Gastone Angelin – Abstract dell’Audiointervista

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Sulla lunga conversazione-intervista [che è stata] fatta, la mia preferenza era che tu scrivessi un articolo o un capitolo al posto dell’intervista.

Hai sicuramente capito che considero utili le biografie di personalità importanti che hanno avuto un ruolo nella storia. In altri casi possono essere valide se richiamano esperienze collettive che hanno dato vita a vicende rilevanti per il Paese: vedi per esempio la Resistenza, il movimento sindacale, il ruolo avuto dal Partito operaio.

Le autobiografie di persone normali come noi […] possono dare l’impressione, sgradevole, che si voglia continuare a “rompere” anche dopo morti».

Gastone Angelin[1]

Gastone Angelin proviene da una famiglia antifascista della Giudecca, isola nella quale c’era un gran numero di operai impiegati nei cantieri navali, alla Junghans, al Mulino Stucky.

Il padre, mutilato di guerra, in gioventù fu socialista con orientamento massimalista, alla Menotti Serrati, ebbe dieci figli, e pur senza tessera del PNF lavorò come falegname alla Junghans.

La sua era una famiglia modesta, ma dignitosa e onesta. Nell’ambiente operaio della Giudecca il fascismo non ebbe molto seguito, anche se pochi e isolati vi abitavano esponenti  comunisti e socialisti, qualcuno di loro aveva combattuto nella guerra di Spagna.

Durante il periodo bellico alla Giudecca e in città scarseggiava il cibo e mancava l’acqua, nel 1942 le donne organizzarono la prima grande manifestazione di protesta contro la guerra e per avere il pane.

Dopo la proclamazione dell’armistizio la città fu occupata dai tedeschi e Angelin, pur essendo giovanissimo, si impegnò in una cellula comunista della Giudecca facendo il lavoro politico di base. In questo contesto conobbe per la prima volta l’esistenza dell’URSS.

Terminata la classe quinta elementare trovò lavoro come apprendista falegname nella bottega di un artigiano e nel dopoguerra si impiegò alla Gaggio, una fabbrica che produceva tappeti in fibra di cocco, e vi rimase fino a quando il partito comunista, nel 1949, gli chiese un impegno a tempo pieno per costruire la Federazione giovanile comunista, il cui segretario nazionale era Enrico Berlinguer.

Uno dei problemi più gravi da affrontare nel dopoguerra fu la disoccupazione, su questo tema e sulla politica internazionale si organizzò il lavoro politico della federazione giovanile. Angelin studiò e lesse da autodidatta quello che gli serviva per la sua attività; più avanti frequentò dei corsi di formazione politica organizzati dal partito.

Dopo due anni da segretario provinciale della FGCI il partito gli chiese di occuparsi della Federbraccianti-CGIL, un sindacato molto povero. Le aree di bracciantato erano a nord e a sud della provincia di Venezia,  Angelin stava fuori casa per parecchi giorni di seguito e fu spesso ospite nelle famiglie degli iscritti.

I braccianti furono una categoria combattiva, ebbero i loro capi lega che sapevano tutto dell’azienda e dei piani di produzione, e fu con loro che il sindacato collaborò e decise le iniziative.

Angelin seguì i contratti, organizzò assemblee, gli scioperi e le manifestazioni, assistette ai duri scontri con la polizia. In quegli anni fu consigliere comunale a Eraclea. Nello svolgimento della sua attività fu spesso seguito, controllato e fermato dalle forze dell’ordine.

Dei primi anni settanta Angelin ricorda due risultati molto significativi ottenuti grazie al lavoro del gruppo dirigente regionale, provinciale e comunale: la festa dell’Unità per la diffusione della stampa comunista che si tenne a Venezia nel 1973 e l’accordo che il PCI nel dicembre 1974 fece con la giunta Longo sui piani particolareggiati, accordi politicamente necessari per riqualificare Mestre e risanare Venezia.

Nel 1975 il PCI vinse le elezioni e si alleò con il partito socialista. A quel punto si aprì la questione di chi dovesse essere il sindaco. Per Angelin, allora segretario della Federazione comunista di Venezia, il candidato naturale era Gianni Pellicani e questa fu la proposta che portò a Roma alla segreteria generale. Le intese a livello nazionale tra il PCI e il PSI decisero altrimenti, per cui a Pellicani spettò l’incarico di vicesindaco, mentre sindaco di Venezia divenne il socialista Mario Rigo.

Eletto consigliere comunale lasciò la carica di segretario della federazione e diventò capogruppo del PCI partecipando alla formazione della Giunta.

Per attribuire gli incarichi si seguirono diversi criteri: la continuità, Gianquinto – sindaco di Venezia dal 1946 al 1951 – divenne assessore al decentramento, un tema che appassionò a lungo il dibattito politico in Consiglio comunale; le competenze, riconosciute a livello nazionale a Edoardo Salzano, che divenne assessore all’Urbanistica; l’introduzione di una nuova leva di giovani comunisti in ruoli di responsabilità: Paolo Cacciari, Giuseppe Cianciolo, Lia Finzi, Anna Palma Gasparrini, Antonio Infante.

Tra i problemi che la nuova Giunta si trovò ad affrontare, uno dei più urgenti fu il riordinamento e il risanamento del bilancio comunale e la necessità di avviare rapidamente una politica dei servizi e dotare di “verde pubblico” la città di terraferma.

Per la città storica si progettò di rivitalizzare le attività produttive compatibili con l’ambiente, così  da contrastare la monocoltura turistica, che invece si affermò negli anni successivi.

Gli anni settanta furono gli anni in cui il PCI allargò la sua base, più di ventimila furono gli iscritti nella provincia, la metà dei quali solo nella città di Venezia.

Nell’autunno del 1975 venne organizzata una grande conferenza sull’occupazione a Porto Marghera; era in gioco il futuro del polo industriale che aveva avviato da tempo processi di ristrutturazione e di riduzione del numero degli occupati.

Angelin, che era stato sindacalista della FIOM tra gli anni cinquanta e sessanta, ben conosceva la situazione di Porto Marghera. Ricorda le grandi lotte del periodo 1957-1962 per l’aumento dei salari, contro la nocività in fabbrica, per il miglioramento delle condizione di lavoro e le tutele per gli operai e la difficile linea portata avanti dalla CGIL, che cercava di coniugare difesa dell’occupazione e contrasto alle lavorazioni particolarmente nocive.

Nel 1978 con il sequestro e la morte del presidente della DC, Aldo Moro si fermò il percorso di avvicinamento tra comunisti e democristiani per riformare il paese, dialogo che avrebbe potuto maturare anche una diversa collocazione dell’Italia nel quadro politico internazionale.

[1]          Questo è un passo di una lettera che Angelin ha scritto alla persona che l’ha intervistato e per esplicita sua richiesta, che noi abbiamo accolto con piacere, ha chiesto fosse evidenziata nella parte a lui dedicata.

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.