La famiglia e la formazione politica
Nessuno dei miei famigliari, fratelli, sorelle, sono stati fascisti o sostenitori del fascismo. Mio padre era operaio, falegname, ha lavorato per l’Istituto delle case popolari (IACP) occupandosi del restauro delle parti in legno degli appartamenti. Si è licenziato ed è andato a lavorare alla Junghans[1], sempre in falegnameria, era un operaio bravo. Lui non è stato mai iscritto al fascio, pur avendo bisogno di lavorare: aveva una famiglia con dieci figli, era mutilato di guerra. Era stato decorato, aveva avuto un comportamento apprezzato dai commilitoni, trovava lavoro anche senza la tessera del fascio perché l’Associazione mutilali e invalidi lo sosteneva. Non era attivo nell’antifascismo pur avendo sentimenti antifascisti. Con molta timidezza mi raccontava che da giovane era stato socialista (quelli di G.M. Serrati[2]). C’erano cinque sorelle più grandi di me, una più piccola di me e tre fratelli, io ero in mezzo a una famiglia di dieci figli, mi sono anche abituato al femminismo perché comandavano le ragazze a casa mia. Erano tutte operaie ed era vita grama e povertà tanta.
Tenevamo tutti un comportamento dignitoso, curato, nessuno ha mai sgarrato. Era una famiglia tipica di quell’epoca, una famiglia operaia di quel quartiere. Tante famiglie erano così: portuali, operai dei cantieri navali, della Junghans, di Stucky[3], ecc. Era un ambiente sano e non partecipe alla vita del fascismo, ne era estraneo, anche se non attivamente contro. C’erano anche lì quelli con la divisa, ma ciò non contava, non faceva ambiente! Erano parti estranee. Poi è stato uno dei punti di massima presenza attiva di lotta partigiana in città! La dichiarazione di guerra non me la ricordo bene, avevo poco più di dieci anni. Avevo sentito dire che avremmo spezzato le reni ai Greci e agli altri. All’inizio della guerra ero rimasto impressionato dal silenzio! Sembrava fosse una cosa priva di significato negativo e si sentivano invece alla radio le grida, gli applausi, gli evviva, tutto il consenso per Mussolini che aveva portato l’Italia in guerra. Io ero meravigliato che questi adulti non sentissero che la guerra era una brutta cosa e non si ribellassero!
[…] [A mio padre] avevano sparato in un occhio, il sinistro, durante un combattimento. Colpito nell’occhio e ferito alla spalla. Lui non mi parlava di gloria, di comportamenti eroici, anche se credo sia stato coraggioso. Non parlava tanto, era restio, diceva che era brutto: gli amici che morivano, gli avversari che piangevano, sparavi addosso a uno che non ti aveva fatto niente, lui aveva queste cose in testa e ogni tanto gli uscivano. Non c’era nessun consenso a una idea di guerra a casa mia, tutti erano ostili ma nessuno ancora faceva niente! Non solo a casa mia, ma da nessuna parte! Solo i vecchi comunisti erano attivi contro. Ma dove? Chi? Alla Giudecca erano pochi e clandestini.
[…] Vicino a casa mia – io abitavo al 968 – al 969 abitava Pavanello[4], uno dei più grandi antifascisti della Giudecca, perseguitato, insultato, costretto a emigrare. Era conosciuto Fagherazzi (Bibi)[5] che aveva combattuto in Spagna contro Franco. C’era Ettore Altieri[6]. Ce n’erano anche altri, sicuramente, ma non li conoscevo. Si sapeva che qualcuno era stato torturato, qualche altro ucciso. Questi compagni fino ai tempi della guerra erano conosciuti e stimati, ma non attivamente sostenuti dai vicini. Questi compagni quando c’è stata la guerra si facevano sentire. “È un disastro!”, dicevano. E io avvertivo questo come può farlo un ragazzino di 10 anni e che solo a 15 anni ha saputo che esisteva l’Unione Sovietica. C’era una informazione unica, c’era la radio, il Gazzettino e quello che ti diceva il maestro negli anni precedenti. Non si aveva nessun raffronto, nessuna dialettica, nessuna voce diversa, tutto andava così! La meraviglia me la ricordo ancora adesso.
Alla Giudecca e in città è scarseggiato il cibo per tanto tempo. Nel 1942 neanche l’acqua nelle case perché l’acquedotto era rotto. Allora bisognava andarla a prendere, c’erano gli orari, poi c’era una petroliera caricata di acqua, andare col secchio…, una cosa catastrofica! Non c’era da mangiare e nel 1942 c’è stata una ribellione di donne della Giudecca e di tutta Venezia che protestavano contro la guerra e chiedevano pane. Andavano all’assalto dei negozi per avere la polenta. Questo è stato un episodio importante durato più di un giorno, del quale si è parlato poco, anche nel dopoguerra. E invece è stata una prima grande manifestazione popolare contro la guerra, durante la guerra e sotto il regime fascista! Questo momento di lotta popolare dovrebbe essere valorizzato di più. Certo era perché mancava il pane, ma anche perché si considerava ingiustificata questa guerra! Anche da questo episodio ha avuto impulso l’antifascismo attivo, la lotta partigiana, le formazioni sappiste e gappiste[7], il sabotaggio alle produzioni di guerra. La Giudecca è stata una zona di resistenza attiva, io a 14 anni e mezzo sono andato in una cellula comunista partigiana e ho lavorato con loro, per fare politica e propaganda, preparare l’insurrezione. Era la guerriglia che può fare un ragazzo.
[…] Nella cellula comunista della Giudecca c’erano anche dei miei parenti e sono stati loro a dirmi che esisteva l’Unione Sovietica. Nelle scuole non insegnavano che c’era stata la Rivoluzione di Ottobre e lo si scopriva vivendo un clima di paura. Io facevo delle piccole cose, come portare armi, fare un disarmo, diffondere clandestinamente un volantino, vigilare il territorio durante le riunioni partigiane, provvedere alle cose necessarie ai partigiani nascosti perché ricercati. Avevo paura, altro che incoscienza dei giovani! Poi le cose venivano fatte lo stesso, ma non è che ci si divertisse. Parlo per me e per quelli più grandi di me, io ero il più giovane del gruppo. Erano piccoli gruppi separati, c’era una GAP attiva, una GAP “ospite”, venivano a rifugiarsi lì, dopo azioni di guerra. Venivano da altre parti e da noi erano protetti e basta.
Dove abitavo io, in campo Marte, è stato l’unico posto di Venezia dove i fascisti hanno fatto un rastrellamento notturno casa per casa, fuori tutti! Mio padre l’hanno portato via ma poiché lavorava alla Junghans, fabbrica tedesca per la produzione bellica, la sera successiva l’hanno rilasciato. Si disse che qualcuno era sparito. Questo era il clima, si provava grande paura e grande rancore. Anch’io avrei fatto di tutto perché la guerra finisse e il fascismo venisse liquidato. Poter parlare, studiare, lavorare e stare tranquilli. Questo era un sentire diffuso, poi c’erano comportamenti eroici, tutto era motivato col “finisca ‘sta guerra, finisca ‘sto fascismo!” Si combatteva assieme, si lavorava assieme e ci si sosteneva anche dopo.
[…] Avevo fatto la quinta elementare, ero stato ammesso alla scuola media, ma poi mi hanno detto che non c’era posto per me. Non ho mai saputo perché!
Non sono andato alla scuola media e mio padre mi aveva detto che non potevo stare in strada e allora mi ha trovato quel posto dal signor Clemente. Per me era il maestro, aveva il gusto di insegnare il mestiere. Sono stato per due, tre anni in questo laboratorio, vicino a San Luca, in calle dei Fuseri: ho imparato lì un mestiere. Poi perché ho smesso? Avrei continuato l’apprendistato ma nel 1944 avevo 14 anni, ero piccolo di statura e magro, c’è stato un ordine dei tedeschi che tutti i maschi da 14 anni a 60 non impegnati in aziende con produzione bellica dovevano essere impiegati nella TODT[8]. Io ero tranquillo alla Giudecca, prima che mi trovassero dovevano distruggere il quartiere, ma a Venezia, se mi trovavano per strada … Sono rimasto a casa a fare piccoli lavoretti fino al 1947.
In seguito ho lavorato come falegname in una fabbrica vicino alla Junghans, la Gaggio – che produceva tappeti di fibra di cocco – per due anni. All’inizio ho fatto la prova d’arte e quindici giorni di prova, poi mi hanno assunto. Dopo sei mesi ero operaio qualificato a diciassette anni e mezzo, mi davano la paga da operaio adulto, non lo facevano con i ragazzi, ma io ero l’unico falegname del reparto manutenzioni. Dopo mi sono licenziato perché i compagni del Partito mi hanno chiesto di lasciare il lavoro in fabbrica per ricostruire la federazione giovanile comunista, nel 1949.
[La sezione della Giudecca nei] primi tempi era davanti al traghetto della Palanca, in fondo alla calle, prima del dopolavoro della Junghans c’era un ufficio, al primo piano: è stato lì provvisoriamente. Dopo la sezione nostra è stata vicino al Ponte Lungo, c’era un grande salone dove facevamo anche le feste da ballo, con gli uffici al piano superiore. Poi mi sono attivato per costruire la FGCI, andavo in provincia, frequentavo poco la sezione.
[…][Per fare il lavoro politico] si sceglievano i temi…, non è che inventassi niente personalmente. Era parte di un dibattito. Il segretario generale era Berlinguer. Pecchioli […] era organizzatore della FGCI nel 1949.
I problemi vertevano sul lavoro: c’erano tanti disoccupati, i ragazzi erano messi peggio di adesso, anche se non esisteva il precariato. Il problema era il lavoro, la ricerca del lavoro, quindi dentro alle iniziative sindacali, nell’industria e in campagna, si poneva la questione dell’occupazione giovanile. Noi “rompevamo le scatole” ovunque. Negli anni successivi in campagna, con la meccanizzazione, si perdeva sempre più manodopera. Migliaia di lavoratori agricoli furono a disposizione per Porto Marghera, erano chiamati i “metalmezzadri”. Le aziende capitalistiche si sono razionalizzate, un prodotto a minor costo, ma c’era gente senza un lavoro. Poi i grandi temi di politica internazionale, la FGCI ha avuto un grande merito che è stato poco valorizzato, esperienza da ripetere nei tempi successivi. Noi avevamo più di 7000 iscritti in provincia di Venezia! Il Partito contava migliaia di donne e uomini iscritti. La FGCI aveva circoli dappertutto!
Io avevo sempre letto e studiato per conto mio, il problema è che si leggeva e studiava quello che capitava. Poi ho frequentato dei corsi di formazione politica a Padova. Alla fine degli anni quaranta sono stato a Milano per 6 mesi a un corso di livello universitario, un lavoro intensivo, notte e giorno a studiare. Mi piaceva molto! Oltre a insegnarti delle cose, ti insegnavano a usare gli strumenti della conoscenza, i libri, a fare ricerca.
[…] Mi ricordo di Gianni Pellicani[9], nel 1949, lui era di Noale, aveva un paio di anni in meno di me, non lo conoscevo per niente. Andando in giro con questi compagni giovani abbiamo incontrato Gianni che raccoglieva le firme, come noi, contro la bomba atomica, per il disarmo nucleare. Gianni era attivo, coraggioso anche da ragazzo! I giovani avevano questa intuizione: bisognava riuscire a intervenire contro l’armamento nucleare, dopo Hiroshima e Nagasaki, altrimenti avremmo avuto un futuro di pericolo perché si sarebbero armati con l’atomica anche gli altri. Bisognava fermarli subito per evitare disastri futuri, e si dovrebbe fare così anche oggi!
Si sapeva già allora che se fosse scoppiata una guerra, usando quegli armamenti sarebbe stata una cosa diversa da tutte le guerre del passato. Non sarebbe stato un esercito a vincere su un altro, una nazione o una coalizione di nazioni a vincere su un’altra. Sarebbe stata la distruzione dell’umanità.
Erano temi forti, anche la scuola, il diritto allo studio, e poi la casa, il salario. I giovani si occupavano della collettività dove vivevano, in città, in campagna, nei borghi, nei quartieri. Allora ero funzionario del partito comunista e mi occupavo della FGCI. Ormai avevo scelto. Chi veniva chiamato, andava! Si faceva questa attività senza limiti: notte, giorno, fatica, malattie. Non penso fosse come una missione, ma che questo atteggiamento derivasse dalla volontà di mantenere la parola data, di fare fronte agli impegni assunti, della serie “è faticoso ma devi starci”. Addirittura i compagni mi avevano detto che forse c’era da andare fuori Venezia…, qualsiasi cosa! Non considerare questa una vicenda individuale: era un atteggiamento nostro, di una generazione di militanti. Se serviva saremmo anche andati all’estero.
L’esperienza alla Federbraccianti
Dopo due anni come segretario della FGCI ho avuto un distacco dal partito e sono andato a fare il sindacalista alla Federbraccianti, il sindacato del lavoratori agricoli [della CGIL]. […] Le aree di bracciantato erano Cavarzere, Cona, le campagne di Chioggia, quelle verso il delta del Po. Poi una zona qui vicino a Marcon, dove c’era una grande tenuta agricola, Ca’ Tron, Ca’ Noghera, tenuta Zuccarello e avevamo un gruppo di braccianti bene organizzati. Poi da Porte Grandi fino alle campagne di Jesolo, prima chiamato Cavazuccherina, poi Eraclea, la zona di Revedoli, delle bonifiche dell’Ottocento, e su fino al Tagliamento. Sono stati anni di fuoco, molto duri! C’erano due figure principali di lavoratori: il bracciante agricolo avventizio e il salariato fisso, con la casa nell’azienda, prevalentemente impegnato nel governo del bestiame. I salariati potevano essere disdettati come i mezzadri all’11 novembre, a San Martino. […] Andavo in una zona con la borsa e dentro camicia, mutande e carte. Alloggiavo a volte in qualche locanda, quando avevo dei soldi, spesso a casa di qualcuno. Il sindacato non aveva soldi, bisognava proprio sopravvivere. Dormivo con loro, a casa loro. D’estate quando c’era la mietitura, con la “meanda”[10] andavo nelle aziende alle 5 del mattino con loro. Conoscevo le produzioni agricole, i cicli, avevo studiato tutto, ma non sui libri. Una volta mi sono ammalato ed è venuta mia moglie a prendermi. Quando andavo dalla parte di Concordia e su fino a San Michele al Tagliamento, mi fermavo 15-20 giorni. Col passare del tempo iniziavo a parlare con un accento simile al loro. A volte mi chiedevano se ero di Trieste. “No, mi so dea Giudeca!” Era un modo nostro, normale, di essere.
[…] [I braccianti erano] una categoria combattiva e si acculturavano: leggevano e parlavano molto bene nelle assemblee. Tanti capi borgata, braccianti, erano capi popolo, capi lega. Sapevano tutto dell’azienda, dei piani di produzione, dell’organizzazione.
[…] Tenevamo assemblee anche dove non c’era energia elettrica, in sale con lampade a carburo. Erano gli anni cinquanta. Tanti di loro votavano comunista, a Cavarzere c’era un sindaco comunista. A Chioggia anche dalle campagne veniva un contributo alla sinistra, c’era stata una amministrazione di sinistra per tanto tempo. Io sono stato consigliere comunale a Eraclea perché ero coi braccianti e dissi loro di fare le liste per il partito comunista. “Femo se ti ghe sta anca ti!” “Va ben, ghe stago anca mi”. Avevamo una giunta di sinistra col sindaco socialista, bravo, che mi voleva vicino perché lo supportassi. Salute di Livenza, Caorle erano zone rosse, Concordia Sagittaria e Sindacale lo stesso. Questa fascia mezzadrile, bracciantile, partigiana, era una zona di gente combattente.
[…] Le aziende a conduzione mezzadrile sono state convertite in piccola proprietà o affitto, le aziende capitalistiche si sono accresciute anche di dimensioni, non dico di numero, e si sono razionalizzate nella produzione, meno manodopera, più macchine. Macchine a volte non dell’azienda, chiamate da fuori, macchine di servizi, tutto è cambiato. […] Molti sono rimasti come salariati, ci sono ancora le stalle, una parte sono emigrati, andati a Porto Marghera.
[I braccianti vivevano in condizioni di miseria] mentre il salariato aveva la casa in azienda e un contratto che garantiva il lavoro e il reddito, il mezzadro la casa colonica. […] Le case dei braccianti erano povere, a volte senza luce e acqua, col gabinetto fuori come si usava nell’Ottocento e come si è continuato per oltre metà del secolo scorso. Quando potevano, scappavano: Caorle, Jesolo, le zone di San Donà di Piave, erano paesi di emigrazione verso la Lombardia, dopo la guerra. Un po’ perché li licenziavano, un po’ perché erano stufi di vivere così. Io ho perduto amici: “Ti saluto, vado a Milano, a Torino, in Svizzera”. Era un vivere difficile perché c’era uno scompaginarsi continuo dei rapporti tra persone. Poi c’era un padronato becero, reazionario. C’erano attivisti nostri, bravi a lavorare, a tenere insieme le cose, a cercare un buon contratto per tutti, ed era un modo per difendere l’impresa, ma venivano cacciati via! E lo sciopero in campagna, molto più che nelle fabbriche, aveva un aspetto violento, così come la repressione: c’era maggiore asprezza. Ci sono stati assalti della Polizia ai manifestanti fino a dentro gli asili per picchiarli!
Alla Salute facevamo le assemblee anche contro la Polizia. Quando parlavo attaccavo la Polizia per quello che faceva agli scioperanti. Ero un dirigente del sindacato: non potevo mica stare zitto. Di Vittorio parlando dei poliziotti diceva “sono nostri fratelli, sono lavoratori in divisa”. Lo ripetevo anch’io, ma dicevo anche “hanno distrutto le biciclette di questa gente che non ha più i mezzi per andare a lavorare!”. Ogni tanto andavano dove dormivo, in qualche locanda a Pegolotte, per esempio, a chiedere: “È qua che dorme questo ragazzo, questo giovane?”. “È uno studente?” “No, è un operaio”. Certe volte andavano anche i Carabinieri a chiedere se avevo pagato il conto.
La festa nazionale dell’Unità a Venezia
Un’altra cosa che merita rilievo è la Festa nazionale dell’Unità di Venezia. Nel 1973 ero segretario della Federazione comunista di Venezia e quell’anno è stata fatta appunto la prima e unica grande festa nazionale nella nostra città.
Con quella festa abbiamo dato delle dimostrazioni di come si può fare non solo dibattito politico ma cultura di massa, cultura alta. Nei campi c’era teatro, musica, cinema, balletti internazionali presentati da Gianmario Vianello[11] in giacca bianca, erano tutti stupefatti! Avevamo altri [compagni] che accoglievano le delegazioni estere, altri che curavano le iniziative culturali. Sono stati i nostri architetti veneziani a progettare il modulo per gli stand, decidendone anche numero, dislocazione e utilizzo.
La festa si articolava in 7-8 parti della città. Qualcuno, non dei nostri, ha detto “È stato un fatto culturale di massa di alto livello, il più grande degli ultimi cento anni a Venezia”. Poi non ne hanno più parlato, perché sono altre le egemonie a Venezia.
L’altra prova è stata come venire a Venezia senza bloccare il ponte. Tutti lo dicevano: parole, noi l’abbiamo fatto! Avevamo decine di migliaia di persone a Mestre, abbiamo fatto un corteo fino alla stazione ferroviaria, lì c’era un grande palco con i nostri dirigenti – Berlinguer e gli altri – e lì si scioglieva il corteo. Chi andava in treno, in autobus, macchine niente. Per le persone che invece venivano direttamente per il comizio di Berlinguer alla sera a Sant’Elena era stato attivato il terminal di Fusina per far arrivare le motonavi direttamente al pontile a Sant’Elena. Una folla mai vista! Non è successo un incidente, un inconveniente, non si è intasato un attimo il Ponte della Libertà! E il giorno dopo abbiamo potuto dire: “Si può fare, l’abbiamo provato!” E anche la serietà, l’affidabilità dei Comunisti sono state così confermate. I cittadini riconoscevano le nostre competenze e la nostra preparazione quando parlavamo di viabilità, di cultura, di lavoro, ecc. Secondo me questo ha consentito anche una apertura di collegamenti e dialoghi che hanno favorito il successo del partito comunista nelle elezioni del 1975.
[1] Junghans fabbrica tedesca di orologi nell’isola della Giudecca, nel periodo della seconda guerra mondiale iniziò la produzione di spolette per bombe.
[2] Giacinto Menotti Serrati (1876-1926) politico socialista di orientamento massimalista, corrente che sosteneva programmi e linee politiche volta alla realizzazione completa degli ideali socialisti e cioè la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio. Menotti Serrati fu uno dei primi ad appoggiare la rivoluzione bolscevica e chiese l’adesione del partito socialista alla Terza internazionale. Nel 1924 entrò nel partito comunista e fu eletto nel comitato centrale del partito.
[3] Giovanni Stuky, finanziere svizzero, collocò dal 1883 diversi mulini nell’estremità occidentale dell’isola della Giudecca, nel 1895 ingrandì l’impresa su progetto di un architetto di Hannover. Nel 1910 il molino Stucky funzionava anche da pastificio. L’impresa fu chiusa nel 1955.
[4] Ruggero Pavanello (Venezia 1889-1956) fu uno dei fondatori del partito comunista in città e in provincia di Venezia. Subì numerose aggressioni da parte dei fascisti, alcune così dure che rischiarono di ucciderlo. Denunciato al Tribunale Speciale per la sua attività politica finì più volte in carcere. Nel 1930 si trasferì alla Giudecca in una abitazione dell’ente autonomo e nel 1936, con Altieri, lavorò ai cantieri CNOMV in isola. L’impiego durò poco e venne nuovamente incarcerato per disposizione del Tribunale speciale insieme ad altri venti compagni, tra cui uno dei figli, Rolando, Giobatta Gianquinto e Iginio Borin. Per sfuggire al confino cercò di emigrare clandestinamente da Chioggia insieme al figlio Remigio. Dopo molte peripezie e un lungo viaggio raggiunse la Francia dove rimase fino al 1940, quando rientrò in Italia e, dopo il 25 luglio del 1943, riprese l’attività politica e la sua casa alla Giudecca divenne luogo di ritrovo degli antifascisti veneziani. Partecipò alla lotta clandestina occupandosi soprattutto dell’organizzazione degli scioperi nelle fabbriche di Porto Marghera. Membro del CLN nell’immediato dopoguerra fu segretario del PCI della Giudecca e dirigente provinciale e nazionale dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani. (Cfr. G.P. Sprocati, Antifascisti alla Giudecca, ANPI, Venezia 1990).
[5] Michele Fagherazzi detto Bibi (Venezia 1905-1978) dopo aver militato tra i giovani socialisti, nel 1922 si iscrisse al partito comunista, si trasferì alla Giudecca e iniziò a lavorare alla Junghans, dove conobbe Giovanni Siviero, socialista libertario e suo futuro suocero. Nel 1927 subì il primo arresto per attività antifascista e perse il lavoro, da allora fu costretto a fare lavori saltuari e mal pagati. Nel 1936 espatriò clandestinamente in Francia e l’anno successivo raggiunse la Spagna e si arruolò nelle Brigate internazionali. Con la vittoria dei franchisti venne internato nei campi di prigionia francesi destinati ai profughi internazionali della guerra e vi rimase fino al 1941 quando, a causa delle durissime condizioni di vita, chiese il rientro in Italia, nonostante lo aspettassero il carcere e il confino a Ventotene. Liberato con altri prigionieri dopo il 25 luglio 1943, raggiunse Venezia, ma ci rimase per poco tempo, il partito lo inviò in Cansiglio e si inserì nella brigata Tollot-Nannetti. Nell’inverno del 1944-1945 raggiunse la zona di Mestre per riorganizzare gli sbandati che tornarono in pianura. Nei mesi immediatamente successivi alla Liberazione fu membro, insieme a Pavanello, Altieri e Romagnoli, del CLN della Giudecca, riprese il lavoro alla Junghans da cui venne licenziato nel 1952 per attività politica. Dopo un periodo di lavori saltuari venne reintegrato in fabbrica presso il dopolavoro aziendale. (Cfr. G.P. Sprocati, Antifascisti, cit.).
[6] Ettore Altieri (Venezia 1904-1982) giovanissimo incontrò Ruggero Pavanello che nel 1922 lo convinse a iscriversi al circolo giovanile comunista della Giudecca. Venne arrestato per la prima volta per uno scontro con i fascisti in isola durante una protesta operaia e nel 1923 per aver diffuso un volantino in occasione del 1° Maggio. Caposettore dell’organizzazione comunista cercò di allargare la base degli aderenti, costituendo alla Giudecca una rete di “cellule di strada”, legate cioè al territorio che venne suddiviso in quattro settori. Nel 1931 una di queste cellule venne scoperta e Altieri venne arrestato, interrogato fu percosso a lungo per farlo parlare. Processato dal Tribunale Speciale di Roma subì la condanna a tre anni di carcere che scontò parzialmente, grazie a un’amnistia per l’anniversario della marcia su Roma e riprese la sua attività politica clandestina. Partecipò alla lotta di Liberazione con il grado di comandante di zona della Giudecca, ebbe l’incarico di formare gruppi di partigiani con uomini delle cellule operaie e di strada da mettere alle dipendenze del Comando di Piazza agli ordini del Tenente Colonnello Filipponi. Essendo troppo esposto si decise nell’estate del 1944 di allontanarlo da Venezia, fargli raggiungere la brigata Tollot, divisione Nannetti, e arruolarlo nel battaglione “Manara”. Nel gennaio-febbraio del 1945 tornò a Venezia e riprese l’attività clandestina fino alla Liberazione. Nelle elezioni amministrative del 1970 venne eletto in Consiglio comunale a Venezia. (Ibidem).
[7] Le SAP, squadre di azione patriottica, erano formate da gruppi di partigiani che pur continuando a risiedere in famiglia si occupavano di sabotaggio e di azioni militari. I GAP, gruppi di azione patriottica, erano piccoli nuclei di partigiani ben addestrati che svolgevano azioni armate in ambito urbano.
[8] La TODT era una organizzazione tedesca che nei paesi occupati dall’esercito germanico impiegava manodopera per la costruzione di opere necessarie alle operazioni militari, come strade, ponti, trincee anticarro etc.
[9] Gianni Pellicani cfr. Dizionario biografico dei veneziani
[10] La meanda era un contratto, una condizione di lavoro. I lavoratori, fissi in azienda e avventizi, a giugno tagliavano il frumento col falcetto, lo mettevano nei covoni. Col carretto lo portavano nell’aia per la trebbiatura e nei campi raccoglievano la paglia. Fatto tutto questo lavoro i meandini ricevevano il 29% del prodotto. Negli anni cinquanta furono introdotte le mietitrici meccaniche e i lavoratori fecero tutto il ciclo meno il taglio, quindi spettava a loro il 27% del raccolto.
[11] Gianmario Vianello, cfr. Dizionario biografico dei veneziani.