Sandro Del Todesco Frisone – Trascrizione dell’Audiointervista

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D. Se vuole possiamo partire da una breve biografia.

R. Mi chiamo Sandro Del Todesco Frisone, sono nato a Mogliano Veneto il 28 ottobre 1952. Mi sono laureato in Filosofia nel 1976 all’Università di Venezia col professore Emanuele Severino con una tesi dal titolo “Soggettività, materialismo e prassi in Roger Garaudy”. Ho lavorato come insegnante per circa un anno, ero docente di materie letterarie presso il liceo scientifico di Mogliano Veneto e sono entrato nel Comune di Venezia nel 1978. Abito a Mogliano dove sono nato. Posso essere annoverato tra quelle persone, al di là delle più generali casualità ospedaliere degli ultimi decenni, nate ancora nella propria casa e nella piccola città dove poi vivono.

Sono entrato in Comune nel 1978, in una data senz’altro particolare, l’11 settembre. Pellicani cercava una persona per un incarico di tipo fiduciario, la segreteria particolare. C’era la necessità di sostituire un collega con problemi di salute. Cesare De Piccoli allora era segretario comunale del PCI, con lui avevo già condiviso un’esperienza politico amministrativa nel Comune di Mogliano, ove era stato Consigliere Comunale, e mi ha proposto per un colloquio, avendo saputo che c’era questa esigenza. Sono stato chiamato nel mese di luglio a Ca’ Farsetti, dove c’è stato l’incontro, la cosa si è concretizzata e a settembre sono entrato nello staff del vicesindaco. Ero iscritto al partito comunista dal 1976 e lo sono stato finché c’è stato il partito comunista. Sono stato iscritto per due anni al PdS e poi non ho più rinnovato la tessera, anche se poi sono sempre rimasto di area ds, come si dice oggi. Quando sono entrato in Comune, mi fa piacere ricordarlo, ho trovato nell’ufficio di segreteria una collega, Marilena Bolla, con la quale abbiamo condiviso cinque anni di collaborazione, era stata la segretaria di Giorgio Longo, il sindaco democristiano. Pellicani le aveva offerto di restare nell’incarico che ricopriva, lei aveva accettato. Consideriamo che al tempo questo era un fatto singolare perché chi aveva collaborato con un sindaco democristiano difficilmente poteva collaborare in modo automatico con un vicesindaco comunista, trattandosi poi di una collaborazione di tipo fiduciario. Questa scelta di Gianni Pellicani alla fine si è rivelata azzeccata. Aveva individuato, in virtù del suo intuito, una persona di profonda correttezza, di grande riservatezza e professionalità, unite a un notevole attaccamento al lavoro e a un alto spirito di servizio. Erano queste le doti che Pellicani cercava in un collaboratore. Quello che lui imponeva, se si può dire così, o chiedeva a se stesso se lo aspettava anche dai suoi collaboratori. Nel patto che si stabiliva con lui c’era sempre questa condivisione degli oneri, oltre che delle soddisfazioni. Diciamo che spesso prevalevano gli oneri alla fine, ma era un piacere lavorare con una persona come lui.

D. Scusi se la interrompo, ma come valeva per Crivellari, mi sembra che Pellicani cercasse nei collaboratori persone diverse dal militante tradizionale comunista, un nuovo modello antropologico quasi. Giovani, laureati, aperti e meno vincolate all’ideologia.

R. Io al tempo avevo 25 anni, avevo visto il forte radicamento del PCI sul territorio, il gran numero di relazioni, di rapporti, di conoscenze che Pellicani aveva nel suo universo di riferimento. Senz’altro avrebbe potuto scegliere persone che avessero avuto una maggiore o più significativa esperienza nell’ambito locale del partito. In questo caso, come anche per Domenico, la scelta è caduta su persone con determinate caratteristiche, giovani, con un titolo utile, significativo per il lavoro da svolgere che però erano individuate fuori della mischia, avevano una neutralità che poteva essere anche opportuna rispetto all’ambiente per svolgere un lavoro senza pregiudizi, preconcetti o appartenenze che non fossero quelle istituzionali. Chiaro che le persone cercate per quel tipo di ruoli dovevano avere un profilo istituzionale che fosse affidabile, attendibile. Io al tempo ero stato eletto Consigliere e poi Assessore alle Politiche Sociali nel Comune di Mogliano, prima Giunta di sinistra con sindaco comunista dopo una Giunta di larghe intese con sindaco democristiano. L’incarico l’ho mantenuto fino al 1981. Avevo già una esperienza di tipo politico istituzionale che mi rendeva ancor più compatibile per il lavoro da svolgere. L’abbinamento di queste due esperienze è stato importante perché si sono nutrite a vicenda. Nel mio lavoro a Venezia traevo tutta una serie di esperienze e indicazioni che mi erano utili nel lavoro a Mogliano e viceversa. Sono maturato professionalmente e dal punto di vista umano e personale e ho accresciuto la mia sensibilità per tutte le tematiche che via via affrontavo.

D. Eravate esterni sia lei che Crivellari.

R. Lui era di Camposampiero, difatti ricordo che si scherzava sulla squadra di calcio della sua città. Che si chiamava “Campetra”. Io ero arbitro di calcio e facevamo qualche simpatico scambio di battute anche su questa mia passione. Eravamo due esterni e forse per questo il nostro inserimento in Comune è stato più fluido. Abbiamo dovuto accrescere le nostre conoscenze sull’istituzione, sul partito, sulle diverse reti relazionali che c’erano in città in quel periodo e alla fine siamo entrati in questo mondo nuovo.

D. Che impressione le aveva fatto questo mondo nuovo, il suo ruolo, il Municipio, le reti di relazioni?

R. Col Municipio avevo una certa consuetudine perché mio padre era stato dipendente comunale a Mogliano per quarant’anni e a suo tempo non avrei scommesso che avrei percorso la sua stessa strada. Avevo già una sensibilità per un lavoro pubblico e orientato al pubblico. Entrare in un Municipio come Ca’ Farsetti, in un Comune come Venezia certamente è stato molto emozionante, l’ambito era ben diverso, inoltre essere chiamato come collaboratore di un amministratore che aveva già una certa fama e notorietà, non solo per la sua esperienza di parlamentare ma proprio di vicesindaco, difatti si dirà che era il vicesindaco più famoso d’Italia, costituiva per me un grande onore. Ho vissuto questa chiamata con grande soddisfazione personale e con lo stimolo a fare del mio meglio.

D. Vi faceva lavorare?

R. Sì, sì. Ci impegnava moltissimo perché, come dicevo prima, lui aveva dei ritmi notevolissimi di lavoro e lo stesso chiedeva ai suoi collaboratori che dovevano garantire una reperibilità, una flessibilità che oggi sono regolamentate da vari istituti contrattuali ma che allora erano su base volontaria. Disponibilità personale, i sacrifici che si facevano erano accompagnati da una notevole tensione morale, intellettuale e politica. Quando c’è, al di là di un rapporto di lavoro, stima, fiducia, amicizia, allora la condivisione è piena, si creano le condizioni ideali per la collaborazione di largo respiro.

D. E’ arrivato e le hanno dato l’ufficio …

R. Nell’anticamera del “cervello”, avevo i compiti propri di un segretario particolare, che erano curare la gestione dell’agenda, delle telefonate filtrando le comunicazioni …

D. Quindi dovevano spiegare a lei i motivi della telefonata?

R. Sì, a me o alla Marilena.

D. La Marilena, quella che lei aveva chiamato la “mitica segretaria di Gianni”, che c’era col sindaco Longo, la si sarebbe anche potuta chiamare la “mitica segretaria di Longo”?

R. Longo aveva una segretaria più anziana che ha trovato altra collocazione. Marilena collaborava in segreteria ed è rimasta, aveva capito che poteva far bene anche con lui. Era un’esperienza nuova e non si è sottratta alla sfida, era persona mentalmente aperta. Le funzioni di cui mi occupavo erano anche di messa a punto della corrispondenza, l’espressione di pareri, di suggerimenti, relazioni con la struttura comunale, con enti, soggetti, istituzioni.

D. Si occupava anche dei rapporti con la stampa?

R. C’era un ufficio stampa, diretto allora da Mario Passi e quindi una figura di fiducia, anche in quel caso. Ricordo di aver avuto in quel periodo relazioni con giornalisti, con persone che volevano intervistare Pellicani, chiedevano dati. Lui era molto seguito, aveva un rapporto con la stampa, telefonava moltissimo. Credo che se avesse avuto un cellulare allora, avrebbe lavorato ancora di più!

D. Non faceva da portavoce?

R. Non avevo questo compito, diciamo che lavoravo di più dietro le quinte, curavo gli interventi che doveva presentare a qualche convegno o incontro.

D. Glieli scriveva lei?

R. Lui dava la traccia, ci teneva molto a dare le linee del suo pensiero in modo chiaro e inequivocabile, difatti scriveva molto a mano e poi lasciava i fogli, Marilena li batteva velocemente a macchina. Dopo poco tempo la sua grafia ci era del tutto famigliare, io provvedevo a riordinarli, confezionarli e riproporglieli in modo che lui li validasse o li integrasse per quanto necessario.

D. Il suo predecessore faceva le stesse cose che faceva lei o aveva degli ambiti diversi?

R. Il mio predecessore aveva la mia stessa formazione umanistica, era stato chiamato per svolgere le stesse funzioni, inoltre era una persona molto sensibile e preparata.

D. Lei era molto addentro all’attività politica.

R. Diciamo più istituzionale che politica, anche se è difficile trovare una linea di demarcazione tra l’attività di vicesindaco o l’impegno su un piano più squisitamente di partito benchè fossero ambiti che venivano tenuti distinti.

R. Mi è stato detto più volte che Gianni era più uomo delle istituzioni. Ho letto negli “Atti della Conferenza sull’occupazione gli investimenti e lo sviluppo economico” l’intervento di Pellicani, mi è sembrato di capire che lui avesse inventato un nuovo ruolo per l’ente locale, non chiamiamolo più neanche più Comune, dando una fortissima spinta alla modernizzazione.

R. Io concordo sul fatto che Pellicani avesse un forte spessore istituzionale, tanto che si può chiamarlo a pieno diritto uomo delle istituzioni. Diciamo che ha inaugurato una nuova stagione di amministratori perché uno dei suoi obiettivi era quello di promuovere un impegno straordinario per la riforma degli enti locali. Anche allora c’erano dei problemi che ciclicamente ritornano, e cioè gli enti locali rivendicavano autonomia funzionale , gestionale, delle risorse, di personale, finanziaria, fiscale. Sono temi sui quali lui ha sviluppato una grande iniziativa, anche in tempi in cui era difficile. Pensiamo ai ragionamenti che si fanno oggi sul federalismo e sul centralismo e come poteva essere trent’anni fa e comunque il suo impegno per le riforme degli enti locali era legato anche al superamento di tutti quei vincoli di carattere burocratico che potevano condizionare l’attività del Comune e quindi per la ricerca dell’autonomia. Lui si relazionava molto con gli amministratori delle altre città. Quando poi è diventato responsabile nel governo ombra del PCI questo ruolo lo ha portato avanti con ancora maggiore determinazione e autorevolezza. Direi che in questo senso è sempre stato coerente nel suo impegno per far crescere il ruolo dell’ente locale e quindi anche un’autonomia con la quale si affermasse il ruolo di un territorio attraverso l’istituzione, con il concorso di tutti gli altri soggetti a livelli diversi di partecipazione e di competenza ma a partire da un profilo più netto e più solido del Comune che ha cominciato a prendere una forma ancora più compiuta, prefigurando anche scenari che si sono delineati a partire dagli anni ’90 con le riforme Bassanini. Diciamo che lui ha preparato un terreno su cui altri hanno piantato le prime bandiere di una nuova stagione, anche se ogni stagione ha le sue contraddizioni. Anche l’elezione diretta del sindaco con la concentrazione dei poteri nelle giunte e la perdita di ruolo dei Consigli Comunali, oggi fanno pensare che quella riforma che in quel momento era stata salutata come fondamentale per garantire la governabilità e mettere al riparo dalle situazioni di stallo e dei ribaltoni, in realtà ha creato nuovi monopoli, nuove zone di potere che si rivelano difficili da giustificare nel tempo. I principi ispiratori di quella nuova stagione erano di garantire la governabilità e di separare la politica dall’amministrazione. L’impegno di Pellicani per il Comune corrispondeva davvero al suo profilo di uomo delle istituzioni.

D. Forse la discontinuità più grossa della giunta Rigo- Pellicani, che ereditò il confronto sul futuro della città tra i partiti dell’arco costituzionale, risultati comunque ascrivibili alla Giunta Longo, si sia giocata sul nuovo ruolo dell’ente locale. Il vicesindaco aveva inoltre una grande capacità di dialogare con l’opposizione, lo avrà potuto osservare anche lei.

R. Sì, aveva una rete di relazioni sempre viva anche con l’opposizione. Nel momento del passaggio da una fase all’altra lui ha colto anche tutti gli elementi positivi che potevano essere utili per uno sviluppo delle esperienze precedenti, non un approccio ideologico che volesse erigere un muro, quanto valorizzare un dialogo che già c’era e quanto di buono c’era anche se l’impronta innovatrice e riformatrice ha preso il sopravvento. Lo straordinario impegno pertanto in particolare nei cinque anni dal ’75 all’80 ha innalzato la qualità della vita in città e nello stesso tempo ha accresciuto e valorizzato il ruolo del Comune, la funzione della macchina comunale e l’orientamento di tante persone che sono state rimotivate nel lavoro proprio perché erano coinvolte, anche questo in un modo anticipatore, su obiettivi, il lavoro per obiettivi, progetti, alla fine dei cinque anni si è visto che erano progetti importanti quanto il più delle volte condivisi e alla fine col concorso di tutti si sono ottenuti grandi risultati.

D. Mi aveva colpito l’esistenza di questo ufficio programma, di questa elaborazione teorica, non ideologica, che raccoglieva il dibattito su vari temi come i servizi, la cultura ecc., non era una cosa solo veneziana, credo, questa messa a punto delle posizioni più avanzate e modernizzatrici nell’ufficio di programma. L’ufficio di programma lavoravano a stretto contatto con i diversi assessorati.

R. Era stato costituito un ufficio di programma che svolgeva funzioni di staff a beneficio dell’esecutivo e rispondeva in primis al Vicesindaco, Assessore al Bilancio e Programmazione ma nello stesso tempo era una struttura a servizio della Giunta. Vi lavoravano sei persone con competenze diverse e ognuno sviluppava un lavoro che era di squadra, a supporto dell’attività di Pellicani, ma che poi era tradotto in documenti, studi, ricerche, report, sperimentazione in modo da assicurare un monitoraggio dell’attività che fosse visibile, riconoscibile sia all’interno che all’esterno.

D. Si sono fatte delle cose semplici, come il censimento degli immobili di proprietà del Comune ma che non era venuto in mente di fare. Erano state fatte le schede per ciascuno …, un grosso lavoro di riordino, di razionalizzazione. E’ vero d’altra parte che c’erano i fondi della Legge Speciale che sarebbero arrivati. Gianni Pellicani interpretando un nuovo ruolo dell’ente locale voleva governare il territorio per raddrizzarne gli squilibri, si rivolgeva alle diverse categorie professionali, economiche, cercando anche degli spazi che non erano di competenza del Comune. Si occupava del lavoro a Porto Marghera in un periodo di forte crisi, diminuivano il numero degli operai nell’industria che andavano in delegazione in Consiglio Comunale …

R. Sì ho cominciato nel periodo di forte crisi di Porto Marghera.

D. Si era posta attenzione anche alle isole dell’estuario, Crivellari mi diceva che si è cercato di stimolare l’industria vetraria di Murano ad avere il proprio marchio con cui entrare nel commercio internazionale, si è inaugurato il nuovo museo vetrario. Mi sembra che Pellicani avesse dilatato gli spazi per l’ente locale tanto da farlo uscire dai propri confini di competenza. E’ chiaro che si cercava di creare opinioni, dibattito …

R. Era una dimensione promozionale che doveva rilanciare le funzioni dell’ente locale anche al di là di ruoli e funzioni tradizionalmente intese, quindi un elemento di grande forze propulsiva che ha consentito al Comune di intervenire in tutti i campi perché poi gli ambiti di impegno come amministratore in virtù della sua stessa formazione sono poi stati espressi nella sua poliedricità. Non ha escluso nessun campo dall’intervento perché era curiosissimo, era molto attento all’evoluzione dei tempi sia di fronte a fattori di crisi che a potenzialità innovative. Credo che lui avesse trovato il modo di sollecitare l’impegno dei vari interlocutori del territorio, dimostrando una grande duttilità, flessibilità e capacità di lettura dei fatti e degli eventi. Soprattutto sapeva tessere relazioni molto positive con tutte le persone. Era un interlocutore affidabile, autorevole, anche temuto proprio per questa sua grande personalità, se possiamo dire così. Era un comunista che aveva sposato l’istituzione, era un interlocutore ineludibile per tutti i vari soggetti istituzionali, politici o del mondo produttivo. Nello stesso tempo era un protagonista che aveva portato il Comune e quindi le forze che lo sostenevano a un livello di accreditamento in città che li facevano veramente i simboli di una nuova stagione. Il binomio che si è creato con Mario Rigo è stato anche originale, alla fine le capacità dell’uno, le abilità dell’altro hanno creato una complementarietà. Si sono divisi un po’ i ruoli, alla fine Pellicani in assoluta autonomia e autorevolezza ha comunque potuto portare avanti le iniziative, gli impegni in cui ha espresso tutta la sua capacità amministrativa.

D. Lei aveva cominciato il suo incarico nei mesi in cui era aperta la verifica politico- amministrativa. Si ricorda? (Fine lato A, cassetta n. 1. Lato B)

R. Ero arrivato in settembre, ricordo lunghi incontri, contatti, consultazioni, poi alla fine ha prevalso la capacità di trovare una soluzione nell’interesse della città. Anche se si manifestavano delle differenze, le cose venivano comunque affrontate con spirito costruttivo. Certo pensando alla situazione odierna direi che molte persone ricordano quel periodo quasi con nostalgia. La qualità politica dei dibattiti del Consiglio Comunale, quando sedevano tra gli altri De Michelis, Visentini, Longo. C’erano persone culturalmente preparate, persone che contribuivano a mantenere alto il livello del confronto. Oggi la situazione è diversa, ben diversa. La qualità del confronto, al di là degli aspetti della prima repubblica che imponevano di superarla, aveva sotto altri profili delle caratteristiche proprie che costituivano un elemento tipico del livello istituzionale del tempo. In quel periodo anche le crisi potevano creare delle situazioni di stallo poi la capacità politica di chi aveva il compito di mediare, di decidere, alla fine faceva la differenza. Il profilo di un leader emergeva nella capacità di mediare, di tenere le posizione aperte e saperle chiudere al momento giusto.

D. Ricordo in merito una frase detta in Consiglio Comunale da un consigliere democristiano che aveva definito la crisi una guerra scoppiata tra i socialisti ma vinta dai comunisti. Il partito comunista in accordo col vicesindaco aveva fatto una azione capillare di informazione, era andato in tutte le sezioni del Comune spiegando i motivi per cui non si voleva sostituire il sindaco Rigo. Sono i comunisti che hanno tenuto.

R. Si è affermato un ruolo degli amministratori e del partito a difesa delle istituzioni. Lo stesso Pellicani non era incline ad accettare dinamiche di tipo diverso. Era una difesa della stabilità.

D. Anche della coerenza, Angelin mi ha detto che la carta che si è giocata nell’occasione era sottolineare la coerenza del progetto politico presentato agli elettori che non doveva essere cambiato. Inoltre anche il sindaco Rigo è riuscito a tenere e Gianni De Michelis diventa nel 1980 Ministro delle Partecipazioni Statali. Credo che più di un elemento abbia contribuito. Lei appena arrivato si è trovato in mezzo a questa verifica.

R. In questo non ho giocato un ruolo diretto, anche se poi io assistevo alla dialettica, a volte aspra, di quel momento critico e delicato.

D. Seguiva le sedute di Giunta, del Consiglio Comunale?

R. Seguivo le sedute del Consiglio, quelle di Giunta erano chiuse, partecipava sempre e solo la Segreteria Generale e quindi gli organi di supporto dell’attività della Giunta. Credo neanche Crivellari partecipasse.

D. Crivellari mi aveva parlato delle sedute del Consiglio in merito al costume politico di fare Consigli Comunali fino a notte fonda.

R. Certe approvazioni del bilancio sono avvenute, o certi voti importanti, anche alle cinque di mattina. Non c’era risparmio di energie, non c’erano neanche defezioni perché si restava tutti o quasi fino alla fine. Vi erano, è vero, delle interruzioni, le riunioni di maggioranza e dei vari gruppi ma si tornava alla fine in aula fino alla conclusione.

D. Ricorda che rapporti c’erano tra PCI e i socialisti?

R. Rapporti, diciamo, dialettici, anche concorrenziali alla fine ha prevalso in quegli anni la volontà di trovare soluzioni unitarie, poi ci sono state divisioni più profonde, anche in tempi più recenti, ricordiamo la questione dell’Expo. C’è stato comunque un quinquennio di compattezza dove la forza del partito comunista e la capacità di mediazione hanno avuto la meglio. Dopo, all’interno di un quadro che si è evoluto a livello nazionale, è cresciuta anche la voglia di incidere di forze che non essendo maggioritarie hanno fatto pagare un prezzo della loro indispensabilità per la tenuta di un quadro.

D. Il partito socialista dal ’63 in poi è sempre stato al governo della città.

R. Aveva una centralità e voleva pesare.

D. Aveva anche personalità di rilievo.

R. Certo, aveva anche personalità molto popolari, ricordo Emilio Greco, come speculare al sindaco Rigo, abilissimo a fare rete di relazioni con la gente. Una volta interpellati ti davano il polso della situazione. Erano utilissimi, generosi e disponibili a svolgere questa funzione.

D. C’era stato il distacco dell’Assessore Mineo che insieme a un altro Consigliere aveva creato il GAS, gruppo autonomo socialista.

R. Non so di che profilo, di che sostanza si fosse caratterizzata questa scissione, forse una questione di peso politico in rapporto alle deleghe. Non è che oggi la situazione sia migliore, c’è sempre stata una dispersione di deleghe assessorili, non si è mai cercato di compattarle in modo che ci fosse un unico interlocutore per un ambito omogeneo di attività. Si sono sempre create deleghe frammentate, di maggiore o minore rilevanza. Ad esempio l’economato, era una piccola delega che aveva comunque una struttura, delle attività, costituiva una zona di influenza, poteva essere oggetto di richieste, servizi, prestazioni, anche quella aveva una incidenza. C’erano Assessori che avevano funzioni più pesanti, più forti, però il quadro frastagliato e variegato delle competenze faceva sì che anche una delega cosiddetta minore costituisse un fattore determinante del profilo di un amministratore. Anche oggi funziona così, facendo un parallelo con la situazione di allora abbiamo un Assessore alle Politiche Sociali, un Assessore alle Politiche Educative, un Assessore alle Politiche Giovanili, un Assessore alla Politica della Casa. Tutte queste deleghe, e se poi facciamo un discorso allargato e comprendiamo anche quelle delle Municipalità, fanno parte di un sistema di Welfare cittadino. E’ stato costituito il dipartimento proprio per coordinare, magari per la prossima amministrazione sarebbe utile ripensare alle deleghe. Ci potrebbe essere un Assessore al Welfare che avrebbe tutte le strutture a disposizione e pur con varie competenze, c’è una logica unitaria. Oggi è complesso mettere insieme più personalità, più sensibilità e attese diverse ottenendo una sintesi. Le Municipalità hanno un pezzo di Welfare che non è poca cosa ma non è coordinato all’interno del dipartimento di Welfare.

D. Tra le novità assessorili della Giunta Rigo- Pellicani c’era stato l’istituzione  dell’Assessorato alla Condizione Femminile. Lia Finzi mi diceva che gli asili nido erano stati attribuiti alla Sicurezza Sociale poi affiliati alla Pubblica Istruzione.

R. Inizialmente erano stati concepiti come un servizio sociale, poi era prevalso l’aspetto educativo, bisogna dire che c’era stato l’impegno straordinario di quella amministrazione per promuovere i servizi per la prima infanzia e per promuovere l’occupazione delle madri, quindi l’occupazione femminile e sostenere la famiglia. La grande stagione dei nidi comunali è stata proprio quella, è una politica che il Comune ha sempre portato avanti, fino a oggi quando il Comune garantisce, se non ricordo male, quasi millecinquecento posti, stiamo sempre parlando di strutture pubbliche a gestione diretta, magari affiancate da altre strutture e servizi di tipo innovativo, ad esempio gli “spazi cuccioli”, o i “nidi famiglia”, con i soggetti del privato sociale. Questa è l’offerta complementare ma l’ossatura è comunale. All’epoca c’era il privato di ispirazione religiosa. Oggi c’è una legge regionale che attribuisce al Comune le funzioni per l’autorizzazione e accreditamento delle strutture educative di prima infanzia e quelle sociali. Questo conferma questa capacità di intervento dell’ente che negli anni ‘75- ’80 ha visto questa grande spinta propulsiva a cui lo stesso Pellicani teneva moltissimo. Servizi educativi, sociali, non dimentichiamo i consultori familiari, e poi un ambiente più vivibile, la riqualificazione del verde pubblico costituivano per Mestre in particolare un grande impegno. Anche da lì si vedeva e si poteva toccare con mano la risalita di una città caotica, lasciata a se stessa, alla speculazione edilizia. Diciamo che anche questo è stato un segnale di cambiamento importante, i servizi alle persone, la qualità della vita, l’accessibilità dei servizi ai cittadini.

D. Parlando con l’Assessora Lia Finzi lei mi diceva che Gianni Pellicani è sempre stato favorevole alla sperimentazione, anche davanti a dei compiti difficili. Ricordava che diceva la frase “Fè, fie, fè!” Un atteggiamento coraggioso.

R. Era sinonimo di fiducia. Anche l’Assessorato alla Condizione Femminile non è stato una meteora, questa delega è rimasto nel tempo. Oggi c’è un servizio organico che si chiama “Cittadinanza delle donne”, ci sono stati Assessori fino a tre anni fa e comunque è sempre il sindaco che ha tenuto questo servizio anche dal punto della garanzia e del controllo. E’ sempre stato un fiore all’occhiello. C’è ora una figura di consulente a titolo gratuito che supporta il sindaco nell’attività che è Franca Bimbi.

D. Già allora, e mi sembra che la linea si sia mantenuta, si spendeva molto per il sociale. Lia mi diceva dei campeggi che venivano fatti a Lido per ragazzi delle fasce disagiate, quindi anche un certo modo di dare servizi.

R. Sì un modo universalistico, secondo una valutazione non discrezionale di bisogni e condizioni. Una di queste attività era proprio quella della tutela e, ante litteram, della prevenzione del disagio minorile. Sono forme di intervento che creavano occasioni di crescita, di socializzazione, di partecipazione, che andavano ad incidere in realtà marginali o problematiche come quella di Marghera e delle periferie in genere. Erano strutture di incontro, di soggiorno, che hanno prefigurato i dispositivi delle amministrazioni successive, di prevenzione, che sono stati costruiti nel territorio per iniziativa tanto delle Politiche Educative che delle Politiche Sociali. Ricordo che negli anni ‘75-’80 era stato sperimentato e portato a regime l’istituto del “minimo vitale” che rappresenta tuttora l’intervento di natura economica, di competenza dei Quartieri. Non dimentichiamo l’organizzazione decentrata di quegli anni. Una delle funzioni del minimo vitale che rientravano nella filosofia più generale dell’amministrazione in quel periodo, era quello di creare delle condizioni, fornire delle risorse in alternativa al ricovero. Il ricovero degli anziani era molto praticato, quindi un’inversione di tendenza che si è determinata in quegli anni era proprio creare delle risorse finalizzate alla deistituzionalizzazione e a dare servizi a domicilio per mantenere le persone nelle proprie abitazioni e favorirne l’autonomia possibile e accompagnarne l’invecchiamento. Allora l’assistenza domiciliare era anche promossa in termini di risparmio, costava di più il ricovero. Oggi forse per questa intuizione originaria c’è nel territorio un sistema di residenzialità, di domiciliarità che è interconnesso anche le case di riposo non sono più luoghi separati, sono centri di servizio che interagiscono col territorio.

D. In quel quinquennio molte cose cambiarono ad esempio l’apertura dei manicomi. Si fecero delle leggi nazionali che favorirono il ruolo espansivo dell’ente, l’istituzione dei consultori, la riforma sanitaria. Bisognava agire presto e bene, riconvertire il personale. Si cominciò a porsi il problema della diffusione della droga tra i giovani.

R. Il Comune ha operato con convinzione per il superamento dei circuiti manicomiali e ha cominciato ad attrezzarsi anche in proprio. Ad esempio, la responsabilità sulla tossicodipendenza era sanitaria, era l’ULSS che aveva la competenza in via prioritaria. Il Comune ha cominciato a promuovere una nuova cultura dei servizi in senso riformistico e a favorire nuove opportunità sociali che integrassero l’approccio di tipo sanitario. Quindi ricordo quando il Comune ha cominciato a pensare a nuovi profili professionali come l’educatore di strada, anche se qui siamo già più avanti negli anni. Con la prima Giunta Cacciari e l’Assessore Bettin è stato dato un grande slancio ai servizi territoriali per coprire fasce di nuovo bisogno che non erano garantite e per intervenire nella marginalità, sui cosiddetti cittadini invisibili. Le premesse sono state poste negli anni precedenti, la sensibilità c’era e quindi anche le risposte si sono strutturate strada facendo.

D. Nel dibattito relativo alla sanità si parla di “benessere psicofisico”, credo che all’epoca era una novità.

R. Sì, sì, era una sensibilità veneziana.

D. Perché dice veneziana?

R. Quello di integrare il sociale col sanitario, vedere il benessere della persona, che poi è la logica del Welfare. La prima presidente dell’ULSS difatti è stata la Lia Finzi, una persona delegata al sociale che è andata a dirigere un ente che doveva coordinare tutti gli interventi in materia sanitaria. Era il 1980, ero nel comitato di gestione e l’ULSS era unica poi si è divisa nell’ULSS di Venezia e di Mestre. Nel ’78 c’erano i consorzi sociosanitari, Mestre nord, Mestre sud e Venezia.

D. C’era anche un modo di vedere le cose in un senso più ampio, articolato. Si formarono i comprensori.

R. Sì, c’era una ricerca in questo senso. Era il periodo in cui la Provincia cominciava a manifestare segni di debolezza, si cercava un ente alternativo per funzioni. Poi è naufragato questo progetto, è prevalsa la forza dell’istituzione radicata e quindi anche del potere politico, questo avrebbe scompaginato un po’ le rendite di posizione, le prerogative locali. Certi privilegi sarebbero stai messi a repentaglio con una organizzazione diversa, dove persone e attività dovevano interrelarsi tra loro. La fine del dibattito sul Comprensorio è illuminante a questo proposito.

D. Sono cose sperimentali, coraggiose. L’epilogo alla vicenda l’aveva dato la Regione Veneto. Di questo quinquennio trovavo interessante come si fosse riusciti a far dialogare, fare entrare in relazione persone con formazioni e poteri diversi, ad esempio i Consigli di Quartiere che non avevano capacità di spesa però riuscivano a coinvolgere il cittadino mettendolo in relazione con l’istituzione attraverso questo organismo mediano. Inoltre il territorio comunale è così diverso al suo interno che l’articolazione dei Quartieri era quasi necessaria.

R. L’obiettivo forte allora era di valorizzare e stimolare la partecipazione, era una fase in cui partecipare aveva un significato ben preciso ed era condiviso da molte persone. Paolo Cacciari era Assessore al Decentramento, poi ci fu Giovanni Benzoni. Fu una stagione di grande idealità, al di là della rivendicazione in termini gestionali. Partecipazione era una parola piena di significato, oggi è più a rischio non solo perché c’è stata una progressiva demotivazione (Fine lato B, cassetta n. 1. Lato A, cassetta n. 2) Allora la partecipazione era sentita a tutti i livelli, dalla scuola, al sociale, ai grandi temi, era un periodo molto fecondo a tutti i livelli. Era il riconoscimento anche di una istituzione amica, il cittadino si riconosce in un soggetto di cui si sente di far parte. E’ stato costruito in quegli anni in modo convincente con la pazienza e la tenacia di forze politiche e sociali molto radicate nel territorio e che determinavano un significativo coinvolgimento della gente. I partiti non erano in crisi, sapevano creare momenti di trasmissione e di dialogo tra il livello istituzionale e il livello di base e quindi erano motori della partecipazione, della proposta e del confronto. C’era voglia di riscatto da parte di fasce sociali marginalizzate, è nata anche la forza e un nuovo ceto politico andato a rappresentare capillarmente il territorio. Ricordo che Pellicani andava a fare incontri pubblici in zone difficili e periferiche, dove però trovava molta attenzione verso la nuova amministrazione. Ricordo zone di Marghera,, Castello, Cannaregio, ricordo Ca’ Emiliani, la Baia del Re, zone che avevano comitati spontanei. Persone leader, importanti, che poi diventavano soggetti accreditati nei rapporti con l’amministrazione. Se si voleva mandare un messaggio vi erano coloro che potevano meglio veicolarlo, persone che col tempo sono cresciute anche sotto il profilo istituzionale. A volte diventavano Consiglieri Comunali, quindi una crescita complessiva del tessuto sociale e della rappresentanza.

D. Ci sarà stato anche qualche mal di pancia dentro al PCI, si giocavano nuove carte, si accoglieva l’interesse di ceti non tradizionalmente legati al partito.

R. Certo, con il coinvolgimento di diverse soggettività legittime, di altre esigenze, si cercava un interesse non circoscritto ad alcune fasce ma che fosse espressione di una società più ampia che potesse riconoscersi in determinati valori, al di là che il ceto medio trent’anni fa fosse considerato una fascia privilegiata mentre oggi è ai confini della crisi economica perché basta un evento imprevedibile per renderlo vulnerabile.

D. E’ cambiata la stratificazione sociale.

R. Sì, certo.

D. Lei aveva questa funzione di filtro, chi cercava di incontrare Gianni Pellicani?

R. C’era una circolazione ampia dei più svariati soggetti, oltre quelli istituzionali, poteva venire un esponente politico, il rappresentante di un Comitato, anche il semplice cittadino che voleva porre un problema e lui magari lo incontrava, perché c’erano le cose che si risolvevano al nostro livello, altre in cui la persona voleva manifestare un’esigenza o un punto di vista direttamente a lui oppure, per essere risolte serviva che anche lui ne acquisisse gli elementi di conoscenza. C’era una certa permeabilità e disponibilità all’ascolto, Pellicani non circoscriveva l’ambito degli ascolti e delle relazioni, magari c’erano interlocutori che potevano meglio indirizzare le persone che si rivolgevano a lui per la presentazione di problemi che riguardavano una certa zona. Per approfondirli c’era la persona di riferimento che poteva confermare o integrare le informazioni al fine di predisporre e presentare le soluzioni più idonee. C’era nel territorio un’organizzazione che faceva capo al partito che poteva aiutare a leggere un bisogno. C’era una presenza molto articolata non solo di singole persone ma anche di livelli organizzati, di comitati rappresentativi di bisogni. Mi ricordo alla Baia del Re sulla questione delle fognature, la manutenzione della città non era un gioco da ragazzi.

D. Ricordo una serie di articoli fatti da Il Gazzettino sui problemi della città in vista delle elezioni amministrative del giugno del ’75. La rubrica si chiamava “Vita dei Quartieri” e si elencavano i problemi specifici quartiere per quartiere. Era una situazione molto difficile, noi non lo ricordiamo più in quali condizioni era la città, mancavano le fognature, i servizi, il verde, c’erano problemi enormi per l’edilizia scolastica, si parlava di tripli turni addirittura. Niente impianti sportivi, non so se in altre parti d’Italia le cose stessero diversamente dal Comune di Venezia. Il sindaco Longo mi diceva che c’era una cronica mancanza di fondi.

R. E’ stato fatto moltissimo. Risorse importanti per l’amministrazione sono arrivate con i decreti Stammati, con la Legge Speciale. Poi c’è da ricordare l’abilità dell’Assessore al Bilancio Pellicani nel mettere ordine ai conti del Comune, riuscendo a mettere in campo risorse straordinarie grazie all’opera di riordino rispetto alla quale anche Crivellari, secondo le sue competenze, aveva contribuito.

D. Mi indicavano anche Sabato.

R. Sì, è stato chiamato nel ’78 quando è entrato nella Direzione di Ragioneria, era vicedirettore, poi diventava la figura di riferimento. Non ricordo come Pellicani lo abbia individuato, mi ricordo però che arrivava da Sesto San Giovanni o da Corsico. Un po’ alla volta è diventato una figura di riferimento nella direzione di Ragioneria perché anche quella con le esperienze precedenti aveva una impronta un po’ conservatrice, un po’ opaca per certi versi. Ci voleva uno slancio innovatore a partire dalla conoscenza di tutti i meccanismi e questo è avvenuto. Sabato oggi è il Direttore Generale del Comune nella Giunta Cacciari. Sabato si può rendere sicuramente disponibile per un’intervista, ha sempre avuto una devozione particolare per Pellicani, attento e molto sensibile. Ha sempre cercato di fare il massimo per lui.

D. Pellicani aveva degli Assessorati molto importanti, che pesavano: Bilancio, Programmazione e Legge Speciale.

R. Dell’Ufficio di Programma uno delle persone che vi facevano parte, Luciano Maschietto, è ora Direttore del Dipartimento Programmazione e Controllo.

D. Crivellari mi diceva che l’Ufficio di Programma in quegli anni era strumento facoltativo, più in là è diventato obbligatorio.

R. E’ stata un’intuizione anticipatrice. E’ stato valorizzato anche dal punto di vista comunicativo, grafico, ricordo c’era lo studio Tapiro. Nell’Ufficio Programmazione lavorava anche Lucia Baracco che ora è la responsabile della comunicazione per il Comune, era responsabile e lo è ancora, del progetto “lettura agevolata”. Quelli che hanno cominciato alla fine degli anni ’70 oggi sono tutti dirigenti del Comune. Paola Volpato, oggi è in pensione, Raffaele Borghi che è in Provincia, Roberto Salvadego e Vito Fittipaldi, mi ricordo questi colleghi con cui si lavorava insieme. Pensando al verde e agli interventi importanti di riqualificazione cittadina non posso non ricordare Giuseppe Cianciolo che era Assessore al Verde e all’Ambiente, era una figura importante in particolare per la terraferma e per il mondo del lavoro.

D. Di una cosa sono stupita, nessuno parlando di questi temi ha mai usato la parola “sperimentazione”, della quale invece ci si potrebbe servire abbondantemente. Non capisco perché.

R. Perché è stata istituzionalizzata, allora si faceva senza dirlo. Poi un altro aspetto che ho ritrovato nel libro intervista a Gianni Pellicani anche la capacità di coniugare le scelte tecniche con la capacità politica. Oggi sembrano così distanti

D. Era tutto sperimentale, al di là degli elementi di continuità con la Giunta Longo, ad esempio i piani particolareggiati elaborati da Bassotto, il dibattito sulla salvaguardia e sviluppo della città.

R. Sì, anche questo è importante, sono elementi reciprocamente fondativi della credibilità di una proposta, quindi anche la ricerca di un consenso di un confronto a cui lui non si è mai sottratto. Uno degli elementi, procedo un po’ in ordine sparso, che faceva di lui una figura atipica, era questa sua storia personale e professionale, il fatto che lui venisse da una famiglia numerosa, era nato a Ruvo di Puglia, poi si sono stabiliti a Noale e a Mestre. Questo sua molteplicità di interessi, l’acquisizione delle librerie, Moderna, la Galileo, erano del suo circuito, la sua attività di commercialista, era una figura atipica. Non era il politico puro, aveva già un radicamento nel territorio, una sua autorevolezza e aveva una rete di relazioni che lo facevano in grado di coinvolgere una molteplicità di attenzioni e interessi. Poi lui l’ha riportato nella sua esperienza politico-istituzionale. La sua capacità di fare rete, di saper leggere i bisogni, saper cogliere le esigenze della gente, delle categorie. Anche l’uso di meccanismi virtuosi che poi traduceva anche nell’ambito istituzionale ha fatto sì che fosse una figura eclettica di grande spessore.

D. E nei comizi com’era?

R. Un grande trascinatore, curava molto anche questi aspetti, valorizzava anche questi ambiti di comunicazione e relazione. Si preparava, scriveva i suoi appunti a mano, era sì uomo delle istituzioni ma anche il politico che coglieva le attese delle persone che aveva davanti, le corde che doveva toccare. Quando tornava e magari ne parlavamo, lui mi diceva come era andata ma già il suo pensiero andava all’impegno successivo, aveva avuto una grande soddisfazione ma non era mai appagato.

D. Era un uomo che si preparava molto, non lasciava al caso.

R. Sì. Io ho lavorato cinque anni con lui, fino alla conclusione del mandato, gennaio dell’83. Ho lavorato un pezzetto con Paolo Cacciari poi ho cambiato completamente area. Cacciari si era preso persone di sua fiducia, ha voluto voltare pagina. Ho lavorato alla Cultura, nella direzione dei musei civici con Giandomenico Romanelli, poi alla Programmazione Sanitaria e infine alle Politiche Sociali, dove sono diventato dirigente nel 1992 e poi sono diventato direttore delle Politiche Sociali nel 2000 e poi direttore di dipartimento quest’estate. Questo è il mio iter.

D. Beh, complimenti! E’ una bella carriera.

R. Sono da trent’anni in comune e in effetti le soddisfazioni non sono mancate. Mi ero preparato alcuni appunti, non so come ordinerà …

D. No, no, io sbobino poi creiamo un percorso più strutturato per la videointervista. Lei può dare un intervento molto qualificato proprio sulla macchina amministrativa, che lei conosce bene, e sulla stagione di modernizzazione e riforma. Se vuole dirmi altro…,  benissimo!

R. Lei mi chiedeva anche delle caratteristiche della persona. Lui aveva una forte personalità, autorevole, intelligente e aveva un grande senso della concretezza. Lui era un autodidatta, aveva il diploma di ragioniere, era un self made man. Era un pragmatico, in questo suo essere autodidatta era riuscito a costruire un forte spessore culturale ed era sempre pronto a confrontarsi in modo concreto e diretto con qualsiasi interlocutore. Non era mai appagato dalle conoscenze, era curiosissimo, gli incontri che lui aveva non erano mai formali, c’era sempre attenzione verso chiunque. Grazie a queste sue caratteristiche è riuscito nel tempo ad acquisire un profilo che gli veniva riconosciuto con grande rispetto e considerazione. In Comune ricordo che  in questo cambiamento, questa sua forte personalità poteva anche incutere timore, con la considerazione c’era anche la soggezione, per questo tratto severo, esigente, orientato a raggiungere i risultati che si prefiggeva. Non mollava mai l’osso, se chiedeva a qualcuno un prodotto, un dato, lo incalzava e quando si arrabbiava il suo tono era severo e l’espressione cupa. Le nuvole si coglievano, difatti una sua caratteristica che ricorderò sempre, fin dal primo approccio, era il suo sguardo, penetrante, con gli occhi mobilissimi e pronunciati che sembravano attraversarti. Lui aveva lampi molto espressivi nello sguardo, direi questa cosa l’ho colta subito.

D. Lei ne aveva un po’ timore all’inizio?

R. Sì, sono entrato in punta di piedi.

D. Era anche molto giovane.

R. Avevo 25 anni e lui, guardando indietro e pensando alla nostra età di oggi, lui era del ’32, quindi aveva 46 anni. Se pensiamo all’oggi con questo profilo avrebbe potuto essere una persona più avanti negli anni e invece era una persona che aveva maturato rapidamente una esperienza e dei tratti che lo facevano più autorevole della sua età. Inizialmente ascoltavo, aspettavo poi lavorando a stretto contatto siamo entrati in sintonia. Avevamo delle consuetudini come l’accompagnarlo a casa. Ho conosciuto Fiorella, Nicola. Ilaria è nata, se non ricordo male, nel ’73 quando sono arrivato aveva cinque anni. Si parlava della scuola, dei figli. Lui è anche venuto al mio matrimonio, è stato fin da subito un rapporto diretto, spontaneo, si facevano battute. Questo riferimento allo sguardo era sia quando faceva le cose serie sia quando conversava amabilmente coi suoi interlocutori, allora aveva un’espressione calda, rassicurante. Le persone si scioglievano dalla tensione iniziale, metteva a suo agio tutti. Lui parlava in italiano normalmente ma quando rimarcava quello che diceva con espressioni dialettali faceva sì che queste cose fossero ancora più incisive. Era proprio l’uomo pragmatico che sapeva anche rimarcare una cosa che doveva essere compresa e fare breccia, era anche molto efficace nella comunicazione ufficiale. Ricordo come sapeva dosare le pause, gli intercalari, per cui sapeva farsi ascoltare.

Non era incline ai compromessi, aveva una grande abilità politica, anche i suoi avversari lo consideravano per la sua statura e profilo. Sapeva cercare e trovare un dialogo costruttivo anche se sembravano esserci distanze, non c’era impresa che reputasse disperata o non perseguibile. In questo era grande politico perché alla fine non lasciava nulla di intentato, esercitando tutta la sua capacità di persuasione. Nelle occasioni pubbliche era molto brillante, pronto alla battuta, ironico, però col senso della misura. Era una persona sobria, non ha mai approfittato del suo ruolo e della sua funzione. Una cosa che non abbiamo toccato: lui amava Venezia ma amava soprattutto Mestre, puntava alla rinascita, ma la sua parola d’ordine era coniugare salvaguardia con sviluppo, salvaguardia della città storica con lo sviluppo compatibile nella terraferma, nella zona industriale, faceva sì che lui avesse un’idea unitaria che poi avrebbe difeso strenuamente in occasione di tutti i referendum. Due realtà complementari, l’indissolubilità di un binomio, una indispensabile all’altra, in occasione dei referendum ha dato un grande impegno diretto per difendere l’unità del territorio. Con l’ultimo referendum si sono introdotte e valorizzate le municipalità per tenere unito il territorio. A conti fatti non so se con le municipalità si sia rafforzata l’idea dell’unità del territorio o indebolita. C’è chi sostiene che si siano solo create delle strutture onerose benchè più vicine ai cittadini. Oggi sono oggetto di riesame, soprattutto rispetto all’esigenza di diminuire il numero dei rappresentanti (Fine lato A, cassetta n.2) (Lato B) Resteranno sei ma oltre allo snellimento degli organi politici saranno interessate da una rivisitazione delle strutture. Nelle municipalità lavorano 900 persone su 3 mila che sono i dipendenti comunali. Inoltre si sono ricreate strutture corrispondenti a quelle centrali, hanno direttore, dirigenti ecc. Si tratta di un ambito complesso che va riordinato.

D. Volevo chiedere, e nessuno mi ha saputo ancora rispondere, Pellicani che rapporti aveva con la segreteria nazionale?

R. Lui andava spesso a Roma perché era parlamentare, poi nell’83 è diventato segretario regionale.

D. Questo lo so. Lei non c’era allora, ma mi interessava capire i rapporti con Roma in merito alla creazione della nuova Giunta. Mi dicevano che Rino Serri era molto vicino a Pellicani, Longo mi raccontava che una volta era stato a Roma per capire come andava questa Legge Speciale e c’era andato col segretario regionale del PCI.

R. Serri era importante e molto vicino a Gianni. Erano gli anni in cui c’era Marrucci, era segretario di Federazione, c’era De Piccoli al comunale. Certamente quello che succedeva a Venezia era il risultato della sua opera di tessitura a livello nazionale sia politico che istituzionale. In ogni caso la città deve molto a Gianni Pellicani, alla sua intelligenza, alla sua passione, alla sua tenacia nel perseguire, in tutti i ruoli che ricopriva, prioritariamente l’interesse pubblico.

Testo corretto da Del Todesco, primi di gennaio 2009

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.