Gianfranco Pontel – Trascrizione dell’audiointervista

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R. La scelta che ho fatto nel ’69 non è stata solo una scelta politica, è stata soprattutto dettata d’amicizia. Io mi ero iscritto al partito socialista nel ’59, quando il PSI era ancora all’opposizione, come lei ben sa!  Siamo entrati col centro- sinistra negli anni ’60, avevamo già un’altra mentalità. Nel frattempo era entrato nel partito socialista anche Matteotti, il quale aveva lasciato il partito socialdemocratico e da allora siamo diventati amici. Eravamo Francesco Fabris, il mio amico Sonzogno, che è morto da tanti anni, Matteotti ed io. Eravamo un gruppo molto affiatato e la cosa paradossale è che io, a quel tempo e cioè nel 1969 quando si ruppe l’Unificazione Socialista (il PSI-PSDI tanto per intenderci), ero direttore dell’Azienda di Turismo di Venezia ed ero imbarcato in una delle più belle navi della Tirrenia, la Michelangelo, perché stavo- per una promozione di Venezia- andando al “Columbus Day” a New York, e ricevevo queste convulse telefonate dalla Federazione di Venezia, io che invece mi trovavo in pieno Oceano Atlantico. in un’atmosfera di festa Così è maturato il mio passaggio al partito socialdemocratico, se ci penso sono cose che oggi fanno sorridere ma nella politica …

D. Quindi lei era nel partito socialista e poi è passato nel partito socialdemocratico?

R. Nel partito socialdemocratico e dopo sono ritornato nel partito socialista nel ’76. A proposito di Gianni, Pellicani mi teneva d’occhio, io ero una persona che  già conosceva. Nei primi anni ’60 non mi ricordo di lui come persona attiva in politica, forse a causa della mia o della nostra visione venezianocentrica. Pellicani abitava a Mestre ed era  Consigliere Comunale ma non aveva il ruolo che ebbe invece negli anni ’70. Io avevo iniziato a fare pratica di avvocato nello studio di Renzo Sullam.

D. Lei è avvocato?

R.  Mi sono laureato in Giusiprudenza a  Padova nel ’59 e poi sono entrato nello studio dell’avv RenzoSullam, il quale, facendo anche lui politica ,dopo qualche anno mi disse “Senta!” Ci davamo del lei perché ai miei tempi si usavano molto queste forme di rispetto, anche se tra i partiti di sinistra i compagni  si davano del tu, dai Ministri in giù questo beninteso col primo Governo di centro-sinistra.. Invece io davo del lei a Sullam perché, oltre ad essere uno dei più bravi avvocati di Venezia, era una grande personalità, una persona squisita un vero maesro. Sono stato uno dei pochi praticanti procuratori che era pagato, nel ’59!  Era veramente un uomo giusto,un vero socialista!. Ad un certo momento lui era diventato Assessore al Patrimonio nella Giunta Comunale di Venezia, e prima, quando con Riccardo Lombardi,era stata promossa e vinta la battaglia per la nazionalizzazione della SADE, lui era stato nominato commissario a Parma per il passaggioi di un grosso complesso industriale, mi pare. Era un uomo dalla preparazione  giuridica straordinaria.Un giorno mi chiama nel suo studio “Senta Pontel io capisco, entrambi militiamo nel partito socialista e va benissimo, però qualcuno in studio deve pur restare!” E allora è stata lì chde ho maturato  la scelta di mollare lo studio, mi era  stata offerta a quel tempo la direzione dell’Azienda di Turismo e sono entrato come dirigente. Ho cambiato, per amore della  politica  facendo una di quelle scelte sbagliate, tra le tante, che ho fatto in vita mia! Tornando alla mia vicenda politica, nel ’76, quando Craxi ha preso la segreteria del PSI …, con Craxi ci conoscevamo dai tempi della corrente autonomista quand’ero ancora nel PSI, del resto lui aveva un anno meno di me, io sono del ’35, lui del ’34, e quindi sono rientrato. Gianni Pellicani mi ha chiamato, mi ricordo era vicesindaco della Giunta di sinistra, “Eh Gianfranco, perché non sei venuto da noi?” Mi ha fatto questa domanda un po’ provocatoria per dirle il tipo di rapporto che c’era tra noi.  Pellicani era un coriaceo, un uomo che non te le mandava a dire, a volte, diciamo, era anche irritante. Era un uomo molto strano, a metà fra il tipico comunista, tutto “Legge e ordine”, li chiamavo così a quel tempo. Noi come  socialisti eravamo casinisti, anarchici, molto individualisti e anche molto vanitosi, tutto sommato, tranne la “vecchia guardia” che aveva fatto la lotta antifascista e che aveva una cultura completamente diversa. Pensi che ho avuto  la “disgrazia” di iscrivere al partito socialista anche Gianni De Michelis (Ride), ne ho combinate di tutti i colori nella mia vita! Mi ricordo che allora Pellicani accattivante mi disse: “Perché Gianfranco, non fai un passo più avanti e vieni con noi!”. “Non posso”. C’erano dei motivi …, sa, la famiglia socialista è una famiglia molto strana, molto complessa ma …

D. Forse a Venezia?

R. I socialisti erano così da tutte le parti! Era quasi un prototipo. In larga misura il partito comunista in Italia-soprattutto in Emilia- aveva assunto delle caratterizzazioni anche socialiste, da partito socialista, noi ci trovavamo sempre in un’area incalzati dal PCI, con la DC di cui dovevamo essere sia opposizione ma anche alleati, per questo era una situazione non semplice da gestire.

D. Lei mi ricordava la precedente generazione socialista, Sullam …

R. Ricordo anche  Ermanno Giommoni ma anche altri compagni, noi eravamo giovani, Gianni Pellicani aveva qualche anno più di me, ma mica molti, mi pare fosse del ’32. Ma tra compagni non si sapeva non solo chi erano le nostre famiglie ma nemmeno la nostra età, era talmente dominante il lato politico dell’appartenenza, della lotta, perciò se adesso, con questo desolante panorama che abbiamo di fronte, ripercorressi la mia strada, farei delle scelte professionali e di vita completamente diverse! Gianni Pellicani non era solo un bravissimo commercialista, io conoscevo il dottor Maestro, un compagno del PCI, che Pellicani adorava, un punto di riferimento, ed era amicissimo di Sullam. Ecco perché avevo sentito parlare di Pellicani. Tenga presente che  sono nato a Cannaregio a Venezia, e sono venuto ad abitare a Mestre nel’63 perché mia moglie lavorava ai telefoni di Stato, qui vicino in Piazzale Sicilia. Prima abitavano in Via Querini, scendeva da casa ed era in ufficio, poi dal ’69 ci siamo trasferiti in questa casa. Adesso sono rimasto solo perché mia moglie è morta nel 2003 e mia figlia abita qui vicino. E’ un appartamento comodo per spostarsi,  mi muovo molto perché sono presidente nazionale di una associazione  “Assonautica”, che promuove la nautica da diporto ed il turtismo nautico  ho sempre avuto una passione per il mare, per le barche, visto che ho chiuso con la politica, lavoro a tempo pieno per la mia associazione.

D. Quando ha chiuso con la politica?

R. Praticamente con la militanza vera e propria ho chiuso nel ’92, dopo Tangentopoli ho messo uno stop. Nel frattempo ero diventato Sovrintendente della Fenice, una serie di ragioni mi inducevano ad avere un atteggiamento almeno non militante. Sono sempre stato un uomo di sinistra, questo a prescindere, sono scelte di vita, come diceva Amendola, le fai in un partito o in uno schieramento ideale. Sono sempre stato un socialista, anche ora, senza tessera. Dal ’92 non ho più preso nessuna tessera di partito. Tuttora mantengo  in questa fase dei rapporti politici, o meglio istituzionali, perché mi rapporto coi i vari Ministri che si succedono, per la nostra associazione che è una grossa associazione nazionale. Sto facendo concorrenza a Sarkozy che ha istituito l’Union Mediterraneen ed io ho costituito  l’”Assonautica Euromediterranea”; mi diverto un mondo a girare per il Mediterraneo.

D. Bellissimo! E come viaggia?

R. La barca non ce l’ho perché non ho il tempo materiale per seguirla. Si dice a Venezia che “’na barca xe pezo de na morosa!” Pensi che sono presidente nazionale dall’89, solo che una volta delegavo,  ho ben sei vicepresidenti, invece ora mi dedico moltissimo. In economia questo della nautica da diporto è un segmento di mercato che resiste, pensi,  da ben dieci anni marciando a ritmi dal 10% al 18% di crescita,  a fronte dello striminzito tasso di crescita del nostro il PIL nazionale tra l’1 e quando andavabene il 2%. Centomila tra diretto ed indotto songli occupati del settore, è una nicchia di mercato ma una nicchia d’eccellenza soprattutto per  la sua innovazione tecnologica.. Siamo i primi produttori al mondo di mega yatch, battiamo gli Stati Uniti d’America che sono secondi.

D. La sua era una famiglia socialista?

R.No. Mia madre era ipercattolica, poi ho avuto dei lutti durante la 2° guerra mondiale , mio fratello a Tobruk in Afrca,mio padre ma il perno era mia madre. Infatti in Strada Nova a Venezia  ero per tutti il figlio della Maria!. La mia adesione al partito socialista è venuta attraverso il povero Renato Nardi, il quale mi vedeva di domenica quando, ancora adolescente, avevo “l’Avanti” in tasca. A quel tempo Pietro Nenni ne era il direttore ed era un ottimo giornalista. Dirò anzi che tutta la mia cultura è stata una cultura marxista. Ho fatto la solita trafila che hanno fatto gli uomini che sono approdati al PCI o al PSI. Al liceo ti innamori di Hegel, da Hegel passi a Feuerbach e da Feuerbach il passaggio a Marx è ineludibile. La mia è stata una scelta maturata anche ideologicamente, filosoficamente.

D. Perché non è andato nel PCI?

R. Perché il partito comunista lo trovavo, per i pochi contatti che avevo e neanche coi dirigenti, troppo …, come potrei definirlo, quasi incasermato, non c’era dialettica! C’era fideismo, io che sono un volterriano mi dava un fastidio enorme chi diceva di possedere la verità. La verità si conquista sempre! Avevo due stelle polari, quella del dubbio  che mi derivava anche da questa cultura che c’era dentro il partito socialista, e il fatto di mettere tutto in discussione. Eravamo sì disordinati, poco organizzati e poco disciplinati ma si discuteva senza tregua …

D. Ci sono state delle personalità che l’hanno influenzata?

R. Sono stato influenzato da questo gruppo dirigente socialista di fine anni ’50, che era fatto dalla migliore intelligenza che c’era a Venezia: Giorgio Zecchi, Renzo Sullam, Zanon Dal Bo e tanti altri, uomini che erano parlatori straordinari, anche affabulatori se vuole tutti comunque  con un pizzico di vanità. Da noi non era come nel PCI, che il gruppo dirigente diceva e Tizio obbediva, da noi succedeva il contrario! Eravamo un po’ come Massimo Cacciari, se fosse nato in quel tempo non sarebbe diventato comunista. Suo papà del resto  era iscritto al Partito Socialista! Tutte queste persone il partito socialista le ha perse per le note vicende che sono intervenute. A Venezia il gruppo dirigente del partito socialista era formato in larga parte dalla borghesia progressista, mentre il partito comunista accentuava il lato popolare e operaistico. Mi ricordo il senatore Angelin, un compagno alla mano della Giudecca, era una persona per bene, onestissima, ma quello era il prototipo, mentre da noi c’era una sintesi. C’era Marella che lavorava dell’Acnil,(l’allora azienda di trasporto) che poi passò al PCI. Avevamo questo segmento di proletariato, di classe operaia in senso stretto in cenro storico,a Marghera ed in provincia una parte di mezzadri, con la sintesi di questa borghesia che esprimeva l’intellighenzia della città.

D. Il PCI nel dopoguerra aveva attirato nella sua orbita anche studenti universitari, ma, mi sembra di capire, agli aderenti del PSI appariva connotato solo in senso operaista?

R. Per carità è una ma lettura personale. Io, quando ero segretario della Federazione Giovanile Socialista …

D. Ah, lei è stato anche segretario della FGSI?

R. Sì, mi hanno catturato. Io sono stato un ragazzo fortunato,Vittorio Foa, Lelio Basso passavano delle domeniche con noi a Venezia! Lelio Basso dicevano che  avesse una moross morose da queste  le parti, perché i socialisti sono stati sempre birichini. Il PCI su questo aspetto era molto per cosi’ dire cattolico, peggio anche, perché i cattolici hnno la confessione e quindi peccano e poi si confessano e tutto è a posto! Venivano questi personaggi, a parte Riccardo Lombardi che era un uomo straordinario.

D. A quale corrente faceva riferimento?

R. Ero con la corrente di Pietro Nenni,; mi sono innamorato di Nenni perché rappresentava  l’antifascismo, l’uomo che è andato in esilio, il combattente, l’uomo dalle mani pulite. In un comizio del ’57 in Campo San Stefano( prima dilui avevo  sentito Terracini,  uno dei migliori oratori del PCI di allora per me meglio di Togliatti, una lucidità e una logica! Togliatti era più tagliente, più freddo, ma quando ha parlato Nenni … Mi sono innamorato di Nenni, anche come giornalista, poi l’ho conosciuto personalmente, ho fatto anche parte del Comitato Centrale.

D. A casa sua come hanno preso l’adesione al partito socialista?

R. Per mia mamma il vero, grande dolore che le ho dato è stato quando mi sono sposato civilmente nel ’63. Pensi che mi ha sposato Armando Gavagnin  allora  vicesindaco di una Giuna di centro-sinistra ed aveva un segretario, un nostro compagno socialista, Dolfin, e mi ricordo …, poi abbiamo riso a lungo della scena. Dolfin, vedendo l’imbarazzo di mia madre che aveva quasi le lacrime agli occhi per questo figlio degenere, e dopo aver ascoltato  Gavagnin, che era uno che piangeva sempre quando parlava e che aveva celebrato un matrimonio in modo per cosi’ dire commovente, disse a mia madre “Vede signora, par proprio de essere in ciesa!” (Risate) E’ stata una risata proprio omerica! Da qui capisce anche la mentalità del partito socialista di allora che era un mélange di molte scuole di pensiero!. Pellicani che era un lucido esaminatore di uomini era molto stupito che con questa preparazione fossi approdato al PSI. Poi restando per tanti anni in entambri i partiti socalisti consolidai i rapport nella grande famiflia socialistai, non era solo l’ideologia.

D. Aveva frequentazione con Gianni Pellicani?

R. Non molte inizialmete poi ci ha  accomunato la vita che trascorrevamo nei lunghissimi Consigl Conumali che duravanoa volte fino all’alba! Deve peraltro notare, che io sono veneziano e Gianni era  mestrino. Io sono nato a Cannaregio, e noi veneziani abbiamo sempre avuto l’idea che “al de à del ponte ze tuta campagna!” Infatti anche i compagni che militavano nel PCI e nel PSI  di terraferma si consideravano  compagni di seconda categoria. (Ride) Era un’idea della terraferma molto subalterna.

D. Rende benissimo il concetto! Anch’io ho avuto la sensazione che il politico veneziano non considerasse affatto  la terraferma.

R. L’unica cosa che si vedeva della terraferma ed era centrale nella nostra azione politica ma anche nella nostra Weltanschaung, come si dice ai quei tempi, era Porto Marghera, cioè la classe operaia, la centralità della fabbrica. Pensi che io pur essendo uno dei copagni di riferimento della corrente autonomista, quindi per certi versi anticomunista, eero estimatore di alcuni compagni che scrivevano nei “Quaderni rossi” di Panzieri! Da Mottura, a Barzanti, che mi pare più tardi sia diventato  sindaco di Siena, i cosiddetti “normaliennes”” li chiamavo cosi’ perché o frequentavano o si erano laureati alla Normale di Pisa. Una delle più prestigiose Università Italiane. Quello che mi ha affascinato del partito socialista è stata l’intelligenza! Noi avevamo a quel tempo …, anche lo stesso Gianni De Michelis  che sia purcon tutti i suoi difetti,e chi non ne ha , per carità, era ed è  smpre stato risconosciuto un uomo intelligente!anche dallo stessoPellicani. Pensi che i compagni dei “Quaderni rossi”, forse lei non sa, sono stati il nucleo fondante  dei cosiddetti gruppi extra parlamentari. Panzieri è stato  socialista fino alla fine degli anni ‘50, noi socialisti siamo stati in quegli anni “il sale della terra”! Ai tempi della mia giovinezza questo ha costituitouno stimolo culturale formidabile che ti consentiva di passare oltre anche al burocratismo di partito!

D. Lei faceva vita di sezione?

R. Naturalmente la mia prima sezione è stata quella di Cannaregio vicinoal campo S:Leonardo dove  c’era la Federazione Socialista.Più tardi nel corso degli anni ?60 ho fatto il vicesegretario della Federazione,  il responsabile degli enti locali, ed il responsabile dell’organizzazione; ero uno dei dirigenti socialisti di allora.

D. E’ entrato come segretario della Federazione Giovanile Socialista…

R. Sono entrato in Comitato Centrale dei Giovani Socialisti a livello nazionale, poi ho fatto tutto il percorso …

D. In quali anni?

R. All’inizio degli anni ’60 e come Le ho detto prima sono diventato ,responsabile degli enti locali poiresponsabile dell’organizzazione,,ed infine  vicesegretario della Fedrazione …, tutto questo prima della scissione del ‘69. Sono uscito dal partito socialista nonostante che molti compagni, e non solo della mia corrente, mi dicevano di restare e che avrei fatto una fesseria ad uscire! Approdai al PSU, dove c’era il mio amico Mauro Ferri. Ferri già  presidente del gruppo parlamentare socialista, poi Mauro è diventato segretario del PSU. Mauro, Matteo Matteotti con cui avevo una fraterna dimestichezza, poi per essere sinceri, perché alla mia età si deve essere sinceri, si era determinato in allora nel PSI un grande dsagio, a volte con punte di astio se non di odio personale tra le correnti. Devo dare atto che molti mi hanno pregato di non lasciare il partito, a partire da De Michelis. Questo per onestà devo rinoscerlo. L’unico  “gato de magazen” è stato “el bon Mario Rigo”, che è sempre stato così. Per me era  un buon democristiano, lui del socialista-almeno come allora intenevo io questo aggettivo- aveva molto poco nonostante abbia poi aderitoalla corrente demartianiana.. Lui era venuto dal partito socialdemocratico, era venuto con Matteotti, aveva tutt’altra formazione culturale. Poi è diventato …, “Munus facit hominem”, quando hai posti di responsabilità acquisisci una certa maturità, una esprienza politica, una maggior consapevolezza politica….., poi Mario è stato bravissimo, siamo ancora amici, ci telefoniamo. Sono andato più volte a trovarlo a Palazzo Madama quando era Capo di Gabinetto di Pera, allora Presidente del Senato, e penso che Pera abbia fatto scegliendosi Rigo la più giusta scelta della sua carriera politica. Sono cose  che viste col senno di poi  fanno sorridere. Mario, non ha figli, non può stare senza la politica, è una specie di droga per lui. Anche per me è stata per tanti anni una specie di droga, poi mi sono un po’ alla volta allontanato più che  dalla politica, dalla militanza partitica. Ora mi sento abbastanza fuori e ciò mi consente la libertà di dire più di qualche  sciocchezza, come ne stiamo registrando adesso.

D. Allora lei esce e …

R. Vado nel partito socialdemocratico, entro nel gruppo dirigente nazionale, sono segretario regionale fino al ’76. In Consiglio Comunale ero capogruppo del PSDI (Fine lato A. Lato B). (Chiedo notizie di un collega di partito, Fabrizio Ferrari che non riesco a contattare, Pontel non mi può aiutare perché  l’ha perso di vista.)

D. Non mi resta che chiedere a Del Todesco, non so se lo ricorda, è stato segretario particolare di Gianni Pellicani.

R. Certo,  Del Todesco era un ragazzino allora. Ho incontrato Domenico Crivellari (Capo di Gabinetto di Gianni Pellicani), erano anni che non ci vedevamo perché a Venezia vado poco equasi esclusivamente per trovare  mia sorella che tra poco compie  88 anni e abita in Campo San Leonardo e sta nella calle parallela dove c’era la sede del partito socialista, sopra c’era il partito comunista e al terzo piano c’era la CGIL, negli anni ‘60. Chi ha gestito l’operazione  immobiliare è stato Renzo Sullam, che mi pare fosse l’amministratore della società  proprietaria dell’immobile. quando l’abbiamo venduta noi socialisti, mi pare l’abbiamo venduta proprio al PCI. Ho incontrato Domenico Crivellari sul ponte delle Guglie. Pensi che ho trovato in Eurostar un mese fa Piovesan, che è stato uno degli ultimi segretari provinciale del PSI, abita ancora a  San Donà di Piave. Molte di queste persone le ho perse di vista, ormai sono spesso a Roma e avendo costituito l’Assonautica Euromediterranea abbiamo una  sede anche a  Bruxelles; voglio dire che adesso sono in tutt’altro giro, per cui faccio fatica a ricostruire anche le cose, ormai sono passati più di quarant’anni.

D. Conosce Casellati?

R. Certamente, Antonio. Nella costruzione della   Giunta  rosso- verde il candidato sindaco ero io! Poi è diventato Sindaco Casellati dopo un lungo colloquio nel suo studio di avvocato in Calle degli Avvocati a S.Angelo; mi ricordo una cosa poco simpatica di Bruno Visentini, senatore, il “gran borghese” come veniva chiamato, aveva anche lui le malizie della politica, voleva che diventassi repubblicano! Mi ha proposto di fare il Sindaco purché diventassi repubblicano. Delle vicende della Giunta rosso- verde,  lei può parlare col mio amico Cesare De Piccoli, che ne è stato uno dei protagonisti. Con Cesare De Piccoli ho avuto sempre molta dimestichezza anche  perché siamo stati in Giunta insieme. Di Gianni Pellicani ricordo soprattutto gli ultimi tempi, prima che lui morisse. Ricordo una lunghissima passeggiata in Piazza Ferretto, parlava sempre lui, io lo lasciavo ovviamente parlare, sentivo quest’uomo molto amareggiato, molto deluso, poi era cambiato anche il PCI, non era più quello di una volta, come il PSI, non era più il PSI che avevo conosciuto nella mia giovinezza, ma “panta rei”, tutto scorre.

D. I socialisti veneziani sono riusciti ad avere un Ministro, Gianni de Michelis, che è stato anche Vicepresidente del Consiglio. Gianni Pellicani che aveva fatto un ottimo lavoro …

R. E’ stato il coordinatore del “governo ombra”.

D. Non era un ruolo fattivo, lui era un uomo a cui piaceva lavorare sul serio.

R. Lui non era amato molto, come Cacciari è odiato dai due “Dioscuri” del Partito Democratico. Io a volte mi fermo a pensare sulla  mutazione genetica … Berlinguer adoperò questo termine che mi fece rabbrividire, parlando di noi socialisti, il partito socialista dai tempi di Nenni aveva subitom,a suo dire, una mutazione genetica.  Le giuro, che quando penso ai due “Dioscuri”di cui sopra penso alla mutazione genetica del PCI. Povero Berlinguer, non bisogna mai pronunciarle queste frasi perché la Storia è talmente terribile che te le rivolta contro! E’ proprio la stessa cosa, io non li conosco personalmente …, sì, ho conosciuto Veltroni, in occasione della Mostra del Cinema, quando era vice presidente del Consiglio e Ministro della Cultura perché  allora ero Segretario generale della Biennale con Presidente della Biennale Miccichè, un compagno e giornalista dell’Avanti, e soprattutto un grande studioso di cinema. Poi ho proseguito con Paola Baratta.

D. Ha continuato ad avere incarichi importanti anche dopo il ’92.

R. Dal ’93 al ’97 ho svolto per quattro anni l’incarico di Sovrintendente della Fenice e mi sono trovato alle prese con l’incendio, con le conseguenti vicende giudiziarie fino alla Cassazione. Poi devo dire che una mano per la Biennale me l’ha data anche Pellicani, anche se la proposta è stata fatta da  Cacciari su stimolo di Mario Rigo e dal ’97 al 2002 sono stato prima Segretario Generale della Biennale e poi Direttore dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee, l’ASAC. Non so perché le ho detto queste cose, mi sono arrotato…,  annego nelle mie parole.

D. Non ricordo più neanch’io. Scusi se la riporto indietro, quindi lei esce dal PSI e …

R. Dal ’59 al ’69 sono stato nel PSI, dal ’69 sono uscito sia per amicizia di Matteo Matteotti ma anche per una ostilità che mai avevo sentito così acuta e capivo che la deriva demartiniana avrebbe portato il PSI su approdi, prospettive politiche, fondamentalmente diverse dalle mie. Quando non ti senti più a casa tua scatta un meccanismo, forse anche emotivo, anche sbagliato, a volte mi domando se ho fatto bene o se ho fatto male … Mi sono fatto e mi faccio tuttora tanti esami di coscienza, i laici di sinistra-quelli di un tempo naturalmente- hanno  una deontologia che forse oggi non esiste più! Vivo il mio percorso autocritico in maniera molto soggettiva.

D. Quindi dal ’69 al ’76 è in direzione nazionale del partito socialdemocratico?

R. No,  ero membro  del Consiglio Nazionale e segretario regionale del PSDI nel Veneto.

D. Il PSDI aveva espresso un giudizio molto pesante sul “minicompromesso storico.

R.  Avevo votato a favore del pacchetto dei provvedimenti urbanistici del dicembre 1974 assieme dalla DC e al PCI, oltre naturalmente al PSI ed ero capogruppo dei socialdemocratici: è nato un casino, mi hanno chiamato a Roma! Solo perchè ero protetto da Ferri e Matteotti, non mi hanno cacciato via.

D. Com’era andata quella vicenda?

R. Gianni Pellicani era un uomo intelligente, l’ha giocata politicamente anche se l’ha venduta programmaticamente. Mi spiego: il pacchetto dei provvedimenti urbanisici l’ho votato programmaticamente, non politicamente,  sapevo le implicazioni che il mio voto comportava, però ritenevo che nel merito la scelta fosse giusta, e quindi ho privilegiato la sostanza alle sue ripercussioni politiche, e mi sono assunto la relativa responsabilità.

D. Gli accordi sono stati due: quello del 23 dicembre per far partire i piani particolareggiati, e il PCI vota a favore, i repubblicani si astengono. Il 30 dicembre c’è l’adozione dei piani particolareggiati, il PCI si astiene, il PRI vota contrario. Il tema della salvaguardia e sviluppo aveva infiammato  il dibattito…

R. Lei dovrebbe rivedere gli atti perché la memoria fa cambiare le cose, non dimentichi mai che il Pellicani di allora, dico Pellicani perché allora era già il PCI, Chinello lo aveva già messo…, Chinello era segretario della Federazione ma contava come il due di spade, nonostante tutto, perché era Pellicani l’uomo forte del PCI anche perché aveva conquistato la Giunta di sinistra.

D. Dice che già nei primi anni ’70  il leader nel PCI era Pellicani?

R. Beh, era abbastanza importante , anche se Cesco Chinello aveva il suo peso nella Fedazione. Giocava forse anche qui la distinzione tra Chinello, che operava e viveva nel centro storico, e Pellicani che comunque era mestrino. Che  il protagonista di questa operazione è stato lui, Pellicani, è fuori di dubbio. Non pensi, si rilegga gli atti, che i temi della salvaguardia avessero le connotazioni ecologiste che hanno adesso nella sinistra. Eravamo ben lungi! C’era un certo ecologismo ante litteram  portato avanti da Zorzetto e da Casellati, e da quello che noi chiamavamo il “Partito delle contesse” con esplicito riferimento al PRI, Scano era ancora un “bambin”. Ha fatto una brutta morte!

D. Casellati era stato il primo Assessore all’ambiente d’Italia nella Giunta Longo.

R. Sì ma era una cosa così perché ancora l’animo, soprattutto nel PCI, più che nel PSI, era un animo industrialista. Le racconto che il mio primo incarico amministrativo l’ho avuto come Consigliere Comunale a Mira, ho fatto per quattro anni il capogruppo del PSI a Mira, che era la roccaforte della sinistra, per farmi le ossa. A quel tempo nel Partito Socialista non mandavamo i giovani pulzelli alle scuole di partito, ma giustamente li mettevamo nelle amministrazioni comunali a fars le ossa. Io sono andato a Mira, Renato Nardi è andato a Salzano. Sono andato a Mira perché si stava preparando l’operazione della terza zona industriale a Marghera! Uno dei leader di questa operazione era l’on. Golinelli che con l’on. Matteotti ed altri deputati compresi i DC dettero vita ad una proposta di legge ad hoc, ma era in  Comune di Mira che si trovavavo le aree industriali. Ho fatto anche parte del Consiglio di Amministrazione del Consorzio, che poi ha gestito la terza zona industriale, con Dorigo per la DC e l’ing. Pagnin per il PCI, erano i primi anni ’60. La cultura di fondo del PCI e, per certi versi, anche del PSI era fondamentalmente industrialista. Marghera per noi era una specie di leva per scardinare …, la nostra strategia socialista nel Veneto era allora la lotta al policentrismo che favoriva la DC ed i suoi centri di potere clientelari, Marghera costituiva la fucina di una classe operaia  le cui vicende hanno condizionato tutto il ceto polittico dirigente della città.. Pensi che Marghera ha avuto 42 mila addetti e, ironia della sorte, ho fatto in quegli anni anche  l’assistente del Presidente del Consorzio Industriale di Porto Marghera,  amico nonché compagno di partito, l’avvocato Giovanni Giavi. Giavi è stato Presidente della Camera di Commercio, era in studio con Carnellutti, il famoso studio Scandiani Carnellutti e Giavi, avvocati di fama nazionale.  Ho visto Porto Marghera con l’occhio socialista e poi con l’occhio dei dirigenti industriali e cioè dall’altra parte. Della barricata Marghera ed il suo sviluppo è sempre stato un tema centrale nel dibattito politico, quindi la pianificazione veneziana risentiva di questo. L’ecologismo era un ecologismo così!

D. C’era stata l’alluvione del ’66 che aveva avuto il suo peso sul dibattito.

R. Abbiamo cominciato la grande battaglia per la Legge Speciale per Venezia, anche lì con alterne vicende perché, come lei sa, la Legge Speciale è stata frutto molte mediazioni. Il disegno politico di Gianni Pellicani era, in parole povere, a quel tempi si parlava di “compromesso storico”, mutuare il modello tattico- strategico di Berlinguer a livello nazionale. Come tutte le cose in politica era tutto molto più complicato.

D. Era favorito in questo disegno dalla DC veneziana che era una DC di sinistra, non certo dorotea.

R. Certo, Giorgio Longo era un mio carissimo amico!

D. E poi Gianni Rivi, Carlo Vian, Bassotto, erano uomini che segnarono una certa discontinuità rispetto alla Giunta Favaretto Fisca.

R. Beh, anche Favaretto Fisca oggi lo rivedo con occhi diversi, ha poco a che vedere con il doroteismo successivo, perché era un Mario Rigo in versione democristiana! Lo dico in senso buono, voglio un sacco di bene a Mario Rigo, è simpaticissimo, ma non è mai stato un uomo politico almeno come lo intendo io. E’ stato un bravo organizzatore, anche quando era nel PSDI, ma non è mai stato un intellettuale, di questo lui ne ha molto sofferto. Non produceva idee, era come Bossi! Solo che Bossi è più lucido. Mario dopo il la scomparsa del PSI aveva preso la strada autonomista ma Bossi quando ha visto il pericolo l’ha subito messo da parte. Bossi è rozzo e incolto ma la lucidità ce l’ha, come tattico, poi la politica, come ci insegnavano da ragazzi, non è solo tattica, è soprattutto strategia, se non hai la visione del cambiamento, non combini nulla. Beh, dove eravamo?

D. A Longo e Favaretto Fisca.

R. Favaretto Fisca è stato un bravo ingegnere, era ingegnere al Magistrato alle Acque, poi è stato Presidente per dieci anni dell’Amministrazione Provinciale mi pare dal ’50 al 60 e poi è entrato nell’amministrazione comunale per un altro decennio come Sindaco. Non era Spanio, per dirle un altro sindaco, o Tognazzi. Favaretto Fisca era un uomo della Democrazia Cristiana  in tensione con la sinistra veneziana ma non in contrapposizione come c’è stata dopo con il doroteismo, che non aveva radici veneziane, ma terrafermiere. Gusso, Degan, Ferrari Aggradi, Malvestio e molti altri erano tutta gente di terraferma, di campagna, dicevamo noi. Questo atteggiamento faceva parte di un po’ snobismo di noi veneziani nei confronti della terraferma, e questo vale per tutti i partiti, anche questo “quid” in più, si aggiungeva allo scontro tra le varie correnti della DC.

D. Longo e la sinistra avevano come punto di riferimento l’on. Gagliardi, personaggio interessante, anche Dorigo, che poi passerà al PCI. Longo è stato uno dei protagonista della “formula Venezia”, poi del “minicompromesso storico”. Lui mi diceva che durante il suo mandato non avevano soldi,  molto dibattito e la messa in cantiere di iniziative che sono state realizzate dalla Giunta Rigo- Pellicani, che è riuscita ad accedere ai finanziamenti della Legge Speciale.

R. Questo in parte è vero, ma i primi eversori della Legge Speciale siamo stati noi nella giunta di sinistra; lei non immagina i quattrini che sono sati trasferiti da Venezia a Mestre per  le fognature e tante altre infrastrutture in forza della tesi che la difesa della laguna di Venezia si doveva fare a monte, sulla gronda lagunare e sul bacino scolante in Laguna. Se Mestre ha quell’assetto che oggi ha, lo deve proprio a Pellicani oltre che vicesindaco, anche Assessore al Bilancio, e alla Giunta di sinistra, perché noi abbiamo fatto, non dirò di illecito o illegittimo, ma quantomeno una grande forzatura, spostando i fondi della Legge Speciale per dotare Mestre di un sistema fognario.

D. Anche i Decreti Stammati hanno portato finanziamenti, me lo raccontava il dottor Sabato.

R. Sì, il dott.Vincenzo Sabato è stato  mio capo ripartizione quand’ ero  Assessore al Bilancio. Sono stato Assessore per quasi nove anni, sono entrato in Giunta nell’80 fino all’85, poi quando è cambiata la Giunta  sono diventato vicepresidente della Biennale con Paolo Portoghesi Presidente.

D. Credevo fosse Crivellari.

R.Crivellari mi pare sia succeduto a Pellicani, quando quest’ultimo ha lasciato la Giunta e comunque  prima di me;  lo sono stato nell’89, quando mi hanno degradato da candidato Sindaco ad Assessore al Bilancio. Sono stato dall’89 al ‘90, per due anni. Io sono stato Assessore alle Attività Produttive dall’80 all’85, Assessore al Commercio, quello che ha Bortolussi adesso. In Giunta complessivamente  ci sono stato per quasi nove anni.

D. C’era Gianni De Michelis che aveva portato avanti delle posizioni interessanti in merito allo sviluppo- salvaguardia della città, non so se anche lei …

R. De Michelis esprimeva una “comunis opinio” del partito socialista, perché sentivamo ancora l’effetto dell’industrializzazione, eravamo figli di quella cultura, meno marcatamente del PCI ma quello era il filone. Anche la salvaguardia veniva letta come un momento di sviluppo, non come tutela tout court, come voleva Italia Nostra e tutti i gruppi ecologisti che erano, non tanto fondamentalisti, ma conservatori e non a caso l’area ecologista non era di sinistra, era un’area borghese, non so come definirla.Lo chiamavamo come ho detto il “Partito delle contesse”. Non dirò di destra, erano i Casellati, che tutti ricordavano come il figlio del Federale fascista. Al povero Toni passato dal PLI al PRI non hanno mai perdonato che suo padre era stato federale del Partito Nazionale Fascista!

D. Il padre era un liberale in origine.

R. Certo, non è che le colpe dei padri ricadano sui figli! Basta che le persone non abbiano fatto mascalzonate, destra, sinistra …, anche Mitterrand è stato schierato un momento con la Repubblica  di Vichy ma è poi diventato uno dei più grandi leader del socialismo europeo. Era la politica, tutto veniva giudicato in base alle scelte tue, della tua famiglia, mi ricordo il dramma di GianniPellicani col fratello, la storia di Carbone (Fine lato B. Cassetta n. 2, lato A) Quando lei mi ha telefonato parlandomi di Gianni Pellicani mi è venuto subito in mente quella lunghissima passeggiata, era domenica, una delle poche che ero a Mestre, l’ho incrociato e “Ti fa do passi”, “Sì, sì” e ha cominciato parlarmi, a raccontarmi, parlandomi molto bene di Cacciari, perché scrive benissimo. Gianni Pellicani aveva questo complesso, che se lo tirava un po’ dietro, di non essersi laureato …

D. Voi politici di quel periodo non avete tenuto diari, relazioni …, sembra che non avevate il tempo per fermarvi a scrivere.

R. Potrei risponderle dicendole “Legga le relazioni degli anni in cui eravamo amministratori, legga i nostri atti amministrativi”, oppure  gli ordini del giorno che abbiamo scritto. Io relazioni ne ho scritto a decine ma non ho mai scritto un diario, è vero. Adesso si metta a ridere, perché lei mi sta facendo quasi da confessore! La mia generazione …, e poi le spiego il perché di De Michelis, quando io sono entrato nel partito socialista, sì, esistevano compagni bravi e intelligenti ma il cosiddetto soggettivismo era un atto disdicevole! L’individualismo era il più grande peccato che un comunista o un socialista potesse commettere! Lei deve pensare che fino al ’48 il PCI e il PSI marciavano insieme, era un’unica linea politica, dopo la scissione anche se il patto per l’unità di azione è durato fino al ’56. Nenni è venuto a congresso qua a Venezia e ha liquidato quel patto . Lei deve capire che uno dei peggiori “crimini”, da finire ai probi viri nazionali, se eri accusato di fare carrierismo. Chi ha portato il carrierismo nel partito socialista è stato De Michelis! Non l’ha  forse portato lui, era nei tempi che cambiavano, era la cosiddetta mutazione genetica in atto, che  ha toccato prima il partito socialista per estendersi poi …a sinistra. Si metta a ridere.  Sono sostenitore della sublagunare dal 1963, il partito socialista aveva una visione moderna, di una città dinamica. Il fascino del partito socialista era questo, ecco era il motivo per cui un giovane entrava in questo partito.

D. E che il PCI non aveva.

R. Che allora non aveva, poi sono cambiate molte cose! Il PCI, soprattutto avevo degli amici in Emilia, il PCI emiliano era tutta un’altra cosa del PCI veneziano o del PCI di Vidali a Trieste, che aveva alle spalle il retaggio titoista, non il titoismo riformista, quello delle foibe. Ora sarei portato a farlo ma poi vince la pigrizia. Le racconto una cosa, non si metta a ridere, nel 2000 mi sono innamorato …  del computer (Ride).  Passo giornate intere davanti al computer; lei dirà “Scrivi sul computer!” ma scrivo tutte  cose che interessano la mia associazione. Comunque ci farò un pensierino, sono stati anni molto interessanti. Con Gianni Pellicani ci trovavamo, non mi ricordo bene le date, “Senti Gianni, io sono depresso potevo diventare un brillante avvocato, fare un sacco di quattrini e mi sono fregato. Ho sbagliato tutte le mie scelte politiche, ma quello che mi brucia di più è con tutte queste lotte che abbiamo fatto nel corso di tutti questi anni, guarda come siamo ridotti!”. (Ridiamo) La malattia, la vecchiaia ti fanno molto maturare, umanizzare, lui era stato piuttosto, un duro quando era militante. Ogni tanto aveva qualche debolezza ma la sentiva tale, quasi che un comunista dovesse avere una corazza impenetrabile e non il lato umano. E lui mi ha detto “Sì, ti ga razon, però pensa a quanta gente ha il posto di lavoro, ti te ricordi tuti ‘sti ani!”. Sì, ci sono le nuove povertà ma come nei film di Antonioni  anni ’60, era uno stacco rispetto alla cinematografia corrente, che ci aveva introdotto in una dimensione intrapersonale tale … La vecchiaia e la maturità ti portano a essere molto più umanizzati. Forse era per rincuorare se stesso, anche se aveva fatto una carriera politica straordinaria.

D. Non gli hanno fatto fare il salto a livello nazionale.

R. No, ma lo ammazzano! Gli apparati sono terribili, questi non ti permettono niente! D’Alema è forte perché è ancora un uomo di apparato, il Partito democratico non diventerà mai maggioranza fino a che non fa saltare con la dinamite l’apparato, perché ormai è finita quella fase! Il buon Veltroni è bravo poveretto ma se deve resistere …

D. Tornando a noi volevo chiederle come mai i socialdemocratici quando nel ’75 i socialisti si allearono col PCI, non fecero altrettanto?

R. Perché sono tutte cose storiche, risalgono a Palazzo Barberini, alla scissione del ’48, la sinistra è sempre stata divisa! Pellicani mi disse in uno dei nostri incontri “Senti Gianfranco tu non pensi ma prima o poi salteròà fuori qualche Mitterrand anche nella nostra sinistra”. Noi non abbiamo avuto mai nessun Mitterrand, perché non abbiamo mai avuto le condizioni per avere un humus che lo facesse nascere. Solo una parte della sinistra tenta di avere una cultura moderna, una parte elitaria.

D. Pellicani è stato un esempio di comunista di questo tipo.

R. Certamente, però era isolato e non ha fatto mai nessun salto!

D. Pellicani ha voluto provare a governare, a “sporcarsi le mani”, e gli accordi di dicembre, come anche lei mi diceva, avevano questa funzione. Forse i democristiani non se n’erano accorti.

R. No, no se n’erano accorti, però non avevano alternative, cosa poteva fare Longo? Andavano a casa! Pellicani era un isolato nel contesto del PCI nazionale, mi ricordo quando è venuto Napolitano a fare il discorso funebre che ha parlato proprio dell’isolamento di Pellicani.

D. Lei condivide questa lettura?

R. Caspita! Certo! Il partito comunista stava cambiando, non c’era più la vecchia classe dirigente, i Momi Federici, la moglie.

D. La moglie era Assessore.

R. Sì la Lia mi pare fosse del gruppo di Gianni Pellicani, nel partito non c’era più questa gente. Vianello l’attuale vicesindaco è un bravo ragazzo, lo conosco, ci diamo del tu ma non ha nulla di che spartire con il PCI di Chinello. Ivone era un po’ troppo russo per il mio carattere e un po’ bresneviano, me lo ricordo negli anni ’60. C’è stato questo grande cambiamento, ma non vedo personalità. Non voglio fare la battuta banale e ovvia ma Berlusconi ha governato, e governa da quindici anni. Ci sarà pure un perché? Sarà anche un genio….. però …, lo vedi nei minuscoli comportamenti, Mitterrand, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Adeanauer, sono tutt’altra  storia

D. Il PSDI, davanti agli accordi del ’74, aveva avuto una forte reazione. C’era la paura dei comunisti al governo?

R. Più che paura …, in realtà il partito socialdemocratico più del partito socialista,  sono stato in entrambi anche se in momenti diversi e non comparabili, sono stati i vettori del subconscio italiano della paura dei comunisti. Mi ricordo una frase di Gianni “Ti me spieghi Gianfranco perché ia gà tanto co’ noialtri comunisti!”. Me lo diceva un anno prima di morire, perché non riusciva a convincersi nemmeno lui. Il partito socialdemocratico in maniera molto più acuta, ma anche il partito socialista, c’era questa paura storica che li attraversava, che a volte aveva anche dell’irrazionale, perché un uomo che ha vinto le elezioni politiche negli anni ’90 in nome dell’anticomunismo, quando il comunismo sembrava un nonsenso dal punto di vista logico, ma dal punto di vista politico non è così.

D. Lei è in Consiglio Comunale nei banchi dell’opposizione, come matura il suo passaggio in maggioranza?

R. L’ho maturata nel giro di un anno, devo dire per onestà intellettuale, che il propellente è stato Craxi diventato segretario del PSI nel ’76. Bettino lo conosco da quando eravano giovani socialisti, non sono un craxiano acquisito come lo sono diventati la maggioranza dei miei. Lei sa perché Gianni è diventato Ministro? Bettino doveva far fuori Signorile che gli contendeva la segreteria, ha comprato Gianni! L’ha comprato! Cosa nobile in politica, non lo dico con disprezzo, l’ha acquisito “Ti do il posto di Ministro delle Partecipazioni Statali e mi porti i tuoi voti”, una trattativa che si fa in politica. E Gianni che non ha mai avuto un pelo …, che è sempre stato così. “Gianfranco mona! Hai tutte ‘ste fisime moraliste, che non servono a niente in politica, non farai mai  nulla!” Aveva ragione lui, devo dargli atto! Infatti ho sbagliato tutto perché non ho seguito …, forse non ero neanche maturo, forse non ero all’altezza. La lucidità si deve usare anche nei propri confronti, è comodo usarla nei confronti di terzi. E Bettino ha preso la maggioranza quella volta e  sono passato nel PSI perché ero amico di Paolo  Pillitteri, che era più giovane di me, ma che era venuto con me  nel ’69  assieme a Matteotti e a Ferri. Doveva venire anche Craxi. Nenni non poteva, ma Bettino è stato lì, lì. Oddio, bisogna essere nelle teste delle persone, Questi racconti li ho sentiti da Mauro Ferri, da Matteo Matteotti.La mia è una interpretazione del tutto soggettiva, non siamo in sede storica, raccontandoci stiamo così da buoni amici, le cose della vita politica.

D. Lei esce e esce con Canilli?

R. No, Canilli non mi pare,  ho portato con me tutto il gruppo dirigente regionale perché ero ancora segretario regionale. Lo sono stato dal ’69 al ’76.

D. Ecco (trovo l’indicazione precisa), aveva portato con sé Gerardo Mongiello. Quindi altri due Consiglieri che si uniscono al gruppo socialista, nel quale c’era la divisione tra i sostenitori di De Michelis e quelli di Rigo. Lei dove si collocava?

R. Io ero in mezzo perché ero appena uscito e non volevo schierarmi con nessuno.

D. Che partito ha trovato?

R. Ho trovato un partito completamente diverso, già di carriere avevo sentito parlare con Gianni (De Michelis) negli anni ’70 e diciamo ormai era un partito socialista diverso da quello che avevo incontrato all’inizio. Non mi sono neanche posto …, anche perché mi vergognavo nella mia coscienza, nel senso che mi sentivo quasi uno che è andato, tornato, quasi un traditore. Lo devo confessare, poi avevo l’idea di aver commesso forse un errore, dovevo quasi farmi perdonare. Non era una situazione piacevole, poi viceversa mi sono buttato anima e corpo.

D. Aveva qualche appoggio all’interno del partito?

R. Sono stato corteggiato da entrambi gli schieramenti, poi a un certo punto …, io a Rigo, pur volendogli gran bene, mi rendevo conto che come Sindaco … Tra lui e Pellicani c’era un abisso. Il vero sindaco di Venezia era Pellicani e Gianni De Michelis, che mi conosceva bene, ha giocato su questo e “Sai Gianfranco, possiamo cambiarlo!” Ed è nata questa crisi che poi si è conclusa  con la vittoria di Rigo perché è rimasto Sindaco . Quella crisi l’ho vissuto in modo strano …

D. Non aveva ricevuto incarichi?

R. No, ho fatto il capogruppo perché sapevo parlare, avevano bisogno di uno speaker (Ride).

D. Faceva parte di qualche Commissione Consigliare?

R. No, io non facevo parte nessuna Commissione Consigliare e avevo una ritrosia a chiedere, non sono mai stato uno che chiede, forse perché sono molto orgoglioso, è uno dei miei grandi difetti.

D. Beh, ha avuto una carriera di tutto rispetto.

R. Avrei avuto tutt’altro tipo di carriera se avessi seguito certi parametri e ho, col senno di poi, fatto un errore colossale a non aver proseguito nella professione! Sarebbe stato meglio per tutti, per i cittadini, se avessi continuato a fare l’avvocato! E’ stato un momento un po’ critico, avevo Bressan, un uomo fantastico, intelligente, brillante al quale dovevo sempre dare sulla testa perché si era schierato con Rigo.

D. Si era costituito nel ’78 il Gruppo Socialista Autonomo con Bressan e Mineo.

R. Mineo si era staccato perché voleva avere il suo spazio perché era un socialdemocratico di vecchia data, era venuto con me nel ’76.

D. No, era uscito Mongiello con lei.

R. Mi sbaglio, ho un vuoto …

D. Gli Assessori socialisti erano Nardi, Lavori Pubblici, poi Mineo, Bolgan, Laroni, Ferrari. Nel giugno del ’77 Rigo revoca  la delega che aveva Mineo e nel gennaio del ’78 quest’ultimo si ritira dal PSI e costituisce il GAS con Bressan. In Consiglio Comunale lo chiamavano scherzosamente l’”Assessore di minoranza”.

R. No, non ricordo questa vicenda, ricordo che mi sono schierato contro Rigo per le ragioni che le ho detto. Io non sono stato mai un sanculotto, per natura sono diplomatico, non ho il carattere di Pellicani o di De Michelis, che sono molto aggressivi. Non l’ho aiutato, mettiamolo così.

D. Infatti non mi era stato indicato come sostenitore di De Michelis, neanche Nardi mi sembra.

R. Nardi era con De Michelis a metà, Laroni era il suo fido scudiero, Greco era con Rigo, Ferrari era con De Michelis, Callegari era un uomo di De Michelis, era un operaio del Petrolchimico, lui era stato segretario della  sezione socialista del Petrolchimico e poi segretario di una delle più grosse sezioni che  avevamo a Mestre, Carpenedo (Fine lato A. lato B, cassetta n. 2). Gianni vantava le sue origini, quando si vestiva da operaio, come qualcuno lo ha definito e faceva le grandi battaglie con Cacciari sul Petrolchimico e poi ha continuato sempre. Lui si è schierato a sinistra, il paradosso era io avevo una mentalità di sinistra ed ero a destra, lui che era uno di destra, era a sinistra. Lui lungo questa strada, con questo retaggio che lo ha sempre coperto, perché ha capito una grande legge della politica: se vuoi conquistare il potere prima ti schieri con la sinistra, poi ti porti a destra. Questo è un classico, avendo la copertura lui poteva fare tutte quelle operazioni che poi ha fatto, fino a diventare Ministro. Rigo lo contrastava come, per farle capire, l’anticomunismo. Da noi gli antidemichelisiani erano come gli anticomunisti in Italia, Rigo viveva più sulla paura di De Michelis che sui meriti propri! Mario, ripeto, un bravo uomo,  però sul piano culturale fra lui e De Michelis, non esisteva confronto! In questo è molto meritorio il comportamento di Mario perché, nonostante questi handicap, era bravissimo a conquistare voti! Era l’uomo delle “ombre”, come dicevamo noi, da pacca sulle spalle.

D. E’ stato appoggiato dai comunisti.

R. E’ stato appoggiato dai comunisti in odio a De Michelis, le ripeto, non è tanto balzano questo parallelo che le proponevo prima, si assomigliano un po’, Mario era molto umano, molto alla mano, lui ci giocava anche su questo. Nella “singolar tenzone” ha retto bene l’urto, tanto che ha fatto una carriera che con Gianni Pellicani ci meravigliavamo, lui se lo ricorda ai tempi di Noale, quando vendeva mobili!

D. Macchine. Il PCI lo aveva difeso …

R. Sì, perché difendeva la Giunta di sinistra, i comunisti avevano tutti i difetti di questo mondo ma il senso della politica quel partito, quel gruppo dirigente il senso della politica l’aveva acuto. Infatti De Michelis l’aveva capito e allora a sua volta alzava la bandiera dell’autonomia di partito per andare contro Rigo, che era “subalterno” dei comunisti!

D. C’è stato l’episodio della Regata storica, c’era, me lo racconta?

R. Eh (Ride), hanno abolito poi i cortei! Il corteo del sindaco! Mario in questo era un maestro, lui per organizzare era veramente un diavolo! Lui si è fatto una di quelle claque e De Michelis ha preso tanti di quei fischi!

D. Lei c’era?

R. No, quando ero Assessore al Turismo partecipavo a queste cose. Rigo era un genio, come ha preparato la campagna europea! Questo Rigo non glielo dirà mai, lui ha usato “la macchina” della Regata storica, il palco delle autorità, triplicandolo! Ha invitato tutti i sindaci del collegio elettorale, è stato di una bravura unica! In questo è un uomo geniale!

D. E’ stato il colpo definitivo del progetto di De Michelis.

R. No, il colpo definitivo è stato l’Expo, e se l’è voluta lui perché l’ha troppo personalizzato! In quei momenti veniva fuori De Michelis, l’uomo vero, questa ebbrezza di ptere!. Il Senatore Luigi Ferroni diceva “Gianfranco questo è un secondo Volpi!” (Ride)

D. Volevo chiederle che novità ha portato la prima Giunta Rigo- Pellicani?

R. La prima Giunta è stata rivoluzionaria addirittura! Fortemente innovativa, anche perché quelle precedenti avevano fatto ben poco, e poi c’era il contesto politico nazionale, una serie di stimoli. E’ stata un “rabalton”.

D. Volevo chiederti un po’ di De Michelis e anche di Craxi, mi dicevi l’altra volta che eri tornato nel PSI quando lui è diventato segretario. Come, secondo te, Craxi ha cambiato il partito?

R. E’ un argomento che ha anche degli aspetti di emotività dei giudizi, quando tu fai una scelta come ho fatto io nel ’76,  una scelta non facile, non semplice. Mi ricordo il Gazzettino mi ha fatto un attacco di quelli feroci! Il mio rapporto con Craxi non è stato in realtà un rapporto profondo, non avevo dimestichezza con lui, non era un mio amico. De Michelis, pur combattendolo  nei congressi, lo consideravo un  amico, col quale avevo certamente maggior confidenza, non solo perché l’avevo iscritto io al partito socialista ma perché dopo tanti anni che sei insieme nel partito si crea una dimestichezza.Craxi era un uomo poco comunicativo, e, se devo essere sincero fino in fondo, era un uomo che non aveva un grosso spessore culturale rispetto alla media dei dirigenti che avevo incontrato nel vecchio PSI. Ti citavo Basso, Panzieri, Riccardo Lombardi, anche se su posizioni diverse, i “normalienne” del gruppo dei “Quaderni rossi”, che era la sinistra socialista che avrebbe preconizzato agli extra parlamentari. Bettino ha sempre sofferto del fatto di non essersi mai laureato perché nel partito socialista la laurea era la regola del gruppo dirigente, anche rispetto al PCI che aveva militanti che provenivano dal sindacato, dalla classe operaia e poi erano funzionari di partito, non facevano neanche a tempo. Per esempio Veltroni e D’Alema non si sono laureati perché entrati subito da ragazzi nel meccanismo dell’apparato, non avevano neanche il tempo o la voglia di studiare, mentre nel PSI era tutto diverso.  Mi sono laureato a 23 anni e poi mi sono iscritto al partito, essendo di famiglia popolare, per cui dovevo pensare di fare tutti gli esami con le borse di studio, per non pagare le tasse. Quando mi sedevo per fare l’esame come minimo dovevo portare a casa un 27 e contemporaneamente lavoravo per contribuire al modesto bilancio della mia famiglia. Craxi ha avuto un grande merito, lo dico non perché sia stato un convinto craxiano, di lui mi dava fastidio quella specie di autoritarismo che aveva, mentre io ero proprio di cultura libertaria, e il poco spessore culturale. Questa sua presunzione, ma devo riconoscere che, per tenere unito e fare di questo partito socialista una specie di falange macedone, non poteva usare che mezzi robusti e autoritari. Lui percorreva consapevolmente  del comunismo, la dittatura del proletariato, che non è una invenzione teorica come potrebbe apparire in un dibattito ideologico, è una esigenza pratica! Puoi immaginare Lenin che nel vagone piombato raggiunge la Russia col consenso dello Stato Maggiore Tedesco, finita la guerra c’è la necessità di ricostruire, con tutte le fazioni che aveva dentro. Noi studiamo i bolscevichi e i menscevichi ma all’interno di queste formazioni c’erano anime diverse! Quindi per radicare questo strumento che non esplodesse nelle mani dei dirigenti la dittatura era necessità. Non dirò che Craxi sia stato un dittatore perché in realtà capiva che il partito socialista era così, però aveva questo polso autoritario.

D. Non l’avevate capito subito?

R. Beh sai, c’erano i giochi politici mi ricordo quando ha fatto fuori Signorile nel famoso comitato centrale facendo l’alleanza con Gianni De Michelis, promettendogli come moneta di scambio il posto di Ministro alle Partecipazioni Statali. Gianni, che è un uomo intelligente, aveva capito che con un posto del genere c’era una massa di quattrini che girava e con questo …, in politica o hai i quattrini o non fai nulla! Certo ci occorre l’ideale ma ci occorre la benzina! Anche il partito comunista aveva le sue fonti di finanziamento e non mi scandalizzo, sono “dati necessitati”, quello che conta è se il denaro soverchia le tue idealità, ti devia e ti conduce a una mera lotta per il potere, cosa che si è verificata. Craxi neanche in Lombardia, neanche a Milano, era in realtà molto amato, poi c’è stata l’idolatria, tutti montano sul carro del vincitore. Lui era una personalità, quelle volte che andavo dalla sua segretaria in piazza del Duomo, non la Marinella della direzione, era un uomo abbastanza solo, che non si fidava di nessuno, lo dicevano tutti, perché era un manovratore di quelli sportivi, faceva la politica alla Mitterrand, non nel merito, nel metodo. Mitterrand in Francia è stato le “florentine”, cioè Macchiavelli, nel senso che sa gestire e tenere il potere. Era ammirato e nessuno, neanche lo stesso De Michelis a cui non manca certo il pelo sul petto e dentro la sua coscienza, anche lui lo guardava con attenzione. Craxi menava di quei fendenti! Questo ha cambiato la struttura del partito, è diventata una struttura dove di fatto si praticava il cosidetto”centralismo democratico” che noi socialisti rimproveravamo al PCI, togliendo pertanto spazio alla vivacità e alla dialettica. L’altra sera, si vede che sto proprio diventando vecchio, erano le tre di notte e stavo leggendo ancora gli atti del Congresso di Napoli del ‘59, tenutosi subito dopo quello di Venezia, quando Nenni ha cominciato il distacco dal partito comunista. Emergeva da quelle pagine  un partito socialista carico di idee, un livello di dibattito! E’ difficile definire il partito socialista, ma aveva quel pizzico in più, ecco di quel partito non era alla fine rimasto più niente!

D. Vuoi dire che Craxi ha impoverito il PSI?

R. Ha ridotto molto quello che è stato il grande dibattito culturale, anche ideologico, però lo ha per contro arricchito di intuizioni nuove e moderne. Ecco perché sono sempre stato autonomista, pur amando gli uomini della sinistra, ho sempre sentito il bisogno della modernità intesa come rapporto tra politica economia e società, tre aspetti che sono sempre dialettici e non sincroni, ed è difficile che lo siano tranne in certi momenti in cui c’è la grande svolta, indipendentemente dagli uomini, che dà l’avvio a una visone nuova. Craxi ha dato una spinta di modernità che rompeva gli schemi tradizionali dei partiti soprattutto a sinistra. In politica estera, lui si è giocato bene con Sigonella, ha dato il segno dell’autonomia del Paese. Questo, a mio parere, è stato l’effetto della modernità che lui introduceva. Nel ’76 il suo arrivo al potere è stato un colpo di palazzo, scalzare De Martino grazie a Giacomo Mancini con i voti del sud, e Claudio Signorile, che stava in barca con lui. Sbancare tutto il sottofondo del demartinismo …PCI e PSI, sono come nelle “Vite parallele” di Plutarco, sono stati due partiti che per cinquant’anni, pur odiandosi, il fascismo gli costringeva a stare insieme, Craxi  con un colpo di mano è diventato leader e si è aperta una strada nuova. All’inizio, come succede, vogliamoci tutti bene e poi man mano …, lui ha commesso un marchiano errore, che personalmente non gli o mai  perdonato in sede di analisi politica, di avere un’autostima, una presunzione che non gli ha fatto capire e vedere il tranello che gli stavano tendendo.

D. Mario Chiesa?

R. No, Bettino era già braccato dalla magistratura. Vedrai tra vent’anni su Tangentopoli …,  dalla mattina alla sera mi sono trovato, come molti, senza partito!
D. Beh, è successo lo stesso alla Democrazia Cristiana e al partito comunista.

R. La DC aveva un insediamento che noi ci sognavamo di avere, lo stesso PCI aveva un insediamento che era lo stesso nostro nelle tre regioni rosse, perché il socialismo era nato lì nel Novecento.

D. Non te l’aspettavi?

R. Devo dire che nell’ultima fase  avevo toccato con mano la mutazione genetica del mio partito. Uno come me che era entrato nel ’58 quando il PSI era all’opposizione, poi sono stato con Matteotti e Ferri nel PSDI, così … Pur capendo tutte queste cose non avrei mai immaginato …, anche se razionalmente si può anche capire perché si fosse arrivati a un punto di corruzione, adoperiamo proprio la parola giusta, si sono persi i valori! Penso a quando Rigo come Sindaco  nel ’76 aveva fatto un’orazione per la morte di Diego Valeri. Diego Valeri negli anni Cinquanta era nella lista al Comune di Venezia,  pensa era nella lista con Zecchi, con Vespignani, il meglio che c’era in città!  Personalmente non immaginavo che potesse accadere una catastrofe così, sono stato uno sprovveduto. del resto non sapevo, non sentivo, non voglio nascondermi e fare la viola mammola, meglio fermarsi qui. L’etica si era affievolita, non esisteva più, tutto era moneta di scambio, però c’era questo mélange tra il degrado che come una metastasi si andava sviluppando e questi sussulti di cambiamento radicale della struttura dello Stato, la cosiddetta modernità. C’erano queste due facce, non so se era la dialettica conseguente di quel tempo ma so che si caratterizzava così. Ti farà sorridere ma ero un fautore della Repubblica presidenziale perché a me piaceva da matti Mitterrand, l’impresa di aver messo insieme …  Speravo che tra Craxi e Berlinguer si arrivasse a un minimo di mediazione e invece sono state due visioni antitetiche anche irrigidite da polemiche e duri scontri tra i due partiti della sinistra. Il sogno mio personale era quello di vedere il grande schieramento della sinistra con un grande leader, come in quella francese che era meno socialdemocratica. Craxi era l’unico leader che poteva farlo anche se metà del partito comunista lo odiava perché incosciamente lo amava , parlo della base, non dei vertici, dove c’è maggiore cinismo. Craxi era l’unico uomo che in quel periodo storico  avrebbe potuto unificare la sinistra.

D. Tu eri capogruppo del PSI nella prima Giunta Rigo- Pellicani e Assessore nella seconda.

R. Sono stato Assessore Attività Produttive ‘80-’85, poi sono stato tre anni vicepresidente della Biennale, e sono tornato con la Giunta rossa-come Assessore al Bilancio e anche nel ‘90- ’92. Come Assessore al Turismo Poi c’è stato il Commissario e nel ’93 sono diventato Sovrintendente alla Fenice. Da allora mi sono messo da parte.

D. Dell’anno 1978 volevo chiederti in merito alla crisi politico- amministrativa e del sequestro Moro, come l’avevi sentito, come l’aveva vissuto la città.

R. L’avevo vissuto in modo molto drammatico, ma veniamo prima alla crisi. Ti faccio una confessione come tu fossi un confessore laico; in realtà quando sono tornato nel PSI tanti baci e abbracci, però con Gianni De Michelis, che pur stimavo avevamo due concezioni  diverse della politica, anche se lui diceva che la pensavamo allo stesso modo ed ha tentato di catturarmi offrendomi di fare il parlamentare. Quando è stato eletto deputato Vazzoler potevo essere io eletto al suo posto e me lo aveva offerto purché passassi con la sua squadra, non me la sono sentita proprio. Ho sempre mescolato, e questo forse è il mio limite oggettivo nell’attività politica, i sentimenti con la razionalità. In politica o sei lucido e sai superare questi dati emotivi, oppure resti una persona che fa politica in maniera dilettantesca. Ero dal punto di vista umano più affine a Mario Rigo, nonostante la sua non grande  cultura, lui, a differenza di me, aveva una grande furbizia, era un animale elettorale, era il tipico socialdemocratico italiano  bravo a far voti, clientele, ma al tempo stesso possedeva  una grande e simpatica umanità . Per questa fascia di sentimenti che è molto forte in me, avevo più affinità con Mario. Non pensavo che tornando nel PSI avrei trovato questa spaccatura, dopo il famoso “patto di Caorle”, avvenuto prima del ’75 per il quale le due correnti, De Michelis e Rigo, si erano messo d’accordo in modo che De Michelis andava in Parlamento e Rigo avrebbe fatto il sindaco.

D. Te l’hanno raccontato?

R. Sì, lo sapevo prima io di loro che ero nel PSDI, i socialisti veneziani “squaquaravano” sempre tutto in giro (Ridiamo) e anche questo che allora per me  era un difetto forse col senno di poi era un pregio! Tornando nel PSI avrei potuto disturbare degli equilibri. Non star mica a credere, quando sono tornato il compagno Borghetto un simpatico ferroviere mi disse“Pontel, ti credi che il partito sia un autobus, dove se entra e se va via!” Molti  compagni non me lo perdonarono di aver lasciato il PSI , ero il vicesegretario della Federazione, non ero l’ultima ruota del carro, con l’odio che c’era al tempo della scissione! Mi trovavo in mezzo a questi due blocchi e non sapevo come muovermi, però conoscevo il valore di De Michelis e il valore di Rigo e quando sono entrato ho capito subito che i due Gianni, Pellicani e De Michelis, cominciavano già a misurarsi entro la Giunta di sinistra a chi contava di più. A mio parere Gianni Pellicani è stato il  vero vincitore in quanto la Giunta di sinistra è stata una sua grande vittoria, più che dei socialisti e dello stesso De Michelis. I socialisti contavano di più alleati con la DC che con il PCI. (Fine lato A, cassetta n.3. Lato B) Soprattutto la cosa che hai notato anche tu, dopo l’approvazione dei piani particolareggiati del dicembre ’74, c’è stato il primo compromesso storico, infatti ricordo che Tanassi mi ha attaccato in direzione. Mi ha detto “Ma come, un politico avveduto come te!” “Ma è una cosa amministrativa” “Che roba amministrativa! Questa è un segnale forte di applicazione del compromesso storico”. Craxi ha usato De Michelis per conquistare il partito nel ’76, probabilmente stava cambiando qualche cosa e mutava il contesto politico. Rigo era dalla parte opposta di De Michelis, lui è vissuto politicamente sempre nella contrapposizione con De Michelis!

D. Ha avuto cariche di rilievo, mi dicevano che è stato presidente del gruppo misto alla Camera.

R. Sì, il gruppo misto in quel periodo era il cosiddetto “quarto gruppo” quando gli altri erano sotto avvisi di garanzia, questo la dice lunga sulla sua bravura tattica! E’ più facile in politica essere contro una persona che offrire una alternativa, una linea, perché significa una elaborazione.

D. Rigo rappresenta un tipo politico, non c’è un unico modo di svolgere il ruolo, che appartiene a una tradizione ben radicata anche in ambito amministrativo. E’ una figura interessante.

R. Assolutamente e a Venezia è stato uno dei sindaci più amati! Torniamo al nostro discorso, in quel periodo la Giunta di sinistra è stata una vittoria del PCI e di Pellicani, preceduta da un’altra vittoria del dicembre del ’74. De Michelis ha condizionato molto Pellicani sul merito dei problemi, perché De Michelis era lucido nell’analisi della città. Pur trovandomi tra l’incudine e il martello, per il disegno generale strategico della città, dalla sublagunare in su, De Michelis e io la pensavamo nello stesso modo. Nel merito amministrativo, per fare uscire Venezia dal suo splendido isolamento, l’area vasta, la Patreve, il Comprensorio, tutti quei ragionamenti che hanno poi portato all’Expo. Io ero per l’Expo, quindi da un lato ero d’accordo con De Michelis, d’altro canto non mi piacevano i suoi sistemi,  e sopratutto la gente che aveva intorno e che  aveva ben poco a che spartire col partito socialista! Guardavo Rigo con molta simpatia per la sua umanità, pur conoscendone gli oggettivi limiti culturali, sapevo che Mario non avrebbe mai fatto le cose che le persone intorno a Gianni combinavano. Ho capito subito che l’equilibrio era instabile, perché uno dei colonnelli di De Michelis ha cominciato la marcia di avvicinamento nei miei confronti. Quando sono entrato il capogruppo  era De Michelis, ma era sempre a Roma e di fatto non c’era mai. Poi avevano fatto Bolgan, un compagno, buono, ferroviere ma quando parlava … Per una serie di ragioni  serviva uno speaker  un po’ alla volta, con molti mugugni, sono diventato capogruppo votato da tutti. Da qui è cominciato il tentativo seduttivo, in politica si fa così. Mi dicevano “Ma sai, tu dovresti entrare in Giunta. Ma ti pare ‘sta Giunta è inadeguata! Rigo è succube, il vero sindaco- ed era vero- è Pellicani!”. Non sono stupido, capivo che dietro a un motivo reale c’erano altre cose e in un certo qual senso, uno dei peccati  che ho commesso è che mi sono lasciato tentare e quando c’è stato la scontro, io a Mario …, e Mario se ne è addolorato perché contava su di me.

D. C’era stato il Congresso Provinciale e Regionale del PSI e vinse la corrente di De Michelis.

R. Esattamente. Ho partecipato a questo congresso in posizione un po’ defilata. Devo confessarti, però, che la linea del confronto tra  PCI e un PSI non subalterno avevo cominciato a portarlo in Consiglio Comunale e da qui il mio, in un certo senso, scontro con Pellicani, che lui non si aspettava, come mi ha raccontato poi in una di quelle passeggiate postume per Piazza Ferretto. E’ stata un’operazione, di una astuzia indicibile dal punto di vista spettacolare, quella gestita e vinta da Rigo nel suo scontro con De Michelis con la famosa passeggiata  in gondola nel corso di una regata storica davanti ad una folla che lo applaudiva e lo incitava a non dimettersi. Da quella volta non si è più fatto il cosidetto corteo delle autorità! Rigo da allora si  è conquistato  la città e di conseguenza tutta l’operazione di De Michelis per cambiare sindaco, ha cominciato ad arenarsi ed è stata rinviata all’inizio degli anni ‘90  la Giunta DC- PSI nel 1990  con Ugo Bergamo Sindaco.

D. C’eri a quella regata storica?

R. No, non sono mai andato alle regate tranne quando ho avuto l’incarico di Assessore al Turismo. Me l’hanno raccontata, sì, è stata una roba da non credere! L’uomo più becero di De Michelis  è stato Nereo Laroni …, con Nereo Laroni era una questione di pelle,  non potevo sopportarlo. La bile che lui ha preso in quell’occasione!

D. Non era lui il candidato.

R. Eh, c’era tutto un disegno,  c’è stata una lotta feroce tra Nardi e Laroni!

D. La cosa si è sgonfiata?

R. Sì, è sgonfiata e a quel punto …, sai “ad impossibilia nemo tenetur!” Questa operazione ha creato le premesse perché Mario, forte di un grosso consenso popolare, si candidasse successsivamente nel secondo mandato al Parlamento europeo. La sua bravura è stata sopratutto organizzativa e tattica ed è strano che lui, negli anni ’50, avendo una azienda di mobili, non ho capito bene, come imprenditore non ce l’avesse fatta.

D. Certo Rigo è stato bravo ma i comunisti lo hanno sostenuto.

R. Assolutamente sì, e questa è stata la ragione perché il mio peccato di aver abbandonato Mario in quella fase lo considero solo un peccato “veniale”. E’ stata la dimostrazione che era  protetto del partito comunista e quindi, uno che è protetto da un altro partito ha un debito di riconoscenza, non sei più un uomo libero in toto, tutte le cose le devi mediare con la riconoscenza che porti. In politica è tutto molto più cinico di come ti ho raccontato e dimostra la validità di quello che diceva De Michelis. “Vedi Gianfranco, hai gli occhi foderati di prosciutto! Chi è il sindaco di questa città?!”

D. De Michelis sarà stato urtato dal fatto che non riusciva a manipolare Pellicani.

R. Sì, erano due personalità a mio parere uguali e contrarie, uno cercava di condizionare l’altro ma erano incondizionabili per carattere, perché in definitiva Pellicani era un vero comunista, da questo punto di vista era intrattabile per De Michelis. Non so se ti ho raccontato, quando sono uscito dal PSDI ho avuto un lungo colloquio con Pellicani che allora  era vicesindaco e mi ha chiamato nel suo studio e mi ha detto “Ma perché …”. E pensa che l’amico fraterno di Matteotti, il dottor Fabris Favaro mi diceva “Ma Gianfranco, non ti xe un omo da partito socialista! Ti xe un omo da partito comunista!” Ognuno mi leggeva in modo diverso e De Michelis “Il tuo amico Pellicani che fa fare quello che vuole a quel mona di Sindaco che abbiamo!” E questo è stata l’argomento che mi ha in parte  portato a prendere campo  in questo scontro poi vinto da Rigo. Tu mi hai fatto una seconda domanda, Moro, perché mi fai questa domanda?

D. Perché io sono stata colpita dal fatto che la prima seduta del nuovo Consiglio Comunale è iniziata con la commemorazione della strage dell’Italicus. Il nuovo Consiglio del 1980 si insedia pochissimi giorni dopo la terribile strage alla stazione di Bologna, in mezzo c’è il sequestro Moro. Nei verbali stenografici delle sedute ho visto da parte delle forze politiche reazioni forti alla minaccia rappresentata dal terrorismo, le commemorazioni, gli appelli, i comitati di vigilanza democratica, le manifestazioni. A Mestre ci sono stati tre omicidi, Gori, Taliercio e Albanese, a Padova il sequestro Doozer. A trent’anni di distanza questo tema non ha lasciato tracce significativa nei racconti che ho raccolto, tranne Moro. Ho chiesto agli esponenti democristiani, anche a Angelin, il quale mi diceva che durante il sequestro c’era la paura di una svolta antidemocratica.

R. Era il tempo in cui i dirigenti del PCI non dormivano a casa, rievocando l’esperienza antifascista.

D. Come l’hai vissuto il sequestro Moro?

R. Quando Moro è stato rapito ero a Roma all’aeroporto di Fiumicino, ero membro della Giunta della Camera di Commercio di Venezia e stavo con una delegazione andando ad Alessandria d’Egitto, con il Provveditore al Porto, l’ ammiraglio Stocchetti e con  un gruppo di sindacalisti. E di imprenditori. Non potevamo annullare la missione perché era tutto già predisposto. Il fatto di star fuori ha attutito l’impatto … E’ stato un fatto devastante perché nel mio partito è iniziata la dialettica, tra la posizione di Pertini e quella di Craxi. Pertini era per  la fermezza, e capivo anche, ed io come sempre ero combattuto tra la testa e il cuore. Capivo che non si doveva cedere ma come non si poteva cercare di salvare una vita umana! Ero tormentato anche se politicamente ero per la fermezza, loro cercavano il riconoscimento! Una vita vale un riconoscimento politico? E poi i ragionamenti che si facevano in partito “Ma sai, lo scambiamo con tre, quattro brigatisti!” C’era in realtà molta strumentalità anche da parte di Bettino su questa vicenda, in politica usi un argomento per ricavarne un determinato vantaggio politico.

D. Aveva seguito in partito questa posizione?

R. La maggioranza socialista era schierata per la trattativa, sai “Bettino imperator”, cominciava la sua fase …, da noi c’erano i cani sciolti che si opponevano alla trattativa ma la posizione ufficiale era quella.

D. Ti ricordi di aver percepito timori nei colleghi della DC?

R. C’era questa consapevolezza,  ero molto amico di Giorgio Longo, ci conoscevamo dai tempi di Dorigo. Con Pagnin, Dorigo e io eravamo tutti e tre a Mira per la terza zona industriale. Era un fatto che aveva provato tutte le forze politiche, sai sono quelle cose che ti fanno dimenticare gli altri guai amministrativi, poi Taliercio, l’attentato a Ca’ Facanon, con la bomba, ho vissuto due anni in Consiglio Comunale a colpi di commemorazioni.

D. Avevi paura, ti sentivi bersaglio?

R. Oddio, sapevo di essere un modesto Consigliere Comunale, poi, sai, quando ero segretario regionale del PSDI, in un comizio a Piazza Ferretto, avevo chiesto la messa al bando del Movimento Sociale Italiano (Ride), con una ondata di applausi, ovviamente, e bordate di fischi da parte della destra. Non ero uno che si tirava indietro, ero giovane e mi buttavo a corpo morto! In partito si parlava dei rischi, tra i comunisti c’era il discorso dei comitati di vigilanza.

D. Tu sei diventato Assessore nell’80- 85, alle Attività Produttive, che in precedenza era stato di Ferrari.

R. Ho continuato sulla linea in precedenza  impostata, sono riuscito a fare il piano del Commercio, l’ho fatto in sede della Confcommercio, perché c’è stato un grande coinvolgimento delle categorie  per dare una svolta all’economia della città. Ho introdotto, l’idea è stata del mio capo-ripartizione dei Servizi demografici, Pannella, due cose: la letterina che mandavo a tutti per la carta d’identità in scadenza. Pellicani mi ha detto “Bel rufian ti xe sta!” (Risate.) E poi la tessera che con il CIP potevi prenderti i certificati, l’avevo inaugurata al Centro Civico di Mestre. C’era uno sportello a cui chiedevi il certificato che poi ti usciva, come usare il bancomat.

D. Era una Giunta diversa da quella che avevi visto dai banchi del Consiglio?

R. Era diversa però era una Giunta meno …, non avevamo risse, scontri.

D. A me era stata indicata come una Giunta ad alto livello di litigiosità.

R. Forse non ricordo bene,forse si era affievolito lo spirito dell’avvio ed il confronto tra PCI e PSI si era fatto più serrato Io quel periodo l’ho vissuto in maniera non contrappositiva, l’ho vissuta bene, tranne quando nell’83 mi era stato promesso un collegio senatoriale, quello cioè  di San Donà di Piave, l’unico sicuro, e invece hanno gambizzato  Gino Giugni. che l’ha conquistato per “meriti di guerra”. Mi chiama Pillitteri da Milano e poi la Marinella, che era la segretaria di Craxi in Direzione del Partito, “Gianfranco vieni su a Roma che ti stanno sfilando il collegio senatoriale!” E ho perso l’occasione per diventare senatore.

D. Nell’83 non c’era più Pellicani.

R. No. Questo ha pesato, hai ragione anche tu, c’è stato l’episodio delle sigarette nella campagna elettorale dell’85. Avevo fatto un pacchetto di sigarette dove gli sponsor erano due aziende, io manco ci avevo pensato, che lavoravano per il Comune. Allora Paolo Cacciari “Come Gianfranco, hai potuto fare  questo! Non hai pensato!” “Cosa c’è di strano!”ho risposto io.E non parlamo del diluvio di critiche che mi son tirato addosso. (Fine lato B. Cassetta n. 4, lato A)

D. Tu hai fatto vita di partito che eri molto giovane, hai potuto vedere delle carriere politiche. Prima parlavamo, in merito a Mario Rigo, di tipologie di politici. Tu che sei un buon osservatore, hai ricoperto ruoli diversi, hai un occhio allenato e disincantato, puoi raccontarmi le diverse tipologie di politico e come si costruivano le carriere nei partiti?

R. Da quando mi sono iscritto nel ’58 al ’99 è come se fossero cambiati cinque mondi. All’inizio ci vergognavamo di autoproporci

D. Ma i carrieristi ci saranno sempre stati.

R. Non è vero, te lo giuro. Nel partito socialista c’erano ma lavoravano sotto, questo era anche nel PCI, te lo posso raccontare, senza fare nomi. C’era così tanto casino nell’immediato dopoguerra, il PCI era sopra e noi sotto a San Leonardo, un vecchio compagno del PCI mi ha raccontato che c’era abbastanza promiscuità sessuale, nonostante il pseudomoralismo del partito. “Ma ti sa Pontel che ghe gera un casin nea CGIL- perché PSI e PCI lavoravano insieme con una fettina di repubblicani- a un certo momento i manda uno da Roma, li ga mesi tutti là e el ghe ga dito ti sposi questa, ti quea. Fine dei casini!” Ti ho citato questo episodio perché ci sarà stato il carrierismo, c’erano dei compagni che dicevano “Ti che ti xe un carierista!”, alla pari dell’accusa di socialfascismo, la peggiore offesa che si potesse fare! La linea di demarcazione è stato De Michelis, devo dargliene atto, che ha detto “Io a quarant’anni farò il Ministro!” e lui ha fatto la carriera con molta intelligenza perché se Riccardo Lombardi era la minoranza, parti dalla minoranza per lanciarti! Lui che si era persino vestito da operaio, dicevano ridendo i compagni.

D. Per conquistare il potere si parte da sinistra? Ti comprano perché disturbi e ti lanci in carriera.

R. Lo schematizzi con molta brutalità (Ride) ma grosso modo  questo è stato il suo itinerario. Lui ha sempre avuto una visone lucida, viene da una famiglia ricca e colta e quando vieni da una famiglia così hai una logica completamente diversa dai comuni mortali! Erano tre fratelli, Cesare, Ninni e Gianni, li chiamavano i fratelli Kennedy a quel tempo. La carriera: c’era una scissione tra sindacalisti e politici, negli ultimi anni si è frammisto. Il politico era quello che aveva l’apparato, colui che ha in pugno l’organizzazione, come adesso. Io non ho mai fatto la rincorsa parlamentare perché i vecchi compagni mi avevano insegnato che la cosa più ambita era conquistare un posto nel partito, è lì che si decideva e si comandava. Io sono entrato quando i partiti decidevano il destino,si fa per dire, dei singoli militanti. Loro ti facevano fare la carriera, il gruppo dirigente ti faceva fare la carriera a secondo della linea politica che il partito costruiva e costruiva poi gli uomini che questa linea portavano in Parlamento e più in generale nelle istituzioni.

D. Allora nella prima parte della tua carriera politica funzionavano il merito, le virtù, le qualità. Mi dicevi che chi era laureato, chi non lo era aveva posti diversi …

R. Anche, quello era un dato che non veniva scelto, era un dato naturale. I compagni erano affascinati dall’oratore, però la cosa ovvia era che i deputati erano in funzione del gruppo dirigente che aveva in mano la Federazione. Se tu volevi diventare deputato passavi attraverso la carica di segretario provinciale, infatti la maggior parte dei deputati comunisti e anche molti deputati socialisti erano stati prima segretari di Federazione. Il mio amico e compagno socialista Luigi Ferroni ha fatto il segretario di Federazione e nel ’63 si è scelto il collegio giusto. Era il partito che decideva le carriere. Poi via via questo rapporto si è trasformato, però negli anni ’80, quando già cambiava la società, ed è esploso con tangentopoli. Perché il partito faceva questo? Per evitare il clientelismo, altro insulto. Gli insulti erano: saragattiano, socialfascista, socialdemocratico, carrierista e clientelare. Erano insulti tutti sullo stesso piano pur essendo espressioni completamente diverse, l’una dall’altra. Erano allora considerate  le ingiurie più sanguinanti. Se uno veniva bollato con questi epiteti era un uomo finito!  Ho visto personaggi stroncati. Mi sono domandato come mai il mio capo e maestro Renzo Sullam, uno dei più bravi avvocati di Venezia, ricco, miliardario, onesto e per bene non sia mai diventato deputato, mentre il buon Perinelli, un  bravo pediatra o Dino Moro, professore di Portogruaro lo fossero diventati sì grazie al fatto che l’uno era della sinistra (la minoranza deve pur essererappresentata) ed il secondo esponente della maggioranza autonomista, che pure era la mia maggioranza. Nel riparto tra le correnti, è diventato deputato al primo colpo. Quando si sceglieva tutto il partito dava una mano, la lotta tra le correnti si attenuava nel momento elettorale, perché il partito aveva deciso. Poi è cominciato a prevalere  nei partiti la visione della persona. Questo è un passaggio che bisognerebbe analizzare bene perché ha tutta una serie di premesse, la società cambiava, non era più la società degli anni ’60 o ’70, ed è esplosa nella “Milano da bere” negli anni ’80. Il trampolino di lancio non era più la carica di partito. Quando il partito era forte se volevi sbarazzarti d un concorrente per una importante carica di partito, lo spedivi al Governo! (Ridiamo) La visione del partito che dettava i comportamenti, poi questa visione si è completamente capovolta. Le istituzioni hanno cominciato a richiamare anche maggiore attenzione presso l’elettorato, il clientelismo, i favori, gli Assessori e la tappa del parlamentare passava attraverso le istituzioni, come è successo in tutte le democrazie occidentali d’Europa. Allora c’è stata la corsa alle istituzioni, Sindaci, Assessori, Presidenti di Provincia. Dopo quando abbiamo fatto le Giunte di centro-sinistra e quindi si è spostato nelle istituzioni. Cosa ha comportato tutto questo? E’ scattato un terzo dato, una volta per la pubblicità, la propaganda non c’era il finanziamento pubblico ai partiti, quindi si andava avanti con i soldi che procacciava il partito, metà dell’indennità, i gettoni, era una tradizione. E, mentre nel PCI continuava, da noi in sordina, andava sparendo. Poi è scattato il meccanismo dell’autofinanziamento individuale, che ha portato all’esplosione di Tangentopoli, per cui solo chi aveva mezzi, faceva carriera.

D. Quindi, colui che si autofinanziava faceva carriera, non era più il partito, chi decideva era la cordata economica che il politico riusciva a gestire.

R. Brava, questo per poter avere un naso nell’economia. Negli anni ’50, ’60 non è che non avessimo trovato finanziamenti, certe operazioni le gestivano direttamente i partiti, i famosi segretari amministrativi  erano diventati delle potenze. Però lo sono diventati progressivamente, quando i partiti si sono affacciati a questo tipo di esperienza, chiamiamola così. Le istituzioni, ovviamente, hanno prevalso e nel mondo dell’economia la moneta di scambio l’aveva chi poteva, mentre una volta era il segretario della Federazione che chiamava l’Assessore, a un certo momento l’Assessore ha cominciato a lavorare in proprio contava di più del gruppo dirigente.

D. Si parlava prima che i comunisti erano bacchettoni, i socialisti no.

R. Il partito socialista che ho trovato alla fine degli anni ’50 e nei primi anni 60 era già profondamente diverso dal partito pre- congresso di Venezia. Prima che Nenni nel ’57 tirasse fuori la sua linea autonomista, il partito socialista viveva con  regole se non identiche quantomeno analoghe a quelle  del PCI, anche se dal punto di vista della libertà individuale, aveva nel suo DNA degli anticorpi che risalivano agli inizi del Novecento, quando ancora gli anarchici facevano parte del partito socialista. Il PSI dopo gli anni sessanta ha cambiato pelle pur  mantenendo questo gusto della libertà, sulla battaglia per il divorzio il PCI è stato molto  più cauto, perché aveva paura di rompere l’alleanza con le cosiddette masse cattoliche. Un’altra ragione  per la quale non mi sarei iscritto al partito comunista è perché non gli ho perdonato di aver votato i Patti Lateranensi, come non ho perdonato Craxi di aver rifatto il Concordato anche se ,per la obbiettività,il contesto era del tutto diverso nei due casi. I giovani della mia generazione che si sono avvicinati al partito socialista erano dei giovani laici, che vivevano la libertà, il “sorpasso”, il respiro di quel bellissimo film, i diritti civili.

D. Anche la libertà sessuale?

R. Assolutamente sì. Il sesso tra i socialisti non è mai stato un tabù, anche la battaglia per il divorzio, il diritto all’aborto, tu eri socialista anche per questo!

D. Al tempo di Bettino c’era tutta questa corte di donne …

R. Ma anche prima, Nenni -eccezione che conferma la regola- è stato più monogamo di Togliatti, lui Nenni aveva la Carmen e se l’è tenuta fino alla fine. Da noi il lato famiglia era un dato irrilevante, il partito e la politica era una ragione di vita, la riempiva di una serie di emozioni positive o negative che fossero, forse era  anche ai miei tempi di giovane socialista l’eredità di una concezione  della politca come strumento per la rivoluzione, anche se allora avevo sposato  la linea autonomista del PSI.  Poi “da rivoluzione a riforme”, il famoso saggio di Antonio Giolitti ancora negli anni ’50. Se lo ripenso questo periodo sono stati anni splendidi, sia perché ero giovane ma anche perché c’era  un clima ideale pur con tutte le sue contraddizzioni. Nel PSI almeno in quello veneziano, questo salto di qualità della morale mi dispiace dirlo, lo ha introdotto Gianni De Michelis. Lo ha portato lui, con la logica della carriera, una logica che cambia sotanzialmente la prospettiva; se vai in una struttura considerandola uno strumento per cambiare la società o il mondo, o se ci vai per costruirti una carriera  fai inevitabili compromessi con altre finalità. Il mezzo diventa fine, è la famosa doppia morale, la doppia verità. Anche l’elezione diretta del Sindaco …, dietro c’è tutto un processo, questi sono degli epifenomeni, il che sottolinea il cambio profondo di una società sempre più insensibile agli autentici valori nei quali allora credevamo. Adesso dicono che abbiamo guadagnato in stabilità delle istituzioni ma sono passato in Comune ieri mattina, proprio per leggermi alcuni verbali di allora  del periodo di cui abbiamo parlato, “Eh dottore, che bei tempi! Adesso xe da vergognarse andar in Consiglio Comunale!” Forse esagerano ma se dobbiamo giudicare da quello che leggiamo nei giornali restiamo quantomeno perplessi.

Testo visionato e corretto dall’intervistato in febbraio 2009

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.