D. Sindaco, volevo sentirla sulla formazione, l’incontro con la politica, e se ha voglia un po’ di storia della sua famiglia …
R. Non credo abbia nessun rilievo, la mia storia politica è un po’ prepolitica. Comincio con la gioventù cattolica, è lì che ho cominciato a pensare, a guidare gli altri…, per poco tempo perché poi è venuta la guerra. Io sono del ’24, per cui la guerra mi ha preso in pieno e la mia attività nell’Azione Cattolica è durata solo qualche anno. Io mi sono formato lì, tutto il mio retrobottega culturale è di impronta cattolica.
D. Aveva la mamma e il papà cattolici praticanti, c’era una particolare attenzione …
R. Normali cristiani, nessuna carica di rilievo.
D. E’ stato l’unico attivo in famiglia?
R. L’unico di casa, mio padre era postino, lavorava e basta.
D. Ha conosciuto qualche sacerdote che per lei è stato particolarmente importante?
R. Come formazione personale, non come attività associativa. Quello che ha inciso più su di me è stato l’assistente diocesano di allora, monsignor Bosa, assistente diocesano dell’Azione Cattolica. Tutti i dirigenti politici della Democrazia Cristiana si sono formati nell’Azione Cattolica. E’ stata subito pronta la classe dirigente dopo la Liberazione. Io ho partecipato alla Resistenza a Venezia col gruppo Peretti ed era un gruppo armato cattolico di lotta al fascismo. Dopo la Liberazione il capo ci ha chiamato “Da domani dimenticate questo palazzo- era il palazzo dell’Azione Cattolica- andate dall’altra parte del Canal Grande, a Palazzo Camerlenghi”- sede della Democrazia Cristiana- fate politica!” Abbiamo cominciato nei primi anni ’50, e nel ’54 la sinistra di partito a Venezia ha vinto il congresso con l’80 % dei voti, capolista Gagliardi. Dal ’56 al ’58 sono stato nella famosa Giunta, cominciamo i primi approcci. Si era formata la prima Giunta in Italia, chiamiamola di centro- sinistra, che va storicamente sotto il nome di “formula Venezia”. Abbiamo fatto una Giunta DC- PSDI con l’appoggio esterno dei socialisti. Siamo stati due anni, ‘56- 58, poi giustamente i socialisti hanno detto “Vi appoggiamo dall’esterno, vi aiutiamo in Consiglio comunale per due anni, adesso vogliamo entrare in Giunta!” Lì c’è stata la difficoltà assoluta, non so se ve ne ricordate storicamente, c’è stata la questione dell’apertura a sinistra e il contrasto tra i vescovi e la Giunta Provinciale di partito, io ne facevo parte, sull’alleanza coi socialisti.
D. E’ intervenuto il Patriarca.
R. C’è stata una prima lettera di Roncalli, poi dei vescovi del Veneto, che non si doveva fare questa apertura a sinistra.
D. Come aveva vissuto questa posizione personale delle gerarchie?
R. Io e gli altri miei amici e miei colleghi l’abbiamo vissuta un po’ come un trauma psichico, però dopo alla fine …
D. E’ stato doloroso?
R. E’ stato doloroso perché ci siamo spaccati, si è spaccata la maggioranza di sinistra del partito, tra quelli che hanno accettato l’ammonimento, Gagliardi, Zanini, e dall’altra parte, quelli che non hanno accettato questa cosa, in testa avevamo Vladimiro Dorigo, io e qualche altro. Non era un contrasto personale ma di diversificazione politica. Io sono uscito dal gruppo della sinistra pur rimanendo in partito, questo accadeva nel ’56. Nel ’62, quando si celebrò il Congresso nazionale di Napoli della DC, che sancì l’alleanza col partito socialista, io sono rientrato.
D. Lei continuava a essere iscritto, non faceva parte del gruppo …
R. Non facevo più parte della maggioranza, infatti al Congresso …. Torno un momento indietro perché lei mi chiede una precisazione, nel 1956 Gagliardi ha capeggiato una lista e ha ottenuto la maggioranza…, la tecnica di votazione prevedeva con l’80% si otteneva la maggioranza, la minoranza si teneva il resto. Non c’era spazio per due minoranze, quindi la maggioranza a Gagliardi, Orcalli, della destra del partito aveva la minoranza. La lista Dorigo e mia è rimasta fuori. Nel ’62 c’è stato il Congresso nazionale e io sono rientrato, non c’era niente di personale, era una visione della politica per cui sono rientrato.
D. Lei aveva avuto modo di parlare col Patriarca o con altri vescovi su questo argomento?
R. Eh, lei mi fa domande azzeccate, con questo riesco a rianimare la storia. Dunque, io ho avuto due colloqui a livello a cui lei si riferisce, e adesso le spiego con chi: uno da solo e uno insieme a Gagliardi. Allora, parliamo nel ’56, io ero segretario comunale del partito, Gagliardi segretario provinciale. Durante la crisi determinatasi per l’apertura a sinistra mi aveva chiamato Roncalli. Non so se ma dai libri dovreste avere capito che carattere aveva Roncalli! Con la sua aria bonaria mi fa “Vuol spiegarmi cos’è questa apertura a sinistra?” E io “Se mi lascia parlare”- perché lui interrompeva sempre. “Mi ricordo quando a Costantinopoli avevo incontrato l’ambasciatore … A Parigi con …” E poi tanti saluti, buongiorno e andavi via! (Ridiamo) Con una dose di impertinenza dovuta all’età, perché ero con cinquant’anni di meno di adesso, ho spiegato, lui ha ascoltato. C’era presente anche un’altra persona, il presidente laico dell’Azione Cattolica, il professor Bacchion. “Sì, sì, ho capito” ma non ha detto niente. Ha voluto, uso parole grosse, sapere dai protagonisti. Il secondo incontro l’ho avuto a Padova. L’atteggiamento dei vescovi contrari all’apertura a sinistra si concretò in una lettera, tutti i vescovi del Veneto che hanno parte della loro diocesi nella provincia di Venezia interpretavano in qualche modo la lettera di Roncalli. “Non si può l’apertura ecc., è proibita la lettura al cattolico de “Il popolo del Veneto”. Io e Gagliardi siamo andati a difendere “Il popolo del Veneto”, un giorno o due dopo siamo andati all’Arcivescovado di Padova. Sapevamo che segretario della Conferenza Triveneta dei Vescovi era monsignor Bortignon, vescovo di Padova. Siamo andati da lui appunto per questo. Dorigo aveva dato subito le dimissioni da direttore de “Il popolo del Veneto” e quindi siamo andati col direttore nuovo, che era Gianfranco Vistosi, purtroppo anche lui è morto, e abbiamo cercato di difendere la posizione del giornale. Ma la risposta del vescovo fu: “Il Male deve essere distrutto in radice.” E abbiamo sospeso le pubblicazioni per un certo periodo di tempo. Non sto inventando niente, questi sono stati i contatti che ho avuto con la gerarchia ecclesiastica.
D. Leggevo che la posizione di Roncalli sembrava più sfumata.
R. Sì, Roncalli poi ha forse cambiato pensiero, aveva dato il benvenuto al Congresso socialista nazionale tenuto qua a Venezia e poi è venuto la “Pacem in terris”. Quella ha tagliato la testa al toro, distingueva l’ideologia dalle persone, non è detto che uno perché ha quella ideologia politica non debba essere … Mi pare che sia del ’63, poco prima di morire.
D. Quella era la posizione delle gerarchie, e i parroci, il clero di base?
R. Il clero era più diviso e aveva una posizione più sfumata. Io non posso interpretare il clero ma l’impressione che avevi era che capivano. Non era una posizione ideologica, era una questione politica, la mia fede cattolica non veniva compromessa. Io parlavo di strade, di politica…, questo era l’atteggiamento. Lentamente è stato capito, Congresso nazionale del ’62 e primo governo Moro con i socialisti nel 1963.
D. Volevo farla tornare un attimo indietro, lei ha fatto vita di sezione?
R. Eh, come no! Fregavamo sempre i comunisti perché la mia carriera è cominciata attaccando i manifesti! Fregavamo sempre i comunisti perché noi andavamo in chiesa dal sacrestano a farci dare le scale più alte. Nessuno ha scale più alte di quelle delle chiese e mettevamo i manifesti più in alto di tutti, era un ambizione … Ho cominciato attaccando i manifesti. Ho cominciato a Cannaregio e nella parrocchia c’era la famosa Baia del Re, uno dei centri dei comunisti più accesi. Avevamo scoperto che alle due e mezzo di notte non c’era più nessuno che andava in giro a fare propaganda. Noi ci alzavamo dal letto a quell’ora per attaccare i manifesti in Baia del Re. Ho cominciato a Cannaregio e poi Castello, dove i comunisti avevano in viale Garibaldi la loro roccaforte.
D. C’era un clima acceso allora …
R. … acceso! Ho fatto la gavetta.
D. Ha fatto anche il segretario di sezione?
R. No, mai, ero in esecutivo di sezione a Cannaregio ma per poco tempo, lavoravo più a livello provinciale. Sono anche diventato, nel ‘68- ’69, segretario provinciale, prima ho fatto il dirigente enti locali, sempre a livello provinciale e poi ho avuto altri incarichi, sono stato anche Presidente dell’ACNIL! Io sono andato perché il segretario di allora, mio carissimo amico, purtroppo se ne è andato, Alfeo Zanini mi ha detto “Giorgio, fai un favore vai a fare il Presidente dell’ACNIL che nessuno lo vuole fare!”
Saccà. In che anni?
R. Nel ‘65- ’66, io ricordo che ho fatto quattro anni, poi ho dovuto dimettermi perché sono stato candidato a sindaco, era incompatibile la carica.
D. Quando ha cominciato in Consiglio Comunale? Quando è stato candidato?
R. Io ho fatto dieci anni in Consiglio Comunale, cinque anni di sindaco e altri cinque anni di Consigliere Comunale e prima dal ’56 al ’58 Assessore Comunale al Turismo e poi ai Lavori Pubblici fino alla venuta del Commissario in seguito alla crisi coi socialisti, dal ’58 al ’60. Dal ’60 al ’70 Giunta Favaretto Fisca, ‘70-’75 Giunta Longo, dal ’75 all’80 io Consigliere Comunale di opposizione.
D. Come funzionava la campagna elettorale? Faceva i “santini”?
R. Facevo i “santini”, i comizi, l’unica cosa diversa da adesso … Mi ricordo la battaglia elettorale del ’46, ’47, ’48, una folla enorme! C’era la volontà, il desiderio della libertà di parola, dopo il fascismo la gente andava perché si sentiva libera! Era accesa la campagna elettorale, qualche volta mi hanno buttato giù dal palco! Però dopo lì finiva, era questa la diversità, anche con Pellicani. Chi è Pellicani per te? Un amico! Qualche volta facevamo polemica, dopo si andava a mangiare dietro la piazza a Mestre, in una piccola trattoria dove andava sempre Pellicani.
D. Leggendo i resoconti stenografici del Consiglio Comunale osservavo che c’era grande rispetto reciproco, polemica sempre, su tutto, a spaccare il capello in quattro però …
R. Così deve essere la politica …
D. Tranne che per il Consigliere Omarini del MSI.
R. Era un onesto però, molto fedele all’ideologia, sapevi come la pensava ma … Sono andato anche ai funerali di Omarini, perché lo rispettavo come persona. Torniamo all’ACNIL, quando ho visto le prebende che si pigliano, 150 milioni all’anno di lire. Io ho fatto il Presidente dell’ACNIL a gratis! Non perché ero un martire, perché non comportava, avevo solo una medaglia di presenza che si chiamava “indennità di firma”, cioè se andavo a firmare, altrimenti non avevo niente. Era l’epoca diversa, siamo alla fine degli anni Sessanta.
Saccà. Lei ha partecipato alla Giunta Ponti, non in Giunta, ma collaboratore, se non sbaglio.
R. Eh, io sono stato il segretario di Ponti, sindaco della Liberazione. Mi aveva detto “Tu non sei disoccupato?” “Sì” E ho fatto il segretario fin che è durato. Poi è venuto Gianquinto, mi ha detto che mi conosceva e potevo rimanere nel Gabinetto. Sono rimasto nel Gabinetto, non segretario particolare, ho continuato fino a che la cellula comunista del Municipio ha detto “Eh, non è possibile!” (Risate) Protesta della cellula e Giobatta Gianquinto ha dovuto cedere! Mi fate confessare delle cose che non dovrei dire!
D. Sa niente dei viaggi che Ponti faceva a Mirano durante la Resistenza?
R. No, non sapevo niente, sa avevo 18 anni.
D. Quindi sindaco lei nel ‘62- ’63 lei riprende la politica attiva?
R. Torno a fare politica, non incarichi particolari, sono arrivati gli incarichi extra come l’ACNIL …, forse ho fatto la Spes. Niente di rilievo nel partito.
D. Aveva modo di andare in segreteria nazionale?
R. In segreteria nazionale no, c’era una parte del Consiglio nazionale che era riservata agli amministratori. Sono stato per cinque anni nel Consiglio nazionale del partito.
D. Quali rapporti c’erano tra la segreteria nazionale e il caso Venezia?
R. I dorotei avevano la maggioranza nel partito, sono sempre stati contrari, li ho avuti sempre contro! Eravamo un partito democratico, subivano le votazioni. Noi, la sinistra di partito, siamo stati diciassette anni maggioranza a Venezia. Io facevo parte della sinistra di Donat Cattin, della sinistra sociale. In partito nazionale siamo sempre stati minoranza.
D. Venezia era l’unica città del Veneto in cui la sinistra della DC fosse maggioranza …
R. L’unica, l’unica, forse in Friuli Venezia Giulia perché c’era Toros che è stato anche Ministro del Lavoro.
D. Leggendo i verbali del Consiglio Comunale ho ritrovato nei Consiglieri DC degli interventi così avanzati, così progressisti che non trovavo grandi differenze dagli interventi dei comunisti sui temi sociali.
R. C’era sì l’ideologia …
D. Sì, sì, l’ideologia certo ma cosa c’era a Venezia …
R. Sostanziale differenza non c’era …, non credo che si possa dire che eravamo divisi. La prova l’abbiamo avuta durante la mia gestione sindacale, le due cose fondamentali, che fotografano, sintetizzano, la situazione: il voto del 23 dicembre ’74, lì abbiamo votato insieme, il partito comunista ha votato a favore del documento politico- programmatico sul futuro della città. Il 31 dicembre alle ore 3,40 del mattino, avevamo finito la seduta comunale, abbiamo approvato i piani particolareggiati. Lì il partito comunista si è astenuto ma sul documento politico- programmatico sette giorni prima il PCI ha votato a favore! Quindi questo dimostra che il nostro sentire era vicino, noi eravamo la sinistra del partito ed era più facile il dialogo.
D. Leggevo nel libro di Scano “Terra e acqua” che il dialogo tra voi e i comunisti era iniziato già nei primi anni ’70.
R. Il dialogo nostro era più facile coi comunisti che con i repubblicani.
D. Mi era venuto questo sospetto leggendo il libro di Scano …
R. Perché i repubblicani avevano un po’ le idee di Italia Nostra su Porto Marghera, sullo sviluppo della Terraferma, sulla separazione di Venezia insulare. In tutta la visione sullo sviluppo della città loro erano molto rigidi, diversi da noi e dai comunisti, mi sembra.
D. Nei primi mesi del ’75 c’era stato un intervento pesantissimo di Spadolini sui piani particolareggiati. Lui era Ministro dei Beni Culturali e uno dei suoi primi interventi è stato proprio sul caso Venezia. Aveva sollevato il Sovrintendente di una serie di incarichi lasciandolo libero di dedicarsi totalmente all’analisi dei piani particolareggiati …
R. I piani particolareggiati avevano il grande difetto di essere inclusi nella Legge Speciale e poi imponevano il piano comprensoriale e altre cose. Poi sono falliti perché il meccanismo era così intricato, complicato che al lato pratico non si è riusciti a realizzare niente. Una delle carenze della Giunta Pellicani, ammesso dai comunisti stessi, è stato sull’edilizia popolare perché questo meccanismo era perverso, difficile.
D. E i suoi rapporti coi socialisti? I suoi cinque anni di Giunta sono stati piuttosto sofferti!
R. Io facevo una verifica al giorno! (Fine lato A, cassetta n.1)(Lato B) Arrivavo in Consiglio Comunale esausto! Quattro, cinque ore prima ero stato con i socialisti! Ho visto che anche i comunisti con i socialisti …
D. Nel 1978 …, una verifica che durò dei mesi …
R. Esatto, con De Michelis non era molto facile il dialogo!
D. Sono stati fortunati perché nel ’79 è diventato Ministro delle Partecipazioni Statali…
Saccà. Come mai i socialisti sono così rissosi al loro interno?
R. Non lo so, se lei mi provoca posso fare un commento … poi non so se è la verità! Le rivalità interne, De Michelis non gradiva molto l’invadenza di Pellicani nella gestione del Comune e allora per togliere di mezzo Pellicani bisognava togliere Rigo e quindi all’interno del Partito Socialista è nata questa contrapposizione.
D. I comunisti hanno reagito con forza, in concomitanza con la crisi sono state fatte una serie di assemblee, riunioni con i loro iscritti spiegando per bene quello che stava accadendo. In Consiglio Comunale un Consigliere della DC disse che era stata una guerra all’interno del PSI ma l’avevano vinta i comunisti.
R. Ricordo vagamente questa storia. I socialisti il potere lo sentivano!
D. Dove aveva trovato la forza per gestire rimpasti continui di Giunta?
R. Il senso del dovere!
D. Aveva un gruppo di Assessori su cui poteva contare?
R. Avevo un nucleo forte, anche in Giunta con i miei Assessori bastava uno sguardo e ci capivamo, mi fidavo ciecamente di loro e loro di me! Ne avevo cinque, sei che erano il fulcro centrale che mi consentiva di resistere a queste diatribe che succedevano. Io nella notte tra l’8 e il 9 agosto del 1975, la mattina sul tardi ero già in montagna.
D. L’8 agosto è stato il primo Consiglio in cui sono stati designati il nuovo sindaco e la nuova Giunta …
R. Ferragosto non esisteva mica all’epoca …, ero in montagna, passeggiavo e una signora veneziana mi ferma “Oh, signor sindaco buongiorno! El ga cambià faccia!” Era talmente la tensione che sono bastate cinque, sei ore e io avevo cambiato faccia. Tensione continua! Era dura!
Saccà. I socialisti che nel ’75 decidono di fare questa Giunta con i comunisti, avranno avuto delle ragioni politiche. Mi spiego, la sinistra all’interno della DC veneziana perde terreno rispetto ai dorotei, mi pare che in Provincia la maggioranza dorotea ci sia proprio nel ‘75- ’76.
R. Sì, sì, noi abbiamo durato dal ’54 al ’75.
Saccà. Non è che i socialisti si rendessero conto che la DC veneziana non aveva più la spinta di sinistra e quindi …
R. Vuole sapere tutta la verità? La mia verità? Non so se è andato Pellicani o qualcuno furbo tra i comunisti e ha detto a Rigo. “Rigo, tu vieni con noi.” Il risultato elettorale ha diminuito i nostri seggi, i socialisti erano aumentati, se tu facevi la somma c’era ancora la possibilità di una maggioranza di centro-sinistra. “Tu vieni con noi e ti facciamo sindaco!” A Rigo non è parso vero ed è andato di là! Senza dirmi niente! Per carità in politica fai quello che vuoi e tutto è lecito se lo fai apertamente, però, dopo cinque anni mi dici “Guarda Giorgio, stiamo trattando coi comunisti per fare una Giunta …” Mi avvisi almeno! Senza che sapessi niente fai le trattative e salta fuori all’ultimo minuto la Giunta coi comunisti. Naturalmente è durata dieci anni, è stato sindaco ma esisteva il doge rosso e si chiamava Gianni Pellicani!
D. Le elezioni amministrative nel 1975 hanno visto la vittoria comunista.
R. Sì, sì, non dico mica di no ma a domanda rispondo.
Saccà. Lo stesso nell’85 i socialisti fanno il salto, fanno la stessa cosa.
R. Era politica, io sono rimasto amico di Rigo, di Pellicani lo stesso.
D. Nel ’75 la segreteria nazionale della DC non aveva apprezzato molto l’apertura a sinistra, lei, era il sindaco uscente, alle amministrative non viene presentato come capolista, le viene preferito Boldrin, che non era certo della sinistra DC.
R. Ha detto bene lei. Le faccio un nome: Amintore Fanfani.
D. Scusi, come funzionavano le cose, il segretario di Fanfani le comunicava le decisioni o …
R. Non me lo diceva direttamente, me lo dicevano i dirigenti di partito. “Longo non va capolista.” “E perché?” Mi ero contaminato in un certo senso. Io ho risposto che se non ero capolista non andavo in lista! Un partito serio che ha un suo iscritto sindaco lo mette capolista. Se non lo mette capolista vuol dire che non lo merita. E’ insorta tutta la sinistra DC, mi hanno fatto il terzo, quarto, quinto grado … “Giorgio non puoi! Non puoi!” E io ho ceduto all’insistenza dei miei amici e ho detto vado in lista in ordine alfabetico e così ho fatto.
D. Aveva avuto sentore anche prima …
R. No, no, solo al momento della presentazione delle liste.
D. La città di Venezia negli anni Settanta aveva parecchi problemi, ad esempio era carente l’edilizia scolastica …
R. Qualsiasi intervento era subordinato ai piani, era la quarta o la quinta volta che la Regione dava la proroga all’amministrazione comunale di fare i piani particolareggiati perché senza quelli non si poteva fare nessun intervento. I piani particolareggiati sono venuti nel ’74, a ridosso delle nuova tornata elettorale, quindi poco si era potuto fare. La Legge Speciale poneva questi vincoli, c’era stato un po’ di attrito sulle nomine, sulle commissioni, sottocommissioni, dibattiti in Consiglio Comunale sul piano comprensoriale, su come farlo, come non farlo. Chi era il presidente …, i tempi della politica sono questi, tra un mese, il prossimo, insomma passano semestri! E’ stato tutto un periodo legato a questa vicenda particolare, in cui c’è stato il fermo delle attività.
D. Leggendo la stampa di quel periodo sembrava che nell’aria ci fosse l’eventualità di avere un’altra maggioranza in Municipio a Venezia. Aveva questo sentore o è stata una mia impressione?
R. No, questo clima non c’era …, c’era una titubanza perché un partito che non presenta più il sindaco! E’ stata una debolezza enorme! Questa debolezza l’avevamo sentita in campagna elettorale, questo dava la possibilità di perdere e infatti abbiamo perso rispetto a prima. I tempi però cominciavano a cambiare, questo è vero! La DC sul piano nazionale aveva la maggioranza assoluta nel ’48, poi è arrivata a una dimensione più giusta, 39, 40 %, era la forza vera della Democrazia Cristiana, il resto dei voti li davano contro il Partito Comunista, era un usbergo contro il PCI. Questa era la mentalità, quindi si raccoglievano i voti dell’estrema destra e di altre forze.
D. Quando siete finiti nei banchi dell’opposizione in Consiglio Comunale c’era un atteggiamento di grande dialogo, almeno così mi sembra.
R. Sì, certo, io andavo in Consiglio Comunale ma non partecipavo più assiduamente perché nel ’76 sono stato eletto senatore, quindi un anno dopo non frequentavo più l’ambito comunale. Facevo il mio dovere di Consigliere.
D. In Consiglio ho visto che era presente. E l’esperienza di senatore?
R. Mah, se vuole che le dica la verità è stata deludente, sei un numero, allora con gli organismi dei partiti, dirigenza, capi, sei un numero e ogni tanto ti pescano ma non senti la partecipazione che c’è in Consiglio Comunale. Parlo dei partiti grossi, sui duecento, duecentocinquanta senatori. L’esperienza è stata deludente, localmente mi sentivo più utile. Poi in partito ero minoranza, anche questa era una ragione per il raffreddamento.
Saccà. Tornando alla politica, Gagliardi era leader della sinistra veneziana ed era molto attivo in Parlamento. Secondo lei la mancanza di Gagliardi ha pesato in certi equilibri…
R. Sicuramente che ha pesato, Gagliardi era seconde me alla vigilia di andare, come minimo, Ministro. Aveva acquisito molto peso nel partito, pur essendo deputato e avendo fatto solo due legislature, dal ’58 al ’68. Di fronte a quelli che avevano quattro, cinque legislature …, lui comunque aveva una personalità tale che nonostante fosse della sinistra, quindi minoranza, era alla vigilia del suo lancio. Grande oratore, polemista formidabile, pur essendo relativamente giovane. Tutta Venezia ha perso molto!
Saccà. Lei non ha mai pensato di fare la scelta di Dorigo, entrato come indipendente nel PCI negli anni Settanta?
R. No, devo dire che mi sono meravigliato di Dorigo, non nel senso … Io il marxismo non lo condivido, su tutto il resto possiamo fare accordi ma sull’ideologia io no. Io letto Marx, De Michelis non lo ha mai voluto leggere, ho letto i testi. Una volta ho fatto opposizione a Gianquinto. Ero giovane, ora non farei più una cosa del genere, a 22 andavo a fare il contraddittorio. La tecnica era questa: comincia l’oratore comunista …, ricordo una volta in Rio Terà San Leonardo, il pubblico è nello slargo, pienissimo. Alla fine qualunque partito poteva fare la cosa che allora io ho fatto. Quando l’oratore ha finito di parlare io ho gridato “Domando la parola!” Si apriva un varco spontaneamente e sono andato in palco “Sì Gianquinto ha detto però …” e tiravo fuori L’Unità. “Togliatti ieri aveva detto che …” Tutti che mi gridavano dietro! (Risate)
D. Ma rischiava che la menassero, avrà avuto qualcuno vicino …
R. C’era Orcalli che era segretario regionale del partito e un altro che non ricordo. Dicevo “Non posso più! Adesso vado, vado!”
D. Davanti a quello che sentiva bolliva dentro.
R. Bollivo, bollivo dentro! Mi ribellavo, non era giusto quello che sentivo! Era politica sentita! Giudico oggi negativamente questo ma da un punto di vista politico c’era partecipazione, anche rispetto.
D. L’aveva fatto più di qualche volta?
R. Sì, in provincia, mi divertivo anche.
D. Durante la verifica politico- amministrativa vi siete tenuti fuori, che posizione avevate assunto…
R. Io non ricordo granché, quindi siamo rimasti estranei, a meno che non fossero coinvolti i vertici del partito e io lo ignoravo. Non la ricordo.
D. Relativamente agli Assessori, c’erano persone anche molto giovani, come la Anna Palma Gasparrini …
R. La Giunta era tre quarti Gianni Pellicani che era vicesindaco, Assessore alla Programmazione e al Bilancio, Assessore alla Legge Speciale per Venezia, aveva in mano praticamente tutto. Sapeva il fatto suo!
D. Sul restauro degli immobili in centro storico non sono riusciti a conseguire risultati rilevanti …
R. Il vero male di Venezia che io ho cercato di combattere e ancora si combatte è l’esodo! Lo dicevo allora, lo dico ancora adesso, poi è un dato di fatto, abbiamo perso 150 mila persone, non ricordo la cifra esatta. Alla fine diventi monocoltura, vanno via i negozietti …, c’era stata una indagine, la rivista dell’osservatorio politico- economico della Camera di Commercio, c’erano i pendolari al contrario a Venezia, il saldo tra quelli che venivano e quelli che andavano era intorno ai 13 mila. La gente lavorava a Venezia e andava a dormire in terraferma. Questo perché le case erano fatiscenti e gli affitti erano troppo alti, questo era il male da combattere. Io ho fatto includere nella Legge Speciale la Caserma Manin perché volevano fare alloggi popolari. A Castello si volevano fare le case parcheggio, dove trasferire temporaneamente le famiglie. Si volevano fare case popolari, affitti popolari per combattere l’esodo. Credo che una delle carenze della Giunta Pellicani, chiamiamola così, sia proprio la mancanza sul fronte della casa.
D. Forse non si è riuscito a invertire la tendenza, come lei diceva prima, della monocoltura turistica …
R. Eh, anche quello.
D. Oggi ha raggiunto dei livelli inaccettabili …
R. Parlando di automobili se c’è tanto traffico si va a passo d’uomo ma quando sei in difficoltà, tu pedone, a camminare a Venezia, vuol dire che è un’invasione incredibile! A Venezia non cammini! Si parla di venti milioni di turisti all’anno.
D. Anche non si è riuscito a contrastare il moto ondoso …
R. Perché ci sono troppi poteri sul moto ondoso, la Capitaneria di Porto, il Comune, il Genio Civile, ci sono varie competenze, la laguna, i canali interni, il bacino, come il contrasto che c’è tra carabinieri e polizia, sono due comandi…
D. Mi sembra che i veri poteri, nel centro storico, sono le categorie degli albergatori, dei commercianti, i motoscafisti, i gondolieri …
R. Certo, certo, ora siamo arrivati a un punto insopportabile! D’altra parte guardi quanto tempo per spostare i banchetti a Rialto, sono quattro anni che vanno avanti, e i venditori di grano in piazza San Marco. E’ una città difficile!
Saccà. Sulla Legge Speciale c’era una linea del Comune, appoggiata anche dal Partito Comunista di dare molto potere all’ente locale, poi c’era la linea repubblicana che voleva un’alta autorità su Venezia …
R. Era un po’ l’idea di Montanelli.
Saccà. Esatto. Poi viene fuori una Legge Speciale in cui le competenze sono confuse, molti enti, molte competenze …
R. Tre gradi: Stato, Regione, Comune …
Saccà. La Provincia, il Comprensorio ecc. Una critica frequente del dibattito parlamentare era che il Comune non riusciva a spendere i soldi che gli venivano assegnati dalle vecchie Leggi Speciali. Secondo lei non è una contraddizione chiedere più poteri per l’ente locale e nello stesso tempo l’ente locale non riusciva ad avere l’organizzazione, la macchina burocratica o la volontà politica per spenderli?
R. Questo è vero, io non l’ho sperimentato. (fine lato B, cassetta n. 1) (Lato A, cassetta n. 2) Quando è arrivato Pellicani il Presidente della Cassa di Risparmio gli ha dato dieci miliardi. Quello che dice lei è vero, ma ci sono state delle difficoltà oggettive ad applicare questi provvedimenti. Io ho sperimentato il contrario, non avevo i soldi. Se anche li avessi avuti …, io sono riuscito a restaurare … La Legge Speciale obbligava ai piani particolareggiati però faceva eccezione per l’edilizia monumentale. Quindi sono riuscito a restaurare un museo, in contrasto con quello che lei diceva. Non avevo ostacoli, potevo spenderli con poteri comunali e li ho spesi. Era una cosa marginale, se restauravo anche Palazzo Ducale non ho mica rinnovato Venezia!
D. Sella stampa c’era il tormentone della Venezia- Monaco, lei ha seguito il dibattito? Con la Venezia- Monaco c’era una certa idea di sviluppo …Me ne vuole parlare …
R. Io ero favorevolissimo alla Venezia-Monaco, ho cominciato ad occuparmene nel ‘56- ’57 quando ero Assessore ai Lavori Pubblici. Sono andato una volta assieme all’Assessore socialista Veronese a Campo Tures, in Valle Aurina, a un convegno. Avevano convocato tutti i sindaci della Valle Aurina per parlare della Venezia- Monaco, erano tutti favorevoli. Sarebbe passata per lì. E sono andato a difendere insieme al geometra la Venezia-Monaco. Ci sono stati dei contrasti, soprattutto i veronesi erano contrari. La cosa non è andata perché i veronesi vedevano la concorrenza col Brennero. Adesso la rimpiangono tutti, in quattro ore si sarebbe andati a Monaco.
D. Questo era funzionale a un certo progetto di sviluppo regionale …
R. E anche di sviluppo del porto, come ero favorevole alla idrovia Venezia- Milano, ora che le autostrade sono intasate dai camion, sai con la navigazione quanti camion in meno su strada! Ora comincia di nuovo la linea della navigazione fluviale, anche quello era un obiettivo da raggiungere per lo sviluppo della città. Io penso all’autostrada che si chiama Adriatico, la prolunghi con la Venezia- Monaco, la diversifichi con la idrovia Venezia- Milano, le infrastrutture sarebbero diverse da quelle di adesso.
Saccà. E in questo quadro la terza zona industriale?
R. Eh, mi sono battuto per la terza zona industriale, il processo di Montanelli nasce da lì. Io sono favorevolissimo. Adesso è un parco della laguna bellissimo, io non l’ho visto ma mi hanno detto. Sono scelte fondamentali, la stradina, il ponte, tutte cose utili ma questa visione che era anche quella di Dorigo, mantenendo fermo il precetto della Legge Speciale, cioè non mettere più aziende che inquinassero. Ogni azienda inquinante andava chiusa e sostituita con una che non inquinava, questo era fondamentale. Poi è successo quello che è successo. Adesso il discorso è superato.
Saccà. Qui centrava la posizione della DC, la parte dorotea a livello regionale spingeva per altre dinamiche …La DC non era più compatta sulla terza zona industriale. Secondo lei questo opzione di porto Levante peserà sul destino dell’espansione di Porto Marghera.
R. C’erano troppe forze contrarie che non potevi resistere.
D. Dal punto di vista professionale e privato, che lavoro ha svolto? Si è sposato?
R. Io sono stato nove anni dipendente comunale, dal ’45 al ’54, dal ’54 al ’58 ho fatto il daziere, imposte di consumo all’INGIC, poi quando è stata abolito il dazio privato io ero disoccupato e ho fatto il dirigente aziendale alle Messaggerie Venete, che era una agenzia di distribuzione di libri, giornali e riviste del Veneto. Ho fatto il direttore e ci sono stato fino a che ho fatto il senatore. Quando ero sindaco lavoravo, altrimenti …, la prebenda da sindaco non era quella che è adesso. Avevo moglie e tre figli, non ce la facevo. Quando ho fatto il senatore mi sono preso aspettativa, quando sono tornato mi sono trovato che il Cda mi ha detto adesso basta. Ho discusso un po’ la liquidazione, non ho fatto neanche causa, avevo diritto di mantenere il posto, e sono andato via. Sono in pensione dall’83.
D. Facendo politica aveva tempo di seguire la famiglia?
R. Poco. Di tre figli ne ho perso uno nove anni fa. Una volta mia figlia …, io non ho mai cambiato numero di telefono, il mio successore l’ha cambiato invece. Io mi sono detto “Lo faccio fino in fondo!”. Mi telefonavano alle 10, alle 10 e mezza di sera. Una volta: “Sindaco, siamo qua tra amici, voemo saver cosa che vol dire Calle del Pistor.” Telefonano alle 10 e mezza a casa del sindaco per la scommessa …, questa è Venezia! Guardo sul Tassini “Curiosità veneziane” e vedo che vuol dire “del fornaio” e ho risposto. Un’altra sera lo stesso, un cittadino che faceva ‘ste domande qua. Mia figlia mi ha detto “Hai voluto fare il sindaco? E allora vai a rispondere!” L’unico rimprovero di mia figlia. Lei si è laureata in psicologia, l’altro che è morto si è laureato in filosofia e il terzo che ho è commercialista.
D. Sua moglie si è mai lamentata che era sempre via?
R. Qualche volta; ha sopportato, aveva tanto da fare. Ho visto quanto sia importante che la madre abbia il tempo di seguire i figli. Il rapporto madre- figlio è fondamentale!
D. E da quando è andato in pensione cosa ha fatto?
R. Il nullafacente. Dall’’84 all’86 ho fatto il Provveditore al Porto. Io sono di quelli, in Italia non si dimette mai nessuno, che ha avuto il coraggio di dimettersi. Quando mi hanno detto che non c’erano più i soldi per pagare la carta igienica io ho detto “Non posso più fare!” Neanche la carta igienica, in queste condizioni era il Provveditorato al Porto! Carta era Ministro della Marina Mercantile. Sono andato da Carta e gli ho detto “O tu mi finanzi o io vado via!” “Eh, aspetta!” Ho aspettato un mese e poi me ne sono andato. Rimproverato da tutti ma cosa stavo ad amministrare? Naturalmente andato via io è arrivato al porto di Genova un amico di Craxi, un anno dopo sono arrivati subito i finanziamenti! C’era la maggioranza dorotea, non è che avesse grande affetto per il provveditore.
D. E col partito?
R. Frequentavo il partito, senza più incarichi e dal ’90 in poi, quando sono scoppiate …, non mi ritrovavo più nella politica.
D. Non ha tenuto un diario del periodo in cui faceva politica?
R. No, mi dispiace anche, mi sarei divertito adesso, ma non c’era la mentalità. Roncalli invece…, ora stanno uscendo i diari, saranno dieci volumi!
Saccà. E i rapporti con Degan? Eravate in Senato insieme …
R. Non di amicizia, di colleganza, rispettosi uno dell’altro. Non ho avuto un rapporto come con Zanini, con Gagliardi.
D. E con Gianni Pellicani?
R. Non ho ricordi particolari, era un amico, prima e dopo il Settanta. Era un bravo amministratore! Mi ricordo un contrasto in Consiglio Comunale tra me e De Michelis. Mi ricordo che gli ho detto “E’ capo dell’opposizione o è capo della maggioranza?” Pellicani ci ha chiamato tutti e due, ero Consigliere Comunale, al tavolo della Presidenza. “Allora volete mettervi d’accordo perché il Consiglio Comunale non va più avanti!” Il battibecco non consentiva al dibattito di funzionare. Ho avuto un buon rapporto con Pellicani pur avendo idee politiche leggermente diverse.
D. E libri che hanno influito sulla sua formazione?
R. Io sono partito da Mounier, Maritaine, quelli sono gli autori della mia formazione. Tutto il settore sociale è stato il centro della mia formazione politica e culturale.
D. Erano letture condivise nella sinistra DC?
R. Sì, abbastanza, poi ho letto un po’ di tutto. Io sono abbonato da sessantadue anni a Civiltà Cattolica, perché quella mi dà il pensiero ufficiale della Chiesa. Ce l’ho tutta rilegata, non so più dove metterla! Ho letto “La deriva”, “La casta” di Stella, purtroppo ho visto che Saviano per “Gomorra” è in pericolo di vita, poverino! Sono libri che mi hanno stupefatto! Bobbio anche, molto.
D. Gli anni Settanta sono stati anche gli anni del terrorismo …La sede della DC in campo Santa Margherita ha subito un attentato … Si sentiva minacciato?
R. L’unica minaccia che ho subito era quando ero nell’Azione Cattolica. Abitavo a Cannaregio, a Sant’Alvise, e mi è arrivato un biglietto con la morte, il teschio. Mia madre che non apriva mai la mia corrispondenza …, quella volta apro la porta e la vedo piangente. Aveva aperto il biglietto, chissà, un presentimento. “Se hai coraggio, vieni domani sul ponte degli Scalzi che ti faremo vedere.” Andai dalla Polizia, sono andato sul ponte, i poliziotti erano in borghese. Ma non è accaduto nulla. Sono stato un po’ incosciente, Favaretto Fisca aveva la scorta, due vigili, io niente. “Signori, tornate in servizio, o la città mi sopporta altrimenti non sono degno di fare il sindaco!” Io andavo a piedi, una volta in una calletta trovo due ubriachi che litigavano. Hanno cominciato a brontolare, io imperterrito. “Varda, varda el xe el nostro sindaco!” Mi hanno lasciato passare.
[Testo corretto dall’intervistato, novembre 2008.]
Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto