Gianni Rivi – Trascrizione dell’Audiointervista

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R. Avevo cinque anni…

D. Ha nitida l’immagine del fuoco su Porto Marghera …

R. Sì, sì, dei bagliori, degli incendi. Mio padre mi teneva in braccio e dalla finestra rivolta a sud osservavo il cielo. Abitavamo proprio dietro la chiesa di Carpenedo. Un altro bombardamento di Mestre l’ho vissuto quando abbiamo cambiato casa. Non ricordo cosa fosse successo ma siamo andati ad abitare alla fine di Viale Garibaldi, di fronte a villa Franchin, c’è ancora adesso la casa, la villetta, con un cancello che è ancora quello! Ricordo che dal cancello assistevo alle sfilate perché Viale Garibaldi era il luogo deputato alle sfilate dei “figli della lupa”, dei “balilla ”. Affissi agli alberi c’erano i cartelli, mi ricordo “Balilla, sezione …, scuola…ecc.”, “figli della lupa”. Aggrappato al cancello assistevo a questi eventi. E l’ultimo bombardamento di Mestre l’ho vissuto, lì in questa casa. Mi ricordo c’era un tavolo poco più grande di questo in soggiorno. Nell’edificio abitava anche una signora anziana con la figlia, una signora più giovane. Noi al piano superiore e la signora con la figlia sotto, al piano terra. Suona l’allarme, siamo scesi, ci siamo riuniti tutti e riparati sotto il tavolo. Eravamo io, mia madre, mio padre non c’era forse impegnato in turni di lavoro, la signora e la figlia, in quattro sotto il tavolo. Chissà perché sotto il tavolo. Forse avevamo la sensazione che fosse protetto in qualche modo. Ci avevano anche raccomandato di fare attenzione dopo il cessato allarme perché ci potevano essere aerei isolati che effettuavano ricognizione e potevano sganciare ancora, quindi aspettare un po’ prima di abbandonare i rifugi. Sopra il tavolo avevamo l’orologio, dopo il cessato allarme abbiamo aspettato …, non so quanto. Nessuno aveva il coraggio di uscire dal tavolo e guardare che ora era. Ho la sensazione di essere rimasto lì un’altra ora, ora e mezza…

D. Cosa facevate sotto il tavolo, parlavate, che ricordo ha? Era abbracciato a sua mamma…

R. Probabilmente sì oppure mi teneva per mano, non ho ricordi, so che eravamo terrorizzati…, in lontananza si sentivano gli scoppi perché eravamo distanti dagli obiettivi, probabilmente la stazione ferroviaria. Dopo questa esperienza siamo partiti perché mio padre aveva deciso che dovevamo tornare in campagna e lì effettivamente siamo stati relativamente al sicuro fino al momento dell’armistizio. Gli ultimi mesi di guerra fino alla liberazione sono stati terribili …

D. Suo papà era di formazione cattolica, frequentava le associazioni?

R. Sì, era di formazione cattolica, era dei partigiani, i “baschi verdi” cioè quel gruppo di partigiani cattolici con don…, non mi ricordo il nome del sacerdote che guidava la brigata dei partigiani sui monti dell’Emilia. Poi mio padre è entrato a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale formato da tutti i raggruppamenti partigiani. Lì ha conosciuto Dossetti che faceva parte del CLN.

D. Se suo papà faceva parte del CLN locale, evidentemente era una persona che era stato dei popolari…

R. Sì, in un certo senso sono “figlio d’arte”, introdotto involontariamente in politica. A casa nostra dopo la caduta del fascismo si parlava molto di politica, poi c’erano i vari orientamenti. C’erano due miei zii che erano socialisti, o quanto meno molto vicini ai socialisti.

D. Fratelli di sua mamma o di suo papà?

R. Un fratello di mio padre era stato inizialmente vicino al movimento fascista, un altro era vicino a posizioni socialiste, poi sono andati in guerra e il primo è tornato con idee completamente diverse! Da parte di madre il marito di una sua sorella era fortemente schierato a sinistra, aveva anche perso il lavoro per non aver accettato di iscriversi al partito fascista. Il nonno era sempre stato socialista e a suo tempo amministratore del comune di Villa Minozzo. Era socialista del gruppo di Prampolini, all’inizio del secolo scorso. Mio padre fu amministratore del Comune di Baiso, paese dove abitava e abita la famiglia Prodi. La famiglia di mia madre era di un Comune più in alto, al confine con la Toscana, che si chiama Villa Minozzo. Con queste persone in casa io ho respirato aria “viziata” fin dall’inizio. Col latte materno …

D. Anche sua mamma?

R. No, mia mamma no. Da noi le donne non si interessavano di politica.

D. Ma un sentire di un certo tipo, una sensibilità…

R. Seguiva mio padre, quello che diceva mio padre era oro colato pur essendo quella una società matriarcale perché non c’era foglia in casa che si muovesse se non era la donna a deciderlo! Addirittura cose banalissime, come il vestito, le scarpe …, in autunno passava per casa il calzolaio e si fermava per diversi giorni per  fare scarpe per tutti. Per noi bambini era un avvenimento, tutto il giorno ad osservare questo signore che cuciva, tagliava, provava. La mamma decideva quello che si doveva comperare, gli investimenti, quello che si doveva vendere dei prodotti agricoli. Tutto passava attraverso la decisione delle  donne. L’uomo era in quelle cose assente…

D. Un accessorio.

R. Un accessorio! Fuori di casa, dove c’era da lavorare era l’uomo che andava.

D. Era una donna dal carattere forte?

R. Eh sì, molto forte, decisa. Eh, quanti bei ricordi! E nell’ultima parte della guerra ci siamo trasferiti dal paese di mio padre perché diventava pericoloso, eravamo troppo vicini a Reggio Emilia, c’erano i bombardamenti, i rastrellamenti soprattutto e gli scontri con i partigiani. Quando i soldati della repubblica di Salò partivano da Reggio Emilia e salivano dalla pianura nei primi centri abitati della collina erano disastri! Mano a mano che si saliva le formazioni partigiane si disperdevano e diventava anche più facile per loro sottrarsi ai combattimenti e nascondersi. Restavano le rappresaglie per la popolazione civile. Siamo partiti da lì e siamo andati nel paese di mia madre, su a Villa Minozzo. Qui ho vissuto la parte finale della guerra a contatto stretto coi partigiani. Avevamo molti parenti di mia madre che erano nei nuclei partigiani. Mio padre ci accompagnò e ci raggiunse definitivamente poco dopo.

D. I parenti partigiani erano socialisti?

R. Socialisti, erano quasi tutti andati a lavorare negli anni Trenta nelle città della Toscana e della Liguria. Si sono poi nuovamente dispersi in Italia settentrionale, chi a Milano, chi a Lucca. E lì ho vissuto … il marito di una cugina di mia madre era Arrigo De Benedetti, il fondatore e primo direttore di “Panorama”, lucchese. Noi avevamo rapporti molto stretti con la Garfagnana, infatti molti dei miei avi erano emigrati in Garfagnana, vivevano a Castelnuovo di Garfagnana, Ponte a Moriano, Lucca ecc. Arrigo Benedetti scrisse molti libri  tra cui “Il passo dei Longobardi”, “Rosso al vento” e nel libro “Paura all’alba” racconta proprio le vicende di quel nostro paese. Abbiamo vissuto la costituzione della vicina Repubblica di Monte Fiorino, durata pochi mesi, gli eccidi di Cervarolo, frazione della parte alta  del Comune di Villa Minozzo. Avevamo notizie di rappresaglie feroci e eccidi un po’ dovunque.  Sono stati trucidati molti civili.

D. Lei lo ricorda perché ha i ricordi riportati dalla madre o…

R. No, no, ricordi personali. Ho assistito a molti rastrellamenti. Noi abitavamo in un edificio che era fuori del paese. Il paese era separato da una collina, si doveva scendere per raggiungere il centro del paese. Era la prima casa che si incontrava salendo dalla pianura. Da noi i tedeschi arrivavano per primi, abitavamo sulla strada che era poi una vera mulattiera. Con mio nonno eravamo preparati, arrivavano i tedeschi al mattino presto, io e mio cugino, che aveva due, tre anni più di me, dovevamo vestirci per andare a scuola. Le truppe tedesche circondavano la casa e noi tutti dentro. Eravamo d’accordo che il nonno …, che si faceva sentire, era molto “tosto” litigava coi tedeschi, cominciava a gridare che i ragazzi dovevano andare a scuola, guerra o non guerra, dovevamo andare a scuola. I comandanti tedeschi accettavano senza discutere questo fatto, i ragazzi dovevano andare a scuola, eravamo due bambini di sette, otto anni. Uscivamo e avevamo il compito di avvertire i partigiani che erano in paese, era tutto organizzato e qualche volta i partigiani riuscivano a scappare. In qualche altra occasione sono stati beccati. In una frazione vicina  c’è stata un eccidio per rappresaglia, trentadue persone sono state fucilate. Messe al muro e fucilate.

D. In paese?

R. Sì, davanti alla chiesa, sul sagrato della chiesa.

D. Ha assistito?

R. Ho assistito nascosto dietro una casa e dalla legnaia abbastanza vicino e ho visto …, mi è rimasto impresso…

D. Quanti anni aveva?

R. Era il 1944 e avevo otto anni. Ricordo bene, ho visto certe scene …, è meglio che lasciamo stare.

D. Ne ha mai parlato?

R. No, no.

D. Neanche quando è andato a casa?

R. Sì, io abitavo lì vicino. C’era la stradina tra fitte siepi da fare e noi ragazzi eravamo padroni indiscussi del territorio, ci muovevamo con la massima libertà e quel giorno mi sono trovato nella zona. I tedeschi erano arrivati con dei camion dalla strada principale, la carrozzabile, e hanno fatto questo!  Ci sono dei particolari di cui non voglio parlare …, mi divertivo invece moltissimo a vedere quando arrivavano i rifornimenti per i partigiani. Sotto casa la vallata si apriva, i fianchi erano meno ripidi, i boschi si diradavano in ampi prati a pascolo e coltivazioni. Questa era la zona dove gli alleati sganciavano i rifornimenti. Arrivava di tutto, zucchero, caffè. Trovavamo zucchero per la strada, sacchi proprio. Gli Alleati mandavano addirittura le “jeep”. Oltre alle munizioni e le armi. Si facevano le camice con la seta dei paracadute! Gli aerei da trasporto, i DC 3, trimotori sorvolavano lentamente la vallata compiendo ampi giri e ad ogni passaggio era un fiorire di paracadute nei diversi colori.

D. Di notte?

R. No, di giorno tranquillamente, perché i tedeschi e i fascisti li vedevamo di rado, durante i rastrellamenti venivano quando c’erano state azioni di guerriglia e allora facevano rappresaglie, rastrellamenti alla ricerca di partigiani o disertori. Mio padre fu anche arrestato un giorno.

D. Suo padre non aveva l’età…

R. Non aveva più l’età per il servizio militare ed era esonerato in quanto impegnato con la produzione del gas liquido, che era considerata industria bellica, strategica. A un certo punto lo stabilimento chiuse e tutti fuori. Lui venne da noi in Emilia e vi rimase circa un anno e mezzo prima che finisse la guerra, quindi da metà ’43 fino al ’45. Poi fece il sindaco per circa due anni fino alle elezioni amministrative. Ma dicevo che fu fatto prigioniero durante un rastrellamento dai tedeschi.

D. Perché non era riuscito a nascondersi?

R. Li hanno trovati. Avevano predisposto un rifugio, un vano scavato nel terreno e ricoperto di terra coltivata ad orto, non si vedeva nulla. Si usavano dei  segnali predisposti tra una borgata e l’altra, ad esempio due lenzuola stese su una casa visibile da lontano significava che stavano arrivando i tedeschi, un lenzuolo solo se ne stavano andando. Quel giorno i segnali non funzionarono perfettamente, i tedeschi circondarono la casa con mio padre e un fratello più giovane dentro. Il fratello più giovane lo lasciarono andare, mio padre lo arrestarono e assieme ad altri fecero una colonna. Addirittura a mio padre un soldato  tedesco affidò una giovenca requisita ordinandogli di seguire la colonna  verso il punto di ritrovo che apprendemmo dopo era il campo di concentramento di Fossoli nella pianura tra Modena e Bologna. A piedi arrivarono fino a Sassuolo. Era sera quando abbiamo visto tornare mio padre con la giovenca! Ci spiegò che uno dei tedeschi, un soldatino giovane giovane, a un certo punto gli ha detto “Non vorrai mica…”.  Parlava italiano, probabilmente un altoatesino- “non vorrai mica venire a Fossoli in campo di concentramento.” Aveva forse visto che mio padre aveva una certa età. “Alla prima curva scappa! Portati via anche la mucca.” E lui è scappato per i campi e boschi, insieme ad altri tre o quattro. La colonna è arrivata a Fossoli e di molti di loro non si è saputo più niente.

D. Pur essendo un bambino è finito coinvolto,, allora i bambini erano molto liberi, giravano, osservavano …

R. Ricordo anche un mio scontro con i partigiani. Era precipitato un caccia americano vicino a casa, perché quando erano colpiti, di ritorno dalle incursioni, spesso non riuscivano a rientrare alla base e  non riuscivano a portarsi in quota e superare il crinale dell’Appennino, 2500, 3000 metri, e allora cercavano aree libere per atterraggi di fortuna. Qualcuno ci riusciva come quel pilota. Era ferito ma alcuni braccianti erano riusciti a liberarlo prima che l’aereo si incendiasse e si era salvato. Io dai rottami avevo recuperato un paio di manometri che per me rappresentava un vero tesoro! Andavo in giro con questi strumenti, mi pareva di essere un pilota dell’aereo! Un giorno incontro  due partigiani, un uomo e una donna, armati di fucile mitragliatore e mi requisiscono i due manometri! Se in quel momento avessi avuto un fucile in mano gli avrei sparato! Li ho odiati! In fondo erano due manometri usati col cavo spezzato e io ero un bambino! Per carità era giusto che fosse andato così, poteva essere materiale bellico.

D. Era il suo trofeo, era una crudeltà portarglielo via !

R. Una cosa incredibile! E questa è stata la nostra guerra. Noi abbiamo sempre avuto da mangiare, mai patito la fame. C’era una mia zia, molto anziana, era la “rasdora”, in dialetto emiliano quella che amministra la casa, cioè la “responsabile” della casa, che se vedeva il minimo spreco si infuriava.  A me piaceva moltissimo il pane, quello croccante, appena sfornato, la mollica la davo alle galline. Se mia zia se ne fosse accorta mi avrebbe fatto “nuovo”! Non si doveva buttare via niente, c’era il più assoluto rispetto per tutto quello che poteva essere utile e vitale. Ho dei bei ricordi anche dal punto di vista umano, per esempio, c’era un senso di solidarietà che non ho più trovato in nessun luogo. Neanche in ambiente religioso nel quale dovrebbe proprio essere fondamentale. Nella borgata c’erano delle famiglie indigenti che avevano veramente bisogno di tutto. Non erano proprietari terrieri, spesso vedove di braccianti, di salariati, alcuni in guerra e con minori anche disabili. C’erano due famiglie, ricordo in particolare, che facevano fatica a sbarcare il lunario, trovare cosa mettere in tavola a pranzo e a cena. Le altre famiglie della borgata, spontaneamente, portavano qualcosa a pranzo e a cena per queste due famiglie così bisognose. A loro non mancava mai niente, frutta, la minestra, il pane…. Facevamo il pane in casa una volta alla settimana e c’era una parte di pane che andava a loro. Quando c’era da lavorare in campagna queste due signore, venivano a dar una mano in casa, facevano i lavori, aiutavano. I figli, per quanto poco, anche loro andavano in campagna per la spigolatura, raccoglievano le spighe che erano state trascurate dai mietitori, oppure quando c’era la vendemmia raccoglievano tutti i granelli d’uva che erano rimasti, oppure raccoglievano le mele che il vento aveva abbattuto. In quella occasione erano tutti ospiti di casa nostra, mangiavano con noi a tavola, assieme ai braccianti. Erano per noi bambini occasioni straordinarie per ascoltare gli adulti che parlavano degli argomenti più vari. Si viveva come una comunità, un fatto che mi ha sorpreso e mi ha lasciato un insegnamento straordinario. Nessuno sentiva il peso di queste persone, era naturale dare una mano.

D. Suo papà era del CLN, poi ha fatto il sindaco…

R. Ha fatto il sindaco per la DC, poi nel ’47 dopo le prime elezioni amministrative ha ripreso la sua attività a Porto Marghera. Siamo tornati anche noi bambini con mia madre, un viaggio allucinante! Con un automezzo militare siamo arrivati fino ad Ostilia, dove c’era l’unico ponte di barche in funzione sul Po, siamo passati e abbiamo trovato un treno che ci ha portato a Venezia, a Mestre. Era un treno merci.

D. Siete andati ad abitare non nella casa di Viale Garibaldi?

R. No, siamo andati ad abitare in via Rielta. Abbiamo vissuto lì per un paio d’anni e poi mio padre ha trovato, non era facile allora, un appartamento al piano terra vicino alla stazione ferroviaria, in una palazzina di due piani, in via Monte San Michele e siamo rimasti lì fino a che mi sono sposato.

D. E l’incontro con la politica, a parte l’esperienza in famiglia.

R. L’incontro con la politica è stato nel ’58 quando, finito di fare il servizio militare, sono arrivato a Mestre e ho trovato gli amici del quartiere che erano passati dall’Azione Cattolica alla politica, nella DC.

D. Aveva frequentato l’Azione Cattolica?

R. Andavo e venivo, non ero impegnato in modo sistematico. Qualche volta andavo, poi rimanevo un anno senza farmi vedere.

D. Perché non aveva trovato delle figure carismatiche, di riferimento?

R. Attraversavo un momento di crisi, di sbandamento.

D. Forse voleva godersi la vita.

R. Forse…, io avevo un vecchio sogno che poi si è infranto, i miei erano preoccupati, molto apprensivi. Avrei volevo frequentare l’accademia militare aeronautica a Nisida, ma i miei non volevano saperne. Lo ritenevano troppo pericoloso. Ero appassionato per il volo e presentai la domanda. Avevo uno zio di mio padre, generale dell’aeronautica, che mi aveva anche incoraggiato. Mi aveva assicurato che l’ostacolo maggiore erano gli accertamenti medici e le prove psicofisiche e che poi sarebbe stato facile superare, con la mia preparazione professionale, le prove di cultura generale. Mio padre mi ha trattenuto la lettera di convocazione a Nisida e me la consegnò il giorno stesso in cui avrei dovuto presentarmi. Mio padre e mia madre non volevano assolutamente! Ero un po’ in crisi. Comunque l’incontro con la politica avvenne grazie a questi amici che avevo conosciuto nell’ambito dell’Azione Cattolica, dopo essere tornato a casa dal servizio militare. Avevo fatto la scuola di allievo ufficiale, ed ero sottotenente di artiglieria pesante, gruppo missili, a Brescia. Tornato a casa ho ritrovati questi amici che si erano introdotti nella politica e allora ho cominciato. C’era bisogno che qualcuno si impegnasse nella sezione di via Piave e io, che sono sempre stato uno che si buttava a corpo morto su queste vicende, ho accettato e da lì ho cominciato ad impegnato. Era il 1958. C’era stato però un periodo di impegno anche durante gli anni del ginnasio e dell’istituto tecnico “Riccati” di Treviso. Esisteva il movimento studenti medi molto vicino alla DC. In quell’ambiente conobbi Placido Manoli, giornalista, ora lavora per Telechiara, un personaggio! Eravamo molto amici, facevamo incontri, si organizzavano  gite pseudo culturali, ricordo a Trieste, quando era ancora la zona A occupata dalle truppe inglesi, facevamo un po’ di “cinema” con le bandiere a San Giusto. A Duino c’era un vero e proprio confine che separava la zona A dall’Italia.

D. Per la DC?

R. Era un movimento autonomo ma forse c’erano anche rapporti con la DC e con il mondo dell’Azione Cattolica; eravamo molto giovani allora, dai 14 anni in su. Poi tornato dal servizio militare trovai che quasi tutti si erano iscritti nella DC. Erano gli amici del quartiere, del periodo della prima giovinezza. La mia infanzia è legata al periodo dell’Emilia. Feci la prima campagna elettorale del ’64, candidato al Consiglio Comunale.

D. Aveva cominciato a fare lavoro di sezione?

R. Sì, ero stato segretario di sezione, avevo iniziato come attivista nel ’58 e nel ’59 c’era stata l’elezione del segretario di sezione (fine lato A, cassetta n.1).

D. Avevano individuato in lei il giovane brillante, come funzionava questa cosa?

R. Questo aggettivo mi sembra un po’ sprecato. C’era un gruppo in via Piave molto, molto forte. Erano quasi tutti quelli che passavano per la parrocchia, poi per l’Azione Cattolica e quindi in partito. Tra questi giovani ce n’erano alcuni che erano amici miei carissimi, anche tuttora. Evelio Miatto fu uno di quelli che per me ha rappresentato il punto di riferimento più forte. Aveva quattro, cinque anni più di me, era maturo e preparato. Lui era stato eletto a quel tempo in comitato comunale e nella direzione cittadina della DC ed era segretario di sezione. Mi spiegò che c’era una sorta di incompatibilità morale tra segretario di sezione e componente del comitato comunale, si trattava di una specie di cumulo di cariche che allora non si ammetteva. Mi disse “Fai tu il segretario di sezione.” Io per la verità ero un po’ spaventato della responsabilità che andavo ad assumere. Chiesi se veramente riteneva utile e possibile per me assumere quell’incarico. Mi spiegò quali sarebbero stati i miei compiti e mi guidò in diverse occasioni al contatto con l’ambiente. Poi mi aiutò ad essere eletto. Feci per la verità qualche mese di anticamera, mi presentò e conobbi i leader locali della DC, feci un po’ di gavetta. A quel tempo avevo cominciato a lavorare alla Sartori. A dicembre 1958 andai a lavorare presso l’ufficio tecnico della “Giudo Sartori Spa” o meglio passai alle dipendenze della CIPI, Costruzioni Impianti Petroliferi Industriali. Questi tre, quattro mesi di disponibilità li avevo interamente dedicati al partito.

D. Cosa la spingeva ad accettare l’incarico di lavorare in partito? Le sembrava naturale?

R. Era naturalissimo per me, era un servizio che diventava quasi un dovere, sentivo di doverlo svolgere, non c’era il senso della fatica, mi piaceva e quindi ritenevo di dover fare quello che potevo, naturalmente.

D. Molti dei suoi coetanei andavano a ballare, gli anni Sessanta era un periodo in cui si aveva una gran voglia di divertirsi.

R. Io ho preferito impegnarmi in politica senza tuttavia rinunciare a divertirmi come tutti gli altri giovani. Mi sembrava di avere tanto tempo a mia disposizione. Mio padre mi diede il via libera, anzi mi stimolava, in casa si discuteva parecchio, si parlava di politica continuamente. Si commentavano le notizie della radio, della stampa. Di questo devo dar atto a mio padre, in casa si parlava quasi solo di politica! Lui scelse un orientamento diverso dal mio, nel senso che pur essendo democristiano, optava per la parte più conservatrice. Io invece tifavo per i gruppi di base, Galloni, Granelli, Pistelli, il gruppo che faceva riferimento alla rivista “Politica”.

D. Quello che faceva la differenza era l’atteggiamento verso il sociale? Quale era la cifra che distingueva l’atteggiamento di suo padre e il suo?

R. Io ero più sensibile, più rivoluzionario, mio padre era più cauto sia sul piano economico che sul piano sociale. Rigoroso negli interventi in economia, io molto più innovativo, ricordo ad esempio la polemica sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, sulla CECA, Comunità Europea Carbone e Acciaio. Ero portato istintivamente verso il sostegno di questa idea europeista, mio padre era più nazionalista, più chiuso. Si discuteva, si discuteva molto.

D. Ma la DC puntava sui giovani?

R. Moltissimo, se c’erano responsabilità da assumere te l’affidavano in tutta tranquillità. Non c’era da parte della generazione più anziana il monopolio del potere, posso proprio dirlo, e questo ha attratto i giovani che vedevano nel partito la possibilità di esprimersi, di avere soddisfazioni senza nessun ostacolo. Anzi spesso mi trovavo a dialogare con molto piacere con persone che avevano, venti, trent’anni più di me, i quali avevano un’apertura straordinaria!

D. Questo che mi sta raccontando era caratteristico della città, del quartiere o si può  generalizzare?

R. No, era diffusa, era la generazione che usciva dalla guerra, aveva riferimenti in valori molto, molto forti: aver vissuto il periodo del fascismo con quello che aveva significato, di annientamento della personalità, di inquadramento, una cosa assolutamente abominevole. La guerra, la conquista della libertà …

D. Le bugie del fascismo …

R. Certo, le bugie, tutto quello che si era costruito attorno al fascismo, e la lotta, la Resistenza avevano aperto quasi un senso di distacco dai problemi quotidiani. Queste persone anziane si riconoscevano in alcuni valori che mi hanno trasferito, come il rispetto reciproco, la libertà, il senso del confronto, il rispetto per le idee degli altri. Era molto, molto diffuso questo modo di far politica a quel tempo e questo aveva presa sui giovani, quello è stato il mio approccio alla politica. Da lì ho cominciato …, mi veniva spontaneo, naturale.

D. Lei andava a lavorare e alla sera ?

R. Alla sera ci si trovava, si andava in partito. Un episodio che mi è venuto in mente quando si parlava di Gagliardi. Sono stato candidato nel ’64, la campagna elettorale saltata senza risultati positivi, mi sono fermato a trecento voti quando ne servivano duemila, duemila e cinquecento per essere eletti. Mi ricordo che parlando con Vincenzo mi disse in tono molto rammaricato, anzi venne a cercarmi. Mi disse – “Io ti devo chiedere scusa!” “Chiedere scusa perché?” “Sì – dice- perché non sei stato eletto! Forse potevamo fare qualcosa di più per aiutarti.” Io sono rimasto perplesso, il primo a non essere rimasto scontento ero io! Non è stata una delusione, un dramma o cose del genere. Erano stati eletti altri, forse sono più bravi di me. Questo aspetto di chiedere scusa, del dispiacersi perché non ero stato eletto …, oggi non si usa più!

D. Gagliardi era un personaggio, era brillante. Come l’ha conosciuto?

R. Gagliardi era un ciclone, era uno che trascinava, soprattutto i giovani. Lui provenne da quel mondo dell’Azione Cattolica che a un certo punto, qualcuno dice per imposizione dall’alto, secondo me no perché nessuno mi venne a dire “Devi fare politica!” Lo feci per una sorta di orologio biologico, come le rondini che partono tutte quando la luce solare ha una certa durata giornaliera. Una cosa del genere. Tutti sentimmo il bisogno o incontrammo l’occasione di entrare in partito. Gagliardi cominciò in politica nel ’54, ’55, ed era un ciclone. Aveva una dialettica straordinaria, se viene alla manifestazione del 27 ottobre[1] sentirà un intervento in viva voce di Vincenzo Gagliardi. E’ stato un uomo straordinario che secondo molti di noi aveva anticipato le scelte sul sociale, infatti costituì i primi gruppi della sinistra democristiana, i primi gruppi di base legati al movimento di Pistelli, Granelli. Si cominciai a parlare di formule politiche che superavano le contraddizioni ideologiche, l’apertura ’ sinistra.

Giuseppe. Lei non ha visto la formula Venezia?

R. No, ero ancora fuori, sono arrivato subito dopo, non l’ho vissuto direttamente. Io sono entrato in direzione comunale con Favaretto Fisca sindaco di Venezia, 1960- 1970, alla fine del suo secondo mandato in provincia, ‘58- ’60. Mi presento candidato nel ’64.

D. Mi scusi, la campagna elettorale è la prima che ha fatto, le sarà rimasta vivida in mente. Come funzionava? Si candidavano i segretari di sezione?  Come avveniva la selezione dei candidati?

R. Le sezioni segnalavano al Comitato Comunale delle rose di nomi. Via Piave aveva segnalato Gianni Rivi, Giovanna Venturini e Raul Sartorio. Questi ultimi vennero eletti. Il gruppo consigliare della DC aveva 26, 27 consiglieri. Raul Sartorio è stato anche Prosindaco di Terraferma, con sindaco Favaretto- Fisca.

D. C’erano sezioni che pesavano di più? Via Piave è in centro Mestre …

R. Ma tutte segnalavano le loro candidature, la sezione di Mestre centro era la più numerosa sezione della terraferma, circa ottocento iscritti, e segnalava sei, sette candidati.

D. Ad esempio Trivignano, Zelarino segnalavano lo stesso numero?

R. Dipendeva, non c’erano delle regole precise, via Piave ne segnalava tre, Mestre centro sette, otto, Carpenedo, un’altra grossa sezione ne segnalava quattro, cinque. Favaro, Marghera, era un po’ a discrezione delle singole assemblee sezionali.

D. Si facevano i “santini”?

R. Sì, si facevano i “santini” ma erano molto semplici.

D. Suo personale?

R. Sì, pagavamo noi. La prima volta non feci nessun “santino” perché non avevo soldi. Facevamo delle circolari indirizzate agli iscritti alla sezione indicando i nominativi dei candidati locali, aggiungendo qualche nome per arrivare alle quattro preferenze. Io ero assieme a Luigino Scaramuzza, Gino Zampirollo, e l’altro chi era? Forse eravamo tre, si segnalavano tre nomi con il ciclostile, con i bigliettini, con le lettere agli elettori che si conoscevbano. Gli indirizzi li cercavamo sull’elenco telefonico. Con mezzi un po’ artigianali diffondevamo  questi tre nomi, e la gente scriveva sulla schede i numeri corrispondenti ai candidati, 7, 15, 49.

D. Lei come segretario di sezione era conosciuto in quartiere?  Faceva il porta a porta?

R. Sì, ero conosciuto e facevo il porta a porta. A quei tempi si lavorava moltissimo, tutte le sere ero fuori. Avevo fatto questo ragionamento: nella mia sezione mi conoscono e sicuramente mi votano, con tre candidati e quattro preferenze ci sono molte probabilità che riesca a entrare, gli elettori locali non voteranno certamente uno di Marghera ma preferiranno uno che conoscono. Mi spostavo invece in altre località dove avevo conoscenti ed amici, Favaro, Zelarino, Marghera, Venezia, poi puntavo sulle zone in cui si usava di più la preferenza e dove c’era il rischio che non avessi neanche un voto, ad esempio centro storico, estuario, Pellestrina, San Piero in Volta, Burano, Murano.

Giuseppe. Il trio delle preferenze era proporzionato geograficamente, cioè uno di Pellestrina, Murano?

R. No, la lista rispettava un po’ la rappresentanza locale, territoriale ma neanche questa era la regola, spesso  le liste erano squilibrate, c’era più candidati del centro storico.

D. Il fatto che lei fosse in tris con Scaramuzza e con Zampirollo era per amicizia, simpatia?

R. Eravamo del gruppo della sinistra che a Mestre si stava formando. Nel gruppo della sinistra c’era Lucio Cortese, fratello di Marino, il cui figlio è ora direttore della Tribuna di Padova. Lucio Cortese era amministratore dell’Ospedale Civile di Mestre a quel tempo e non voleva presentarsi candidato in Consiglio Comunale, era in sezione con me. Il gruppo era Gianni Rivi, Beppi Miatto, Lucio Cortese, Bergamo Onorato, Agnolin e qualche altro.

Giuseppe. I rapporti coi veneziani?

R. Pacifici in un primo tempo, quando con Piero Bergamo si cominciò a parlare di autonomia di Mestre io mi schierai per l’autonomia della terraferma, nel primo referendum del ’79, poi nel secondo 1989 mi impegnai più decisamente.

D. Scaramuzza si era dimesso dal Consiglio Comunale perché la linea della DC era contraria alla separazione.

R. Infatti, eravamo assieme ma Luigino aveva anche altri problemi. Era un po’ stanco, aveva fatto per tanti anni il consigliere comunale e si dimise non credendo più ad un suo ruolo. Io ero schierato per l’autonomia in primo momento, in seconda fase non ritenni più di sostenere questa posizione. Fui autonomista fino a che fu autonomista Rigo, l’ultima volta c’erano il generale Pino Rizzo, Piero Bergamo, Mario Rigo schierati per l’autonomia.

D. Si riferisce al penultimo, quello che aveva raggiunto il più alto numero di consensi?

R. Esatto, il penultimo. Abbiamo perso proprio perché negli ultimi giorni si verificarono attriti tra le persone più in vista. Io lo feci notare e da quel momento ritenni che la storia dell’autonomia della Terraferma avesse concluso il suo ciclo. Nell’ultimo referendum mi sono schierato per il no. Scusate ma dovrei scappare, mi aspettavano alle sei al Vega… (si interrompe la registrazione, poi riprende) Il sostegno dell’autonomia è stato un passaggio obbligato per arrivare ad immaginare una nuova città, attraverso una strumentazione urbanistica più agile, più snella, che individuasse ruoli, funzioni e relazioni con l’area vasta come quella che c’è oggi. Era un passaggio obbligato per una spinta che forse avrebbe potuto arrecare grandi vantaggi alla stessa Venezia, recuperando iniziative ed attività per contrastare una funzione turistica dilagante.

D. Lei era in Commissione Urbanistica, spesso interveniva nel dibattito in Consiglio Comunale sui temi urbanistici e sulle proposte dell’architetto Salzano…

R. Sì, ho continuato a studiare, mi sono laureato in Urbanistica. Questa è stata un’altra delle mie passioni insane…

D. Era molto addentro anche al “progetto Mestre”, la ritessitura dei quartieri, il verde. Molto si dibatteva in commissione, mi piacerebbe saperne qualcosa. In Consiglio si arrivava dopo che il grosso del lavoro era stato fatto in Commissione Consigliare…

R. Noi discutevamo molto in Commissione, con l’Assessore Salzano avevo un rapporto molto buono, spesso votavamo a favore di certi provvedimenti, facevo un po’ di fatica a farli passare in gruppo, ma poi prevaleva l’interesse generale.

D. Mi sembra fosse ascoltato da Salzano…

R. Sì, ragionavamo bene con lui, avevamo anche obiettivi comuni, quello che si cercava …, eravamo preoccupati per il degrado del territorio e abbiamo preceduto anche i Verdi per certi aspetti, per certe sensibilità. Non eravamo esasperanti e i problemi dell’ambiente si cominciavano ad affrontare anche nella DC in modo impegnato e serio. Ricordo anche attraverso la prima variante al PRG per la terraferma che fu definita come “Variante al verde, viabilità e servizi” adottata dal Consiglio nel 1973, prima delle nuove espansioni residenziali o produttive ci preoccupammo degli aspetti relativi all’ambiente e alla qualità della vita urbana, forse in modo ancora superficiale ma si cominciava..

D. Mi piacerebbe ascoltarla su questo tema che poi è la sua passione… Un altro aspetto su cui mi piacerebbe ascoltarla è come si era arrivati alla vittoria nel 1975 del partito comunista. Avevo letto l’intervento di Gianquinto nella prima seduta del nuovo Consiglio Comunale …

R. Eh, mi ricordo poco, dovrei rivedere. C’era stata una evoluzione, il partito socialista con Gianni De Michelis dopo una riflessione interna si attestò su posizioni diverse, spesso anche in modo strumentale. Non ritrovai allora nell’atteggiamento dei leader socialisti delle grandi tensioni ideali, cosa che poi venne puntualmente dimostrata nel momento in cui si passò dalla prima alla seconda repubblica, molte di quelle persone passarono con Forza Italia. Con quale coerenza, direi oggi, si fecero quelle scelte?

D. E quella verifica politico- amministrativa che durò diversi mesi? Mi è sembrata una cesura di quella Giunta. Salzano aveva fatto votare in Consiglio molte varianti, piani particolareggiati proprio negli ultimi mesi.

R. In quel periodo, nella seconda parte degli anni ’70  (fine lato B, cassetta n. 1) (Casetta n. 2, lato A) seguivo molto di più Urbanistica. L’Architettura non mi diceva molto, la ritenevo piuttosto limitata e preferivo la pianificazione territoriale. Ripresi il contatto con la politica agli inizi degli anni ’80 quando divenni segretario del Comitato Comunale della DC fino all’85, mi pare, e mi occupai meno dell’attività del Consiglio Comunale pur continuando a presiedere la Commissione Consigliare Urbanistica..

D. Le volevamo chiedere anche un ricordo di Gianni Pellicani …

R. Beh certo, con Gianni Pellicani c’era un ottimo, ottimissimo rapporto. Si parlava molto della città, in particolare di Mestre. Eravamo tutti e due molto legati a questa città, al suo corretto sviluppo, alla correzione di tanti errori del passato, tra l’altro avevamo lo stesso medico, un comune amico col quale si parlava molto di politica. Ci sono degli episodi molto, molto simpatici con Gianni.

D. Poi anche una valutazione politica dell’agire di Gianni Pellicani…

R. Umanamente c’era un rapporto molto intenso, avevamo a cuore il futuro di Mestre e della città nel suo complesso. Io sentivo che potevo imparare molto da Gianni Pellicani, lo seguivo nelle sue attività, nei suoi interventi, nel suo modo di interpretare e porre i problemi della città. Capivo che era punto di riferimento vero per noi che appartenevamo ad una generazione successiva. Era più anziano di me, rappresentava un po’ un fratello maggiore. Altri riferimento per me in quel periodo nell’ambito del Consiglio furono Alfeo Zanini, Costante Degan, Pancino, Gianquinto nel gruppo del PCI, Lino Bressan tra i socialisti, Giorgio Zecchi per il PDUP.

D. Ci furono le dimissioni di Golinelli, e poi ricorda i GAS, gruppo autonomo socialista, con l’Assessore Mineo a cui erano state tolte delle deleghe. Qualcuno in Consiglio gli chiese se era ancora Assessore  … (Risate)

R. Mineo era stato da noi definito Assessore di minoranza (Risate), l’opposizione all’interno della Giunta! Ricordo l’avvocato Pancino, anche questo è una battuta, quando concluse un intervento in Consiglio Comunale citando la commedia degli Zanni. Zanni in antico veneziano sono i Gianni. “Qui c’è Gianni Pellicani, Gianni De Michelis, qui c’è Gianni Rivi- ero sul tavolo vicino a lui- è la commedia degli Zanni” perché si aveva la sensazione che il Consiglio fosse una sorta di palcoscenico dove tutto fosse ridotto a spettacolo, ad una commedia ad uso e consumo di un pubblico che partecipava sempre molto numeroso e vivacemente interessato.

D. Infatti leggevo nei verbali stenografici che giravano battute, voi che rispondete dagli scranni del Consiglio  …

R. Il Consiglio Comunale era molto seguito, si discuteva di tutto, oggi è la Giunta che opera mentre al Consiglio spettano competenze di indirizzi, di grandi scelte, nella programmazione e pianificazione.

D. In Consiglio si parlava di tutto, eventi nazionali, internazionali, passava proprio tutto! Poi facevate sedute fiume, si finiva alle tre, alle quattro del mattino … Il consigliere di turno diceva sempre “Faccio un intervento breve vista l’ora” e invece parlava, parlava … (Risate) Sua moglie avrà protestato …, era sposato allora?

R. Sì, mio figlio mi ha detto recentemente “Tu quando avevo bisogno non c’eri!”  Quanto aveva ragione! Abitavo in un condominio costruito in cooperativa con dei colleghi di ufficio, lavoravo all’Ente Nazionale Tre Venezie” nella sede di Venezia. Io arrivavo al mattino e gli altri partivano da casa per prendere l’autobus e andare in ufficio! Avevamo i permessi una volta superata la mezzanotte. Dormivo tre ore, quattro e poi andavo comunque in ufficio perché il lavoro che svolgevo mi piaceva e non volevo mancare. Ho sempre seguito il lavoro e la  politica era una attività a parte che assorbiva molto del poco tempo che avevo disponibile. Sfido che mia moglie protestava! Ne aveva ragione. Ho lavorato quarant’anni, anzi trentanove anni, undici mesi e dodici giorni, tutti, neanche un giorno di sconto come hanno avuto molti altri lavoratori. Ora devo andare via però!

[Testo riveduto e corretto dall’intervistato, novembre 2008]

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

[1] Per i quarant’anni dalla morte dell’On. Vincenzo gagliardi è stata organizzata una commemorazione il 27 ottobre 2008 a Venezia, presso il patronato dei Frari.

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.