Paolo Cacciari – Trascrizione dell’Audiointervista

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R. Il dibattito in città è stato travolgente. Eravamo a ridosso dell’approvazione in Parlamento della Legge speciale (la 171 del 1973), dove il PCI votò contro. Tutto il dibattito verteva su come applicare la Legge Speciale che comunque cambiava lo scenario amministrativo. Dava dei poteri interessanti su tutta la materia che riguardava l’edilizia, mentre tagliava completamente gli enti locali dalle competenza sulla salvaguardia della laguna. Una legge molto accentratrice, centralistica, il PCI la criticò proprio per questo. Era dettata da uno spirito di rivalsa statale contro l’inefficienza e l’incapacità degli enti locali. Ricordiamo le battaglie mediatiche di Montanelli sul Corriere della Sera. Invece per quanto riguarda le questioni urbanistiche ed edilizie dava potere al Comune, in particolare attraverso la grandissima vicenda delle “case parcheggio”. Si diceva: si possono fare finalmente i restauri in una situazione di degrado enorme, di abbandono della città, di malgoverno diffuso. Attraverso i contributi pubblici il gioco era dare i soldi ai privati per restaurare le case, però bisognava trovare le case parcheggio pubbliche, dove alloggiare le famiglie per poi rientrare nelle stesse abitazioni. Questa era l’architettura che la Legge Speciale consentiva. Una architettura rivoluzionaria, pubblica. Infatti queste “case parcheggio” venivano vincolate, dovevano essere trovate nella città ed espropriate. Una delle grandi battaglie dei piani particolareggiati era individuare queste case. Quindi in città scatenammo una ricerca degli immobili inutilizzati o accaparrati dalla speculazione. Volevamo vincolare palazzi e blocchi di abitazione. Lo straordinario era che bloccavi operazioni speculative, di svuotamento della città in attesa di recupero per usi diversi da quelli residenziali. Questo mobilitò la gente. C’era l’idea di riappropriarsi della propria città. Queste possibilità affascinarono Edoardo Salzano, che chiamammo da Roma, lui era Consigliere Comunale a Roma, già grande esperto urbanista, che venne a Venezia a farci da consulente. Benevolo venne dopo, Eddy lo chiama quando era già Assessore all’Urbanistica per mettere a punto le metodologie del restauro per “insulae”, i piani di comparto. Mentre per l’architettura politica dei poteri c’era  Eddy, da una parte, e Vezio De Lucia, dall’altra. Grandissimo personaggio, Vezio De Lucia è un persona chiave, perché ci insegna l’urbanistica come segretario del Consiglio di Comprensorio. La Legge Speciale prevede il Consiglio di Comprensorio e noi riusciamo a farlo dirigere a De Lucia, chiamando dal Ministero dei Lavori Pubblici. Presidente era Casellati. Mobilitammo molta intellighenzia, per il PCI era consueto. Gianni ebbe un grande ruolo nell’affidarsi a queste competenze tecniche, nel trovare gli esperti. C’era una egemonia culturale del PCI, una straordinaria capacità di mobilitazione per scatenare l’opinione pubblica nel controllo delle trasformazioni, nelle denuncie … Furono anni di occupazioni di case. C’erano sezioni nostre del partito che facevano occupazioni di case! Case della Curia, interi palazzi! Io ero segretario della sezione di San Polo, con Sergio Gallo, facemmo almeno due occupazioni di palazzine della Curia, che erano vuote o destinate a usi speculativi. Sergio Gallo alla fine riuscì a ottenere una casa dal Comune. Si aprirono vertenze. Il “compromesso storico veneziano”, non fu un accordo politico di vertice. A Venezia c’era la sinistra DC con Longo sindaco, Zanini e poi c’era Rocelli, che poi ha fatto anche il deputato della Democrazia Cristiana, erano quelli che fecero l’accordo. Gianni era il facilitatore di questi accordi, c’erano questi punti di riferimento, e polemiche al nostro interno forse non ce n’erano …, o forse sì, Cesco Chinello era molto critico.

D. C’è un partito spaccato in quegli anni di svolta …

R. Anche la parte operaista lascia passare questa vicenda del Comune di Venezia, non mi pare che renda esplicite delle critiche, era contraria sul compromesso storico, critica ma sulle vicende locali no. Sto parlando di prima del ’75, gli antefatti che portano agli accordi del dicembre del ’74. Il partito era spaccato in quegli anni sulle vicende nazionali a Venezia, tra l’ala operaista e quella “berlingueriana”, poi “migliorista”. In segreteria di Federazione del partito comunista allora c’era Gastone Angelin, Tiberio Arias, un compagno di Treviso che è morto e si occupava di agricoltura, uno di Portogruaro, Lucio Strumendo, c’era Enrico Marrucci che poi diventa segretario. Lui veniva da Pisa portato da Rino Serri, l’altro “deus ex machina” della vicenda, il segretario regionale. Erano Gianni e Rino che avevano in mano tutto in Federazione e poi c’era Marrucci che faceva la zona industriale. Io più o meno mi occupavo del comunale. Ed era già una segreteria di compromesso tra l’ala operaista e l’ala riformista.

Saccà. Voi venivate dai convegni del ’69 .

R. Io venivo da Potere operaio, Marrucci era ingraiano, Tiberio era l’uomo della continuità con la generazione dei dirigenti di partito della Resistenza, così come Gastone, che è sempre stato una persona strana nella geografia della Federazione. Dovete leggere l’ultimo libro postumo di Cesco Chinello, “Un barbaro veneziano”, ci trovate cose straordinarie sul piano della memorialistica. Era una Federazione che si spaccava sullo sviluppo di Porto Marghera, sulla questione del compromesso storico. Ma le vicende politiche stanno un po’ fuori dalla vicenda dei piani. Insisto almeno nei miei ricordi, era talmente forte la partecipazione popolare intorno alle vicende dei piani particolareggiati che non c’era molto spazio per interpretazioni politiciste. C’era stata la Festa Nazionale dell’Unità, c’era un clima davvero di egemonia, era un’onda! Era in difficoltà sia la Democrazia Cristiana, e una parte di essa decise molto intelligentemente di cavalcarla quest’onda, gli stessi demichelisiani, i socialisti, erano completamente all’angolo su questa vicenda! Subirono la vicenda dei piani particolareggiati e del “compromesso storico veneziano”, la subirono. Loro avrebbero preferito mantenere un asse privilegiato ed esclusivo con la DC, che non col PCI. La grande lotta tra De Michelis e Rigo è su questo. Rigo vede che può fare lui l’opera di mediazione con il PCI, che può essere il sindaco, diventare il candidato naturale della nuova coalizione di sinistra, mentre De Michelis, Nardi e Laroni sono sempre con il freno tirato, mossi da un odio anticomunista, subiscono l’entrata del PCI in Giunta. La vittoria nazionale dei comunisti nel giugno ’75 ci porta in Giunta. La notte dell’approvazione dei piani particolareggiati, nel dicembre dell’anno prima, me la ricordo ancora! C’erano questi piani attaccati a dei pannelli in una sala vicino al Consiglio Comunale, e noi con le unghie staccavamo i retini e li riattaccavamo. Infatti l’accordo fu il frutto di una battaglia fino all’ultimo momento …, è stata una lotta proprio fisica nel togliere e rimettere questi retini! De Michelis gestiva l’Urbanistica a Venezia, si inventò destinazioni d’uso assolutamente fantasiose, che potevano andare bene per legittimare qualsiasi trasformazione. Noi andavamo a staccarli questi retini e poi facevamo fisicamente guardia contro i funzionari degli uffici dell’urbanistica!

D. Mi sembra che potevate contare sulla volontà di Longo di arrivare a un accordo.

R. Longo e Rocelli con grandi casini all’interno …, la DC era proprio suonata, capiva che avrebbe perso le elezioni, e questi giustamente tentavano di fare un’operazione politica, di mantenere dei rapporti, di tentare grandi intese.

Saccà. Non fu mai presa in considerazione una giunta DC- PCI? Longo ci aveva detto che era inattuabile.

R. Sì, irrealistica. Poi la vittoria elettorale fu così netta. I socialisti, pur nella tensione, scaricarono la DC, non l’avrebbero mai lasciato fare il compromesso storico!

Saccà. Lei diceva prima che la parte di De Michelis era in difficoltà sui piani particolareggiati. Nel dibattito in Consiglio Comunale De Michelis dice che con questi accordi nasce una nuova epoca, mentre Rigo si mostra più attento a smorzare i toni.

R. Sì, questo è stato un po’ il gioco della facciata, in realtà De Michelis capisce bene che avrebbe più spazio mantenendo il centro- sinistra. In quel periodo non c’era ancora stato il Midias, non c’era ancora Craxi, e De Michelis è ancora uomo di sinistra. Palesemente De Michelis preferiva avere una DC debole che non un PCI forte, anche per i giochi al suo interno.

D. Non sai quando ci sono state le grandi manovre  tra Rigo e Gianni Pellicani? C’era già nell’aria la vittoria del PCI.

R. Certo, era scritta. I socialisti rompono con la DC già in campagna elettorale, comunque era evidente, ma allora c’era il rispetto per l’esito elettorale. Comunque avevano già dichiarato uno schieramento, il PSI a Venezia era a sinistra.

D. Avevi partecipato alla spartizione della Giunta?

R. Sì, ci furono tensioni perché una parte del nostro partito voleva Gianquinto sindaco, anche formalmente, era il primissimo degli eletti, c’era questa spinta di base che Gianni taglia subito. C’è la base del PCI che accusa Gianni di aver ceduto sulla questione del sindaco troppo velocemente. C’è un po’ di discussione, forse più di bandiera. Ovviamente tra Rigo e Gianquinto il 99% del partito preferiva Gianquinto, però non si poteva tirare la corda. Gianquinto era una persona un po’ datata, rappresentava un revival. Sulla spartizione i socialisti riescono a ricattare e a ottenere moltissimo perché hanno il sindaco, i Lavori Pubblici, la Pubblica Istruzione, la spesa ce l’hanno loro. L’esperienza travagliatissima parte, io faccio il capogruppo, la proposta di Rigo sindaco la faccio io a nome della coalizione, ho questa macchia tremenda (Ride).

D. Sì, diventi Assessore qualche mese dopo.

R. Un anno dopo. Faccio il capogruppo e mi occupo di partito, poi c’è la vicenda Golinelli, che non si è mai capita, credo sia un segreto che Gianni si è portato nella tomba. A un certo punto esce che Golinelli deve aver fatto qualcosa, lo pizzicano, Gianni lo fa nuovo, dà le dimissioni e a quel punto entro in Giunta, dato che c’era stato un rinnovamento gigantesco, eravamo tutti giovanissimi, e non solo perché abbiamo aumentato il numero dei Consiglieri.

D. Dare ai giovani cariche e responsabilità nel PCI era un orientamento nazionale o locale?

R. Era un’onda che andava avanti, raddoppiamo gli iscritti in quegli anni, si aprivano nuove sezioni. Già al primo anno, come è accaduto col governo Prodi, arriviamo a una crisi drammatica nei rapporti con la nostra base, con la città. Noi prigionieri nel Comune, tutto il partito a fare le delibere, ma le risposte alla città non ci sono, la grande aspettativa di cambiare tutto e subito, il rinnovamento tanto desiderato non c’è, perché siamo impantanati dentro una macchina comunale che era in una situazione drammatica, non  c’erano i bilanci, non c’era … Era una situazione folle, di degrado della pubblica amministrazione. Un apparato amministrativo clientelare. Insomma non si riesce a combinare niente.

D. Anche perché non avevate soldi in bilancio.

R. Beh, come spiegava sempre Gianni, il problema dei quattrini era l’ultimo dei problemi, era proprio che non si riusciva a combinare niente. C’erano gli autobus che perdevano i freni per strada, era tutto privatizzato l’extraurbano, ogni giorno c’erano i pendolari fermi, per strada. Un degrado pazzesco e noi non si riesce a cambiare nulla! I socialisti invece erano molto dentro, avevano i funzionari, i capi ripartizione. Poi la legislazione nazionale comincia a cambiare, viene la stagione delle riforme,  tra cui quella della riforma dei Consigli di Circoscrizione, il decentramento, con la possibilità dell’elezione diretta nei Quartieri. A capo dell’Assessorato c’era Gianquinto. Si fa un rimpasto tra noi e mi mandano al decentramento per riallacciare, tramite i Consigli di Quartiere, i rapporti con le sezioni, i compagni, la base. Quella fu un’esperienza davvero importante perché in quei quattro anni riuscimmo ad arrivare all’elezione diretta già nell’80, a fare una grande riforma dei Consigli di Quartiere. Mi ricordo facemmo un’assemblea solenne con l’approvazione del nuovo statuto a Palazzo Ducale (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B). Io mi occupavo anche di servizi pubblici, tra cui i rifiuti, eravamo come Napoli oggi, con i rifiuti per strada! L’inceneritore di Sacca Fisola credo abbia fatto più morti del Petrolchimico! C’erano due dita di polveri sottili sui davanzali di Sacca Fisola colpa di quell’inceneritore. L’isola dell’inceneritore è un’isola di diossina, poi con la Legge Speciale siamo riusciti a conterminarla. C’erano piccole situazioni del genere (Ride). Portavamo i rifiuti in una discarica a San Liberale, con i contadini con i forconi, io fui sequestrato un giorno e liberato dai Carabinieri a Marcon. Fummo asserragliati in Municipio, avevamo dato il servizio di smaltimento dei rifiuti a Mestre a uno che si chiamava Serena, me lo ricordo ancora. Era un bandito, pigliava i nostri rifiuti e li portava nelle cave dismesse ad inquinare, tra cui San Liberale a Marcon. Una volta andai a vedere cosa accadeva e la gente ci sequestrò me e il sindaco di Marcon. Avevamo i rifiuti di Mestre a San Liberale, i rifiuti di Venezia a Sacca Fisola, ecco queste erano le situazioni! E io portai i rifiuti a Bari, fummo salvati da Bari e da Brescia. E’ costato un occhio della testa. Una volta fui costretto a dare le dimissioni in Consiglio Comunale, c’erano i rifiuti per strada.

D. E i socialisti? Come se la cavavano?

R. Gianni metteva sempre sul tavolo della sala Giunta un cartellino con su scritto “7°”, e Nardi si incazzava! Settimo è “non rubare” (Ridiamo). Queste erano le nostre giunte.

Saccà. Come riuscite a intervenire sulla macchina comunale? So che vengono dei funzionari esterni, ad esempio Sabato.

R. Gianni cerca di portare qualcuno, per uno, due che riesce a immettere … Noi non riuscivamo a immettere nessuno, gli Assessori non riuscivano a cambiare i dirigenti … Mi ricordo ancora il mio funzionario al Decentramento, si chiamava Dalla Valle, un buon uomo, sindacalista della CISL. Dovevamo lavorare con questi, convincerli.

D. Lia mi diceva che ha fatto col personale che aveva, in più aveva il personale degli enti che erano stati sciolti.

R. Gianni era riuscito a portarsi uno in Ragioneria. Toni (Infante) era Assessore al Personale, solo lui poteva sopportare questa situazione. Meridionale calmo, statale, lavorava al Catasto, è stato un parafulmine pazzesco! Con Toni riuscimmo a fare un’operazione enorme di due turni di concorsi pubblici, cose che non esistevano nella storia degli annali del Comune. Concorsi per dirigenti! Non esisteva, erano affidati a gestione clientelare dal dopoguerra in poi, e noi riuscimmo a fare i concorsi , con le commissioni di esame, con i docenti di Ca’ Foscari. Riuscimmo a portare in Comune della gente che c’è ancora, fu un’immissione faticosa, ci vollero cinque anni. Nel ’79 cambia tutto col Midias …

D. Nel ’78 c’è stata la crisi all’interno dei socialisti che volevano sostituire Rigo.

R. Sì, lì ci sono le crisi, Rigo o non Rigo, le baruffe interne, le regate storiche con i fischi e gli applausi.

D. L’hai vista?

R. Ero il presidente dell’Ente Gondola. Organizzarono e organizzammo un sostegno a Rigo, fischi a De Michelis, io ero in barca dell’Ente Gondola con Giugni.  Al Midias, nel ’79 si rompono, i lombardiani passano e si capisce già che noi governiamo con della gente che ha dichiarato che tornerà con la DC. Siamo in una situazione imbarazzante! Poi cosa succede? Già prima i governi di unità nazionale, l’astensione al governo Andreotti con una perdita di consenso drammatico del PCI. Io, come altri, già capisco che nel ’79 la situazione cambia, il vento è già cambiato per cui la fine di quella Giunta è  tristissima.

D. Della prima?

R. Già al primo mandato, partiamo in modo spettacoloso per chiudere malamente.

Saccà. Però si continua per altri cinque anni.

R. Si cerca di sopravvivere.

Saccà. Capisco dal punto di vista politico, dal punto di vista amministrativo partite più lenti, visto la situazione in cui versava la macchina amministrativa …

R. In realtà non vinciamo la battaglia con la macchina amministrativa. Onestamente a me pare che la battaglia sul decentramento la riusciamo a vincere, e quella ci funziona straordinariamente, anche dal punto di vista di cuscinetto. Per dire, tutti i centri civici che conoscete oggi li facemmo allora! Anzi ho letto che è stato inaugurato il teatrino ex- Gil, lo avevamo comprato nel ’79. Ricordo la “Scoletta dei calegheri”! Siamo andati a sfrattare quello che vendeva mobili con Pellicani. L’Auditorum di Santa Margherita, quello in cui ora c’è l’Università, lo compriamo noi per il quartiere. La ex chiesa di San Lorenzo …, tutte le acquisizioni di quegli anni lì, per dare democrazia al territorio, per accasare i Quartieri che non erano solo decentramento, erano forme di partecipazione. Quelle cose lì le facciamo e ci servirono.

D. Ma anche tutti i servizi che costruite, gli asili, le scuole, le materne, lavoro ne è stato fatto tanto.

R. Il lavoro è stato fatto in quegli anni, i cinque anni della Giunta successiva sono stati un tormento pazzesco, almeno per me, non ci si inventa niente di nuovo e si cerca di realizzare le cose che avevamo promesso. Dei secondi cinque anni l’unica cosa divertente, innovativa, sono i due quadri di Canaletto che Domenico (Crivellari) compra. Una evento epico!

D. C’erano due cose che mi interessa chiederti, la prima è se mi racconti la tua formazione e il tuo incontro con la politica. La seconda è in merito a quello che mi avevi detto l’altra volta, il fallimento politico dell’esperienza della prima Giunta Rigo- Pellicani. Dal punto di vista amministrativo le cose fatte sono state tante, a riascoltare la registrazione del primo incontro è un po’ buffo sentire io e Giuseppe che cerchiamo di convincerti del valore di quelle realizzazioni.

R. Sulla formazione ce la caviamo presto. Io entro nel dicembre del ’67, ero giovanissimo, la mia formazione politica è di quegli anni, ’66, ’67, ’68, in piena esplosione della contestazione studentesca. Ero all’ultimo anno delle superiori, la quarta perché facevo il liceo artistico, dove poi ho insegnato “ornato disegnato”. Poi ho fatto Architettura, è eccessivo dire che ho partecipato a Potere operaio, ho partecipato a tutto quello che esisteva in quel momento tra Porto Marghera, Venezia e Padova.

D. Ma cosa ti aveva spinto a occuparti di politica, alla tua età potevi occuparti di amici, donne, di calcio.

R. Chi non si occupava di politica nel ’67, ’68? Ci occupavamo tutti di politica. Poi Massimo ha cinque anni più di me e quindi avevo questo problema in famiglia.

D. Tuo papà aveva interesse per la politica?

R. No, era uno socialmente impegnato, culturalmente impegnato. Era medico pediatra, non faceva nessuna attività politica diretta. In casa c’era mio zio Arnaldo Momo che è stato regista teatrale, grande esperto di Goldoni. Un po’ di politica in casa si parlava, poi c’era Massimo, è venuto naturale occuparsi di politica. Architettura era una fucina in continua eruzione …, quella è stata la mia formazione politica. In quegli anni c’era il grande dibattito sull’articolo di Mario Tronti “Dentro contro”, uscito mi pare su “Contropiano”, non so su quale rivista. C’era l’indicazione di occuparci di più delle grandi organizzazioni politiche esistenti, del movimento operaio. Lì ci dividemmo un po’ e un folto gruppo di ragazzi e ragazzini ci iscrivemmo al partito comunista italiano.

D. In quale sezione ti sei iscritto?

R. A San Polo, dove abitavo, non c’era la sezione e in quegli anni la costruimmo con le nostre mani, insieme con Sergio Gallo e altri compagni straordinari come Giacomo Tenderini. Questa sezione del PCI è bellissima e c’è anche adesso. Ci sei mai stata dentro, a San Polo? Quella dove ci sono le due volte affrescate, una da Cencio Ulisse e una da Franco Basaglia. L’abbiamo costruita con le nostre mani e con questi due interventi artistici straordinario, di Franco Basaglia che abitava in campo San Polo ed era un nostro iscritto e di Cencio Ulisse. La comprammo con una fatica spaventosa, fatta questa fatica ci trovammo per decidere che nome dare alla sezione, e la chiamammo “sezione Lenin”.

D. Pensavate in grande! (Ridiamo)

R. E si è chiamata così fino a quando c’è stato il PCI, era la “sezione Lenin” di San Polo. Ma si  fece avanti Giacomo Tenderini che ci disse “Guardate che qui da sempre la sezione del PCI- che non esisteva, cioè c’erano vecchi compagni ma non c’era una sede- in realtà il nome ce l’aveva, quello del mio fratello partigiano”. E allora ci siamo un  po’ vergognati. Lo racconto per dire come il PCI in quegli anni era al disastro totale, si era persa la memoria storica della lotta partigiana, che pure si può dire fosse avvenuta il giorno prima. Se pensi quanti pochi anni erano passati in realtà.

D. Scusa se ti interrompo, ma a Mirano la sezione il nome del partigiano ce l’aveva e lo mantenne.

R. Sì, anche lì in sezione c’era Bepi Stefani detto “Carta”, che aveva il negozio, la cartoleria a San Polo, ed era un pilastro, però il PCI  era ridotto al lumicino come forza organizzata e da quegli anni ricevette un enorme rinnovamento, spinta, ringiovanimento, con grossi problemi, ovviamente i più burocrati, i più ortodossi ci vedevano con grande diffidenza, con timori. Altri erano più aperti, ad esempio in città contava molto Momi, Girolamo Federici, che era uno spirito libero, aperto, accogliente.

D. Anche Lia?

R. Come dirigente di partito era Momi, Lia era Consigliera Provinciale, era più impegnata nell’amministrazione pubblica. Chi aveva in mano il partito in città era Momi Federici.

D. Avevi fatto vita di sezione?

R. Eh, certo! Segretario di sezione! Io sono un burocrate!

D. Quanti eravate di giovani, amici tuoi entrati in partito?

R. Un folto gruppo. Ricordo Giorgio Giandomenici, è un compagno che poi andò con Potere operaio, si staccò presto. Forse fu Giorgio Giandomenici il primo segretario che facemmo nel ’68. Adesso è in Inghilterra e si è sempre occupato di donne, di salario alle casalinghe. Si è trasferito dopo poco in Inghilterra e ci è rimasto.

D. Quali rapporti avevate col movimento studentesco?

R. Eravamo noi, non c’era problema, l’assemblea studenti- operai di Architettura, il famoso convegno del ’68 lo facemmo noi. Ti dico i capi del movimento studentesco ad Architettura in quegli anni lì erano Francesco Dal Co, Ninni De Michelis che nel ’70 eleggiamo Consigliere Regionale. Lui dal ‘70-’75 è il primo di noi che riusciamo ad eleggere da qualche parte. Poi il capo del movimento studentesco marxista- leninista linea non so più quale, era Roberto D’Agostino. Era il leader indiscusso degli studenti di Architettura, quando parlava lui la sala si azzittiva, parlava con un filo di voce e tutti ascoltavano. Per dirti quanti sono usciti da di là. Poi l’ex rettore, Marino Folin, era iscritto al PCI e lo mettiamo nel Consiglio di Amministrazione in ACTV. Tutti della sezione universitaria, che a un certo punto, passa come sede da quella del PSIUP in Campo San Barnaba, che c’è ancora, a quella di San Polo.

D. E’ stata data una scossa a una città sonnolenta.

R. Mai stata sonnolenta Venezia dal punto di vista politico!

D. Era una città che si svuotava …

R. Beh, sai, ho guardato i dati. Su un volantino dell’80 c’è scritto “Grande fallimento” perché sono 106 mila gli abitanti in centro storico! (Ride di gusto) Adesso sono 60 mila neanche!

D. Parlando con Longo uno dei primi problemi di cui mi parlò fu proprio “l’esodo dei veneziani”. Mi sembra sia stato vissuto come un trauma, in tante città i centri storici si sono svuotati.

R. A causa della sua insularità questo problema si ingigantisce enormemente, è successo a Parigi, Roma, Milano, ma lì non c’era la separazione fisica che determina la laguna.
D. C’è anche il concetto che la “campagna” al di là del ponte rappresenta un declassamento.

R. Sì, da un punto di vista culturale. Gli esodati andavano via con dolore, anche se bisogna stare attenti a non mitizzare troppo il fenomeno. Le condizioni di degrado edilizio della città erano spaventose, adesso non mi ricordo più i dati ma sul “Piano programma” ci saranno. Il primo problema che noi dovemmo affrontare furono i piani terra, c’era gente che per sette, otto volte all’anno veniva allagata letteralmente. Dopo ogni acqua alta era normale vedere i materassi fuori dalle case, salvati e messi fuori, le suppellettili messe fuori ad asciugare. La prima lotta fu rendere inabitabili i piani terra. Questa fu la prima vera battaglia a Venezia, trovare case. Il dibattito accesissimo era se si poteva continuare a costruire nuove case su modello Sacca Fisola, Baia del Re ecc., oppure se invece, e questa era la posizione più avanzata ma te lo può raccontare molto meglio Edoardo Salzano, era quella del recupero. E quindi i piani di comparto, le case parcheggio eccetera eccetera. La mia formazione culturale è all’interno di Architettura, mi sono laureato con Manfredo Tafuri in Storia dell’Architettura. In realtà la mia tesi di laurea, che poi è diventata un libro, è sul ciclo edilizio, con Stefania Potenza. Studiavamo la rendita edilizia e le riforme, poi mi sono trovato dentro alla vita di partito, sono stato Consigliere di Quartiere a San Polo. Feci il responsabile comunale per il partito al posto di Camillo Gattinoni, che era responsabile centro storico, “cittadino” come si chiamava allora.

D. Per ricapitolare, eri segretario della sezione del PCI di San Polo e poi responsabile del comunale.

R. Ero in segreteria di Federazione con Gastone Angelin e prima in segreteria mi occupavo …, forse di scuola e poi del comitato comunale.

D. Come si faceva carriera nel partito? Tu eri giovane, studiavi, quindi il partito ti teneva stretto …

R. Io ho fatto il “costruttore”, si chiamavano così, a 80 mila lire al mese, quando nel ‘73-’74, facemmo la Festa nazionale dell’Unità, era il primo livello di funzionariato.

D. Non hai fatto scuola di partito?

R. No, già allora non esistevano più, sono state travolte dal ’68, non ho mai fatto Frattocchie.

D. Non facevano corsi all’Umanitaria di Milano?

R. No, non esistevano già più.

D. In merito alle carriere con Pontel, per il partito socialista, si diceva che per un periodo erano molto più importanti le cariche all’interno del partito che non nelle istituzioni, poi la faccenda si ribalta e i politici lavorano per sé.

R. Si creò già allora, quando il PCI comincia ad avere ruoli istituzionali, cariche, lo chiamavamo così: il “partito degli Assessori”. Si forma in quegli anni la rottura tra il “partito degli Assessori” e il “partito delle sezioni”. Appena il partito comunista assume ruoli di governo si crea una spaccatura tra le aspettative, i “desiderata” della base e il lavoro tutto interno alle istituzioni di chi ha incarichi di governo.

D. C’è stato un assaggio nel ’75?

R. Subito no, abbastanza dopo, nel ’79, ‘80 era così.

D. Mi dicevi che con il lavoro nei Consigli di Quartiere si era cercato di recuperare la lontananza tra la Giunta e la base.

R. C’era un problema di informazione, ma viene dopo, il problema è più sostanziale. Allora lo chiamavamo “nuovo modo di governare”, era il grande slogan. “Nuovo modo di governare”, il “Comune casa di vetro”! E’ un po’ di più della semplice informazione, comunicazione, sono le modalità del governo, come amministri. Adesso la potremmo chiamare “democrazia partecipata”, da Porto Alegre, dall’esperienza dei bilanci partecipativi e così via. Come vivere davvero i problemi amministrativi, condividere le scelte, democraticamente e non calate dall’alto, non decise nelle segreterie dei partiti, o peggio nelle Giunte, la selezione dei problemi, le priorità. E’ già molto chiaro in noi che il problema non era quanto fare ma come farlo. Anche se facevi tanto ma calato dall’alto, elargito paternalisticamente non cambiava le coscienze della gente, non le sentivano proprie. Una polemica che ho trovato su un librettino tra noi e i socialisti avevano più ragione loro, paradossalmente. Loro la chiamavano “democrazia conflittuale”, dicevano “Guardate è inevitabile che in una democrazia ci sia conflittualità”. Invece noi pensavamo al decentramento come una effettiva ridislocazione dei poteri di decisione al basso e irridevamo un po’ i socialisti. “Voi pensate ai Quartieri come una sorta di palestra di chiacchiere”, mentre noi volevamo che i Quartieri avessero le deleghe, dei poteri effettivi. Il dibattito era proprio questo. Il secondo regolamento che facemmo …, eccolo qui (mostra un libro), la seduta che facemmo a Palazzo Ducale. Questo è il nuovo regolamento che facemmo (Mostra una fotografia con i politici di allora), questo è Longo, Favretto che è passato coi Democratici, quest’altro è il mio predecessore, uno dei primi invischiati su Tangentopoli. Questo è Bosello, Gastone Angelin. Guarda che sala piena! (legge il titolo) “Compiti e poteri dei Consigli di Quartiere”. Lavori che facevamo proprio per tentare di strutturarli come organi di governo vero.

D. Con le competenze delle Municipalità oggi?

R. Se tu guardi i dibattiti non cambia assolutamente niente, tentavamo di riorganizzare tutta la struttura dell’amministrazione comunale, tentando di fare i “gruppi di zona”, i gruppi delle opere pubbliche di zona per riuscire a delegare la manutenzione ordinaria, delegarla davvero. Questo era il nodo, le forme di governo, la qualità della democrazia, questo era il nocciolo, non era solo fare di più, essere più efficienti, asfaltare più strade.

D. C’era anche un problema di trasparenza e legalità.

R. Anche su questo non siamo riusciti probabilmente a dare il senso della sfida perché il problema non era semplicemente “non rubare”, come scherzando diceva Pellicani a Nardi e soci.

D. Ferrari si era occupato di far funzionare i Consigli Tributari, straordinaria esperienza che naufragò poco dopo, quindi di evasione. Mi sembra che questa Giunta si sia occupata di nervi scoperti della democrazia italiana, per esempio l’evasione fiscale, un problema enorme mai risolto, una fiscalità che ricade sul lavoro dipendente. E poi la trasparenza e l’efficienza della pubblica amministrazione, se vuoi aspetti elementari, basilari  mai affrontati fino in fondo, tranne in particolari periodi.

R. Per non dirti del Casinò, sono stato anche Assessore al Casinò. (Fine lato A, cassetta n. 2. Lato B) Sulla vicenda del Casino si vede come in realtà non riuscimmo a cambiare. Si chiamava Baretton il Direttore Generale del Casinò che era anche Segretario Generale del Comune. Di mattina faceva il Segretario Generale del Comune e di notte al Casinò. Un personaggio! Un vecchio democristiano che lo gestiva in modo molto familiare. L’unica cosa che Gianni e noi chiedevamo a questi era non rubate! Ed era già un traguardo ma non è sufficiente per l’opinione pubblica. Il Casinò è sempre stato un bubbone sociale in questa città, consentire che ci sia gente che guadagna quello che guadagna solo perché fa il croupier! E’ una ferita aperta che continua a sanguinare. Dovendo amministrare devi fare tutti questi compromessi, hai bisogno dei soldi del Casinò. Mi telefonò alle due di notte Baretton, era la seconda Giunta, forse era l’82, quando Maniero fece la rapina al Casinò al Lido con le barche. “Devo venire lì, devo fare qualcosa?” “Ah s’el vol Asesor, mi vado casa deso!” (Ridiamo) E così è finita. Un tipo straordinario! “Cosa el ga fato?” “Gavemo dà tuto queo ch’el voeva!” (Ridiamo) “Ben, manco mal!” Questo era Baretton, un tipo pacifico. Aveva dietro la sua scrivania al Casinò una tela gigantesca …, sai in Comune, non so se ancora adesso, ci si poteva prendere e attaccare negli uffici i quadri non esposti di Ca’ Pesaro, i fondi di magazzino. Baretton aveva scelto e si era messo dietro un quadro gigantesco, nero, tutto assolutamente nero che era una gondola col fez di notte che attracca in una riva. Quindi questo fez nero, di notte, le tendine nere, un gancio del “ganzer” tutto scuro che tira di spalle la gondola e una manina di donna con un guanto bianco che esce dalla tendina, non vedi la faccia, con un soldo che era la mancia del “ganzer”. Questo dietro al Direttore Generale del Casinò. Mi fa “Co i vien qua a domandarme i schei per zogar  …, mi ghe mostro questo!” (Ridiamo) Lui gestiva il credito, il gioco del Casinò è quello, fare credito ai giocatori. Il problema del Casinò è il credito inesigibile, l’unica cosa che Gianni Pellicani guardava sempre settimanalmente del Casinò era il livello del credito inesigibile, che stava all’1%, era una soglia che non poteva essere superata perché Gianni si incazzava! Il Direttore Generale era una sorta di banca, mi raccontava Baretton che arrivavano gli imprenditori e gli dicevano “Non abbiamo soldi!” Con la scusa del Casinò si facevano prestare i soldi per pagare gli operai! E poi diventavano crediti inesigibili perché la gente falliva, moriva eccetera eccetera, bisognava essere attentissimi a questo discorso qui!

D. Quanti anni sei stato Assessore?

R. In quegli anni, quando Gianni si è ammalato … No, me l’ha data prima. Già nella prima Giunta, l’ha tolta a Gianquinto perché secondo Gianni non ce l’ha faceva a seguire, voleva un cane da guardia più presente.

D. Il fatto che Gianni si sia ammalato nella seconda Giunta ha compromesso l’andamento?

R. Decisivo.

D. Delineavi anche un quadro politico nazionale diverso, i socialisti che governavano con la Democrazia Cristiana. Come mai nell’80 c’è stata la riedizione Rigo- Pellicani?

R. Perché andiamo bene, si va bene, i socialisti perdono un punto, noi anche, però guadagnano molto i repubblicani, tant’è che Zorzetto, passato un anno, entra in Giunta.

D. Quindi voi avete il credito politico in città, è per questo che si rinnova l’alleanza.

R. Poi non avevano la forza di rompere, Rigo non vuole rompere, se fosse stato per De Michelis si sarebbe fatta subito la Giunta di centro- sinistra già nell’80, secondo me.

D. Il fatto che De Michelis era Ministro a Roma non aveva allentato un po’ il controllo?

R. Ma scherzi! Arrivava qui, mi ricordo una volta sulla  linea 2 del motoscafo mi chiama, tira fuori un foglietto dalla tasca, lui Ministro, e mi dà il nome di tre maestre …, neanche, non erano maestre, erano tre bidelle che secondo lui dovevano cambiare qualifica, o essere assunte, non mi ricordo! Era fatto così, aveva in tasca i foglietti con le liste delle domande di cassa integrazione, controllava tutto! (Ride) E si arrabbiava se non si faceva quello che voleva!

D. E come lo gestivate?

R. Mandandoli a quel paese! Era un modo di governare che funzionava come una palla al piede.

D. Poi non c’è più Nardi, che muore nell’80 in quel terribile incidente, arso vivo. Rimane Laroni, Pontel, Rigo …

R. Era questa barchetta qui? (Guardiamo la vignetta che rappresenta su una barca gli Assessori, sindaco e vicesindaco della prima Giunta nel libro curato da Giovanni Benzoni per Arsenale editrice “Intervista alla Giunta” del 1980) Due non li ho scritti. Tu li hai riconosciuti tutti?

D. No, avevo chiesto a Crivellari e Angelin ma non siamo riusciti a identificarli tutti. Ah, hai scritto i nomi sopra a ogni personaggio! (Guardiamo e identifichiamo i personaggi)

R. Questo con la bocca tappata è Mineo, dovevamo fare due volte la Giunta.

D. E perché?

R. Perché in una c’era Mineo e nell’altra non c’era. Non lo sapevi?

D. No, nessuno me l’ha detto!

R. La legislazione non consentiva la defenestrazione, non era come adesso che gli Assessori sono nominati dal Sindaco. Gli Assessori venivano eletti dal Consiglio Comunale per cui o lui dava le dimissioni, e lui non si dimetteva, oppure dovevamo dimetterci tutti e nessuno si fidava, sarebbe nato casino! Ci toccava fare due Giunte, alle 10 e poi alle 10,30. Alle 10 non arrivava nessuno, così facevamo due convocazioni di Giunta. Poi questo Mineo raccontava in giro le cose, rompeva le scatole, facevamo una formale e una vera. Non conosco questi due. (Leggo l’elenco degli Assessori, sembra che i mancanti siano Gattinoni e Bolgan o Zecchi e Bolgan)

D. Ti eri occupato anche dell’ACTV?

R. Sì, servizi pubblici. La grande sfida era quella della pubblicizzazione e unificazione della SVET e ACNIL. Grande battaglia con i democristiani, con altri che volevano fare due aziende distinte, terraferma e acqua, mentre noi vogliamo farne una sola.

D. Motivazioni?

R. Ma anche legittime, erano due specializzazioni diverse. Noi invece vediamo giusto perché capiamo che le sinergie finanziarie sarebbero state importanti. Roberto Fiorentini, si chiama il presidente dell’ACNIL di allora, un socialista, è vivo, dovreste sentirlo perché è un uomo molto intelligente. Lui era ingegnere dello IACP come professionalità, una brava persona, un socialista vecchio stampo. Un vero amministratore e con lui inventammo la famosa “Carta Venezia” che salvò le finanze non solo dell’ACTV ma anche del Comune di Venezia.

D. L’azienda era carica di debiti?

R. Sì, era tutto un disastro, un disastro assoluto. Il risanamento dell’azienda lo facemmo grazie alla “Carta Venezia”.

D. Ci fu il risanamento dell’azienda, l’ammodernamento dei mezzi e una gestione comprensoriale delle linee e delle società.

R. Lì c’era anche una buona legislazione regionale che a un certo punto è venuta, era quella dei bacini di traffico, poi sono venuti i Consorzi di bacino. Presidente del Consorzio di bacino del veneziano fu Pagnin, quindi l’autorità politica di bacino era Fioravante Pagnin, Fiorentini era il presidente dell’azienda comunale. Lì, onestamente, la fatica mia come Assessore era ridotta, nel senso che c’erano delle istituzioni politiche e aziendali che marciavano per conto loro, io arrivavo in seconda battuta. Invece lo sfascio totale era l’AMIU, dove c’era presidente Mario Zanatta, un compagno nostro che veniva dal PSIUP, e l’azienda era un disastro. Mario non aveva nessun spessore amministrativo, era in balia di sindacati fortissimi. Capo del sindacato, ora è con me a Rifondazione Comunista, era Nordio, corporativo spaventoso! Erano sindacati fortissimi che facevano quello che volevano.

D. Il discorso che facevi sull’inceneritore di Sacca Fisola …

R. Lì mi sbagliavo, in realtà noi l’abbiamo chiuso non nella prima Giunta ma nella seconda. Oltre l’82, lo chiudo io ma quando torno in Giunta per la seconda volta.

D. Mi dicevi che  c’era la discarica di San Liberale.

R. Andavamo a Brescia, andavamo a Bari, andavamo dappertutto a smaltire i rifiuti!

D. Si lavorava tanto con le discariche?

R. Sì, si usavano questi buchi, queste discariche appaltate ai privati. Si chiamava Serena quel privato …, l’AMIU appaltava a questi banditi che riempivano di rifiuti queste cave dismesse, con degli inquinamenti spaventosi. Mi ricordo ancora che scoppiò letteralmente, credo sia ancora zona off- limits, dietro a Porto Marghera, una zona inquinatissima, dove c’erano dei grandissimi bunker della seconda guerra mondiale. Questi pazzi hanno riempito i bunker di rifiuti e a un certo punto sono letteralmente scoppiati perché i rifiuti generano gas metano. Succedevano questi problemi qui, pensa a Napoli adesso.

D. All’epoca nella gestione dei rifiuti  non c’era il differenziato?

R. C’era l’indifferenziato punto e basta. Non è che adesso siamo messi …, lasciamo perdere.

D. Gli scarichi industriali prendevano altre strade? Quelle provinciali?

R. Questo è interessante, causa della batosta politica. Siamo alla fine del secondo mandato della Giunta di sinistra, a metà degli anni ’80. Uno degli ultimi colpi di grazia alla Giunta di sinistra è venuta dalla questione dei fanghi di Porto Marghera. La Montedison scaricava a mare. C’era soprattutto Michele Boato e molti altri con lui, ormai i Verdi sono diventati un soggetto politico forte che promuovono grosse contestazioni, blocchi delle navi eccetera eccetera. Noi come amministrazione comunale tentenniamo molto, siamo prigionieri dei sindacati, la difesa dei posti di lavoro, non rompere le scatole, e ci fanno nuovi. Mi ricordo un numero dell’Espresso che se la pigliava personalmente con me, avevo anche la delega alle Attività Produttive, per il fatto che l’amministrazione comunale tollerava cose intollerabili. Erano le fabbriche di azotati e fertilizzanti che scaricavano in mare. La questione inquinamento era drammatica, perché Porto Marghera era ancora nel pieno della sua efficienza, con dei carichi liquidi inquinanti giganteschi direttamente in laguna. Beh, sono stati scritti libri su questo. Ricordiamoci che venivamo dalle ordinanze del Prefetto, che rendeva obbligatorio l’uso delle maschere antigas. Le cosiddette fughe erano all’ordine del giorno. Porto Marghera era il vero inferno dantesco, poi c’era tutta la questione dei rifiuti solidi che andavano in mare. Le navi un po’ al largo aprivano il fondo e chissà dove andavano, perché già allora tutto quello che potevano sversare intorno era già stato saturato, tutto quello che avevano potuto scaricare al di fuori dei cancelli delle fabbriche. Una delle prime vittorie fu di Cianciolo, una bravissima persona che è deceduto parecchi anni fa, era l’Assessore all’Ambiente, all’Ecologia. E’ uno che viene dalle fabbriche, un tecnico, un triestino, un uomo molto duro di cui sono stato amico, una brava persona, una veramente brava persona. Piglia di petto la questione, una sua battaglia fu salvare il laghetto della Montedison. Hai mai sentito parlare del laghetto della Montedison? C’è ancora in mezzo alla seconda zona industriale, un’oasi naturale che la Montedison si è messa come un fiore all’occhiello perché ci vanno a svernare gli uccelli. E’ un pezzo di barena, dentro la seconda zona industriale. La prassi delle aziende era di sversare in colmata, creando terrapieni fino a Campalto, fino al Parco di San Giuliano. Cianciolo è il primo a fare la battaglia per il risanamento del Parco di San Giuliano, il primo che tenta di piantumare alberi che muoiono tre settimane dopo perché le radici sono immerse nel veleno. Tenta un risanamento, tentiamo di impedire ulteriori discariche selvagge. Con molta lentezza si fermano anche gli scarichi a mare ma la qualità dell’aria è …, quella che è.

D. Ti ricordi che Casellati era stato il primo Assessore all’Ambiente d’Italia? Aveva istituito un monitoraggio ambientale, dopo le sue dimissioni la cosa non è più andata avanti.

R. No, no, con Cianciolo continuiamo a mettere insieme reti diverse, perché ci sono reti diverse di monitoraggio, di centraline, c’è quella dell’Ente Zona che Cianciolo riesce a recuperare, ad acquisire. Ma è un casino perché le competenze sono delle provincie, non sono nostre. Poi verrà la Regione. Ma la grande opera del ‘75-’80 è il depuratore consortile, quello di Fusina. Lo inventano Cianciolo e Gianni con una fatica spaventosa perché è un depuratore “misto”, perché depura le fognature di Marghera civili ma anche quelle industriale. Riescono a mettersi d’accordo con Montedison, mi ricordo ancora l’incontro con Cefis, dovrebbe esserci una fotografia con me, Cefis e Gianni in Comune. Cefis, megapresidente della Montedison, e Gianni che riesce a strappare i soldi dalla Montedison per fare il depuratore che è tuttora in funzione.

D. L’aveva pagato Montedison?

R. Misto, Comune e Montedison, che era difficile allora ragionare con questi concetti.

D. E poi aspettavate il Comprensorio.

R. Il Comprensorio è Legge Speciale. Le grandi sconfitte secondo me, le ragioni dell’affievolirsi della novità delle Giunte di sinistra, sono legate a ciò che si diceva all’inizio. Non cambia il modo di governare. Nonostante i Quartieri non riusciamo ad innescare processi di partecipazione davvero diretti della gente nella vita amministrativa. Quindi, permane ancora una percezione di estraneità della macchina comunale rispetto alla vita della gente. E questa è una. Un’altra causa è la questione Porto Marghera, nonostante tutto Porto Marghera è, come la chiamavamo allora, una extraterritorialità, una roba fuori dalla democrazia. Quando si dice che la democrazia si ferma ai cancelli di fabbrica, da noi si ferma al perimetro della zona industriale, con tutto il disastro intorno. L’autorità pubblica non è mai riuscita a mordere, imbrigliare, a determinare qualcosa a Porto Marghera. (Fine lato B. Cassetta n. 3, lato A) E poi l’assetto dei poteri, “pianificazione ad area vasta” era il termine tecnico. Anche lì partiti benissimo con Vezio De Lucia, segretario del Comprensorio, Massimo Cacciari, che era  capogruppo del gruppo del partito in Consiglio Comprensoriale, un ottimo studio preliminare e così via. Abbandonato. Cose ambiziose ma necessarie, tanto che di città metropolitana si continua a discutere ancora adesso. Nodi grandi ma poco sostenuti, poco affrontati che non si sciolgono. La pianificazione ad area vasta che significa città metropolitana, riordino delle architetture istituzionali, bacini di traffico, bacini dei rifiuto. Attenzione! Alla fine degli anni ’80 finalmente viene fuori la “183” che è la legge sui bacini idrogeografici, dell’uso delle acque che si intreccia con il problema Legge Speciale. Legge Speciale che individua l’Autorità di bacino idrogeologico ma nessuno  lo istituirà mai. Il piano comprensoriale ma non viene fatto. Questi vuoti, in assenza di una coerente architettura istituzionale, vengono riempiti dal Magistrato alle Acque, quindi dal Ministero dei Lavori Pubblici, quindi dal Consorzio Venezia Nuova, che insieme con la Regione fa le opere che vuole, che crede. Un grande fallimento.

D. Il Comprensorio non è stato affondato dalla Regione?

R. Ah, nessuno lo ha spinto, neanche da noi.

D. Come mai?

R. Perché uno ha il Comune, l’altro la Provincia, l’altro …

D. Credevo che l’assassino fosse stata la Regione.

R. Sì, d’accordo, l’assassino è stata la Regione e l’ha anche rivendicato. “Non me ne frega niente perché io voglio comandare, perché devo fare un ente che può farmi ombra?” E lo hanno detto senza dirlo il Comune di Venezia, la Provincia, i Comune di Chioggia e di Mira che era importante con Sbrogiò sindaco storico, migliorista, poi Presidente della Provincia. In realtà non ci crediamo neanche noi! Mi piacerebbe poter fare un discorso aperto con Gianni. E questo è un disastro perché già nel ’79 comincia il primo referendum sulla divisione di Venezia. La risposta che demmo fu “E’ sbagliato perché bisogna fare il Comprensorio”. Quanti ne abbiamo fatti di referendum? Quattro, cinque, sempre con questa risposta! E’ una autopresa in giro, finché non ci sarà questo comprensorio che adesso si chiama città metropolitana non ci saranno risposte a questo assetto di area vasta.

D. Se ne parla da tantissimo, ma nessuno la vuole.

R. Perché è la stessa cosa, si chiamava Comprensorio. Poi vennero gli studi del Coses che l’hanno chiamata città metropolitana ma che coincideva esattamente col territorio del Comprensorio. Altri preferivano la PaTreVe. La dimensione non è determinante, il problema è che questa nuova istituzione possa cancellare la Provincia, ridimensionare le interferenze della Regione e consentire una maggiore articolazione dei Comuni all’interno dell’area.

D. C’era il tema della salvaguardia della laguna.

R. Un assetto dei poteri coerenti con le questioni di merito. Si diceva allora non si potrà mai governare la laguna che ha otto, ora nove comuni, tre province se non c’è una dimensione di governo unitario della laguna, quindi Comprensorio o città metropolitana, chiamala Giovanni, è sempre quello. Non si può avere un assetto della viabilità decente, vedi il casino dove passa il Passante, stretto, largo, sotto, sopra, se non si ha una pianificazione urbanistica di area vasta. Tutta questa città ha questa dimensione, tutto il Veneto centrale, da sempre. Dato che questo livello di governo non si è mai attuato, tutti i problemi di merito, ad esempio la salvaguardia chi la fa? Un ufficio burocratico dello Stato che si chiama Magistrato alle Acque. Il Passante chi lo decide? Un ufficio della Regione? I rifiuti dove si portano? E così via. E’ mancata la dimensione comprensoriale perché tutti avrebbero perso qualcosa, compreso il Comune di Venezia e nessuno ha voluto perdere la sua fetta. Mi sento di dire che neanche Gianni voleva davvero il Comprensorio. La Legge Speciale prevede il Comprensorio a termine, deve fare il piano e a quel punto si deve autosciogliere e lì si capisce … Il discorso sulla Legge Speciale è motivo di forte dibattito all’interno del Partito Comunista. La Legge Speciale viene votata nel ’73, noi in Parlamento votiamo contro, credo con un po’ di problemi, nel senso che non tutti erano d’accordo di votare contro, perché ci sono tanti soldi. E’ una risposta che ha consenso e poi perché prevale l’idea di un uso democratico della Legge Speciale, provare nell’attuazione a forzarla, prendendo le cose positive e tentare di piegarla alle esigenze popolari, perché consente quasi gli espropri per le case parcheggio. Poi ci sono i soldi per la riconversione di Porto Marghera ed è la posizione di Gianni, a testa bassa nel tentare di gestire la Legge Speciale. Infatti la delega se la tiene lui, fa tutto lui, sostiene il fatto che deve diventare parlamentare proprio per avere rapporti personali e diretti col governo per i decreti attuattivi. Questo è un altro nostro fallimento, in realtà non riusciamo affatto a piegare la Legge Speciale alle esigenze nostre. Il risanamento non parte, almeno nei termini che volevamo noi, mantenendo le famiglie nelle loro abitazioni. Dare contributi ai privati per il risanamento è un acceleratore dell’espulsione della gente. Lì si capisce che non riusciamo a farcela. Quando incominciamo a vedere che per riuscire a fare un piano di comparto di Eddy servono venticinque anni! Il risanamento va così. A Porto Marghera non si riesce a metterci le mani sopra. La salvaguardia della laguna rimane appannaggio del Ministero dei Lavori Pubblici … Era già stato detto che la Legge Speciale era contro Venezia, contro di noi. Non era governabile dal Comune. La scommessa del PCI al governo di Venezia era governare la Legge Speciale e invece non ci riusciamo, né con Eddy, né con Pellicani, né con me poi. Io faccio l’ultimo tentativo, il progetto di riforma della Legge Speciale nel 1984. Io e Zorzetto facciamo una fatica bestiale, andando su e giù a Roma in continuazione riusciamo a far approvare dal parlamento questa nuova legge, che ha bellissimi principi, straordinari principi perché c’è scritto: primo, risanamento, secondo, naturalizzazione, e per ultimo le dighe mobili. Servono poi relazioni annuali che devono essere presentate in Parlamento per verificare lo stato di avanzamento di tutte le cose che vengono prima, ma in realtà continuano a fare il Mose. Noi viviamo tutti questi anni, anche Massimo dopo, in questo tremendo equivoco: tentare di cavalcare questo mostro che è la Legge Speciale e invece è lei che ci cavalca e ci mangia. Un altro punto che spiega la crisi di consenso, questioni locali che probabilmente valgono lo 0,0 % in termini di voti, perché poi in realtà sono le questioni nazionali che determinano i grandi flussi di voto. Vedevo un articolo che faci nell’80: contrariamente a un andamento elettorale che era già negativo del PCI a livello nazionale, a Venezia non va male, perdiamo un solo Consigliere Comunale. In realtà non lo perdiamo, il nostro problema era di non perderlo a vantaggio dei socialisti, non lo perdiamo né a vantaggio dei socialisti, né dei democristiani, lo perdiamo a vantaggio dei repubblicani che erano quelli che ci criticavano di più da sinistra. Erano più ambientalisti di noi. Quindi, va bene la prima Giunta e la verifica dell’80, nonostante il quadro non positivo a livello nazionale.

D. Tu avevi un po’ lasciato il partito?

R. Io onestamente, con il governo di unità nazionale, con le astensioni non mi quadrava, non mi piaceva molto neanche la gestione della Giunta nostra, l’eccessivo accentramento di Gianni della gestione di tutto, la sua scarsa propensione a rendersi disponibile, non per cattiveria, proprio per suo modo di gestire la cosa che non ci aiutava a creare consenso. Chiedo e ottengo di non far parte più della Giunta nell’80. Io porto a termine il mio mandato e consegno questo gioiellino dei Consigli di Quartiere con l’elezione diretta che funziona tutto bene, con le sedi, nessuno mi può dire di aver lasciato a metà insomma le cose. Mi mettono in lista, perché gli Assessori ovviamente devono essere messi in lista, mi eleggono in Consiglio Comunale, però sono fuori e non faccio neanche il capogruppo. Non mi ricordo più …, forse mi tocca fare il capogruppo. Sì, faccio io per la seconda volta il discorso di Rigo sindaco e vado a lavorare all’Unità, avevo già cominciato nel ’79.

D. Avevi una certa insofferenza verso la Giunta.

R. Sì, avevo deciso per tempo. Mi sono divertito a fare il lavoro amministrativo, non mi sentivo più nella squadra che allora erano Gianni, Rino Serri e Enrico Marrucci.

D. Walter Vanni viene nell’80?

R. No, viene già prima. Cesare De Piccoli viene eletto in Consiglio Comunale …, non mi ricordo più, la seconda Giunta non mi ricordo più. Poi mi incazzo tremendamente perché né Marrucci né …, non si mettono nessuno in lista. (Leggo l’elenco dei Consiglieri Comunali del PCI e del PSI nella seconda Giunta Rigo- Pellicani)

D. Tu stai fuori, dopo però …

R. Gianni sta male, sta un anno fuori, un anno di sbando più totale perché senza Gianni …, manca tutto, manca la presenza. Era già una Giunta molto indebolita, la scelta di De Michelis di far fuori la Giunta, Rigo e tutti, è esplicita. A un certo punto mi dicono di tornare lì per tappare qualche buco, ma assolutamente inadeguato! Sostituire Pellicani è una roba che non ha senso, era insostituibile. Noi spariamo dalla Giunta con la malattia di Pellicani, nonostante tutti i tentativi. Rigo si allarga e la seconda amministrazione è un simulacro, una resistenza, un sopravvivere. L’unica roba innovativa che tentiamo di fare, almeno che mi ricordo io, sono cose sporadiche, che faceva uno o l’altro perché era più fantasioso. Maurizio Cecconi che si inventava i carnevali e follie, Domenico che compra i Canaletto, io che faccio la seconda Legge Speciale, ma così.

D. Volevo chiederti in merito al terrorismo in quegli anni.

R. Onestamente se uno pensa che siamo riusciti comunque a fare queste cose quando di mattina non sapevi se dovevi andare a un funerale, o vedere un morto per strada. Il primo è stato Battagliarin, al Gazzettino, quello è il primo, già nel ’76.

D. E’ impressionante leggere i verbali del Consiglio Comunale, continuamente le manifestazioni, i comizi, le scadenze, le commemorazioni, l’Italicus, la strage alla stazione di Bologna.

R. Era il 2 agosto, era una cosa da pazzi perché bisognava organizzare le manifestazioni coi sindacati.

D. E del sequestro Moro cosa ti ricordi? Le impressioni, i pensieri, le sensazioni di allora.

R. Mi ricordo perfettamente anche dov’ero, in Assessorato ai Servizi Pubblici.

D. E sei stato raggiunto dalla notizia del rapimento Moro.

R. Sì, del rapimento e spontaneamente ci siamo trovati da Gianni in ufficio, e abbiamo convocato un Consiglio Comunale immediatamente per la sera. Lì si è capito che c’era stato uno scatto, non avevamo alcun dubbio sulla linea della fermezza, noi comunisti non avevamo nessun dubbio (Ridiamo), eravamo con l’elmetto. Eravamo sicuri che si doveva dare una risposta militarizzata, niente trattative.

D. Non temevate una deriva democratica dello Stato a seguito del rapimento Moro? Leggi speciali fatte votare con la scusa del terrorismo.

R. No, poi le leggi vengono dopo. Sulla linea da tenere, comprese le leggi speciali, sull’inasprimento, sulla difesa dello Stato c’era come partito a Venezia una polemica, mi ricordo Massimo e altri che erano più sul fronte garantista, mentre si era polemici coi cedimenti.

D. C’erano i comitati di vigilanza democratica, te li ricordi?

R. Dopo il Cile, quelli me li ricordi, anche le riunioni a casa di Gastone Angelin.

D. Avevi timori …

R. Mah, sai, eravamo giovani e pronti anche a sfidarli! (Ridiamo) I timori c’erano, la notte del colpo di Stato Borghese eravamo tutti in Campo Santa Margherita! Eravamo pronti e attivi, non ci sarebbe dispiaciuto! (Ridiamo)

D. Ci sono stati i morti del ’79, ’80, adesso non ricordo la successione precisa, Gori, Albanese e Taliercio.

R. Appunto, i nostri martiri sono il metronotte del Gazzettino, Battagliarin, Gori, Albanese, Taliercio.

D. La città ha dimenticato, non si sanno più i motivi delle intitolazioni.

R. Davvero? Sono passati tanti anni.

D. Nessuno di quelli che ho intervistato affronta questo tema, sono sempre costretta a ricordarlo io.

R. Io ci avevo pensato l’altro giorno, è che ti concentri sulle questioni della routine amministrativa.

D. Ho avuto la sensazione che qualcuno doveva un po’ faticare per ricordare il tema, forse perché non ci si sentiva bersaglio.

R. No, bersaglio non ci sentivamo …, a me hanno buttato bombe molotov in Assessorato, ai Servizi Pubblici hanno bruciato due scuri dell’Assessorato.

D. Di notte? Non c’era nessuno?

R. Sì, era una intimidazione. Perché c’era stata la neve, aveva nevicato e tra i compiti dei Servizi Pubblici c’era il compito di spalare la neve. In un magazzino c’erano le pale e il sale e c’era la tradizione che si presentavano delle persone, tu davi dei soldi e la pala e andavano a spalare. E così era successo la prima volta. Era stato un inverno particolarmente nevoso e nevicò una seconda volta ma la quantità di neve era ridicola e io volevo che lo facessero gli spazzini. Avevano una “indennità acqua alta”  e una “indennità neve”. Detti l’ordine di non distribuire le pale e i soldi. Era una cosa che, se fossimo stati a Napoli, si potrebbe chiamare “disoccupati organizzati”. E si incazzarono in un modo tremendo. Stupidaggini se vuoi.

D. Avevi vissuto il rapimento Moro come la fine del progetto politico di includere anche il PCI nel governo del paese?

R. Mah, questi grandi progetti politici erano un po’ sulle nostre teste. (Fine lato A, cassetta n.3. Lato B)  Secondo me poi la cosa non era così diretta, adesso si dice che l’attività delle Brigate Rosse mirava a questo obiettivo politico. In realtà chissà a quale obiettivo politico miravano, era proprio una destabilizzazione quotidiana, non si capiva bene sull’orlo di quale guerra civile potessimo essere. Grandi disegni strategici preconfezionati, sentivamo di stare sopra un terremoto. Quali fossero gli assetti che questo terremoto avrebbe provocato, chissà se Cossiga o Berlinguer lo sapevano. Non avevamo la sensazione che fosse preordinato, questi discorsi qui si sono cominciati a fare qualche anno dopo.

D. E a livello nazionale aveva rapporti con le altre Giunte di sinistra?

R. Eh, come no! Io ho trovato questo librettino, guarda qua, “Partecipazione a Bologna, Milano e Firenze”. Molto bello, con l’Unione Europea facevamo tra Assessori, questo era per i Quartieri, il Decentramento. Poi c’erano a livello nazionale, si facevano delle conferenze nazionali sui governi locali, Cossutta era responsabile Enti locali, si facevano dei convegni, ci si confrontava.

D. Le altre Giunte di quel periodo sono terminate con degli scandali, a Napoli, a Torino nell’82, ’83 un Assessore socialista fu arrestato. Venezia è riuscita a terminare senza problemi.

R. Beh, perché? A Torino mi pare che Novelli avesse fatto bene, i socialisti sono stati travolti da Tangentopoli. Per Tangentopoli a Venezia ce la siamo proprio risparmiata? Sì, ce la siamo risparmiata.

D. In merito al flagello del turismo a Venezia non c’è stata un’inversione di tendenza?

R. No, facemmo una fortissima polemica con Rigo con le sue sbarre, con i suoi ticket, non ti ricordi?

D. No, ricordo il biglietto per gli autobus che entrano a Piazzale Roma.

R. Quello è un attimo più raffinato. E’ la “ztl”. Rigo uscì sui giornali dicendo che bisognava mettere il numero chiuso e le sbarre per chi entrava a Venezia. Vedevi già che avevamo perso la battaglia dell’uso della città, non eravamo riusciti a contrastare la rendita turistica, è un urlo di disperazione.

D. Adesso è sempre peggio.

R. Adesso non si urla neanche più.

D. In quegli anni ti sei divertito?

R. All’inizio della prima Giunta di sinistra avevamo la sensazione di fare una cosa nuova. Noi stiamo dicendo della seconda Giunta quando c’era la vittoria della Fiat, Regan, la Thatcher, è il mondo che ha cambiato pagina, noi ci siamo trovati lì. Questo libretto è molto bello della sintesi del pensiero comunista. Va bene, dai, ti ho detto anche troppo.

Il testo è stato visionato e corretto dall’intervistato nel marzo del 2009

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.