Domenico Luciani – Trascrizione della Videointervista

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D. Partirei da quando inizia la sua attività politica.

R. Dobbiamo risalire a un bel po’ di tempo fa, al ’54, ’55, l’uscita dal liceo scientifico a Treviso, una peregrinazione complicata all’Accademia Navale, l’uscita dall’Accademia Navale dopo un anno e l’inizio di un impegno politico a Venezia in Architettura, quindi siamo già nel ’55. E’ nel ’55 che incontro il mondo politico veneziano, mi pare che sia segretario del PCI Gianmario Vianello e che Gianni Pellicani è segretario della FGCI. Ci sono varie personalità che ruotano intorno a questa situazione politico-culturale, il rapporto con Architettura, Samonà, la figura di Giuseppe Samonà è cruciale, c’è Piccinato e Giovanni Astengo, farei questi tre nomi, tutti e tre in area socialista, roba buona. Samonà è molto maiueutico, molto maestro, forse non grandissimo architetto ma molto capace di animazione, di tensione. La costruzione della facoltà di Architettura nella metà degli anni Cinquanta è un capolavoro assoluto di scuola, non c’è grande personalità che non arrivi a Venezia, Wright[1], Le Corbusier[2], Scala. Una faccenda complicata e molto bella. Tenete conto che Architettura nasce come scuola autonoma in Italia alla fine degli anni Venti, poi non se ne fa niente fino agli anni Quaranta, nel ’48 Venezia nasce tra le primissime. Nasce da una scheggia di Ingegneria e da una scheggia di Belle Arti e si fonde in modo del tutto nuovo secondo una ipotesi di Bottai[3], e Venezia è una delle sette scuole di Architettura fino alla fine degli anni Settanta. E in quel periodo, seconda metà degli anni Cinquanta quando io la faccio, è un polo planetario. Avere Wright in Italia, a Venezia, è molto significativo, e poi gli anni Sessanta, Le Corbusier, la grande avventura dell’Ospedale finita male. Quindi una Venezia socialista, Samonà fa il piano regolatore, i socialisti, Zanon Dal Bo, hanno stabilmente l’Assessorato all’Urbanistica. I sindaci possono cambiare, sono democristiani, non ho le date esatte ma i socialisti sono lì, fermi nell’economia e nell’urbanistica in modo assolutamente perentorio. E Samonà, Piccinato e Astengo sono i punti di riferimento intellettuali di tutta quella vicenda. Questo giovane trevigiano, figlio di un topografo militare che ha molto viaggiato, tra l’altro nel partito, nel partito comunista, allora si diceva partito e basta, si diffonde la notizia stravagante che io sia figlio di un grande generale. In un congresso viene fuori questa cosa per cercare di fermare la sedicente carriera di questo sedicente dirigente e uno degli argomenti che viene usato è “Ma come …, è un figlio di un generale!” No, sono il figlio di un umile topografo dell’Istituto Geografico Militare, che ha avuto l’occasione da bambino di viaggiare e che poi meno che ventenne entra in questo mondo impegnato, molto collocato a sinistra, molto rosso, che è l’ambiente di Architettura.

D. La sua famiglia si interessava di politica?

R. Diciamo che mio padre era uno di quei militari finiti in Germania di cui ha parlato Natta[4], di cui si è fatto giustamente una rivalutazione. Questi hanno negato di vendersi e hanno pagato, mio padre è tornato nel ’45 con trenta chili addosso e con un enfisema. Hanno pagato e lui è uno di questi giovanotti che è stato in campo di concentramento dall’8 settembre del ’43 al maggio del ’45. Il figlio è cresciuto in questo impegno, che però non era molto marcato, mio padre poteva votare socialdemocratico, repubblicano …, non era democristiano, mentre mia madre era iperimpegnata a livello sociale, era crocerossina, dama di San Vincenzo e molto cattolica. La somma di questi due era una educazione rigorosa, quelle di una volta, con molto impegno, molta attenzione a quelli che erano i bisogni. Una educazione robusta di cui sono molto orgoglioso.

D. Lei si era orientato a sinistra, quindi una scelta controcorrente rispetto l’impostazione famigliare, e non era semplice avere contatti col PCI negli anni Cinquanta.

R. No, non era semplice e la cosa nasce …, ma non vorrei parlare troppo di me quanto di questo clima. Decisi di iscrivermi ad Architettura dopo l’Accademia Navale, dove avevo fatto un solo anno e avevo dato le dimissioni, pur avendo dei risultati piuttosto felici dal punto di vista del merito ma avevo capito che quell’ambiente non era l’ambiente per me, anche se la Marina non era fascista come invece certi pezzi della Polizia. La Marina era monarchica ma molto democratica, la struttura portante di vertice, è curioso, è monarchica e democratica. Le dimissioni e lo spostamento su Architettura, non è Architettura che mi trascina a sinistra, ma sono io che per esperienza e grazie al dialogo con alcune figure, anche un prete che era lì dentro, don Castelli, mi spinge verso sinistra.

D. Un prete?!

R. Sì, un prete ufficiale di Marina.

D. Un prete ufficiale di Marina matura il suo orientamento a sinistra?

R. Accetta un dialogo, mi concede molto spazio di riflessione, mi presta libri, io conosco già allora questi rovelli dell’Accademia, ho fatto centodiciotto giorni di carcere, era una situazione di incompatibilità palese. Centodiciotto giorni di carcere di cui una trentina di rigore, dove si sta in una cella vera, con un posto vero, con quello che ti porta un po’ di cose e fine della trasmissione, per sette giorni! Questo prete risponde alle domande, mi dà i libri che chiedo e una delle prime cose che leggo è Gramsci. Mi chiedevo “Ma come fa questo a vivere per anni in carcere producendo quella faccenda incredibile che sono i Quaderni!”, e questo mi inquieta. Conosco Gramsci da carcerato (Ridiamo) e don Castelli me li porta, li conosceva, mi consiglia di leggere gli appunti su Croce. Quindi Croce e Gramsci, questa tradizione specificamente italiana, di una sinistra hegeliana che prende la sua strada e che non potrà mai essere compatibile con la tradizione della Terza Internazionale e che però lo è anche, però tutti sono inquieti, chi cerca di uscire da sinistra, chi cerca di uscire da destra, Gianni usciva dalla socialdemocrazia, io volevo uscire col “consiliarismo” di Trentin e Ingrao. Tutti inquieti perché quella gabbia della Terza Internazionale era una gabbia che ci faceva molto penare, molti mal di pancia di tutti. Amendola era convinto che la scissione fosse stata un errore, una grande sciocchezza, Gianni era con lui in questo, quindi l’inquietudine dei comunisti italiani e questo sorprendeva i francesi, “Les italiennes, ch’el …(completare la frase)”. Quindi Gramsci, Croce, il Gramsci dei Consigli, e poi Torino, gli operai e questa idea di cui ancora siamo intrisi e non riusciamo ad andare su un altro terreno. Per tutta la sinistra europea e in particolare per la sinistra italiana credere che fare in piani sia salvifico, bisogna fare i piani! Se un Comune non ha il piano regolatore è “fottuto”, e questa cosa ansiosa e ansiogena del fare i piani, per fare piani, per fare piani … La sinistra nasce così, chissà quanto tempo dovrà passare perché ci si liberi di questa ansia! Una delle prime esperienze è il piano, notti intere fumose per discutere di una strada, di una cosa, di una sciocchezza, finalmente si adotta questo piano e poi si va a controllare e la città è andata da tutt’altra parte! Se n’è fregata dei piani! Ma essere di sinistra voleva dire volere il piano e la difficoltà del prendere atto che le cose andavano diversamente, scappavano da tutte le parti. Per essere di sinistra si doveva amare il piano, e se non amavi il piano eri un venduto, tutte queste querelle dolorose, anche a livello personale dolorose. Penso a tutta la fase del dibattito inizio anni Sessanta sulla terza zona industriale, sul polo, la grande discussione con Fiore Pagnin, con Cesco Chinello, con gli economisti, Luciano Barca, questa cosa della terza zona industriale che è stato un capitolo estremamente dolente e complicato perché c’è di mezzo Dorigo. Dorigo è la sinistra cattolica, aveva una rivista che si chiamava “Questitalia”[5]. Devo dire che questi cattolici di sinistra tra virgolette, non perché fossero gente di secondo piano ma perché sulla questione della terza zona industriale destra, sinistra erano traballanti. Dorigo aveva rapporti con Pistelli a Firenze, roba buona, eravamo più noi ad avere rapporti con loro che non la destra del partito. La destra del partito era molto più laica e amava i socialisti, diciamo che, se vogliamo semplificare, Gianni era filosocialista e noi eravamo più attenti a questi fermenti cattolici, ci interessava più don Milani, La Pira, un certo pezzo di Fanfani, un po’ di queste cose che non l’area socialista, De Michelis, i lombardiani. Era già delineata una differenza.

D. Ma lei architetto si iscrive allora al PCI a Venezia? La sua attività politica dove la fa?

R. Io mi iscrivo al PCI però dopo, nel ’62. C’è un episodio molto importante nel luglio del ’60, forse anche nel ’61, come le ho detto non ho studiato per prepararmi all’intervista, non sono andato a cercare nei documenti. Nel rapporto tra Architettura e il PCI questi dell’area socialista che si occupavano di piani, di piani regolatori e con un’attenzione sociale avevano un ottimo rapporto col partito comunista. I giovani che lavoravano intorno a Samonà per la vicenda del piano eravamo noi che non eravamo iscritti a nessun partito ma eravamo nell’orbita. Poi precipita questa cosa nel ’60, è molto importante perché è la presa d’atto che bisogna proprio andare in piazza, cambia un po’ i connotati della faccenda, è stata una cosa grossa per il movimento studentesco. Ce ne siamo resi conto quando arrivavano queste notizie da Reggio Emilia[6], morti, feriti, sembrava incredibile quello che era accaduto in Italia nel 1960, con la faccenda di Tambroni, che era un pezzo della sinistra democristiana. Nel luglio del ’60 veramente entriamo in politica, non si scherza più! Si va in piazza, in Riva dei Sette Martiri, diecimila persone, Marghera intera, tutta la parte attiva, e lì ci sono tre discorsi, uno per il sindacato, uno per il Comune di Venezia che aderisce, uno per gli studenti che viene affidato a me. Quella è una svolta molto importante perché parlare in pubblico in quella situazione, con un pezzettino di carta da leggere e poi l’applauso, diventa la svolta dal punto di vista del “fare politica”, che è peggio di una droga. Uno che ha fatto politica in quegli anni e in quel modo la farà per tutta la vita, magari sotto altre forme. Adesso io leggo appena i giornali ma la politica è la politica! Non si diventa cittadini qualunque, è peggio del vizio, è peggio del fumo, è peggio della droga. Il luglio del ’60 spinge la mia generazione ad entrare dentro, abbiamo 24 anni scarsi, entriamo direttamente e da lì nasce questo impegno nel partito comunista, non nel partito socialista.

D. Lei era in area PCI ma la vita di partito l’aveva mai fatta?

R. No, assolutamente.

D. E con quel discorso diventa figura pubblica.

R. Divento figura pubblico e poi cominciano incontri più ravvicinati in Federazione, le prime volte che avevo incontrato questi compagni, penso a Gianni Pellicani e a Cesco Chinello, è nel ’56 e loro sono alle prese, e a noi neanche ci sfiorava, con l’VIII congresso. Loro sono dei macerati della questione dell’invasione dell’Ungheria, di tutti questi casini, di Giolitti[7] che esce dal partito, di un grande mal di pancia complicato e noi siamo degli studenti che pensiamo che loro sono dei sereni combattenti di sinistra! Dal ’60 in poi diventiamo anche noi mal panciuti, rovello interno, cominciamo a capire che esistono pezzi del partito che la pensano diversamente, cominciamo a riflettere sul rapporto con le alleanze. Nel Veneto con il ‘58, ‘59 era cominciata una svolta politico- sociale molto robusta, improvvisamente, abbastanza improvvisamente, i dati a distanza di più di mezzo secolo ci mostrano che tra il ‘58 e il ‘64 avviene una mutazione antropologica. Le famiglie contadine si spezzano rapidamente, la ragazza va a fare la segretaria, qualcuno va in bottega, l’altro va in fabbrica, e c’è questa diaspora improvvisa del mondo contadino e una crisi profonda. Questo è il tema che ci divide da quella che noi chiamiamo la destra comunista che è la questione operaia. La questione operaia è molto locale ma anche molto generale, la posizione che sostiene Amendola, e a noi non piace, è “meglio che questi escano dalla miseria della Lucania e vadano a Torino a fare gli operai piuttosto che …” E noi rispondiamo “Nella periferia di Torino si vive peggio che nel loro villaggio con un pezzo  di pane e olio!” Comincia lì una divaricazione politico culturale che ci portano a distanze molto grandi, una valutazione diversa sulla modernità, sulla zona industriale, una attenzione diversa sulla condizione della salute in fabbrica. Un conto è accentuare la primazia sul lavoro, sull’occupazione, un conto è dire “Sì, lavoro, occupazione, ma a quelle condizioni forse è meglio fare un altro mestiere!” Lì cominciano i gruppi, comincia Potere Operaio, comincia il mondo di medicina del lavoro, le querelle sulla chimica. Nascono molto precocemente sul giudizio delle trasformazioni, da una parte la trasformazione è vista tutta positivamente, è moderna. Si molla il villaggio agricolo misero e senza prospettiva e si va in città, nella grande fabbrica. Amendola da questo punto di vista era curiosamente stalinista, socialdemocratico e operaista. Un caso davvero interessante e complicato, ed era il punto di riferimento, quindi nella dialettica del partito a Venezia si apre questa querelle e c’è poi chi è contro o a favore della terza zona industriale. La terza zona industriale è una cartina al tornasole importantissima.

D. All’interno di questo dibattito c’era corrispondenza tra lei e altri giovani più o coetanei oppure c’erano delle solidarietà trasversali?

R. Sulla questione del no alla terza zona industriale c’era la maggioranza del gruppo dirigente, Chinello, Granziera, Berto Conte, tutta la struttura. A favore erano Pagnin, Gianmario Vianello, Gianni Pellicani, qualche sindacalista, come Piovesan dei Chimici. La Federazione di Venezia era una anomalia in Italia, era una grandissima rottura di scatole per il gruppo dirigente nazionale. Aveva delle posizione non corrispondenti alla linea generale del partito, una linea per cui il processo di trasformazione che portava dalle campagne alle fabbriche era un processo positivo, emancipava. L’idea che nel Veneto questa crisi delle campagne che produceva lo sviluppo industriale e produceva a Marghera, una Marghera con 35 mila, 40 mila operai in quegli anni, era comunque la condizione per la trasformazione positiva, antidemocristiana, tutto tra virgolette. Questa cosa è particolarmente importante, io con il senno di poi sento e rileggo questo come l’inizio della critica della modernità, che mi interessa profondamente. Se noi non arriviamo al punto della critica della modernità non ne veniamo a capo. La modernità è i grandi regimi autoritari europei, è questo affidamento dell’apparato tecnico-scientifico di cose che invece dovrebbero essere recuperate all’interno di una democrazia di base. Lì negli anni ’63, ’64, ’65 si gioca una grande articolazione che non smetterà mai di agire come articolazione politica.

D. Avevate contatti con la sinistra lombardiana?

R. No, perché la sinistra lombardiana veneziana era esattamente su una posizione modernista e tecnocratica, aveva questa rivista “Rivista veneta”, diretta da Gianni De Michelis in cui era tutta lanciata su una linea di modernizzazione: il piano, i comprensori, la programmazione economica. Riccardo Lombardi, che veniva da una linea morandiana all’interno del partito socialista, era molto attento a questo problema, cioè la possibilità per mezzo dello sviluppo tecnico di controllare gli elementi che avrebbero portato verso una nuova politica dei redditi, quindi verso lo spostamento di quote significative di prodotto interno lordo verso i redditi operai. Poi c’era La Malfa, che era un uomo a sua volta molto complicato, molto articolato, perché aveva aspetti dell’una e dell’altra cosa e la discussione fondamentale era intorno a questa questione. Una volta che va in crisi l’assetto antropologico delle campagne si sviluppa un nuovo assetto urbano e industriale che cambia il mondo. Nel ’65 c’è questa grande dibattito che è durato per un anno e che si definisce nella Conferenza operaia regionale del partito comunista. Maggio ’65, lì la discussione diventa aspra, lo colloco come un tornante, è il momento che tra le due anime del partito comincia a essere difficile la comunicatività, la dialettica, non ci si capisce. Ingrao (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B.) prende questa posizione molto netta, la maggioranza della Federazione di Venezia si schiera con Ingrao e si arriva a questa conferenza, nasce questa discussione molto netta, aspra, e lì c’è la crisi del gruppo dirigente veneziano. A quel punto la posizione che Cesco, io, Granziera e altri stavamo elaborando piano piano usciva dai limiti, lo vedremo col Manifesto, nonostante tutti restino dentro si era creata questa situazione “fuori dalla linea del partito”.

D. In relazione alla terza zona industriale c’è anche l’episodio dell’acqua alta del ’66.

R. L’acqua alta del novembre del ’66 è un altro momento in cui si comincia la querelle sull’affidamento o meno alla tecnica, sulla Legge Speciale o non sulla Legge Speciale, però c’è una tale drammaticità, è stata una cosa veramente spaventosa, che il dibattito manca un verbo può essere si orienta? su una legge speciale che desse dei mezzi per sistemare un po’ di cose. Nell’arco di pochi mesi se ne vanno alcune migliaia di persone perché tutti i piani terra sono inagibili. Anche e perfino nel ’66 la discussione non smette, perché sulla Legge Speciale ci sono i convinti di questa legge complessa, ricca di controlli, farraginosa,  e altri che sostengono che si sarebbe dovuto dare molto più potere al Comune, senza tutti i controlli dello Stato. Quindi la discussione su lo Stato al centro di tutta questa operazione, lo Stato che rivendica e invece noi, la sinistra del partito, che punta di più verso un’autonomia gestionale, sul ruolo del Comune e della gente in questa faccenda. Il ’66 è un altro momento complicato e poi nasce il Sessantotto.

D. Per l’appunto volevo chiederle del ’68  e del ’69 operaio.

R. Diciamo che c’era stata tutta la cosa operaia, ho detto prima che il ’65 è veramente importante per la storia del partito comunista veneto e veneziano. Il ’65 è veramente un tornante, è l’inizio e la conferma, il consolidamento di una divisione che diventa veramente complicata perché non ci si capisce neanche più personalmente. Io con Gianni Pellicani ho avuto un rapporto …, non ho avuto rapporti privati, sì, siamo andati a cena qualche volta come tutti, abbiamo avuto un rapporto di grande rispetto reciproco ma sempre pubblico, “nelle istanze”, come si diceva allora. “Dobbiamo discutere nelle istanze” e lui era uno che discuteva nelle istanze, non si tirava indietro. Questa faccenda del Sessantotto di nuovo noi interessati, qualcuno va anche a Parigi, non io, Lucio Magri, la Rossanda andava già , ma è tornata subito a Parigi, la Castellina, tutto un cercar di capire cosa è questa roba e cominciano subito le discussioni sul Sessantotto, Marcuse, di nuovo la critica della modernità, Ivan Illic perfino! Circolano queste cose interessanti ma non nella nostra tradizione e poi il femminismo, un’altra cosa molto importante e lì raggiungiamo il livello massimo di unità, perché nessuno poteva davvero fare …l’eroica tradizione dell’UDI. C’era la gloriosa moglie del sindaco di Cavarzere, il pilastro della battaglia della tradizione, ma lì sulla tradizione si innesta la giovane studentessa, che legge Luce Irigaray, le nuove cose dell’analisi di gruppo …, questa cosa ha uno sviluppo impressionante nell’arco di pochi mesi tra il ’67, ’68, ’69. Non c’è classe di liceo che non faccia le analisi con lo specchio, tutta questa faccenda che dilaga in modo impressionante. Il movimento femminista …, a me risulta che quando un movimento si radica tra la gente e condiziona il senso comune può spegnersi, perché a quel punto è diventato senso comune. Per esempio il movimento verde, tutti parlano di compatibilità, di nuove energie …, è diventato senso comune per cui avere un movimento verde che cerca i voti in quanto verde è complicato, bisogna intridere di contenuti verdi tutte le formazione e questo è quello che sta avvenendo. La fine degli anni Sessanta a Venezia, nel Veneto, è vissuto come inizio della crisi di Porto Marghera, la Chimica, tutte le tensioni, Potere Operaio, tutto il gruppo dirigente è dentro, siamo lì, ci facciamo un grandissimo lavoro per portare questo movimento operaio avanti …, la Sirma. La Sirma addirittura nel ’64, mi sovviene la data precisa ed è la lotta della Sirma contro le polveri sottili che è la prima lotta seriamente impostata come lotta per le condizioni di lavoro, più che sul salario, sulla condizione di lavoro. C’è questo mitico operaio, Rodolfo Calzavara, che per un po’ troneggia come leader indiscusso di tutta la lotta operaia, quindi ’64 e la Conferenza operaia del ’65, che come ho già detto è il punto di discrimine perché se la crisi contadina mi costruisce Marghera e Marghera è questa tragedia della Sirma …, dobbiamo ripensarci! Lì nasce una vera crisi di prospettiva, ripensarci come? La Democrazia Cristiana ci pensa, propone il campanile e la fabbrica, no a Marghera e sì alla diffusione e nasce prima come fenomeno produttivo e poi come residenziale, la città diffusa. Se noi dovessimo essere onesti dobbiamo riconoscere che abbiamo fatto una bella battaglia contro Marghera, contro la degenerazione dei ritmi di lavoro, della salute ma non abbiamo detto quasi niente sulla domanda “E allora tu cosa vorresti fare?” Nel Veneto nel ’51 avevamo più del 50% di addetti in agricoltura, oggi siamo al 3, 4, 5%. Tra il ’58 e il ’64, c’è questo grande tornante drammatico, la popolazione che si occupa in agricoltura è significativamente diminuita, dal ’50, 60% al 20, 15, 10. La crisi dell’agricoltura veneta è una crisi verticale, demografica, antropologica, Marghera risulta essere un inferno, “E allora cosa?” La Democrazia Cristiana dice cosa, noi non diciamo niente!

D. Lei, architetto, allora è ancora iscritto al PCI?

R. No, sono stato iscritto al PCI per quattro, cinque anni in tutto.

D. Continua a fare politica?

R. Sì, voto PD, ma l’iscrizione al partito per me finisce nel ’68, ’69. Sono cacciato dal partito, nel ’67 subisco un processo curioso, Frattocchie, discussioni postprandiali con amici vari, c’erano degli amici cecoslovacchi, discussioni sulla Cina, allora c’era la questione della Cina e di Cuba. Questi dodici fantastici pazzi cubani avevano preso il potere, poi c’era Mao, discussioni libere a cena e quindi sulla base del fatto che, uno che rompe le scatole per anni, non accettando, non facendo, discutendo, se trovi un pretesto lo incastri. Allora il pretesto è stato che in tutte queste discussioni io avevo preso una posizione antisovietica, eravamo una frazione antisovietica e allora si è riunito la commissione centrale di controllo che d’accordo con la commissione federale di controllo diretta da un vecchio simpatico quadro, Ravagnan, un vecchio signore chioggiotto, che ha riunito la commissione a Cannaregio. E quindi venti persone che mi interrogavano, “Ma tu in tal sera sei stato al ristorante col compagno di Udine e hai detto che in Ungheria non vedevi tutte queste azioni della Cia- perché c’era il problema della Cia, i moti ungheresi erano dovuti alla Cia- ma tu hai detto questo?!” “Sì, ho detto questo perché lo penso!” Alla fine c’era tutta la lista, “Tu hai sostenuto, tu hai detto questo, poi hai detto quello …, noi ti consideriamo oggettivamente fuori dal partito!” Questi sono i processi! Siamo nel 1967, non nel Medioevo! Estate 1967, io ero in vacanza e mi hanno chiamato per questo processo!

D. A Venezia?

R. A Venezia e io ero l’imputato. E’ un episodio di cui non ho mai parlato e di cui non mi piace parlare ma insomma me l’ha chiesto. Non so quanti erano ma se c’era la commissione che funzionava … Se c’era una discussione accesa era facile beccare uno che diceva una cosa che magari non pensava ma in quel momento si sentiva di dirlo. Comunque era vero che, Amendola e tutti i suoi per un verso, Ingrao e tutti i suoi per un altro, pensavamo che quella tradizione ci stesse stretta e che in Unione Sovietica non ci fosse il socialismo, il comunismo. Io poi con Architettura ero stato in Germania dell’est  ed ero tornato sconvolto. Questa protezione sociale tecnica e la personalità umana, il diritto di cittadinanza uguale a zero! “Ma tu però sottovaluti che quando nasci hai …, che quando vai all’asilo …, che poi hai la piscina, che poi sono grandi atleti, quando muoiono …” Questa assistenza perfetta! “Ma io lì ho visto della gente spenta! Non hanno nessun bisogno di pensare, è tutto pensato!” Un paese assolutamente …, beh l’avete visto il film? “Le vite degli altri”[8], era assolutamente così, è un film fatto con una attitudine documentaria impressionante! Sostenere che questo paese era il migliore paese al mondo! Perché c’erano alcuni architetti, anche importanti, che erano convinti che così si dovesse fare, che quello era il modo per costruire le case, la città. “Ma che ti frega se sono brutte, ognuno ha la casa!” “Ho capito che ognuno ha la casa ma visto che si deve fare la casa per ognuno potresti anche mettere in moto un processo culturale …” Insomma la discussione eterna, la discussione sulla modernità, come ho detto prima, insisto è la critica della modernità il punto cruciale.

D. Quindi lei in quegli anni lavora, fa l’insegnante?

R. Lascio il partito, o meglio mi cacciano …

D. Scusi la domanda personale, ha vissuto con dolore il processo?

R. Beh insomma, adesso ne parlo in modo abbastanza distaccato ma fu complicatissimo per me, intanto perché ero funzionario e vivevo con questo stipendio assolutamente misurato, mia moglie insegnava, e poi giravo, facevo, andavo, era la mia vita. Ero responsabile di una zona che andava da Marghera fino ai confini con la provincia di Padova, tutto il mirese, il dolose, per questo ero stato così coinvolto sulla faccenda della terza zona industriale e poi c’era stata la querelle se dovevo fare il funzionario, perché ero sempre uno che rompeva. Non si sapeva se farmi fare il Consigliere Comunale o Provinciale, allora c’era una legge per cui si poteva essere Consiglieri Comunali a qualsiasi Comune si appartenesse in Italia, invece per la Provincia bisognava risiedere. Io non mi ricordo ma avevo la residenza a Verona perché i miei abitavano a Verona e quindi nel ’64 non ho fatto il Consigliere Comunale a Venezia, questo era il programma che avevamo fatto con la Federazione. Non l’ho fatto perché nell’ultimo giorno ho scoperto … e sono finito a fare il Consigliere Comunale a Dolo, capogruppo consigliare a Dolo, è un’esperienza che dura un paio d’anni, poi nasce la vicenda della frazione antisovietica …

D. Aveva avuto la solidarietà di qualcuno?

R. Sì, ci sono stati tre …, allora la sede in cui avvenivano le vere discussioni era il comitato federale, c’erano una cinquantina di soggetti che venivano da tutta la provincia, tutto il gruppo dirigente, i deputati.

D. Dov’era la Federazione?

R. A Cannaregio, in Corte del remer, c’era questa sala dove si faceva il comitato federale, poi via via abbiamo cominciato a farne sempre di più a Mestre, in via Torino. Il comitato federale si svolgeva lì, c’erano questa cinquantina di persone che rappresentavano bene i pezzi del partito. Ci furono tre, quattro comitati federali uno dietro l’altro, poi era il pretesto, fatto fuori uno si cominciava la catena, tutti capivano che era solo l’inizio. Si colpiva l’anello più debole, quello più giovane, quello più intellettuale, quello più rompiscatole, non era subito puntata su Chinello, sui veri obiettivi. Cesco ne dà conto abbastanza bene nel libro[9], fu una discussione molto accesa, con uno schieramento solidale e i contrari. Se ben ricordo Gianni Pellicani non scelse una linea di killeraggio, secondo il suo carattere, era un signore nel partito comunista. Gli dicevo sempre “Se avessi incontrato prima Bruno Visentini saresti stato repubblicano! Ma che diavolo fai qui? Non centri niente!”

D. Quindi esce dal PCI. E come arriva a Democrazia proletaria?

R. Arrivo col Manifesto, faccio parte del gruppo del Manifesto, sono uno degli undici[10] che costituiscono il primo comitato centrale del manifesto. Ne parla Rossanda nel suo libro “La ragazza del secolo scorso”[11] . Questa cosa è drammatica a sua volta perché a Venezia  c’era la maggioranza su certe posizioni  e poi però questo collante del partito, che è una cosa misteriosa ma potentissima, li trattiene tutti. Usciamo in otto da Venezia, non so se li ricordo tutti: Granziera, Luciani, Gualtiero Bertelli, gli architetti Gianni Fabbri, Cristiano Gasparetto, Giorgio Leandro, e poi …, il glorioso, la nostra bandiera, un netturbino della Giudecca, Walter Parmeggiani, lo mettevamo sempre davanti. “No, è uscito anche un operaio, eccolo qua! No, non siamo solo intellettualini!” E lui era uno con una stazza fantastica e una parlantina! Ci copriva sempre, lo portavamo a tutti i congressi, sbandierato e felici! Otto in tutti! Un casino che aveva travolto mezzo partito e al dunque …, otto! Un piccolo gruppo di giovani architetti, perché anche tutti gli altri, pur essendo simpatizzanti, “Però il partito, ma no! Dove andate? Cosa fate!” Anche giustamente perché ci siamo messi a fare una rivista, questa rivista è stata molto amata, molto apprezzata, trentamila copie vendeva “Il manifesto” rivista, fu un fenomeno politico e intellettuale che non ha graffiato, ha molto più graffiato “Lotta continua”.

D. Il manifesto quotidiano però esiste ancora!

R. Sì, infatti, ma non ha mai passato il confine di fenomeno politico intellettuale anche fine, intelligente e il movimento politico, mentre Lotta continua per qualche anno è stato un vero movimento politico, anche con delle responsabilità, abbiamo visto questa cosa di Calabresi. E lì noi de “Il manifesto” abbiamo preso posizione, chi più, chi meno, io di più, con Magri e gli altri, altri meno, Rossanda che ha avuto delle responsabilità pesanti sulla vicenda “7 aprile”[12] con Negri e altri, ha avuto una forma di tenerezza e simpatia.

D. Ha visto che è uscito un libro per manifestolibri, “Processo sette aprile”[13]?

R. Devo prenderlo, comunque siamo già al ’78 e il “7 aprile” è già una sberla che ci divide in modo radicale e irrecuperabile (Fine lato B. Lato A, cassetta n. 2)

D. E la sua collaborazione alla rivista “Il manifesto”?

R. “Il manifesto” era un fenomeno curioso, c’è questo gruppo all’inizio un gruppo ristretto, le firme sono undici, c’era Rosasanda, Pintor, Natoli, quelli che avevano ruoli negli organismi nazionali o parlamentari, poi tre o quattro che erano stati nell’orbita politico intellettuale, come Lucio Magri, Luciana Castellina, e poi c’erano dei quadri perifici, tra i quali io. Un gruppo molto piccolo, molto ristretto che aveva quest’area di lettura, di interesse, piaceva a una certa area intellettuale, a un’area operaia, c’era anche il sindacato che erano ovviamente rimasti dentro il partito, e aveva un sistema di relazioni aperto, in particolare con Ingrao, Trentin, con una area di sinistra comunista, tra virgolette sociale, interessata di più ai movimenti nella società, che non ai movimenti elettorale o del parlamento. Nel ’72, mi pare che sia, decidemmo di presentarci alle elezioni, e ci fu il famoso autogoal di Valpreda[14]. Un gruppo che aveva una robusta esperienza dentro al partito che aveva mantenuto un rapporto abbastanza fluido con la parte che era rimasta dentro e che parlava a un’area abbastanza interessante e importante, 35 mila copie di una rivista non è pochissimo per l’Italia. Un’area di sinistra sindacale, piacevamo molto ai quelli della Fim-Cisl, ai ragazzi anarchici della Fim-Cisl, spesso ragazzi di prim’ordine, peraltro, che però non avevano un punto di riferimento ideale se non in Carniti, ma questo “manifesto” era l’unica rivista che funzionava in una direzione “consiliare”, di nuovo Gramsci, di nuovo Trentin, di nuovo certe esperienze della Fiat.

D. E in area veneziana, di chi eravate punto di riferimento? Di certe parti del partito comunista e del sindacato? Era questa l’area?

R. Sì, noi potevamo incontrarci regolarmente con Cesco, con Berto Conte, con Giuliano Ghisini, con tutti i quadri che erano rimasti nel partito ma avevano una certa posizione. Contavamo di più di quanto non apparisse enumerandoci. Enumerandoci eravamo una piccola banda di disperati, in realtà avevamo questo sistema fluido di relazioni interne con chi era rimasto nel partito e non avevamo rotto, non avevamo detto “Ah, vi siete spaventati e siete rimasti dentro!” No, avevamo un bel rapporto dentro – fuori, non avevamo preteso che tutti facessero questa scelta e avevamo anzi capito che era quasi logico che poi il grosso dei quadri rimanesse nel partito perché il partito non era una roba da buttar via nella nostra idea. Era una roba di straordinaria tradizione che era arrivato fin là, però era intriso di contraddizioni, ma il partito era il partito, non si scherza! Noi non pensavamo di fare l’altro partito di massa. Ci fu una grande  tensione con chi fece la marcia inversa, cioè con Massimo Cacciari e gli altri, mentre noi vivevamo l’esperienza dell’uscita, teorizzavano la necessità dell’entrata, cioè “l’entrismo”. E questa cosa nel ’69, ’70 fu particolarmente dolorosa per noi perché pensavamo che questi giovani intellettuali, questa nuova generazione, una generazione spostata di una decina d’anni circa, un po’ meno con Cacciari, ma con gli altri, Dal Co, potesse esserci un assemblamento. Era interessante l’idea di una aggregazione che non si metteva su una posizione settaria, noi abbiamo sempre combattuto il settarismo, sia quello di Lotta continua che di Potere Operaio, di Avanguardia Operaia. L’idea di separarsi dalle grandi strutture del movimento operaio, sindacali e politiche era una sciocchezza per noi, non avevamo mai immaginato questo. Il problema era di esercitare un’influenza, una dialettica, un condizionamento nei contenuti, tenere i contatti e invece questo  fu messo in crisi non dal partito in quanto struttura di massa, fu messo in crisi a Venezia da questo piccolo gruppo di entristi che posero oggettivamente una condizione “o noi o loro”. Il partito non vedeva l’ora di trovare un altro appoggio politico- intellettuale alternativo e nacque questo robusto gruppo. Furono subito messi a fare i Consiglieri Comunali, Cacciari a San Dona, Marco Venturi e tutti quelli che accettarono. Era una bella banda di ragazzi intelligenti che ebbe, rivisto storicamente, un effetto pernicioso, secondo me nell’evolversi della vicenda, del dibattito.

D. Avevate rapporti con Lotta continua?

R. Con Lotta continua c’era un gran lavoro insieme a Marghera, però loro avevano i loro canali nell’impegno cattolico di base, erano una roba socialmente molto buona e molto radicata, Lotta continua era a Venezia …, forse c’è stata la vicenda di questa grande famiglia, i Boato, che ha creato qualche problema, ma in Italia complessivamente è un grande movimento che prese alcune posizioni radicali su alcune questioni, fino alla campagna Calabresi che poi è una responsabilità complicata su cui non è il caso di discutere. Complessivamente trovo che il movimento di Lotta continua, a partire da Torino, Viale, e Pisa, Sofri, sia il punto più robusto di tutto ciò che si muoveva fuori dalla tradizione del movimento operaio, il punto più nuovo e anche più creativo, mentre Potere Operaio io non l’ho mai amato perché, mentre noi tentavamo di spostare le grandi strutture del sindacato, loro si mettevano in una posizione inversa, mettere i bastoni fra le ruote, era tutto venduto, il partito era tutto venduto, il potere operaio doveva nascere per vie completamente diverse e contro. Noi non eravamo contro, eravamo per uno spostamento, facevamo spesso l’esempio del lottatore di judò che con poca forza spostava grandi masse, mentre loro erano contro, convinti che tutto fosse perduto. E lì c’era un’altra faccenda che andrebbe analizzata, alla quale io ho avuto modo, perché ho avuto una fase a Firenze, nel ’61, di lavoro professionale e politico a Firenze …

D. Si trasferì per un periodo a Firenze?

R. Si mi sono trasferito a Firenze nel ’60, ’61 e parte del ’62 per ragioni famigliari, private, avevo dovuto trovare una soluzione a una vicenda personale molto complicata, e avevamo deciso con la mia compagna di andare a vivere a Firenze, lei aveva una famiglia, dei figli, eravamo tutti nel partito, dovevamo prendere un po’ di distanze, in più mi era arrivata una proposta da Acquaroni e da Detti che erano le due figure fondamentali di Architettura a Firenze, quindi avevo avuto modo di andare lì e avevo intercettato l’esperienza importante di “Quaderni rossi”, quindi Panzieri, Foa, i giovani Silvano Miniati, Vittorio Rieser, Claudio Greppi. Panzieri era una personalità molto forte, l’origine è sinistra socialista, sinistra lombardiana che poi si sposta e come noi avevamo dentro il potente Pietro Ingrao, loro avevano il potente Vittorio Foa. Sto scherzando, è per intenderci, una figura carismatica con la quale avevano un dialogo continuo. Con Foa ci si trovava al mare, a Fregene, lui aveva una piccola casa, era nel gruppo dirigente della Cgil e lì c’era  la riunione della domenica pomeriggio. E poi queste discussioni dove il più radicale era Tronti, Panzieri nonostante avesse delle posizioni così aspre in “Quaderni rossi” finiva con l’apparire moderato perché Tronti, da una parte, e Negri dall’altra avevano già cominciato ad accelerare verso una posizione operaista radicale che li aveva portati appunto a Potere Operaio e poi ad Autonomia. Poi Tronti ha fatto un virage, riassestandosi dentro alla grande struttura del partito. Nel gruppo di “Quaderni rossi” l’unico di Venezia che aveva attraversato questa esperienza ero io, poi quando ero tornato era ritornata utile. A Venezia vi erano alcune case, alcuni posti, dove era possibile ritrovarci, tant’è vero che siamo stati molto accusati di essere salottieri, ma dovevamo pur trovarci da qualche parte! E poi c’era un circolo, il circolo “Il ponte” presieduto da Marino Berengo in Campo Manin, dove c’era un grande negozio di cancelleria, che ora non c’è più, c’è una banca, e sopra c’era il circolo presieduto da uno storico importante Marino Berengo e lì a partire dal ’60, subito dopo questa grande manifestazione in Riva dei Sette Martiri, il giorno dopo siamo stati lì a discutere. C’erano i responsabili del partito, alcuni sindacalisti, alcuni intellettuali, lui era uno storico che allora dirigeva l’Archivio di Stato, varia umanità di pregio, posso definirla così. Qualche volta ci si trovava a cena da comuni amici, c’era questa koinè veneziana di sinistra che intercettava pezzi di partito, pezzi di sindacato, pezzi di università. Poi io mi sono un po’ spostato e poi dall’87 sono qua prigioniero (Sorride).

D. Come era maturata la sua candidatura per Democrazia proletaria?

R. Avevamo fatto questa faticosa e simpatica fusione con Avanguardia Operaia, c’era, mi ricordo, questo ferroviere mestrino, che Dio l’abbia in gloria, un meraviglioso combattente ma di una noia pazzesca che si chiama Renato Darsie. Lui era capace di ripetere quattrocentosettanta volte che “Sì, go capio ma mi doman de matina ae sie go da n’andar a lavorar!” Uno che mi ricordo un po’ come un’ossessione, una bravissima persona, un militante straordinario ma noiosissimo e poi c’era Gigi Bello, che poi mi sostituì Consigliere. Avanguardia Operaia era abbastanza radicata a Mestre, mentre noi eravamo radicati a Venezia e fu un matrimonio abbastanza simpatico e non faticoso. C’erano le sedi nuove agli Ormesini, una fase abbastanza interessante e poi avevamo intercettato uno strato di giovani studenti, dal Marco Polo, dagli istituti tecnici, studenti medi superiori, dai sedici ai diciotto anni, prima dell’università e questa fu una fase interessante che ci permise di rinverdire un po’ le cose e poi prendemmo quella sede ai Carmini, appena giù dal ponte dei Carmini, a destra c’è la farmacia, a sinistra c’era la nostra sede per un periodo, che era molto attiva perché c’era il Marco Polo vicino, l’Istituto d’Arte e fu una cosa nuova e abbastanza interessante. Io vengo eletto, non va male, sfioriamo i due Consiglieri, abbiamo perso il secondo per poco. Non siamo necessari, però eravamo un po’ ascoltati, io avevo un atteggiamento …, mi piaceva rispondere alle domande. “E tu cosa faresti?” Perché non basta criticare, un po’ da architetto, da uno che ha fatto l’esperienza nell’urbanistica. Con Gianni Pellicani eravamo d’accordo per un contributo obliquo, che era la presidenza della commissione Bilancio e, tra l’altro, era la commissione a cui teneva di più. Era un po’ la sua passione quella del bilancio, lui era vicesindaco, Assessore al Bilancio, tutta la parte economica la curava lui, tutti si fidavano di lui, aveva questa personalità dal punto di vista amministrativo, carismatica e un rapporto di grande schiettezza e semplicità, anche quando c’era da dire di no. Mi ricordo un episodio, voglio dire il peccato ma non mi farete confessare il peccatore neanche sotto tortura! Un concorso per un importante posto veneziano museale, la mia idea era che ci fosse un candidato molto migliore  di quello che poi fu scelto, lui fu irremovibile, mi disse “Forse hai ragione ma la tua proposta è fuori portata”, lui aveva anche questo piglio, di uno che doveva decidere, perché governare è anche questo.

D. In quel periodo aveva anche il partito in mano.

R. Infatti, su di lui convergevano molte cose, sapeva stare un passo indietro rispetto al sindaco essendo però quello che di fatto aveva in mano tutte le leve. E mi ricordo questo piglio che mi sorprese ma mi sorprese positivamente, pur pagando io un prezzo, essendo straconvinto che l’altro candidato era molto meglio, mi resi conto che effettivamente nelle vite delle amministrazioni c’è il momento in cui bisogna decidere. Mi ricordo che rimasi un po’ male ma ne capii la ragione.

D. E con i repubblicani? Non erano in maggioranza ma erano una sorta di quinta colonna per la Giunta.

R. Io penso che fosse così, perché nel proseguo del tempo, la mia idea …, bisogna arrivare al ’90 che è il secondo momento in cui faccio il Consigliere, la mia idea era che si potesse fare un’operazione di sinistra  a partire dai repubblicani, perché c’era stato tutto l’episodio di Visentini, l’idea anche di Pellicani, che Visentini sarebbe stato un buon sindaco, però lui non si convinse, mandò avanti un uomo che non aveva il suo carisma, l’avvocato Antonio Casellati e non se ne fece niente. Ma la posizione dei repubblicani, sia Zorzetto che quel giovane avvocato che lavorava con Salzano …

D. Scano? Non era avvocato …

R. Era architetto ma si occupava di norme per cui l’ho sempre confuso …, si occupava di norme e lavorava molto con Salzano. Sia Zorzetto che Scano erano molto aperti a una ipotesi che avrebbe costruito una maggioranza più ampia e a sinistra , mi piaceva l’idea e penso che sarebbe stato possibile allargarla fino a non avere nessuna opposizione esterna sulla sinistra. Però non se ne fece nulla perché nel ’90 tutto cambiò, io presi questa decisione stravagante di fare questo tentativo con Mario Rigo, non so se ve lo ricordate? Con una lista di iniziativa civica? No? Meglio così.

D. Comunque in quella compagine amministrativa il dibattito era molto ricco, interessante, lo si vede nei verbali del Consiglio Comunale.

R. Nel ’75 non so in quanti ma in molti Comuni italiani c’erano amministrazioni di sinistra, anche le Province. La Provincia di Venezia si trovò del tutto impreparata, furono fatti Assessori dei ragazzi simpatici ma senza arte né parte, dovevano essere Consiglieri eletti, non si poteva prenderli da fuori, per la vecchia norma che fu cambiata nel ’90. Quindi amici giovani improvvisamente Assessori a questo, a quello, e fu un problema. Quello è un altro capitolo, bisognerebbe studiarlo e rifletterci sopra perché fu insieme un fatto enormemente positivo ma non privo di insidie. Tanti problemi che erano rimasti insoluti e che loro si trovarono a dover assumere, vennero risolti con un ampliamento probabilmente sconsiderato del demanio dei beni immobili. Nei Comuni ho visto questo fenomeno, l’acquisizione delle ville, poi si devono restaurare ma se non ci sono i soldi … Questo mio mestiere latente, che non ho mai abbandonato, il paesaggio, il patrimonio, se tu prendi una cosa, la restauri ma non hai un padrone di casa adeguato per almeno trent’anni, si finisce per buttar via denaro. E tra il ’75 e l’80 un po’ questo fenomeno è successo. Esperienze che si fanno ma ci fu una dilatazione della responsabilità diretta gestionale della parte pubblica, nella proprietà pubblica delle aree, torniamo al punto della pianificazione di prima. Nei paesi in cui funziona c’è un demanio pubblico enorme, in Olanda ad esempio. Invece eravamo in Italia e alla fine ci si trovò con un indebitamento veramente pesante e a distanza si pagarono dei prezzi.

D. Non si era mai parlato di aprire la maggioranza a Democrazia proletaria?

R. In modo esplicito no, ci fu sempre un rapporto fluido, buono, pulito con critiche molto aperte, nei miei interventi in Consiglio Comunale non diplomatizzavo, dovuto anche alla quota di fiducia che era piuttosto robusta, ma proposte esplicite non ne ricordo.

D. E come vede il rapporto tra il partito comunista e l’alleato di governo, il partito socialista?

R. C’è questo problema che è storico del partito comunista, che fa parte del suo modo di essere, “Gli altri hanno la carne un poco più debole della mia”, questo è nel Dna dei comunisti. Gli altri sono un poco più esposti, “Devo stare attento, vanno soggetto a debolezze, io sono un po’ meglio!”. Questo dice il comunista e quindi il rapporto era giocato su questo, che era una cosa prepolitica, una cosa personale. “La mia moralità, la mia etica pubblica è più strutturata, io sono un comunista, non si scherza. Tu sei un socialista, ti piace anche qualche avventura, se un po’ più esposto di me, hai la carne un po’ più debole della mia”. E’ sempre stato così e fu così anche in quel periodo.

D. E con la Democrazia Cristiana?(Fine lato A, cassetta n. 2. Lato B)

R. Non c’è mai stata una Democrazia Cristiana che avesse una posizione radicalmente antagonistica al partito comunista e viceversa. Io vedo più dialettica, nel periodo di Gagliardi c’era proprio una dialettica. Gagliardi era tutto collegato con il movimento lapiriano, col movimento toscano, era una figura politicamente molto robusta, Pistelli eccetera. Gagliardi è morto improvvisamente per incidente, per cui è rimasta una situazione così … e poi Dorigo, una buona sana dialettica. Se lei guarda il rapporto sindacale, penso che la situazione di Venezia sia stata una delle situazioni tra le più unite, tra Cgil, Cisl e Uil, non a caso Venezia è un’eccezione nel Veneto. L’aria che respiri è un po’ più spostata, più tollerante, più gentile con gli ultimi, è più attenta. Il patriarca …, anche la Chiesa non ha mai messo lì un “saccagnotto”, hanno sempre messo roba buona. Questo qua è un po’ la Compagnia delle Opere, ma è comunque roba fine. Il vescovo di Treviso è sempre diverso dal patriarca, Venezia è Venezia, ha questa sua rendita di posizione enorme, di cui non si rende neanche ben conto ormai, sul terreno internazionale, sul terreno di tutti i parametri fondamentali. Una città trattata come le dieci città del mondo, potrebbe fare una politica come faceva Firenze con la pace nel Vietnam, se volesse farlo. Se Venezia volesse prendere il ruolo di una città che fa fare la pace a Israele e la Palestina, può farlo. E’ impressionante il potere di attrazione, il gradiente di gravitazione culturale, il prestigio, il carisma, nonostante sia quella che è, tutti ne soffriamo. Io abito a San Bartolomeo, sono un pendolare incallito. Quindi con tutti i decadimenti, tutte le difficoltà, tutti i casini, tutti i suoi Mose, ma se volesse Venezia può assumere un ruolo, basta parlare in giro per il mondo che cosa è Venezia.

D. Un ultima cosa, un ricordo di Gianni Pellicani e se secondo lei è stato utilizzato al meglio dal partito a livello nazionale.

R. Quando Gianni Pellicani ha raggiunto la dimensione nazionale e la postura di dirigente nazionale io  avevo preso tutt’altre strade. L’ho conosciuto finché ha fatto il vicesindaco, quindi nella seconda parte degli anni Settanta e la prima parte degli anni Ottanta, dopo di che l’ho visto costruirsi una posizione molto vicina a Berlinguer e molto importante nel gruppo dirigente a livello nazionale, coordinatore della segreteria. Lì però non avevo più contatti con lui e quindi non so quanto corrisponde quello che lui ha avuto a quello che lui poteva effettivamente dare, a giudicare dall’esterno, con questa lunga consuetudine politica e non personale, ripeto con Gianni non abbiamo avuto rapporti privati. Io non mi ricordavo neanche avesse una figlia, quindi rapporti tutti pubblici, tutti ufficiali, tutti ragionati, tra persone politiche e pubbliche, a giudicare dall’esterno mi è parso che lui  per la sua personalità e per la sua struttura verso la parte più alta della sua carriera abbia avuto qualche soddisfazione interessante. Però non so se questa cosa la vivesse con amarezza o avesse avuto qualche altra idea, francamente non lo so. Nella storia del partito comunista veneziano Gianni Pellicani è quello che più nettamente ha espresso la sua appartenenza al gruppo dirigente nazionale, la sua statura di uomo politico nazionale, dovrebbe esserne stato contento.

D. Non avete più avuto modo di incontrarvi?

R. Ci siamo sentiti qualche volta per delle cose pratiche, per esempio negli ultimi anni mi aveva chiamato per raccomandarmi …, “ C’è un progetto di Cacciari, so che ti occupi di giardini …” “Gianni mi occupo di giardini ma mi occupo anche di qualcos’altro. Vediamoci!” “Sì, devo venire … Lì a Castello abbiamo una meravigliosa serra da restaurare, se Benetton ci dà …” Lui continuava a sponsorizzare operazioni concrete, questo era molto bello di lui, e si spendeva, cercava in tutti i modi, il suo amore per l’amministrazione, per mettere a posto le cose, per il “fare”, per risolvere problemi. Qualche telefonata di questo tipo me la ricordo ma non robe particolarmente importanti. Però veniva sempre fuori questa consuetudine, gente che discute per quaranta, cinquant’anni della propria vita …, sono quelle persone che, nonostante non abbia avuto una consuetudine privata, se lo incontri la abbracci, ti commuovi! Questo capita.

[1]          Nel 1951 l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia conferì la laurea honoris causa a Frank Lloyd Wright. Nel 1953 l’architetto statunitense progettò il Masieri Memorial, la fondazione/foresteria voluta dalla famiglia di Angelo Masieri,  precocemente scomparso negli Stati Uniti dove stava lavorando con Wright, che avrebbe ospitato studiosi e studenti di Architettura a Venezia. Il progetto non ottenne i permessi necessari e non fu realizzato.
[2]          Le Corbusier, su sollecitazione di Carlo Ottolenghi, avvocato socialista veneziano, partecipò e vinse nel 1963 il concorso nazionale per la costruzione di un nuovo ospedale a Venezia nell’area di San Giobbe, come previsto dal Piano Regolatore Generale della città. Nell’aprile del 1965 Le Corbusier era a Venezia con le tavole del progetto e il modello da esporre in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico di IUAV. Il progetto non fu mai realizzato, nel 1978 si decise più opportuno fare il nuovo ospedale  a Mestre.
[3]          Giuseppe Bottai fu Ministro dell’Educazione Nazionale, governo Mussolini, dal novembre del 1936 al febbraio del 1943.
[4]          A. Natta, L’altra Resistenza. I militari italiani internati in Italia, Torino 1997.
[5]          “Questitalia, bozze di politica e cultura” fu una rivista di dibattito politico fondata e diretta da Wladimiro Dorigo, intellettuale, politico e storico veneziano; la rivista uscì dal 1958 al 1969.
[6]          Il 7 luglio del 1960 nel corso di una manifestazione sindacale a Reggio Emilia le forze dell’ordine sparano ad altezza d’uomo uccidendo gli operai Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Il governo Tambroni, monocolore democristiano con l’appoggio esterno del MSI e dei monarchici, a seguito delle proteste avvenute a Genova nel mese di giugno all’annuncio che il congresso nazionale del MSI si sarebbe tenuto nella città medaglia d’oro della Resistenza, aveva deciso la linea dura verso ogni manifestazione, consentendo di aprire il fuoco nelle “situazioni di emergenza”. Nella stessa giornata ci furono scontri e feriti a Parma, Napoli e Modena.
[7]          Antonio Giolitti, parlamentare, studioso di economia e dirigente del PCI uscì dal partito in aperta dissidenza con la linea del segretario Togliatti e passò al PSI.
[8]          Le vite degli altri, scritto e diretto da Florian Henckel von Donnersmarch, 2006. Ambientato nella Berlino est racconta le vicende di un gruppo di artisti e intellettuali spiati da un agente della Stasi.
[9]          Cfr. Cesco Chinello, Un barbaro veneziano, mezzo secolo da comunista, Padova 2008, pp. 212-213.
[10]         Il Comitato Centrale e la Commissione centrale di controllo del PCI il 27 novembre del 1969 decise di radiare dal partito Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli e Lucio Magri e nei giorni successivi gli altri che facevano parte della redazione della rivista “Il manifesto” che dall’aprile del 1971 divenne quotidiano.
[11]         Cfr. R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Torino 2007, pp. 372-385.
[12]         Il sostituto procuratore della repubblica di Padova Pietro Calogero procedette all’arresto il 7 aprile del 1979 del gruppo dirigente di Autonomia Operaia e Potere Operaio, tra essi vi erano i docenti universitari Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Franco Piperno accusati di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato. Alcuni di essi ebbero anche l’accusa di aver partecipato al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro. Gran parte delle imputazioni vennero a cadere nel corso dei processi nei diversi gradi di giudizio tenutosi negli anni Ottanta.
[13]         A cura di L. Casarin, V. Mazza, M. Rigamo, M. Sturaro, B. Zambon, Processo sette aprile, Roma 2009
[14]         Il gruppo de “Il manifesto” si presenta alle elezioni politiche del 1972 e candida Pietro Valpreda, l’anarchico accusato ingiustamente della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre del 1969, e non ottiene nessun seggio.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.