DC.
D. C’era una situazione politica grave, lo shock petrolifero, l’inflazione a due cifre, la fuga dei capitali all’estero.
R. In Italia la situazione è sempre grave. Ricordo che sulla la rivista del comitato regionale del PCI, in cui scrivevano i giovani di quegli anni- un articolo lo avevo fatto anch’io sull’economia veneta- c’era un fondo di Rino Serri che cominciava con “Al livello in cui è arrivata la crisi economica nel nostro paese …”. Questo dal ’45 in poi poteva essere sempre attuale (Ride), tranne dal ’58 al ’62 ma saremmo stati in grado di trovarci qualcosa da ridire. Io ero iscritto al PCI ma …
D. Cosa è che non le piaceva, il dogmatismo?
R. Sì, era vero che il partito era un po’ una chiesa, in quei tempi non si poteva mica sgarrare. A Venezia c’era molta meno rigidità. A Padova c’era il doppio assedio …, c’era l’Autonomia. Galante, poi passato a Rifondazione, girava già allora scortato . Uno dei primi pentiti, era di Este, col programma di protezione gli avevano cambiato l’identità, lo avevano mandato in Emilia ma è stato trovato e ha dovuto andarsene da un’altra parte. Erano anni duri, a Padova era una cosa impressionante, quelli sparavano!
D. Sentiva meno il rischio qua a Venezia?
R. Sì, qua era diverso, in parecchi la pensavano in modo diverso.
D. Ci sono stati tre morti per terrorismo, Gori, Taliercio e Albanese negli anni ’80, prima attentati alla sede della DC, al Gazzettino, era morto il metronotte …
R. Gianni era andato a casa della moglie di Taliercio, era stato il primo ad arrivare là. Qualcuno gli aveva telefonato e si è precipitato. D’altra parte questi fatti erano più legati a Porto- Marghera e alla
presenza lì di piccoli gruppi eversivi, nonostante il controllo del sindacato
D. Avevano incendiato anche l’auto della moglie di Pellicani un mese prima delle elezioni amministrative. Avevate preso delle misure di sicurezza in questo periodo?
R. Il sindaco era scortato, aveva una scorta seria, erano due o quattro poliziotti. Rigo rideva perché a Venezia se passi in una calle ci sono cento finestre. Era una misura preventiva. Gianni non mi sembra, forse gliela avevano offerta e lui aveva rifiutato. Mi ricordo che un funzionario della questura veniva spesso, credo fosse uno del PCI coperto, forse per un breve periodo gli guardava le spalle.
Testo corretto da Crivellari, dicembre 2008
Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto