Paolo Peruzza – Trascrizione dell’Audiointervista

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D. Bene, cominciamo. Lei si era iscritto al PCI …

R. Ero iscritto da tempo al PCI, negli anni Cinquanta, nel ’54, ’55. Gianni l’ho conosciuto da sempre, da quando addirittura lui stava in Campiello San Rocco. Lui abitava, o meglio aveva una stanza presso la famiglia Tenderini. Io sono vissuto per “migliaia di anni” in Campiello San Rocco, quindi ci conosciamo da ragazzi, anche se lui era un po’ più vecchio di me, coetaneo di mio fratello. Sia io che mio fratello ci siamo iscritti alla FGCI, lui un po’ prima di me, e l’abbiamo conosciuto come dirigente della FGCI prima, del partito poi. La mia conoscenza nei confronti di Gianni è lunghissima. Mi sembra che lui fosse segretario regionale della FGCI ai tempi dei fatti d’Ungheria, risaliamo a un tempo molto precedente alla fase della prima Giunta Rigo- Pellicani, che è ‘75- ’80.

D. Suo padre si interessava di politica?

R. No, né mio padre, né mia madre. Nessuno dei due iscritto, mio padre era un repubblicano storico, dal punto di vista politico. Mio fratello e io ci siamo iscritti negli anni  Cinquanta, per collocare la nostra iniziazione politica, prima mio fratello, poi io.

D. Non era tanto consueto negli anni Cinquanta iscriversi al PCI.

R. Ripeto, io mi sono iscritto alla FGCI nel giugno, luglio del ’54 per capirci. Beh, una serie di coincidenze, e per vicinanza politica. Poi i Tenderini, dove Gianni ha abitato giovanissimo, erano una famiglia con madre vedova, il papà era morto da tempo, e quattro figli, la femmina c’entrava poco, i tre figli di cui il più piccolo era mio coetaneo. Gli altri due, Giacomo e Carlo, erano stati due partigiani. Carlo poi fece il funzionario di partito e morì abbastanza giovane, Giacomo è stato partigiano, poi ha lavorato per Vittadello. E’ un ambiente, ci sono anche le conoscenze e comunque mio padre era repubblicano storico, allora era già una certa collocazione. Mio padre non è mai stato fascista, sono quelle cose che ti collocavano in una posizione avanzata di sinistra.

D. Suo padre non era stato coinvolto nel movimento della Resistenza?

R. Mio padre, purtroppo ahimè per lui, si è fatto quattro guerre, sempre richiamato, dalla Libia alla prima guerra mondiale, all’Africa e alla seconda guerra mondiale. Era del 1895, quindi risaliamo ai tempi preistorici. E’ quella generazione, tra l’altro per cui essendo graduato di Marina veniva richiamato anche dopo una certa età e quando sono nato nel dicembre del ’39, mio padre era stato richiamato nel giugno di quello stesso anno, quando la guerra non era ancora scoppiata. Ha fatto fino al ’43, era a Civitavecchia quando, dopo l’8 settembre, l’esercito italiano si è spappolato; è risalito a piedi, come è accaduto a centinai di migliaia di italiani quella volta. E’ tornato a Venezia e ci è rimasto, ha ripreso a lavorare, un po’ quella vita un po’ strana. Non era certamente un resistente, forse per mancata adesione politica, poi la storia di quegli anni … Bisognerebbe averlo qua, per parlare con lui, per sapere. E’ un humus politico nel quale uno cresce, orientato in un certo modo. Approdo al PCI nel ’54, quando avevamo finito scuola. Ero in quarta ginnasio allora.

D. Un bambino! Non avevo fatto i conti.

R. Avevo quattordici anni, mio fratello che ne ha sette di più aveva aderito un po’ prima, credo, nel ’52.

D. Cosa la affascinava del partito comunista a quell’età?

R. Allora la tensione politica era molto alta. Io abitavo in Campiello San Rocco e allora era una zona molto, molto popolare! Dietro la Scuola Grande di San Rocco c’era Castelforte, adesso ci abiteranno venti famiglie ma allora ne stavano settanta! Con tanti bambini piccoli, con un humus popolare, in quegli anni Venezia aveva 300 mila abitanti, non i 65 mila di adesso. Io stesso mi meraviglio parlandone, avendolo vissuto. A nessuno verrebbe in mente di fare dei comizi in Campo San Rocco, in Campo dei Frari, ma allora c’erano. Mi ricordo quando ero ragazzino in quegli anni, avevo preso l’abitudine di frequentare tutti i comizi dei grandi personaggi. Al cinema San Salvador ho sentito Malagodi, per dire. Togliatti parlò in Campo Santa Margherita al Cinema Moderno. Ho sentito più avanti Di Vittorio…, le occasioni, il dibattito politico…, tutto era molto vivace. Per non parlare poi a scuola, anche se con un tipo di accentuazione diverso, allora si trattava di Trieste italiana oppure no. Tra l’altro ho una ascendenza triestina, lo era mia madre e quindi in casa queste cose erano molto dibattute, anche se lei nel merito aveva preso molto le distanze. Poi ci furono i fatti d’Ungheria, il dibattito politico era veramente quotidiano! E poi, altro elemento molto importante, sia il patronato che la sezione erano luoghi di aggregazione! Butto l’occhio e vedo Enrico Berlinguer. L’ho incontrato la prima volta quando avevamo in Campo San Polo, adesso c’è la Finanza, la Federazione della FGCI al pianterreno. Era piccolino e ha parlato stando sul bancone che divideva la sala riunioni, l’hanno issato sul bancone e quella volta c’era Gianni Pellicani che era segretario di Federazione, credo. Qua faccio fatica a focalizzare, ho tutta una serie di immagini che ovviamente si sovrappongono.

D. Non è stato ostacolato in famiglia?

R. No, neanche quando lo sapevano quando mi sono iscritto, neppure  mio fratello ho informato, lo avevo fatto in accordo con questo amico, Gianni, il più piccolo della famiglia Tenderini, che si era iscritto prima di me. I fratelli erano comunisti, la sorella assolutamente no, avevano fatto la Resistenza. Giacomo, poiché gli avevano trovato delle armi, aveva un negozio di fabbro ferraio in Campo San Tomà e  continuava a tenere le armi anche dopo finito la guerra, ha passato un periodo a Santa Maria Maggiore. Comunisti, ex partigiani, questo clima nell’immediato dopoguerra. Ho aderito, questo è il punto, e ho continuato, con alti e bassi perché nel corso della vita uno ha maggiori impegni, minori impegni. Ho continuato al liceo, all’Università ho attenuato un po’ per ragioni …, frequentavo l’Università a Padova, Filosofia, facevo esami. Dal secondo anno in poi si riusciva a trovare lavoro, insegnavo a Portogruaro, per cui tra l’insegnamento, lo studio universitario, la morosa …, anche se ricordo che ho trovato lo spazio, i tempi per frequentare. Ricordo la grande manifestazione che si fece a Padova alla presenza di Occhetto, che era il giovane Occhetto della FGCI. Era prima del ’68, ho fatto la maturità nel ’59/’60, accadevano i fatti di Genova, di Reggio Emilia, il governo Tambroni. Se uno ritorna in quel clima lì motiva perché aderisce. Ci sono poi i momenti di alta e di bassa, poi tra le altre cose c’era anche il ruolo di mio fratello, frequentando la Federazione aveva conosciuto una ragazza, collaboratrice dell’allora segretario regionale Giacomo Pellegrini, e che poi ha sposato. Era un meccanismo di coinvolgimento che diventa anche in parte personale, frequentavo molto la Federazione. Gianni era stato il protagonista di quel trasferimento nel Palazzo Querini-Papozzi, a Cannaregio. Con contributi che venivano dagli iscritti ed in parte anche dal centro si acquistò questo grande palazzo, c’era la Federazione, il PSIUP e la CGIL, dietro a San Leonardo. Adesso è stato trasformato in residence.

D. Lo frequentava all’epoca Gianni Pellicani?

R. Eh, abbastanza, anche se la differenza di età all’epoca contava, sette anni di età in quella fascia era tanta. Dalla FGCI ci si spostava a ventuno anni, e si entrava in partito. La FGCI era abbastanza autonoma nelle iniziative e poi avevamo delle forti organizzazioni degli studenti medi e poi universitari. Il circuito era abbastanza interno. Avevo avuto, da buon veneziano, relazioni con tutto il mondo, frequentavo allora il liceo classico Marco Polo, ma anche tutta l’area di sinistra.. E’ allora che conosco Checco Moisio, il fratello maggiore di Davide che lavorerà molto con Gianni, aprendo a Mestre delle librerie; eravamo in due al “Marco Polo” a essere comunisti, anche se le relazioni a quell’età, se si è un po’ estroversi, vanno al di là della posizione politica, che non ho mai nascosto, sono quelle questioni di principio che è un po’ ridicolo nascondere. Il mio approdo, per venire più rapidamente …, io partecipo alle elezioni amministrative del ’75. Nel ’70 Gianni Pellicani e Momi Federici mi hanno incontrato per propormi di essere Consigliere Comunale, io ero molto giovane, allora per quattro anni, a parte l’insegnamento e poi ero sposato, avevo una bambina eccetera, durante i mesi estivi stavo in Germania a studiare. Rifiutai, una delle obiezioni che feci sia a Gianni che a Momi, ringraziandoli e apprezzando la proposta di essere certamente eletto, perché si riusciva a orientare le preferenze attraverso le sezioni,. “E’ inutile che vi dica di sì, perché tutto luglio e agosto, appena finita la maturità fino a metà settembre sono in Germania a studiare. Non posso andare ai Consigli Comunali”. Nel ’75 mi riproposero con un’ottica diversa, chiedendo di partecipare alla lista senza essere eletto, ma c’era una ragione perché accettai, un po’ perché mi andava bene partecipare senza essere eletto, e perché c’erano stati in mezzo i Decreti Delegati. Ero stato nel frattempo responsabile scuola del PCI e avevo fattivamente partecipato alla costruzione della CGIL- scuola. Alcuni anni dopo mi allontanerò dal Sindacato perché non ne condividevo la linea. Mi ero  presentato ai Decreti Delegati sia candidato come genitore alle elementari della Canal sia come docente  al Franchetti, allora insegnavo al liceo Franchetti.

D. Si era avvicinato?

R. Oh, sì, mi ero avvicinato nel ’66/’67 a Venezia. Ho insegnato tre, quattro anni a Portogruaro, dopo essermi laureato e abilitato sono venuto a Venezia.

D. Si è beccato l’acqua alta.

R. Nel famoso novembre io insegnavo per metà al Morosini, in fondo a Sant’Elena nella sezione del liceo classico di Sant’Elena, “capitani coraggiosi”, e in parte al liceo scientifico “Franchetti”. Allora non esistevano né il “Bruno”, né il “Morin”. C’era una sezione staccata del liceo classico “Franchetti”, in parte nel patronato di via Aleardi, ed alcune sezioni, io avevo purtroppo una seconda liceo, in via Cavergnaghi. Quell’anno lo feci sempre in viaggio tra Sant’Elena, via Cavergnaghi e via Aleardi, ma quando si è giovani! E poi venivo dall’esperienza di Portogruaro andata e ritorno. Adesso comincio a battere un po’ il colpo ma allora non avevo grandi problemi. Avendo partecipato ai Decreti Delegati al “Franchetti” come insegnante e come genitore alla scuola elementare di mia figlia, in qualche modo ero molto conosciuto; il Gazzetttino mi aveva dedicato un articolo di colore.Un giornalista mi aveva sentito parlare alle elementari e aveva fatto un pezzo di colore su di me, paragonandomi a un rivoluzionario della Rivoluzione Francese. I miei allievi pensarono che questo mi insultasse e fecero una letteraccia al Gazzettino, c’è stata un po’ una polemica! Fatto sta che in Partito hanno pensato “Questo qua è responsabile scuola per il PCI, lo candidiamo, porta voti”. Io da buon marxista- leninista: “il Partito chiama ed io rispondo”.

D. Cosa studiava in Germania?

R. Tedesco, perché è strumento fondamentale per chi fa filosofia, poi ho partecipato a dei corsi, presso il “Goethe Institut” quando ero a Brannenburg , con Gadamer che è venuto a fare una serie di lezioni d’argomento filosofico. Un grande esponente dell’Ermeneutica tedesca. Sono risultato secondo dei non eletti quando nel ’75 vincemmo, nel ’76 ci fu una vittoria ulteriore alle politiche. Fu nominato Assessore alla Cultura Giorgio Zecchi , con un documento sulla cultura molto importante. Non so se ha avuto modo di parlare con Maurizio Cecconi che era responsabile della Cultura di quel tempo, ma  Maurizio approderà nella Giunta solo negli anni  ’80, come Assessore al Turismo.

D. L’aveva scritto Zecchi questo programma culturale?

R. E’ un documento che viene elaborato dopo, dopo la vittoria elettorale, molto corposo. Cecconi sostiene che lo ha scritto integralmente lui, al contrario credo che la maggior parte delle cose le avesse scritte Giorgio Zecchi, che era un uomo di grande intelligenza, psiuppino, radiologo. Poi per una serie di motivi, il primo anno è passato con grandi difficoltà nell’Assessorato alla Cultura e si pensò al rimpasto. Era Gianni che decideva, tanto per essere chiari. Segretario della Federazione è Marrucci, segretario comunale era Paolo Cacciari.

D. Lei come si collocava nel PCI veneziano?

R. Io mi sono sempre definito tra Berlinguer e Ingrao, quando uscì la proposta del compromesso storico la sostenni fino in fondo, non ho mai appartenuto all’ala migliorista, a cui apparteneva Gianni. Lui me l’ha sempre rimproverato! A noi è capitato negli ultimi anni …, racconto sempre questa cosa perché è una delle cose più divertenti della vita. Segretario del Partito era Piero Fassino, che scrisse un libro e gli iscritti della sezione di Marghera mi chiamarono per partecipare a un dibattito su quanto scritto da Fassino. L’ho letto ‘sto libro e mi sono trovato con Gianni, eravamo noi due a discutere. Mi aspettavo che Gianni mi attaccasse da destra e invece scopro che mi attaccava da sinistra! In effetti, pur essendo “migliorista” …, quando il partito cambia pelle! Dall’89 in poi, i grandi dirigenti, penso a Gianni Pellicani o  a GianMario Vianello che è mancato di recente, anche lui è sempre stato quello che noi chiamavamo un “destro” nel partito. (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B) Dal loro punto di vista hanno rivendicavano la loro storia personale, Gianni ha sempre ribadito che se fossimo andati nella direzione indicata dall’asse Amendola-Napolitano, il partito unico della sinistra ecc ecc., le cose sarebbero andate in maniera diversa, ma ora vedevano la dissipazione di una certa tradizione e questo non gli comodava. Un conto è essere critici, anch’io in una certa fase ho avuto delle simpatie per il gruppo del Manifesto, però da quando sono stati espulsi

dal Partito ho avuto un atteggiamento critico nei loro confronti. Nessuno poteva rimproverarmi di non muovere critiche al partito su determinati temi come l’Unione Sovietica, ma quello era un’altra cosa.

D. Lei ricordava dei passaggi particolari, Budapest, i fatti d’Ungheria, Praga nel ’68. Li aveva vissuti con sofferenza?

R. Praga è stato ancora più lancinante, perché Budapest …, anche  lì c’è stata una fuoriuscita di militanti, ma il Partito fece quadrato, nel ’68 cominciava invece la spinta molto critica, dovuta a quello che accadeva nel mondo. Da tempo era comunque iniziata una fase critica, il “Memoriale di Yalta” di Togliatti, dibattito aspro, intenso su riviste, “Rinascita” avvia una riflessione senza cautele, la direzione di Rossanda.  Il Partito era diventato molto più laico, molto più aperto, meno  monolitico…, la gestione prima di Longo e poi di Berlinguer apre una fase completamente diversa. Il partito, e non solo allora, è sempre stato un luogo di confronto anche aspro con buona pace del centralismo democratico …, Gianni Pellicani ne è stato  testimonianza vivente, anche se ha subito dei momenti molto duri nei rapporti col Partito, non è che è stato facile …, non solo negli ultimi tempi, anche quando era giovane, dirigente. Il periodo in cui fa a tempo pieno il  commercialista, apre librerie, fa un’attività personale, privata, ma ha non grande responsabilità politica, non perché non voglia, ma perché glielo impediscono! Eppure, nonostante questo, che sono aspetti molto negativi, il partito era un luogo dove si dibatteva nel modo più aspro! Io mi iscrivo nel giugno, luglio del ’54, conosco questo Francesco Moisio, che per altro approderà alla tendenza trozkista, e una delle prime cose che facciamo è mandare una lettera di protesta al segretario della Federazione, allora era Primo De Lazzari, e abbiamo ricevuto tanta di quella “carne”! (Ridiamo) Ma non è che stavamo zitti! Non è che siamo stati  emarginati, è stata una polemica dura e poi siamo andati avanti. Gli attivi di partito erano a Ca’ Giustinian, o in Sala degli Specchi al pianterreno o addirittura in Sala delle Colonne, che è una sala molto grande dove si tenevano spesso iniziative politiche e non solo, come i concerti degli “Amici della Musica”.  Quando c’è stato il famoso “Rapporto Kruscev” Giacomo Pellegrini, che era il segretario regionale del partito, dovette convocare un attivo in Sala degli Specchi a Ca’ Giustinian, prima che Togliatti tornasse con la delegazione da Mosca. Giacomo Pellegrini era un personaggio chiave del partito, aveva grande peso nel partito, era uno di quei funzionari oscuri,ma autorevoli,  potentissimi!

D. Sapevate dei finanziamenti?

R. Ma sì, si sapeva! Era il partito fratello, internazionalista. Era chiaro che non c’era nessun arricchimento personale, io non ricordo e ne ho conosciuto tanti di dirigenti nazionali e locali, anche Venezia ha avuto dirigenti molto importanti, nessuno che si sia arricchito. Magari Tizio, Caio sono diventati onorevoli, parlamentari, qualcuno di loro era benestante già di famiglia. Qualcuno di loro si è comprata l’abitazione in cui viveva. Anch’io da parlamentare versavo al Partito mezza indennità, ma sono riuscito ad acquistarne una, ho ancora un mutuo acceso ed impegnativo…,  ma se non fossi stato parlamentare! Come insegnante lo stipendio era quello che era! L’attivo fu convocato ancora prima che tornasse Togliatti e la discussione non fu lieve, ricordo un famoso intervento di Giuseppe Stefani. Era un cartolaio che aveva la cartoleria ai piedi del ponte di San Polo, vicino alla Federazione. Noi lo chiamavamo “Bepi Carta”, detto in francese Joseph Papier! (Ridiamo) Stalinista fino al midollo delle ossa, quella sera spiegò che Stalin non poteva conoscere quel che accadeva perché era prigioniero nel Cremlino! (Ridiamo) Ma molte furono le posizioni più  che eretiche. Bepi Carta era un resistente, nascondeva i partigiani …

D. Che età aveva?

R. Molto anziano, forse qualche anno più di mio papà. Ci finanziava, quando ne avevamo bisogno …, usavamo il ciclostile ad alcool, neanche a inchiostro. Andavamo a prendere la carta da lui, ovviamente senza pagarlo! E il dibattito era aspro, intenso e questo accade fino …, con questo si spiegano i dibattiti aspri nel momento del passaggio tra PCI al PdS.

D. Fa un parallelo tra lo shock dei militanti davanti il rapporto Kruscev e quello che accadde nell’89?

R. No, diverso, radicalmente diverso, perché nel ’56 si è molto creduto nel tentativo dell’Occidente di mettere in crisi il sistema sovietico. “Un attacco del nemico”, rientrava nella logica della guerra fredda, del muro contro muro. Erano gli anni nei quali si era creato il meccanismo di difesa europeo, la SED, tutta una serie di avvenimenti che noi avevamo anche cercato di contrastare con iniziative, manifestazioni. Nell’89 il discorso è diverso, c’è il crollo dell’Unione Sovietica in verticale, c’è Gorbaciov, quindi si apre una fase molto accelerata. Con Gianni su questo non saremmo d’accordo, non si è portato alle estreme conseguenze quello che avvenuto nell’89. Lui  pensava che doveva svilupparsi in una direzione, io pensavo ad una direzione diversa, di sinistra. Dall’89 non è uscito un ripensamento radicale, un rinnovamento del pensiero socialista complessivamente inteso. Tornando a noi, dopo sette, otto, dieci mesi della gestione Zecchi cominciano … Io ero ancora  responsabile scuola del Partito, mi occupavo della CGIL scuola e poi frequentavo molto la Federazione. Paolo Cacciari mi aveva detto “Sai, sarà bene che se andiamo verso la crisi qualcuno di noi entri in Giunta”. Anche Paolo poi nel dicembre del ’76 entrò in Giunta. Io non ho mai partecipato alle ragioni che hanno portato all’uscita di Zecchi. C’è chi non l’ha presa molto bene, non l’ha accettato! E’ stata una forzatura di Gianni.

D. Anche Golinelli è andato via. Non sa i motivi?

R. Credo che si siano mescolati motivi politici …,  Giorgio Zecchi aveva una sua teoria, bisognava riflettere sui nodi culturali e poi prospettare. E invece la prospettiva era certo di mettere in piedi un gruppo di lavoro che studi, rifletta, ma devi darne segnali all’esterno, devono vedersi risultati concreti …, faccio sempre un esempio. Quando tra le varie attività dell’Assessorato alla Cultura noi affrontammo il problema della riapertura del Museo Vetrario di Murano, un conto è mettere in piedi un gruppo di lavoro che ripensi il museo e ripensi anche alla storia del vetro di Murano con annessi e connessi, e dare mandato pieno …. Così ho fatto, ma man mano che questo gruppo lavorava,  bisognava dare conto all’esterno dei risultati. Dopo sette, otto mesi che il gruppo si era insediato demmo vita alla mostra del Novecento, che è un piccolo spaccato ma l’anno successivo ne facemmo una dell’Ottocento, e poi del Settecento. Facemmo una mostra dei vetri della DDR e poi si arrivò alla grande mostra dei “Mille anni del vetro”, quando fu inaugurata quest’ultima stavo uscendo dall’Assessorato, avviene a fine maggio dell’82. Riprendo: mi sono insediato prima come Consigliere e poi, a qualche giorno di distanza dalla nomina, come Assessore. Dopo essere stato nominato Assessore, andai in montagna a riposarmi, anche perché avevo partecipato alle tremila riunioni che precedettero il cambio di gestione, tra l’altro mi ero beccato un’influenza prima e una bronchite  poi,  mi sono fatta la malattia naturalmente in piedi! Ero arrivato alla nomina ormai esausto e ho chiesto e ottenuto da Gianni di fare una settimana in montagna per ritemprare le forze.

D. Stava veramente male se Gianni le ha lasciato fare una settimana di ferie! (Ridiamo)

R. E’ stato un momento d’oro dei nostri rapporti, che non erano facili.

D. (Leggo) Le dimissioni di Zecchi sono del 27 dicembre del ’76, Golinelli il 20 dicembre, sostituiti dagli Assessori effettivi Paolo Peruzza e Paolo Cacciari.

R. Come Assessori, la nomina di Consigliere Comunale è di qualche giorno prima.

D. Golinelli aveva dato motivi di salute.

R. Zecchi non ricordo con quale motivazione. Comincia allora la mia avventura  …

D. Questo rovina, se ce n’erano, i suoi rapporti con Zecchi?

R. Io non avevo grandi rapporti con Giorgio Zecchi, perché era molto più grande di me. Avrà avuto sessant’anni e poi le storie personali erano state diverse, io nel PCI, lui nel PSIUP. I rapporti erano più tra i gruppi dirigenti che non tra iscritti, poi mondi molto diversi. Zecchi era di famiglia benestante, io certamente no, insomma storie diverse. Ci si conosceva ma non c’erano rapporti. Io, tra i vari pellegrinaggi di quei giorni, chiesi un incontro con lui, per chiarire. Avevo allora tutt’altri interessi rispetto ad una carriera politica, perché negli ultimi anni, accanto alle mille cose che facevo, guardavo ad altro … Negli anni ’70 si apre la facoltà di San Sebastiano, a Filosofia avevano chiamato due figure prestigiose ad “aprire le danze” , Emanuele Severino per Teoretica e Guglielmo Forni per Storia della Filosofia. Forni veniva dall’Università di Bologna, Severino allora veniva tra mille traversie dalla Cattolica di Milano, in quel momento era molto discusso per le sue posizioni esposte in “Ritornare a Parmenide”. All’inizio degli anni ’70 si apre la facoltà di San Sebastiano, vi partecipo insieme ad altri amici, Claudio Pacchiani e Sandro Biral, Sandro poverino è morto. Non eravamo compagni di classe lui veniva dal liceo classico “Orseolo” del Lido, io dal “Marco Polo”, mondi chiusi. Ci si conosceva, si aveva frequentato l’Università insieme. E’ morto giovane! Una bellissima testa, Sandro. Io, Claudio e Sandro eravamo in qualche modo le persone che lavoravano con Guglielmo. L’anno precedente l’apertura di San Sebastiano avevamo fatto degli incontri, dei seminari, ospiti della Fondazione Cini. Uno dei grandi patroni della creazione di San Sebastiano era stato Vittore Branca. Quando Guglielmo è arrivato, ha ritenuto opportuno “servirsi”di noi tre.

D. Aveva cominciato a insegnare a San Sebastiano?

R. Avevo cominciato come molti, assistente volontario, facevo seminari. C’era un posto di assistente di ruolo e Sandro, dopo un lungo periodo con Marino Gentile a Padova, se ne era, Claudio Pacchiani manteneva un rapporto solido sempre con Padova, lavorava contemporaneamente con Padova e con Venezia, io ero di ruolo al liceo classico. A Guglielmo dicemmo “Guarda di noi tre quello che ha maggiori disponibilità è Sandro, e Sandro divenne assistente”. Io continuavo con i seminari ed inoltre proprio nell’anno in cui mi proposero di fare l’Assessore alla Cultura, da un anno avevo cominciato a fare dei seminari all’Università di Bologna. Forse mi si stava aprendo una prospettiva interessante a Bologna, ma col ’77… Quando nel ’77 chiamavo il bidello questo mi diceva “Guardi professore che la facoltà è occupata. E’ inutile che venga!” (Ride).  Così accadde che mi proposero di diventare Assessore alla Cultura, l’unica condizione che Gianni mi pose fu quella di andare in aspettativa dall’insegnamento. Era uno dei punti critici, Giorgio Zecchi aveva continuato la sua attività di radiologo, andava in Assessorato poco. E Gianni queste cose …, era intollerante, se aveva bisogno di qualcuno bisognava esserci! Dopo qualche giorno che ero stato nominato “Beh, adesso ti stendi el programa dela cultura”. Io non sapevo a che santo votarmi, sono capace di leggere e scrivere però … Feci delle schede battute a macchina, perché il computer non usava, anche se era già stato inventato. Mi ricordo una domenica mattina o primo pomeriggio, mi ha chiamato a Ca’ Farsetti.

D. Di domenica pomeriggio?

R. Certo, con Gianni … Fino alle undici, le dodici era impossibile parlare con Gianni, sono un animale diurno, lui un animale notturno. Mi convocò di pomeriggio e aveva ‘sti fogli davanti, segnati in rosso, li aveva guardati, letti, per discutere. Passava al vaglio tutto, non faceva sconti! Soprattutto all’inizio avevo buoni rapporti, poi si complicarono, a un certo punto mi votò anche contro in Giunta. Voleva alcune scelte, io la pensavo in maniera diversa, poi ci furono degli episodi, né per colpa sua, né per colpa mia, per altri che ci hanno messo il becco e hanno creato delle incomprensioni. Nel merito per capirci, quando ci fu la mostra “Da Tiziano a El Greco”, che fu una grande mostra, ci fu un grande intellettuale veneziano, Marino Berengo, che poi fu anche Consigliere …

D. Stiamo parlando dopo l’80?

R. Sì, è per darle la situazione. Berengo polemizzò “Tu non devi fare questa mostra!” Quello che l’aveva pensata era Rodolfo Pallucchini, al quale Marino Berengo rimproverava di aver messo il veto che lui insegnasse a Padova. E in parte era vero, Marino Berengo vince la cattedra di Storia Moderna, allora si vinceva in tre e la facoltà sceglieva all’interno della terna. Pallucchini era di ispirazione repubblicana, aveva appoggiato le nostre Giunte,  ma Padova il vero “boss” era Marino Gentile di matrice fascista, era lui l’anima nera. Nulla a che fare con Giovanni Gentile… Marino Gentile era quello che non aveva voluto Marino Berengo. Ma per quest’ultimo la colpa era di Rodolfo Pallucchini e questo era il motivo per cui con Rodolfo Pallucchini non si doveva far fare niente! A me il progetto piaceva, il veto non mi condizionò, e con Gianni siamo andati in rotta di collisione.

D. Gianni appoggiava Berengo?

R. Gianni cercava di mediare, mi ricordo che mandai a Gianni una letteraccia nei confronti di Berengo, che poi è diventato mio grande amico e sostenitore, in cui lo accusavo di essere un “baronetto rosso”! Ricordo che Gianni, e l’ho mandato a quel paese per dritto e per rovescio, non si è limitato a leggere la lettera, l’ha fatta leggere anche a Marino Berengo! E Marino quando mi trovava per strada mi diceva “Guarda che non sono un baronetto rosso. Sono un barone rosso!” (Ride) La settimana prima dell’inaugurazione della mostra eravamo ai ferri corti. Non mi ha impedito la mostra, però era criticissimo, non era facile vivere con un Gianni Pellicani contrario.Quella  settimana  facemmo una sorta di vernice, o meglio una visita privata. Da Roma veniva Aldo Tortorella, che allora era responsabile nazionale cultura del Partito. E’ arrivato il grande capo e quindi, in venti persone siamo andati in processione a vedere la mostra, è venuto anche Gianni. Alla fine “Ti podevi dirme che a gera così bela ‘sta mostra!” “Va remengo” (Ride). Poi era uomo che si ricredeva,  negli ultimissimi tempi mi capitava di incontrarlo in Piazza Ferretto nel tardo pomeriggio e mi confidava il suo malumore nei confronti dei gruppi dirigenti “Che no i capisse gnente, no i te consulta!”

D. Era stato messo da parte.

R. Lui voleva essere solo coinvolto di più, questo è vero, però personaggi come Gianni Pellicani, ma anche tutto il vecchio gruppo dirigente …, è stato trattato male, trattato male! Con questo argomento, “Sei vecchio!” (Fine lato B. Cassetta n. 2, lato A) Però quando ne avevano bisogno ricorrevano …, ricordo certi episodi complessi, e lui interveniva appoggiando con generosità il gruppo dirigente! Con tutta una serie di distinguo ma sostanzialmente perché avevano bisogno della sua intelligenza politica. Sto saltando di palo in frasca, naturalmente. Arriviamo nel dicembre ’76, poi comincia la mia esperienza.

D. Lei si chiarisce con Zecchi.

R. E’ un chiarimento più civile, credo che lui avesse capito che non centravo nulla. La mia teoria è che forse c’era qualcun altro, che mi stava usando per arrivare …, ma Gianni Pellicani non ci sentiva. Gianni Pellicani nel suo organigramma aveva pensato a me, e nei primi tempi lui mi ha molto, molto appoggiato. Mi ricordo la primissima mostra che avevo ereditato, Giorgio Zecchi aveva concesso il salone Napoleonico a un gruppo di giovani pittori veneziani, iniziative che  per lo più si tentava di evitare sennò tutti te lo venivano a chiedere. C’era la Bevilacqua per quelle esperienze. La ereditai, si fece, ed io, pur perplesso, spiegai. Feci una mostra sul Guardi, “L’altra Venezia di Giacomo Guardi”, una cosa molto semplice.  La prima iniziativa, abbastanza importante, fu fatta al Museo d’Arte Moderna a Ca’ Pesaro. Ed era su Viani. Mi ricordo che, a sorpresa, Gianni è arrivato, non me l’aspettavo, la domenica mattina per l’inaugurazione. Allora sindaco e vicesindaco non venivano alle inaugurazioni, poi hanno scoperto il ritorno elettorale …, parlo di Mario Rigo, non di Gianni, che invece andava solo quando pensava che fosse giusto politicamente andare. Mario Rigo aveva scoperto invece  che il ritorno elettorale era enorme! (Ride) Mi ricordo ancora quando all’inaugurazione della mostra “Da Tiziano a El Greco” venne il Ministro della Cultura Scotti. Fu un incontro molto, molto partecipato, mille, millecinquecento persone, in Sala del Maggior Consiglio. Prevedendo l’afflusso si disse “Attenzione, facciamo discorsi molto contenuti”, ovviamente al Ministro non si può dire “Parla poco”! Io come Assessore alla Cultura, diversamente dal solito in cui parlavo sette, otto minuti, sono disposto a parlare due, tre minuti. “Se verze”, ringrazio Giuseppe, piuttosto che Francesco, piuttosto che Maria, e poi parla il Ministro.” E invece volle parlare anche il sindaco, e tenne una lezione di storia dell’arte pur essendone digiuno. Pallucchini non volle parlare perché “Per me parla la mostra”, tutti sapevano chi era l’ideatore! Apro una parentesi per far capire come Rodolfo Pallucchini ci dette una mano, lui che era molto potente a Venezia. Quando a un certo punto ci trovammo di fronte all’esigenza di nominare il direttore dei Civici Musei, che poi diventerà Giandomenico Romanelli, proposi la nomina di una commissione di concorso, d’accordo con Gianni Pellicani, di storici dell’arte non veneziani. Se io cominciavo a chiamare Tizio preferendolo a Caio, Sempronio e Giuseppe si arrabbiano. Nominammo degli estranei all’ambiente veneziano, ci fu l’insurrezione di tutti gli storici dell’arte! E volevano scatenare …, quello che andò all’incontri di questi storici dell’arte assatanati fu Rodolfo Pallucchini che disse “Non rompete!” E li ha zittiti tutti quanti! Questo per dire che non era un nemico del popolo. Ho avuto rapporti ottimi con lui e con Feliciano Benvenuti, Presidente della Fondazione Cini, democristiano, uomo di larghe vedute, di lucidissima intelligenza. Mi telefonava: “Assessor vegno trovarte”. Oscillava tra il tu e il lei. “Professor –uomo com’era di potenza e fascino indubbi- vegno mi!” “Ti schersi! Ale oto so da ti!”. E alle otto di mattina arrivava in Assessorato, e sempre proposte di peso, diceva …

D. Era DC?

R. Fino al midollo delle ossa.

D. Della sinistra DC?

R … DC, uomo di potere, gestiva tutto,  autorevole in Curia, ed insieme uomo aperto, libero, intelligente, capace, non aveva bisogno di niente. Erano gli altri che avevano bisogno di lui! Uomo schivo, in occasione  della mostra “Da Tiziano a El Greco”, facemmo una mostra collaterale alla Marciana delle incisioni dello Schiavone, su sua proposta. “Mi go un amigo ch’el ga il corpus delle incisioni dello Schiavone. Cosa ti diressi?” “L’unico problema xe trovar chi ne daga ospitalità ala Marciana”. “No state a preocupar che ghe lo digo mi al mona de …” Ovviamente qualcuno disse “Guarda che il corpus non è mica dell’amico, è suo!” Lui era il proprietario del corpus dello Schiavone! Non era uno che sfoggiasse il suo potere. Ricordo che abitava  a San Pantalon. Io sono nato in Campiello San Rocco, mia madre fino a quando non è mancata è vissuta lì e quei dintorni li ho frequentati prima perché ci vivevo, poi perché andavo a trovare mia madre quasi quotidianamente … lo trovavo spesso in calle, in campo, in “papuse” andava in giro. Poi, quando sono diventato parlamentare, ci siamo un po’ persi …. ma prima mi dimostrò di essere contento della mia elezione.

D. Il programma che era stato fatto da Zecchi l’aveva modificato?

R. No, al contrario, ne traemmo ispirazione .

D. Cosa trovava di interessante?

R. Soprattutto l’idea del recupero del patrimonio storico, il concetto di fondo del museo della città, il museo diffuso, che era un’idea non solo di Giorgio Zecchi ma soprattutto di Manfredo Tafuri, che insegnava Storia dell’Architettura a IUAV. Lì c’era un progetto di una importantissima mostra elaborato da Tafuri e da Bepi Mazzariol, solo che Mazzariol e Tafuri non è che si amassero! Anzi, andavo a parlare con l’uno e mi parlava male dell’altro e viceversa. Bepi Mazzariol più disponibile, Tafuri più aristocratico, con un atteggiamento molto supponente …, così non si andava da nessuna parte. Ma l’asse di ricerca era quello e su quello abbiamo lavorato. Io ho cercato di sviluppare anche altri filoni, a parte che per me rimase fondamentale il recupero dei musei, la valorizzazione e il restauro. In effetti, ogni mostra che ho fatto e ne abbiamo fatte tante, forse troppe, ogni mostra comportava anche nella spesa e nell’esposizione il restauro di una o più opere d’arte. Ci facevamo prestare un quadro di Tizio, Caio, Sempronio: “Tu ce lo presti, te lo restauriamo, lo esponiamo, te lo restituiamo”. Un’operazione culturale che è anche di investimento! Momento fondamentale, che fu anche riflessione sulla cultura veneziana e sulla storia veneziana, è stata “Venezia e la peste”, un’operazione interdisciplinare (e a quei tempi l’interdisciplinarietà era sconosciuta!) nella quale pochi avevano creduto. Ma ci abbiamo creduto noi! A seguire ci fu una mostra sul Palladio, poi “Da Tiziano a El Greco”. Un altro settore sul quale noi abbiamo lavorato molto è la riapertura dei rapporti internazionali, nel senso che allora  Venezia non aveva più interlocutori fuori d’Italia, ci riuscimmo giocando su tutta una serie di possibilità. Con l’Unione Sovietica, con la Repubblica Democratica Tedesca, quindi in campo socialista, perché allora si ragionava in quei termini. Memorabile fu “L’oro degli Sciti”, ed ancora una serie di mostre in collaborazione con la Repubblica Democratica Tedesca. Alcuni appuntamenti non siamo riusciti a mantenerli, a volte l’impresa era molto complicata, e sviluppammo contemporaneamente ottimi collaborazioni con musei francesi, inglesi.

D. Avete fatto prestiti?

R. Abbiamo soprattutto ospitato. Abbiamo avuto quadri e ospiti. Quando abbiamo fatto la mostra “Venezia e la peste” uno dei contatti era l’Istituto Pasteur di Parigi, che non è ovviamente un istituto d’arte, però apriva … Abbiamo attivato una serie di rapporti con le altre Sovrintendenze italiane, abbiamo sviluppato i rapporti molto stretti con l’Assessorato alla Cultura di Roma, dove per un certo periodo c’è stato Renato Nicolini e con l’Assessorato alla Cultura di Firenze, dove allora era Camarlinghi. E’ stato uno dei punti in cui mi sono trovato in disaccordo con Gianni: noi avevamo avuto un rapporto molto solido con l’Assessorato alla Cultura di Roma, con quali conseguenze? Che la stessa mostra arrivava a Venezia e a Roma, con spesa dimezzata. “Ah, mi no faso le robe coi altri, faso le robe da solo!”. I soldi correvano, lui facendo i salti mortali riusciva a procurarli. Invece per me era non solo un risparmio economico, ma anche una ricchezza in relazioni, così abbiamo creato una nutrita serie di rapporti con grandi e piccoli Assessorati. Ad esempio con Ferrara che è sempre stato un polo allora, oggi lo è un po’ meno, di arte contemporanea, e se c’è un settore in cui Venezia, nonostante la Biennale, è stata debole è sempre stato quello dell’arte contemporanea! Il Museo di Ca’ Pesaro per la sua storia, per  chi lo ha retto, per mille motivazioni, è stato sempre un museo fondamentalmente Ottocentesco. Con alcuni input, aperture al Novecento, ma se si va a visitare le collezioni di Ca’ Pesaro del Novecento c’è poco,…. Medardo Rosso e poco altro. Quando Guido Perocco lo diresse curò molto l’Ottocento, a dispetto della presenza della Biennale che avrebbe dovuto tradursi nel corso dei decenni in un arricchimento di autori, di esperienze, la responsabilità va fatta risalire ai tanti che hanno retto l’Assessorato alle Belle Arti.

D. Infatti cambia nome.

R. Per un periodo è stato denominato alla Cultura e Belle Arti, era già un passo avanti …ardito! Adesso si chiama “alla produzione culturale”. Nel corso dei decenni avrebbe potuto avere un patrimonio invidiabile di idee, di uomini, di realizzazioni, …. non c’è stato. Il tentativo di “aprire”, io l’ho fatto dall’inizio, ma soprattutto nell’ultimo periodo,  ma è un terreno scivoloso.  Devi  fare i conti con artisti contemporanei viventi. Cercammo di mettere in cantiere una mostra straordinaria,  voleva essere la documentazione completa del “Fronte nuovo delle arti”, non ci riuscimmo, .. il progetto naufragò a causa dei pessimi rapporti tra Emilio Vedova, Armando Pizzinato, Santomaso. Tant’è vero che l’escamotage che trovammo fu quello di  fare  mostre separate dei singoli esponenti, e allora ci fu una mostra di Armando Pizzinato, poi di Emilio Vedova, infine di Santomaso.  Non era questo lo scopo!  E comunque in mezzo a mille difficoltà.Quando facemmo la mostra insieme alla Provincia, Assessora allora era Luigina Pagnin, su Armando Pizzinato …, Armando era un personaggio particolare! Incauto, ho fatto l’errore grave di dirgli, avevo ottimi rapporti con lui, “Armando se hai bisogno di parlarmi, io dalle sei di mattina sono in piedi, se vuoi mi chiami!” Allora mi alzavo alle sei ed ero arzillo. Prese l’abitudine di chiamarmi tutte le mattine alle sei! Lui non dormiva di notte, prendeva appunti e mi telefonava! Era diventata un’ossessione. Una sera, abitavo in Campo San Polo, mi suonano il campanello alle undici. E’ un giovanotto mandato da Emilio Vedova con una lettera tremenda! Non tanto nei miei confronti ma in quelli di Pizzinato! Pizzinato, che possedeva un piccolo quadro di Emilio Vedova del 1948 sullo stesso soggetto dipinto da Armando Pizzicato; Armando volle collocare i due quadri vicini per metterli a confronto. L’idea che “quell’altro” gli esponesse il piccolo quadro faceva impazzire Vedova! Impossibile dunque pensare di mettere in piedi una mostra organica su questo momento breve ma decisivo dell’arte italiana ! Unica occasione fu quella di esporre alla Fenice una documentazione fotografica realizzata dalla Rai che aveva prodotto una serie di filmati sul “Fronte nuovo delle arti”. E nei filmati c’era la riproduzione dei quadri. Ben poca cosa rispetto all’ambizione originaria! Più gratificanti furono i risultati in campi completamente nuovi per l’Assessorato alla Cultura. Di quegli anni è la riapertura del teatro Goldoni, pur complicata ! Ci furono due inaugurazioni, una della struttura, una dell’attività. A quella della struttura parteciparono solo i socialisti, all’attività solo i comunisti, …la gestione dei Lavori Pubblici di Nardi che era stata molto discussa! E allora prendemmo le distanze, …, per l’inaugurazione dell’attività teatrale si produsse “La locandiera”, e a questa inaugurazione partecipò Gianni Pellicani ma non Mario Rigo. Ma personalmente non sono in grado di esprimere un parere

So che c’era un clima di sospetto, di imbarazzo del PCI nei confronti di Nardi.

R. Era molto chiacchierato. Ma  non sono in grado di esprimere un parere meditato su questo argomento. Proseguo: negli ultimi tempi avevo cercato di sviluppare molto l’attività di Palazzo Fortuny, non solo nel settore delle Arti Applicate, c’era la possibilità di sondare altri terreni, facemmo ad esempio una mostra curiosa di giocattoli.Era un tentativo di sondare altri campi. In precedenza Palazzo Fortuny era stato scelto come polo espositivo per la fotografia. Questo alla fine degli anni ’70, aprimmo tutto il fronte dell’esposizione delle fotografia, prima con alcune mostre, poi una grande mostra realizzata con il centro fondato e diretto da Robert Capa. Una quarantina di mostre in città, “Venezia ’79 e la fotografia”. Ci sono aspetti che a distanza di anni fanno sorridere, per queste mostre fotografiche si propose come lo sponsor la Philip Morris. Ipotesi patrocinata anche dall’Unesco, allora era segretaria o presidente dell’Unesco Maria Teresa Rubin de Cervin. Ma allora quello dello sponsor costituiva un problema, non si voleva che la sponsorizzazione risultasse in Italia , si rivelava come una difficoltà quasi insormontabile. Il punto di accordo fu che la Philip Morris pubblicizzasse queste mostre all’estero, ma non in Italia. Adesso la disputa risulterebbe grottesca, coi soldi che mancano!

D. Aveva collaborato anche con Palma Gasparrini per la mostra “Cento anni di storia delle donne attraverso i manifesti”.

R. Una mostra su manifesti fu fatta in sala delle Colonne a Ca’ Giustinian,  poi facemmo una grande mostra sul manifesto femminile. Questa fu fatta a Ca’ Pesaro.“Dio, patria e famiglia” .

D. C’era il decentramento.

R. Paolo Cacciari seguiva tutta la partita del decentramento nello specifico, noi proponemmo i progetti speciali, nel senso che si finanziava non il Consiglio di Quartiere XYZ ma era il progetto che veniva finanziato. Doveva essere prima valutato se ne valeva la pena, evitando così che il Quartiere disperdesse a sua volta in mille rivoli i soldi assegnandoli a Tizio, Caio, Sempronio. L’esperienza per lo più ebbe ricaduta positiva, in qualche caso riuscì meno per l’inadeguatezza di chi si presenta come interfaccia del Comune. Aprimmo i “Centri musica”, e quello che oggi rappresenta una realtà positiva e consolidata: il “Circuito Cinema”. All’inizio nacque in mezzo a moltissime difficoltà, il merito del successo va attribuito a Roberto Ellero. Ellero approda all’Assessorato alla Cultura in quegli anni, proposto da Nereo Laroni. Ha lavorato sodo e bene, la prima sede fu quella al Cinema Olimpia e subito fummo attaccati in maniera brutale. Ricordo il Consigliere Comunale Augusto Premoli, liberale e senatore, fece delle interrogazioni “al calor bianco”! Erano obiezioni miopi. Allora era un momento di grande crisi delle sale cinematografiche, agli esordi si lavorava in perdita  ma insieme, con pazienza, intelligenza, si costruiva il pubblico. Anche per le mostre fotografiche costruì con pazienza un pubblico, la prima mostra la facemmo a Palazzo Fortuny al pian terreno, uno degli spazi appena restaurati, l’entrata fu gratuita e naturalmente fui aspramente criticato! Le critiche non mi colpivano, mi interessava creare un’abitudine, un pubblico, il resto viene dopo, anche l’eventuale ritorno economico, si deve essere consapevoli che la cultura è investimento sul futuro della vita civile.  Lavorammo con ostinazione e a lungo su questi aspetti del “far cultura” e poi a consuntivo si può avere qualche riconoscimento … Su questo terreno, devo dirlo con forza, Gianni Pellicani è stato molto disponibile. Le difficoltà le incontrammo, lui doveva sempre mediare. Momenti di  incomprensione  si manifestarono nella predisposizione del programma di sala del Teatro Goldoni, dovevamo concordarlo con l’Ente Teatrale Italiano, allora il direttore artistico era Antonio Cibotto, uomo intelligente, colto ma con le sue idee. Naturalmente, quando andavamo a trattare con l’ETI cercavano di “sgnaccarci” le compagnie che volevano, qualcuna degli amici, portavi a casa alcune proposte che non convincevano, che non volevi. Creammo allora quale rimedio una commissione-teatro con la presenza di esperti quali  Mario Baratto, don Germano Pattaro. Creammo altre commissioni: Cinema, Musica, in quest’ultima attivi furono Messinis e Gigi Nono. Commissioni, badi bene, di persone a cui non veniva erogata mezza lira. (Fine lato A, cassetta n.2. Lato B) Era un periodo eccezionale! Grandissima fu l’adesione dell’intellettualità veneziana e non solo nella collaborazione disinteressata. Ovviamente tutti con le loro idee, i loro apporti.

D. Di quali collaboratori si è servito? Prima parlava di Pallucchini.

R.  Ho trovato una struttura  assessorile  inesistente, ma nessuna responsabilità è da ascrivere al breve interregno di Giorgio Zecchi, che certo non si era preoccupato della struttura interna. Aveva avuto però alcuni collaboratori intelligenti, esterni, non pagati! Si pose allora l’urgenza di avere al più presto una struttura interna all’Assessorato, nel passato invece ogni quattro anni si organizzava una grande, grandissima mostra d’arte antica. Grandi mostre, il Bellini per dire, però avveniva ogni quattro anni, per cui per due anni non si faceva niente e per due anni si lavorava alla mostra, non potevano in questo clima crescere degli operatori culturali nella struttura. Uno dei miei primi collaboratori fu Franco Miracco, attuale portavoce di Galan, col quale ebbi rapporti alterni. Miracco tende ad accreditare la voce di essere stato determinante e a lungo, in realtà è rimasto poco, nel senso che è un uomo molto libero, andava e “vegniva quando ch’el voleva”.

D. L’aveva richiesto lei?

R. E’ un veneziano d’origine, spostatosi poi a Roma, si era laureato con Argan, si era sposato, aveva abitato a Roma ed era rientrato Venezia. Si era avvicinato al PCI nel periodo romano, e quindi era conosciuto nell’ambiente. Uomo certo intelligente, si  pensò a lui come collaboratore, lo conoscevo bene, Maurizio Cecconi, Gianni Pellicani lo conoscevano bene. Collaborò per un primo periodo con contributi molto limitati, poi fu fatto un concorso, furono assunti un paio di persone, tra cui Miracco che aveva titoli solidi.. Poi approfittammo di una legge, la “816” mi sembra, con la quale alcuni giovani laureati venivano assunti in base all’allora normativa, così si verificò l’arrivo di sette, otto unità di buona qualità. Abbiamo creato un gruppo di lavoro, potevo per ogni iniziativa delegare un collaboratore  che, ovviamente, sapeva di  avere in  me un referente sicuro, qualsiasi problema ci fosse, poteva contare su di me. Queste furono le linee fondamentali, ma sono anche andato un po’ a caso!!!

D. Poi aveva questo gruppo di intellettuali …

R. Era un gruppo che dava suggerimenti non marginali. Ha collaborato molto Massimo Cacciari. Insieme a Luigi Nono e Francesco Dal Co si impegnò in alcune iniziative espositive, ma sempre Massimo era disponibile quando, accanto alla mostra, organizzavamo cicli di conferenze sempre senza compenso. Anche adesso ha questa disponibilità, non è l’ha persa, altri l’hanno dimenticata. Con Massimo avevamo un rapporto stretto, a suo tempo avevamo creato una rivista insieme, quando eravamo ragazzi. Lui a dir la verità e un po’ più giovane di me; con Cesare De Michelis proponemmo una rivista al liceo ( Il Volto), ero appena iscritto all’Università mentre loro erano ancora liceali, poi collaborai ad una seconda rivista, “Angelus novus”. A Venezia ci sono questo tipo di rapporti … Era abbastanza facile costruire prima e mantenere poi rapporti stretti . Quando fui nominato Assessore, Sovrintendente ai Beni Artistici e Storici era Valcanover, uomo di grande qualità e disponibile nei confronti della Giunta.Sua stretta collaboratrice era Giovanna Scirè, una mia compagna di classe, che, al suo pensionamento, gli subentrerà come Sovrintendente,. Alla fine diventano rapporto meccanici,  bastava che sollevassi il telefono per parlare con … Negli anni  mi sono creato questi rapporti, avevo seguito  l’ottimo consiglio di Maurizio Lecconi: per quattro, cinque mesi …, la prima iniziativa fu di mandare una lettera a tutti i responsabili delle associazioni culturali esistenti a Venezia e a Mestre, e le assicuro sono centinaia!!!. A tutti ho chiesto se volevano incontrarmi con me e in tanti, per non dire tutti, hanno voluto confrontarsi per una possibile collaborazione. Per oltre un anno, dalle otto, otto e mezza di mattina alle dieci avevo degli incontri, più o meno significativi, c’era naturalmente chi chiedeva o proponeva le cose più assurde, ma molti erano quelli che facevano delle proposte molto serie. Ho sempre cercato di “calare” le proposte in alcuni percorsi culturali che cercavamo di tracciare, all’inizio in maniera un po’ incerta e poi in maniera sempre più sicura,  attenti a non disperdersi in proposte magari suggestive ma incoerenti. Errori naturalmente ne facemmo!! Mettevamo  in “cantiere” anche iniziative collaterali, una delle più importanti fu l’attività della Bevilacqua la Masa, che aveva allora come Segretario Generale Giorgio Trentin, fratello di Bruno. Persona colta e di grandissima intelligenza e molto, molto disponibile. Si può dire che vivesse in Bevilacqua, con mille polemiche da sinistra nei confronti della Giunta,  ma soprattutto perché i soldi erano pochi, nonostante che Gianni Pellicani avesse fatto la moltiplicazione dei pani e dei pesci cento volte! Bisognava essere molto attenti nella spesa …, per esempio quanto agli allestimenti delle mostre avevo dato l’indicazione che dovevano essere “pensati” per essere successivamente riutilizzati o per un’altra mostra o per una sede museale. Lo stato dei musei era del resto disastroso, quello del personale era tragicomico. Avevamo ereditato la situazione per cui i guardia sala erano, non dico tutti ma quasi, invalidi. Lei sa che gli enti locali hanno il dovere di assumere invalidi, che venivano destinati a strutture nelle quali non creassero difficoltà. Assegnati quindi all’Assessorato alla Cultura con destinazione in musei freddi!!!! Si aggiunga che giustamente l’invalido ha diritto a un maggior numero di giorni di ferie, e vivendo ore al freddo si ammalava più facilmente!!! Quando facemmo“l’Oro degli Sciti” la inaugurammo nella seconda quindicina di settembre …, l’Assessore al Personale, a fronte del bisogno di avere  del personale aggiuntivo per la mostra perché quello di Palazzo Ducale non era sufficiente, disse: “Spostiamo dalla spiaggia i bagnini!” La stagione è finita …” , i bagnini vennero, ma vennero con la camicia aperta, “cola croze de oro sul petto davanti, in savate”. I sovietici che accompagnavano le opere d’arte  erano stralunati… (Ridiamo)  Ponemmo rimedio e la mostra ebbe un successo enorme! Si fece in contemporanea con la “Biennale del dissenso”, fu questa una delle ragioni per cui l’Unione Sovietica concesse questa mostra prestigiosa: per contrastare la biennale del dissenso. Una mostra peraltro bellissima!(Ride) Questa è la struttura che ci si trovava a gestire! Era tutto da costruire. All’inizio avevo pochi funzionari e a volte  ancora legati a vecchie abitudini; il direttore di Palazzo Ducale e il Direttore dei Civici Musei pro tempore era Umberto Franzoi … Quando c’era l’acqua alta, gli uscieri gli chiedevano “Architetto metemo fora e passerele?” “No, se no i vien a Palazo !” (Ridiamo) Manifestava ostilità se  l’allestimento veniva realizzato da altri che non fosse lui. La mostra “Da Tiziano a El Greco” fu realizzata da Daniela Ferretti assunta da tempo  in organico in qualità di architetto allestitore. Franzoi sbottava: “Eh no, eh no!” E, per caso, saltava la luce,  apparivano dei gatti in mostra, all’inizio è stata un’esperienza quasi tragicomica, e tutto questo era di ostacolo! Berto Franzoi, ne parlo tranquillamente perché è stato un grande amico, non ho problemi di sorta, ripeteva: “Ricordite, i assessori passa e i funsionari resta!” Verità assoluta ma questo comportava …, certo bisogna  dialogare ma con polso fermo. Avevo in Gianni Pellicani una sponda solida e sincera, nei momenti critici mi è stato vicino, mi ha sorretto! Ha voluto che sul programma della cultura facessimo delle delibere quadro, in un’unica seduta autorizzavamo “mille” iniziative, così il confronto avveniva nel merito dei problemi e non sugli aspetti formali. In Consiglio Comunale veniva giù l’ira di Dio da parte dell’opposizione! E io soffrivo le pene dell’inferno perché non è che andassero molto per il sottile, e in parte avevano anche ragione, a volte erano ipotesi di lavoro con finanziamenti provvisori. E Gianni da questo punto di vista era molto rigoroso ma insieme coraggioso, mi sosteneva. “No state preocupar, lassa che i parla mal!”

D. E per Mestre? La casa della cultura, cioè il Candiani è stato progettato in quegli anni?

R. E’ stato progettato contemporaneamente, solo dopo il mio periodo diverrà agibile. Io esco nel maggio dell’82 e subentra Crivellari, Paolo Cacciari diviene vicesindaco al posto di Pellicani  …, in tre cambiamo.

D. Quindi per la terraferma c’era …

R. Poco prima uscii con una famosa intervista sull’Unità, Toni Jop che era il giornalista mi diceva: “Ma ti xe sicuro de quelo che ti disi?” “Sì, sì, no state preocupar che sparo a zero”. C’era allora la pagina regionale. Volevo lasciare un messaggio …, noi avevamo fatto alcune prime esperienze a Mestre, ad esempio il “Carnevale della magia”, che era stato un grande successo. Era un’idea che mi era stata proposta e che  ho realizzato in collaborazione con la rivista “Astra” e fu il primo intervento di rilievo. Erano i primi tentativi su Mestre, quasi due sondaggi, uno con  “Jazz ‘80” al cinema Corso, e fu un successo, e il “Carnevale della magia”, erano dunque iniziative che riguardavano solo Mestre. A Venezia si svolgeva il Carnevale vero e proprio, a Mestre c’era il “Carnevale della magia” che occupava alcuni spazi, Piazza Ferretto e dintorni. Ci volevano soldi, persone e spazi …, e mancavano. C’era qualcosa ma non è che … Gianni stava poco bene, qualche incomprensione c’era stata tra me e lui negli ultimi tempi.  Ho pensato che ero a esaurimento, non mi divertivo più. Anche quando ero parlamentare ad un certo punto, sei mesi prima della scadenza, mi sono detto e ho comunicato:  “… non mi ricandido più!”, facevo parte di un gruppo di minoranza all’interno del partito, la sinistra DS, ne ero l’unico rappresentante nel Veneto, avrei potuto essere  tranquillamente riconfermato. Ma c’è un tempo per tutto e per tutti!

D. Quando ha fatto l’esperienza parlamentare?

R. Io ho fatto l’esperienza parlamentare a partire dal  ’93. Mi sono candidato nel ’92, sono uscito primo dei non eletti nel collegio di Venezia che allora non “eleggeva”. Fu eletto in effetti il candidato di Rifondazione Comunista ,  poi sono subentrato ad un senatore del PdS che era   “mancato”. Da allora, sono rimasto in maniera più o meno continuativa fino al 2001. Eletto prima nel collegio del Veneto orientale e poi in quello di Chioggia.

D. Ma dall’82 quando esce, dove va?

R. Torno a insegnare, mi è stato detto “Chi ti protegge?”. Non mi protegge nessuno: mio punto di forza e debolezza è questo, l’insegnamento. Mi sono laureato nel ’64, nel ’65 mi sono abilitato all’insegnamento, nel ’66 vinco la cattedra e ho insegnato fino a che ho deciso di andare in pensione.

D. Ha avuto altri  incarichi?

R. Ho avuto incarichi, anche se non sono mai entrato in segreteria provinciale, nelle direzioni sono sempre stato. L’unico periodo nel quale non ho lavorato, eccetto il periodo assessorile in cui mi hanno chiesto di chiedere aspettativa, è stato il periodo in cui sono stato parlamentare. Nel periodo in cui è morto il povero Bacchin insegnavo al Foscarini di Venezia, quando lo saputo …, si subentra subito, muore alle otto e in apertura di assemblea viene nominato il sostituto, perché non può rimanere vacante il seggio. Il Parlamento, dal punto di vista burocratico, soprattutto il Senato, funziona alla perfezione! Quando l’ho saputo, ero a scuola, mi hanno detto “Guarda Bacchin è morto. Tocca a te.” Nell’intervallo mi sono messo d’accordo coi colleghi per tenere la terza liceo, “Se non vi dispiace riorganizzeremo l’orario in modo che io al sabato e al lunedì faccio lezione in terza”, meglio che avere un supplente. E invece non sapevo che automaticamente ti mettono in aspettativa obbligatoria. Io poi da quel momento sono stato in aspettativa, anche perché creavo dei disagi non indifferenti ai miei allievi. Una volta il preside mi ha chiamato e ho incontrato la mia supplente, “da tagiarse le vene!” Il clima nella scuola era molto cambiato, cambiato il preside, molti colleghi …

D. Lei ha fatto ‘93- 2001, poi è rientrato a scuola?

R. No, ero andato in pensione, avevo sessantadue anni.

D. Le era piaciuta l’esperienza come parlamentare?

R. All’inizio è stato entusiasmante, nel senso che vieni a contatto con un mondo completamente diverso, poi diventa monotono perché ti rendi conto che non decidi nulla. Nell’ultimo periodo, quando ero alla Camera e non al Senato, avevo come interfaccia a Venezia Massimo Cacciari sindaco, il quale non aveva bisogno del parlamentare, trattava lui con tutti quanti. Per me diventava …, tant’è che quando facevamo le riunioni, andavo così, per andare. Il suo problema non era avere il rapporto con me …, siamo amici, aveva agganci superiori ai miei. Parlare con Prodi per lui era una cosa automatica, per me era complicato. Il mondo parlamentare è complicato, mi era capitato di avere come Ministro del Tesoro Ciampi, che è una persona dire deliziosa è poco! A me è capitato di fermarlo per chiedergli alcune cose e lui si fermava, parlava, mi rispondeva, mi faceva avere le informazioni. Altri dicevano, anche un sottosegretario l’ultimo “rivà” diceva “Eh, non ho tempo, non ho tempo! Non ho tempo!”. E scappava via. Negli ultimi tempi mi sembrava di essere un rappresentante di commercio, ben pagato, è indubbio, anche se il contributo al partito è sempre stata una voce non indifferente! Il lunedì, se non il lunedì pomeriggio partivo con la mia valigetta e rientravo il giovedì o venerdì con la mia valigia.

D. Aveva preso casa a Roma?

R. No, avevo un albergo- pensione in piazza Argentina, me l’aveva indicato un senatore con cui ho fatto anche amicizia. “Io sono andato da tempo in questa pensione, si sta benissimo e si paga il giusto”. Avevo la camera, mangiavo alla Camera o al Senato, arrivavo all’ultimo momento e partivo il più rapidamente possibile. Se poi avevo delle cose di natura politica rimanevo lì, ero impegnato, non avevo occasioni mondane.

D. Non ha frequentato i salotti?

R. No, nel modo più assoluto! Uno dei due rimproveri che mi fece Gianni Pellicani, una volta che mi incontrò una sera con l’allora segretario della Federazione Cesare De Piccoli, “Te rimprovero perché no ti frequenti i saloti venesiani!” Poi se era la Foscari Foscolo, una persona …, allora non si andava nel salotto, si chiedeva di parlarle e ci si incontrava. Andare a cena e merenda mi è estraneo, è questione di pelle, è un mio limite. Conoscevo tantissima gente a Venezia, frequento anche ma … Una delle cose gravi di quando fai il parlamentare è che perdi i rapporti con la città, cioè li tieni in piedi solo per ragioni politiche! Mi ricordo gli amici “Vieni a cena …” “No posso, perché doman mattina me alzo ale cinque”. E dopo una, due, tre, quattro volte …

D. Già allora non c’era più la struttura del partito che ti organizzava gli incontri, quando si tornava da Roma? Gastone Angelin mi diceva che da parlamentare era la moglie Giulia, segretaria della Federazione, che gli organizzava gli incontri del venerdì, sabato, domenica.

R. Tenga conto che i miei mandati cominciano nel ’93 fino al 2001, tra l’altro  ero  un esponente della sinistra DS, da Ingrao al Correntone, quindi non nel cuore del gruppo dirigente, quindi se possono tagliarti fuori, lo fanno! E poi è un partito diverso!

Testo visionato e corretto dall’intervistato nel marzo 2009

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

 

 

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.