D. Lei nella prefazione al libro “Governare la città”[1], la lunga intervista a Gianni Pellicani, aveva scritto del suo rammarico per non aver consentito che nel 1975 Pellicani diventasse sindaco di Venezia. Volevo sapere il motivo di questa valutazione.
R. Il mio rapporto con Gianni Pellicani è nato in Consiglio Comunale a Venezia. Io sono stato eletto giovanissimo Consigliere Comunale nel 1964, all’inizio ero componente di minoranza del mio gruppo, allora c’era una giunta di centro sinistra, sindaco Favaretto Fisca, e avevo stabilito un rapporto particolarmente intenso con il Consigliere Comunale Gianni Pellicani che, in qual modo, era nella medesima condizione di minoranza in cui ero io. Gianni Pellicani era considerato allora uno della destra comunista, in un momento in cui la Federazione del PCI di Venezia era in mano a una posizione operaista di sinistra il cui leader era Cesco Chinello. E Gianni Pellicani che aveva avuto un percorso che mi aveva molto colpito, perché da giovane aveva fatto il funzionario di partito, aveva fatto le sue battaglie dentro la logica di partito, poiché era in dissenso con quello che era il “mood” prevalente del partito allora, aveva scelto di uscire da funzionario e fare il suo mestiere, era laureato in economia, quindi fare il commercialista. Era rimasto Consigliere Comunale ma in una posizione esterna alla struttura burocratico funzionariale che allora guidava il PCI. Era in qualche modo un eretico come ero io nel partito socialista e avevamo stabilito una forte sintonia intellettuale misurata sul tentativo di dare una lettura ai problemi della città che uscissero un po’ dall’impostazione da anni Cinquanta che allora prevaleva sia nel partito socialista che nel partito comunista. Io avevo avuto in sorte, per vicende interne al mio partito, di diventare alla fine di quei sei anni Assessore all’Urbanistica, quindi ero entrato in giunta per pochi mesi nel corso del 1969. Avevo tentato di imprimere una svolta nella politica del Comune nel settore più delicato che era quello dell’Urbanistica. Organizzammo i cosiddetti piani particolareggiati di attuazione del Piano Regolatore di Samonà che era precedente alla legislatura in cui ero diventato Consigliere Comunale, e in questo lavoro avevo cercato di rompere le barriere dei rapporti tra maggioranza e minoranza e avevo trovato in Gianni Pellicani l’interlocutore principale. Quella fase si chiuse con le elezioni amministrative del 1970 e mentre nel 1964 ero un ragazzino, ero stato eletto da solo, praticamente ultimo o penultimo degli eletti, con un peso molto poco rilevante, nel 1970 noi eravamo diventati una componente importante del partito, facemmo una battaglia all’interno della lista socialista e riuscimmo a eleggere due Consiglieri Comunali subito e poi, per una serie di vicende, il gruppo a cui io appartenevo della sinistra socialista da due ebbe quattro Consiglieri Comunali. Diventammo di fatto la maggioranza del gruppo, quindi egemoni nel gruppo, in competizione contro la cosiddetta destra socialista, gli autonomisti. Cominciò allora la competizione con Mario Rigo, che era stato portato dalla Provincia al Comune di Venezia come capolista in competizione con me nel 1970, e poi era diventato vicesindaco di Venezia in sostituzione di Servello[2], un medico che aveva avuto molte preferenze in quanto medico ed era diventato il primo vicesindaco. Io facevo il capogruppo, non più l’Assessore, avevamo due Assessori, eravamo in competizione interna con Rigo. In queste condizione, in una posizione di maggior rilievo, avevamo continuato a sviluppare soprattutto sul terreno della politica urbanistica una impostazione più innovativa, in un particolare confronto col gruppo comunista che era all’opposizione, formalmente guidato da Gianni Pellicani. Tutto questo portò a un risultato molto importante, credo intorno al Natale del 1974, alla vigilia delle elezioni amministrative del 1975, l’adozione di tutti quei piani particolareggiati che erano figli del mio Assessorato, con il voto convergente del partito comunista. Quindi ci fu una sorta di voto che superò i confini del quadripartito, la formula che governava la città, con l’appoggio del partito comunista in nome di un comune disegno. Naturalmente questa discussione in Comune attorno alle questioni urbanistiche si mescolò con la discussione sulla Legge Speciale, perché quelli erano gli anni. La discussione del nuovo approccio da dare ai problemi di Venezia, figlia dell’esperienza del 4 novembre del ’66, era maturata soprattutto tra l’inizio degli anni Settanta e il 1975. La Legge Speciale fu discussa in una sorta di clima politico diverso, che vedeva la convergenza tra comunisti, democristiani di sinistra e socialisti e sfociò in questo voto.
D. Lei è stato autore del “Rapporto su Venezia”, che aveva molto influenzato il dibattito politico tra i partiti.
R. Questo non me lo ricordo nemmeno più. Ci fu, credo nel 1969, alla fine del 1969, un convegno internazionale fatto alla Fondazione Cini, promosso dal Comune di Venezia, da me Assessore all’Urbanistica, sotto gli auspici dell’Unesco, in cui io feci una relazione che impostò una certa cosa, che produsse il risultato molto più importante di una relazione seppure internazionale, che fu il voto nel dicembre del 1974. Sulla base di questo voto noi andammo alle elezioni del ’75, per tornare alla domanda e alla risposta alla domanda. Nel 1975 noi, che nel frattempo avevamo di molto rafforzato il nostro ruolo nel partito, giocammo una partita a Venezia non escludendo la possibilità di cambiare le alleanze e di produrre un’alleanza che in qualche modo fosse figlia del voto anomalo del dicembre del ’74. Ovviamente non escludendo di tenere dentro anche i democristiani, con l’obiettivo però di portare dentro anche i comunisti. Il risultato elettorale fu quello che si ebbe in tutta Italia e non solo a Venezia, guadagnammo noi, guadagnò il partito comunista, perse voti la Democrazia Cristiana e quindi si crearono le condizioni per una maggioranza di sinistra, che a Venezia non c’era più dai tempi della giunta Gianquinto e del sindaco Gavagnin che nel 1958 per brevi mesi fece il sindaco di una giunta di sinistra. Si ricrearono queste condizioni e si pose il problema di cui ho parlato facendo il mio intervento in quel volume in ricordo di Gianni Pellicani, perché, pur avendo scelto di portare dentro i comunisti alla guida della città, c’era una competizione tra noi e loro. Io ero stato il capolista socialista, Pellicani era stato il capolista comunista e, cosa di cui adesso mi pento, in quel momento di fronte alla scelta di fare io il sindaco socialista di Venezia, o fare Pellicani il sindaco comunista di Venezia, di fronte alla decisione di mantenere il sindaco in mani socialiste per logiche comprensibili ma tutto sommato miopi, dette col senno di poi, feci un passo indietro e candidai io Rigo sindaco di Venezia. Di fronte a questo fatto, io che ero il leader dei socialisti che avevano di fatto vinto le elezioni, creato le condizioni per la svolta politica, Pellicani non poté che rinunciare e quindi non poté che accettare la candidatura socialista di Rigo. Col senno di poi penso che fu un errore in quel momento non avere un’ottica più lungimirante, pensando più agli interessi della città che agli interessi di partito e di non aver accettato. Se io in quel momento avessi detto “Accetto il sindaco comunista”, Rigo non avrebbe potuto dir niente, i socialisti avrebbero accettato e ai fini di Venezia sarebbe stato meglio.
D. Pensa che sarebbe stato …
R. Ma sì! Successivamente io mi sono pentito di avere portato Rigo a sindaco di Venezia e in una certa fase successiva ho cercato di cambiare Rigo e di sostituirlo con un altro socialista che era Renato Nardi, ma ovviamente in quel caso Pellicani mi ha reso la pariglia e ha difeso Rigo, è rimasto Rigo e il periodo di Rigo sindaco di Venezia è stato un periodo di occasioni perdute, di non sufficiente decollo di una certa progettualità che in quel momento sarebbe stato molto utile alla città. E’ prevalso una logica, senza offesa per Rigo che è stato un ottimo amministratore, ma è stata un’ottica più di gestione, di “day by day”, non di tentativo di volare alto e di cogliere fino in fondo tutte le opportunità che Venezia avrebbe potuto avere per anticipare alcune evoluzioni che non solo in Italia, non solo in Europa, ma nel mondo si sono avute. Noi potevamo anticipare la svolta del 1989-91, non lo abbiamo fatto e questo è stato in parte figlio di questa guerra di posizione tra noi e i comunisti, ma soprattutto tra De Michelis e Pellicani, che poi in realtà per certi versi ha anche giovato. Io sull’onda di quel risultato, sull’onda del successo dei socialisti a Venezia sono diventato giovanissimo Ministro, ho fatto per dodici anni il Ministro. L’esperienza che ho fatto qui a Venezia con Porto Marghera, con i problemi della città, mi sono serviti moltissimo nella mia attività di governo, però tutto questo è avvenuto in uno scontro con il PCI guidato da Pellicani che è stato logorante per noi e per loro, e poi alla fine non è giovato a Venezia.
D. Nel primissimo periodo della giunta di sinistra mi è stato detto che c’è stata una collaborazione tra gli Assessori del PSI e del PCI.
R. C’è stata in realtà questa competizione che in parte era una competizione interna al PSI, in parte era una competizione della città tra chi voleva volare più alto e chi voleva volare più basso, in cui alla fine nella competizione socialisti-comunisti Pellicani è stato, tra virgolette, costretto ad assecondare una logica che lui non condivideva.
D. Vuole dire che il PCI volava basso?
R. No, voglio dire che Pellicani nello scontro con noi ha scelto di appoggiarsi a Rigo e non solo a Rigo, perché poi la cosa è esplosa dopo il primo quinquennio e il secondo quinquennio con Rigo sindaco, ’80, ’85. Quando abbiamo fatto per la terza volta le elezioni e abbiamo rifatto la giunta di sinistra noi abbiamo eletto Laroni sindaco. Pellicani, Rigo, Casellati hanno fatto una battaglia e hanno fatto saltare Laroni sindaco, hanno vinto, ma hanno perso naturalmente. Chi ha tratto il vantaggio finale non fu Pellicani ma Cacciari, l’esatto opposto di Pellicani.
D. Volevo chiederle in merito alla sua formazione politica e al peso che ha avuto l’esperienza di Porto Marghera. Lei era andato molto giovane ai cancelli del Petrolchimico a riconquistare spazio politico per il partito socialista.
R. Non è che io sia andato …, ripeto io ero figlio di un’esperienza particolare che era la politica universitaria, avevo cominciato a far politica così, giovanissimo, nell’Unione goliardica italiana. Era una fase particolarmente feconda del dibattito tra le giovani generazioni di allora, era l’inizio degli anni Sessanta, noi eravamo le prime generazioni che guardavano a un’Italia che aveva la possibilità di avere un futuro diverso. Naturalmente una delle caratteristiche di quella fase, del passaggio dalla fase goliardica o post goliardica, alla fase del tentativo di delineare un futuro per il nostro paese, perché il paese in cui vivevamo di cui eravamo le giovani generazioni era molto legato a sinistra alla gioventù intellettuale studentesca e al movimento dei lavoratori. Parlando di storie dell’inizio degli anni Sessanta una cosa che è stata prodotta dalla realtà universitaria di Padova e di Venezia era il Roso, Rapporto organico studenti operai. Noi passammo due, tre anni della nostra vita, prima del ’68, ’69, a ragionare in incontri con giovani sindacalisti e giovani operai. Una cosa pre Toni Negri, pre intervento che portò ahimè alle deviazioni terroristiche militari delle Brigate rosse, Prima linea e dei vari altri gruppi, Lotta continua eccetera. In questa logica la mia scelta e la nostra scelta di gruppo di ragazzi di militare in un partito organizzato come il partito socialista, sentivamo molto la necessità di ristabilire un rapporto anche politico, partitico, con la realtà operaia di Porto Marghera, che allora aveva ben altre dimensioni, ben altre radici nel territorio. Era una Porto Marghera allora dava lavoro a 30, 35 mila lavoratori, che rispetto al territorio di allora era un peso molto forte. Le connessione tra il mio partito, il partito socialista, e questa realtà operaia era stata cancellata dalla scissione del PSIUP avvenuta nel 1963-64, quindi avevamo di colpo perso tutte le nostre radici, tra virgolette, col mondo del lavoro. E ci dedicammo tra il 1965-66 e il 1970 a ricostruirle. Io allora non ero giovanissimo, avevo 28, 29 anni e alcuni di noi si dedicarono a quello che chiamammo il lavoro operaio. Da questo punto di vista ci toccava scoprire la realtà dei turni, bisognava andare fuori delle fabbriche alle cinque di mattina per prendere gli operai che entravano e uscivano dai turni. Sono stati anni molto difficili e molto formativi, naturalmente perché in quel momento noi dovevamo ricostruire dal nulla un tessuto connettivo, in quel momento il dominio del territorio era in mano al PCI o ai gruppi dell’estrema sinistra che cominciavano a prendere piede, per noi c’erano solo calci nel sedere e emarginazione. Al tempo stesso scoprimmo una cosa straordinaria, per la semplice ragione di andare lì si ripresentavano gente che non conoscevamo, persone più anziani di noi, più grandi di vent’anni, che dicevano “Io sono socialista”, e riuscimmo a ricostruire un tessuto connettivo. E progressivamente tanto più l’ala militante del mondo comunista si estremizzava verso i gruppi extraparlamentari tanto più cresceva la nostra influenza, chi finiva schiacciato in mezzo era il PCI, che non riusciva a reggere la doppia funzione. Rientrando in contatto con la realtà elaboravamo una nostra lettura dei problemi, e con le nostre risposte eravamo in grado di contrapporre alle letture non solo estremistiche ma sbagliate, non funzionanti dei gruppetti extraparlamentari, delle letture più riformiste che poi risultavano più convincenti. Tutto questo lavoro condotto tra il 1967 e il 1974 portò a un risultato straordinario, alle elezioni del Consiglio di fabbrica del Petrolchimico che era come la Mirafiori del nord est, aveva allora settemila lavoratori, i socialisti ebbero la maggioranza assoluta del Consiglio, sia pure distribuita in candidati della Uil, della Cisl, della Cgil. Il nucleo aziendale socialista, dopo il lavoro di qualche anno, era in grado di guidare con un disegno politico e non solo sindacale, con delle risposte articolate sui temi ambientali, sui temi della salute e dello sviluppo in quella che era la fabbrica simbolo. L’ala con cui competevamo era Cacciari nella sua fase di transizione da Potere operaio al partito comunista e noi lo battemmo sul campo e recuperammo una parte dei quadri che erano stati con l’estrema sinistra, Potere operaio per esempio, una parte venne recuperata nel disegno riformista dei socialista. E tutto questo fu molto formativo per me, creò una base sociale che giocava nel partito, fuori del partito, nelle elezioni con le preferenze, nelle elezioni come deputato. Mi aiutò moltissimo ad avere una visione concreta dei problemi della realtà produttiva e quando poi, non molti anni dopo, nel 1980 divenni Ministro per la prima volta a 39 anni delle Partecipazioni Statali, dovendo fare i conti con i problemi della Chimica, dell’Alluminio, dell’Acciaio, tutto questo lavoro preparatorio precedente mi aiutò moltissimo per orientarmi, per capire, per tentare di svolgere questa funzione di governo non banale e non meramente burocratica. Questo periodo mi portò a trovare tutti i punti di convergenza con Pellicani, che rappresentava l’anima riformista dentro al partito comunista, mi differenziai da Cacciari che dall’inizio rappresentava l’anima non riformista, imparai a cogliere con chiarezza le visioni estremiste e le visioni di potere. Non mi stupisce il fatto che alla fine abbia vinto Cacciari che non aveva le risposte giuste ai problemi della città, del territorio e della società, ma aveva una concezione del potere molto più efficace di quella che avevamo noi riformisti.
D. Lei prima diceva che si era avvicinato alla politica all’università ma cosa l’aveva avvicinata al partito socialista?
R. Io sono figlio proprio della mia epoca, la mia formazione politica nacque quando ero ragazzino, quindici, sedici anni come è noto. Quando ero più giovane ancora sono stato anche monarchico per un periodo, tra i tredici, quattordici anni, della Giovane Italia, quindi vicino al MSI, avevo le idee molto confuse. L’unica cosa chiara è che sono protestante e non potevo essere democristiano. Non potendo essere democristiano, non avendo mai avuto propensione per il comunismo inevitabilmente dovevo oscillare … Dopo di che, dopo che l’Italia cambiò, attorno alla metà degli anni Cinquanta, la mia formazione politica fu fatta su due giornali, Il Giorno di Baldacci, che era diverso dal Corriere della sera che leggeva mio padre e l’Espresso di Arrigo Benedetti. Quindi se mi avessero chiesto quale era la mia scelta politica quando non potevo votare, nel ’58, io rispondevo “Radicale”, ero vicino ai radicali di Pannella, di Piccardi, di Calandini. Dopo di che senza avere le idee chiare l’episodio singolo che ha contribuito alla mia formazione politica fu nel luglio del 1960, il governo Tambroni, il congresso del MSI a Genova, i morti di Reggio Emilia crearono una grande emozione. Io ero già da un anno studente universitario, mi venne chiesto di portare il saluto degli studenti universitari veneziani che avevano un loro organismo rappresentativo a una manifestazione in Riva dei Sette Martiri a Venezia, vicino ai Giardini, ci fu una manifestazione con un sacco di gente per testimoniare la scelta antifascista di Venezia e mi chiesero di parlare. Io avevo diciannove anni, era la prima volta che parlavo non solo in pubblico ma davanti a qualche migliaio di persone, feci un discorsetto di due parole e quella sera decisi che non potevo rimanere cane sciolto e che dovevo iscrivermi. E la sera stessa andai alla sezione del PSI, io stavo allora, nel ’60, in Calle dei Ragusei, a Dorsoduro, la sezione era in Campo San Barnaba e andai a iscrivermi. Questo determinò il mio percorso politico.
D. Pensavo che fosse rimasto affascinato da qualche personalità …
R. No, no, fu quella roba lì, andai la sera, defluendo da quella manifestazione ho detto “Beh, è giunto il momento di scegliere!”
D. Lo sa che vi chiamavano i fratelli Kennedy?
R. Sì, quello dopo, i fratelli Kennedy erano i fratelli Boato, un sacco …, confusi. Quello è venuto molto dopo, io allora ero un ragazzino, nessuno sapeva chi ero.
D. Lei aveva un fratello che militava nel PCI.
R. In realtà noi siamo più come i “fratelli Sullivan”. C’era un famoso film americano che nel ’48, ‘49 andava per la maggiore. Era la storia di una famiglia americana con cinque fratelli che erano tutti coinvolti nella guerra mondiale, noi eravamo i “fratelli Sullivan”. Io, mio fratello Cesare siamo stati socialisti, mio fratello Marco è stato di Potere operaio, mio fratello Giorgio è stato di Avanguardia operaia, mia sorella che è di undici anni più giovane di me è stata un cane sciolto della sinistra antagonista, perché abbiamo scelto a seconda delle epoche prevalenti, delle militanze (Fine lato A, lato B.)
D. E la corrente lombardiana?
R. Quello la feci io subito perché quando mi iscrissi nel luglio 1960 dovemmo affrontare un congresso, io allora ero proprio un ragazzino … No, nel ’63 fu la vicenda. Quindi con una rete di ragazzini della nostra età scegliemmo …, a Venezia il PSI aveva avuto una componente di sinistra molto forte che se ne era andata tutta. Nel ’60 quando mi sono iscritto c’era ancora la sinistra e la sezione in cui mi iscrissi io, quella di San Barnaba, era molto di sinistra. Leader della sezione di San Barnaba e del partito socialista di sinistra di Venezia era Lucio Luzzatto, che era deputato, e poi c’era un certo onorevole Perinelli, un medico che era anche lui iscritto a San Barnaba. Quelli uscirono tutti nel ’63, fecero la scissione, quelli che rimasero erano tutti autonomisti e quindi, tra virgolette, della destra socialista di allora. E noi al congresso del ’64 organizzammo un ristretto gruppo che creò i lombardiani, e all’inizio eravamo una minoranza assoluta e tale rimanemmo fino al 1969 quando con il mio ingresso in giunta, giocando su delle divisioni della corrente autonomista avemmo un ruolo più importante.
D. Con lei c’erano dei giovani brillanti.
R. Noi allora, per un periodo dal ’71 al ’75 avevamo quattro Consiglieri Comunali su sette, quindi eravamo la maggioranza del gruppo ed eravamo tutti giovani. Eravamo io, Renato Nardi, Nereo Laroni, Fabrizio Ferrari.
D. Vuole ricordare Renato Nardi?
R. Renato era un pochino più vecchio di me, ci trovammo subito. Io ero amico del fratello, che poi morì anche lui, più giovane di Renato che non faceva politica perché era architetto. Io l’avevo conosciuto con la politica universitaria addirittura nel febbraio del 1960 e poi con Renato, di due, tre anni più anziano di me, ci mettemmo assieme nella costruzione di questa sinistra lombardiana. Renato divenne Consigliere Comunale nel ’70 e divenne subito Assessore. E’ stato in tutti gli anni dal ’70 al ’75 una colonna portante dell’amministrazione comunale, lui fece l’Assessore ai Lavori Pubblici molto bene. Poi morì in circostanze assolutamente terribili, per un incidente di macchina molto giovane. Fu una grave perdita non solo per i socialisti ma anche per la città.
D. Ci furono questi lutti per morti improvvise, Nardi per i socialisti, Gagliardi per la Democrazia Cristiana.
R. Tutti e due per incidenti di macchina assolutamente, non prevedibili, non previsti, Gagliardi in un incrocio tra Scorzè e Noale, Renato Nardi sul Terraglio, oltre Preganziol.
D. Per quanto riguarda la Democrazia Cristiana veneziana potrebbe tracciarne un ritratto?
R. La mia storia personale con la Democrazia Cristiana veneziana è da un lato con una figura di sindaco Favaretto Fisca che non era della sinistra, era un moderato che non si può definire doroteo, fu sindaco tra il 1962 e il 1970 e mi insegnò molte cose. Diventai Assessore all’Urbanistica con lui, mi insegnò l’arte dell’amministrazione. Era molto capace, anche se molto pratico e poi il gruppo post Gagliardi. Io conobbi anche Gagliardi ma morì nel 1968, conobbi tutto il gruppo dei suoi successori, il sindaco Longo, Franco Rocelli, Marino Cortese che era un gruppo molto capace, e naturalmente loro, sinistra democristiana, erano molto disponibili a questo rapporto che cercammo di stabilire con Pellicani e l’ala riformista del PCI. Poi le logiche nazionali resero impossibile l’andare oltre l’episodio del dicembre del ’74 e fare una giunta che tenesse assieme democristiani, socialisti e comunisti. Questo creò dei problemi e poi li creò a maggior ragione quando diventai membro del governo in un governo di centro sinistra, quindi avevamo la contraddizione che io, capo dei socialisti veneziani ero membro di un governo di centro sinistra e la giunta di Venezia, con sindaco Rigo nell’80-’85, era una giunta di sinistra con tutti i problemi annessi e connessi a questa cosa qui, in cui prevaleva la logica dell’interesse di chi governava l’Italia su chi governava Venezia.
D. Nel ’75 lei era solo Consigliere Comunale, nonostante il suo peso politico a Venezia.
R. Io rimasi capogruppo perché nel frattempo avevo già avviato una carriera nazionale, quindi pochi mesi dopo entrai nella direzione del partito, un anno dopo ci fu il Midas, divenni uno dei dirigenti nazionali del nuovo gruppo dirigente. Nel ’76 divenni deputato e quindi spostai sempre più la mia attenzione rispetto a Roma e quindi non potevo occuparmi a tempo pieno del Comune di Venezia, né fare l’Assessore. Rimasi capogruppo per un periodo, poi mollai anche quello.
D. Mi avevano parlato dell’accordo di Caorle.
R. L’accordo di Caorle? Devo dire onestamente che non me lo ricordo più.
D. In quell’accordo era stato deciso che Rigo avrebbe fatto il sindaco e lei il deputato.
R. Ecco, non mi ricordavo Caorle. Quando con il risultato elettorale constatammo che vi erano i numeri per fare una giunta di sinistra dicemmo ai democristiani “Se ci state anche voi facciamo una giunta tutti assieme”. I democristiani dissero “No, non possiamo starci”, quindi inevitabilmente andavamo a fare una giunta di sinistra PSI- PCI, forti del nostro risultato elettorale che era stato cospicuo, una grossa avanzata. Di fronte al braccio di ferro su chi doveva fare il sindaco, un socialista o un comunista, come ho detto prima io decisi di puntare sulla valorizzazione del risultato di partito e per fare questo dovevo necessariamente fare un passo indietro io, certo anche Pellicani avrebbe dovuto fare un passo indietro dicendo “Fa il sindaco De Michelis”, ma questa non era la situazione. Facendo un passo indietro io rendevo impossibile per Pellicani la rivendicazione del sindaco.
D. C’era anche la situazione nazionale, ci fu la spartizione delle città italiane in c’era stata l’avanzata delle sinistre, quali avrebbero avuto il sindaco socialista e quali i sindaco comunista.
R. Quello giocava, però ripeto anche con la divisione delle città non avrei potuto farlo io, perché inevitabilmente con le nostre divisioni interne Rigo si sarebbe alleato con Pellicani, mettiamola così. Io preferii .., lei mi ricorda il patto di Caorle, di Caorle non mi ricordo ma sicuramente ci mettemmo d’accordo, andammo dai comunisti dicendo “Benissimo, noi siamo tutti d’accordo, il nostro candidato è Rigo”.
D. Il PCI cambia negli anni Settanta …
R. Soprattutto cambia dal PCI degli anni Sessanta che era un PCI operaista, un PCI legato alla base operaia di Porto Marghera in un’ottica un po’ conservatrice, il PCI di Cesco Chinello in cui l’elemento più delegante si chiamava Momi Federici, mentre l’anima riformista di Gianni Pellicani era assolutamente minoritaria. Poi cambia nel corso degli anni Settanta proprio attraverso la discussione sulla politica urbanistica e quando i piani particolareggiati vengono approvati con un voto vastissimo che comprende il PCI prevale ovviamente la linea di Pellicani, tra virgolette, che poi prevale ancora di più perché riportando il PCI alla guida della città dimostra che la linea riformista pagava. Naturalmente questo spostò gli equilibri interni al PCI, in quel periodo perfino uno come Cacciari abbandona la sua precedente esperienza estremista, massimalista, pot-operaista e aderisce al PCI.
D. Pellicani aveva costruito la sua gestione del partito prima del ’75?
R. No, no Pellicani non contava niente nel PCI, Pellicani aveva veramente fatto una traversata nel deserto tra gli anni Sessanta e gli inizia degli anni Settanta.
D. Mi ero fatta l’idea che il dialogo in Consiglio Comunale sul futuro di Venezia avesse portato a nuovi assetti all’interno al partito.
R. Lui ha fatto veramente una traversata nel deserto, io me lo ricordo negli anni Sessanta, nella seconda metà degli anni Sessanta, solo isolato sui banchi consiliari del PCI rispetto al grosso del suo gruppo che era tutto in un’altra direzione. Poi lo ha aiutato moltissimo l’interlocuzione con noi che è cominciata nel ’69 con il mio assessorato e dopo il ’70 con la discussione che ne è derivata. Ovviamente il fatto di aver trovato una sponda ha cambiato gli equilibri interni, quando Cacciari diventa deputato comunista nel ’76, quando lo divento io. Se non ricordo male Potere operaio viene sciolto nel ’72, lui tra il ’72 e il ’75 compie il trasferimento ma è tutta questa evoluzione complessiva che il PCI fa in quegli anni che erano gli anni di Berlinguer che trasformano Pellicani da un isolato all’interno del suo partito e del suo gruppo, nel leader del suo partito.
D. Quindi l’amministrazione deve risolvere i problemi di Venezia e questo dà questo ruolo a Gianni Pellicani.
R. Questa è la cosa principale, quando poi grazie al diverso approccio dei comunisti veneziani i comunisti tornano al potere nella città.
D. L’operato della Giunta Rigo Pellicani ha dei caratteri originali, lei ha avuto modo di tracciare un bilancio di quella esperienza o era troppo impegnato nella politica nazionale per averne modo?
R. In quell’epoca ho subito molto meno la cosa veneziana e molto più quella romana perché erano gli anni in cui cambiavamo la faccia al partito socialista, io tra l’altro tra la fine del ’76 e l’inizio ’78 divenni commissario del PSI di Catania, per un periodo mi occupai di un’altra parte dell’Italia, quindi ero molto meno attento alle questioni veneziane. Comunque attraverso Renato Nardi, Mario Rigo e Nereo Laroni le seguivo e mantenevamo un fortissimo rapporto con Pellicani, era l’epoca in cui elaborammo le idee per la fase applicativa della Legge Speciale, cioè tutto il famoso discorso delle bocche di porto fu elaborato in quegli anni. Il Consorzio Venezia Nuova nacque un po’ prima del ’75 ma divenne realtà in quegli anni lì. E’ un’impostazione completamente diversa, muore l’impostazione di Dorigo, finisce la terza zona industriale, nasce un’altra impostazione. Erano gli anni in cui uno dovrebbe riguardarsi tutti i numeri della “Rivista veneta”, che era la rivista che ci inventammo noi alla fine degli anni Sessanta, tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, e che tracciò le linee di tutta la politica veneziana.
D. Mi era stato detto che la DC perde le elezioni sul problema dell’urbanistica a Venezia, c’era stata la presa di posizione dei repubblicani, di Italia Nostra, di Montanelli.
R. Montanelli è prima, è negli anni Sessanta ed è sconfitto, i repubblicani erano con Montanelli e sono sconfitti. I repubblicani riemergono dopo con Casellati e con Scano, ma riemergono alla fine degli anni Ottanta con Casellati sindaco, e riemergono nello scontro tra l’impostazione socialista di De Michelis, Laroni e l’impostazione opposta intorno alla vicende dell’Expo, che poi diventa una impostazione, tra virgolette, di potere, siccome l’Expo è un’idea che ho avuto io e se fosse passata l’idea dell’Expo gli equilibri cittadini sarebbero finiti necessariamente ad appoggiare la nostra egemonia, e tutti quelli che non erano d’accordo per ragioni varie, da Casellati a Rigo, a Pellicani si opposero e vinsero.
D. Cosa avrebbe significato l’Expo per Venezia?
R. Quello lo capiscano tutti adesso, avrebbe significato un successo per questa parte dell’Italia che invece si è perso. Adesso nel 2015 si tenterà nel nord ovest quello che si poteva fare nel 2000 con ben altro risultato a Venezia.
D. Venezia ha perso la sua centralità in Veneto perché si è persa la possibilità di fare l’accordo con Padova e Treviso.
R. Non è riuscita perché c’è stata …, questa è stata la fase dei miei rapporti difficili con Pellicani, quando lui per ragioni comprensibili ha scelto una battaglia in negativo che ha vinto ma ha significato la sconfitta della città e ha prodotto non se stesso, ma Cacciari.
D. Per tornare un attimo indietro, nel ’78 ci fu la lunga verifica politico amministrativa che bloccò l’attività del Consiglio Comunale per diversi mesi, in quanto si era determinato un cambiamento degli equilibri politici interni al PSI.
R. Ci fu uno scontro, noi tentammo, ritenendo che Rigo non era adeguato, non funzionava, e tentammo di sostituirlo. Per un attimo ci sembrava che ci saremmo riusciti ma Rigo fu coperto da Craxi a Roma e da Pellicani a Venezia e quindi noi non ce la facemmo e dovemmo far marcia indietro e tutto questo comportò dei mesi persi e una serie di problemi.
D. E significò anche la candidatura per i successivi cinque anni?
R. Sì, certo, non essendo riusciti a cambiarlo e portare Renato sindaco.
D. E non ci siete riusciti neanche la seconda volta?
R. No, quando facemmo le elezioni nell’80 io ero diventato Ministro, non c’era più l’interesse avendo perso la battuta nel ’78 e quindi lo ricandidammo e rimase sindaco altri cinque anni.
D. Volevo chiedere in merito al terrorismo in quegli anni, ci fu l’uccisione del metronotte al Gazzettino a Venezia, gli omicidi Gori, Albanese, Taliercio …
R. A Marghera tra il 1979-‘80-’81 fu il periodo di Taliercio e fu un brutto periodo. La vicenda di Taliercio è stata una vicenda terribile, come ormai si sa, e naturalmente la cosa grave fu che in quel momento di tensione tra i socialisti e i comunisti favorì l’azione di questi gruppi eversivi. La favorì, ci furono molte tensioni anche fra di noi, io allora ero particolarmente nel mirino di questi gruppi eversivi un po’ perché ero diventato Ministro delle Partecipazioni Statali, quindi ero in qualche modo il simbolo di una cosiddetta logica capitalistica imperialistica nel settore produttivo. Feci nel 1980 un rapporto sulle Partecipazioni Statali che non fu letto quasi da nessuno, ma fu letto dalle Brigate rosse che mi dedicarono alcuni documenti dandomi un peso assolutamente sproporzionato a quello che rappresentavo, ma aveva un certo senso dal punto di vista della logica in cui loro si approcciarono a queste cose. Il povero Taliercio ha in parte pagato perché veniva visto come un esempio sul terreno della realtà operaia di Porto Marghera, bisogna ricordarsi che i due principali focolai di questi gruppi estremistici erano la Breda e il Petrolchimico a Porto Marghera. Questi si eccitarono attorno a questi ragionamenti, a questi disegni di riorganizzazione, e poi non potevano prendersela con me, anche se ci provarono, e se la presero con Taliercio. La cosa grave è che negli anni successivi per un certo periodo negli anni Novanta con Cacciari sindaco di Venezia, il Comune di Venezia divenne una specie di ricettacolo dei residui di questi gruppi eversivi.
D. In quegli anni non c’è stato solo un terrorismo rosso, anche la destra aveva dei gruppi eversivi.
R. Sono cose diverse, cose tipo Peteano hanno precedenti .., no per quello che riguarda il Veneto e Porto Marghera gli episodi sono tra il ’77, ’78, ’79, tutte le vicende legate all’azione fatta dalla Magistratura, che riguardava Padova e l’Autonomia operaia e le vicende delle Brigate rosse a Porto Marghera.
D. Visto la sua statura politica nazionale chiedevo una riflessione più generale …
R. La vicenda del terrorismo comincia …, una cosa che pochi hanno raccontato è che Toni Negri organizzò una prima ondata che fu addirittura precedente al 1968. C’è stata tutta un’ondata di ragazzotti e di ragazzotte mandati allo sbaraglio a Porto Marghera, per fortuna senza danni né per loro né per gli altri, cominciarono nel ’65, ’66, poi è continuato in varie forme, in vari modi di cui ormai si sa quasi tutto e durò fino al 1981, 1982 con gli ultimi episodi, Doozier ad esempio, quando il movimento eversivo che aveva avuto le origini in Lombardia, a Milano, la Simens, poi a Torino, a Genova si spostò nel Veneto, poi finì per fortuna. Devo scappare. Va bene?
R. Va bene, grazie.
[1] In G. Pellicani, Governare la città, Venezia 2008, pp.13-14.
[2] Manfredi Servello fu dichiarato ineleggibile con sentenza del Tribunale in gennaio del 1971 perché Primario ospedaliero