D. Se può ripartire da com’è arrivato in Comune a Venezia.
R. Io sono arrivato qui nel luglio del ’78, per un motivo preciso, ero ragioniere capo nel Comune di Corsico, che è un Comune della fascia milanese molto importante, allora aveva 50 mila abitanti. I Comuni della fascia milanese erano cresciuti improvvisamente per la questione migratoria, soprattutto del sud, un tema oggi attuale per la migrazione mondiale. Erano Comuni molto attivi, interessanti, io ho imparato parecchio lì e quindi sono arrivato in quel periodo perché avendo fatto cinque anni a Corsico, avevo intenzione di migliorare. A Milano il passaggio non si era realizzato, anche se avevo delle possibilità. Apro una parentesi, in quel periodo mi dedicavo all’attività politica, mi avevano coinvolto. Ero molto legato alla Federazione di Milano, conoscevo Vitali e quelli che gli giravano intorno. Il mio sindaco era un operaio di quelli che oggi non esistono più, gente di gran personalità e abilità, poteva parlare con Romiti di persona. Con lui siamo rimasti in ottimi rapporti, è venuto qui a trovarmi. Mi sono fatto una grande esperienza, avevo fatto un contratto di tesoreria (?) per il Comune con la CARIPLO e quella di Milano mi aveva chiamato perché avevano intravisto in questa mia attività nel contratto di tesoreria una minaccia. Allora a Milano c’era Andreini con cui discutevo, parlavo e intervenivo nei dibattiti pubblici, il mio nome era nei manifesti. A quel punto dovetti scegliere o facevo la carriera politica o la professione. Mi ero sposato da poco, se facevo politica avrei finito per separarmi, e fu in quel periodo che uscì il concorso. Fatto il concorso, l’ho vinto e ho preso la decisione, anche se avevano provato a trattenermi, io ero entrato come revisore nella metropolitana milanese. Dentro alla metropolitana Milanese c’era Natali, uno dei big del partito socialista, e fuori c’era Craxi, Longo. Ho conosciuto un sacco di gente e ho visto cosa significava costruire una rete metropolitana, ci sono stato otto anni, poi sono venuto qua e loro mi avevano riconfermato là. Sono andato parecchie volte a Milano, abitavo qua ma il mio cuore era a Milano perché la città mi piaceva, è una città che ti coinvolge. A Venezia ho conosciuto Gianni Pellicani, adesso non mi ricordo di preciso ma certamente D’Ancona mi presentò a lui, andai nel suo ufficio. Facemmo un discorso, sapevo che c’era il famoso libretto rosso che circolava, in effetti, era stato fatto dai consulenti di Bologna. Sostanzialmente si voleva vedere chiaro nella situazione finanziaria del Comune che in quel momento era un po’ particolare.
D. Nel ’75 c’erano i creditori sulle scale del Comune, non so se l’ha saputo…
R. Esatto quando sono arrivato nel ’78 la situazione era in questi termini, c’era l’ufficio mandato che faceva i mandati e dopo li teneva lì. Li tiravano fuori a seconda di come venivano sollecitati, perché c’era Nardi ai Lavori Pubblici. Avevamo una barca di debiti. Gianni Pellicani mi chiamò e me lo disse in modo completamente asettico, cioè da vicesindaco a uno che deve fare un mestiere e aiutarlo a capire come si poteva sbrogliare la matassa. Infatti, la prima cosa che feci fu di prendermi i conti consuntivi e ho capito che avevano due facce. C’era il conto consuntivo e una gestione parallela, cosa vuol dire in poche parole? La gestione era separata dal documento, dal documento non capivi la gestione o la gestione era parallela perché gestita dalla partita di giro. Le partite di giro dovevamo portarle nella gestione normale, è come dire che se tu gestisci una azienda, incassi e spendi dei soldi, devi fare dei recapiti contabili nel bilancio in modo da avere il quadro. Questi li facevi in modo provvisorio e li gestivi nel bilancio come partita di giro, allora si chiamava “stabilimenti speciali partita di giro”. In modo artificioso era stata ampliata a dismisura, era più la partita di giro che la parte normale.
D. Come mai si era fatto così?
R. Perché era più comodo, perché c’era un’organizzazione che recepiva questo.
D. Non era più discrezionale?
R. E certo che dava più spazio alla discrezionalità, non era facilmente comprensibile. Uno andava a vedere e trovava questa massa gestita negli “stabilimenti speciali”. Per travasarla dovevi avere la capacità di conoscere, non so se mi spiego. La prima cosa che feci fu di evidenziare questo problema e incominciare a disboscare questa prassi. Uno degli aspetti è che questa cosa faceva comodo perché consentiva di fare operazioni di un certo tipo che non emergevano, nessuno se ne accorgeva. In secondo luogo c’erano delle gestioni, ad esempio l’ex Aspiv, quello dell’acqua, lo stesso Casinò, per certi aspetti, e altri, di cui si gestivano delle partite di giro perché, in effetti, erano tutte partite che non venivano chiuse. Il fatto di non chiudere significa perpetuare situazioni di incarico, per esempio il ragioniere aveva incarichi al Casinò, all’acqua e lui doveva chiuderli. Se li chiudeva non pigliava più gli emolumenti. Io sostenevo che il modo di non chiudere è dare incarichi, ma gli incarichi invece devono essere a termine. I termini scadevano, lui diceva che non era in grado di chiudere e si doveva prorogare il termine, quindi sindaco e vicesindaco dovevano prorogare finendo in questo modo in mano loro.
D. Era un vero e proprio potere alternativo?
R. Era un potere alternativo e questo poi non consentiva un’altra cosa: in quegli anni erano usciti i “decreti Stammati” che consentivano ai Comuni …, il bilancio bisognava portarlo a Roma, al Ministero dell’Interno, che doveva stabilire su quali basi dare i fondi ai Comuni. Con i “decreti Stammati” il Ministero diceva “Tu hai un bilancio che è così, tanti residui attivi e passivi, e poi c’è la cassa. Su cosa mi baso per stabilire i soldi che ti devo dare? I residui attivi sono crediti, se sono certi non ti do i soldi, ma se hai residui attivi e passivi più o meno uguali non ti do una lira.” Noi in cassa non avevamo soldi, eravamo quasi in rosso con la banca. Un primo problema era mettere ordine sul bilancio, altrimenti non hai la leva di comando del Comune. Durante l’anno c’erano da fare dei movimenti, degli storni per spostare i soldi da una parte all’altra. E’ importante il ragioniere capo, allora Gianni mi diceva questa parte me la curi tu. Io trovavo la soluzione, andavo da lui. Naturalmente l’altro mi creava dei problemi perché mi diceva “non si poteva fare”. Una volta eravamo in contrapposizione e lui chiamò uno, Ruben Triva, che era uno dell’ANCI molto importante nel PCI, era un tecnico. Gianni diceva se io appoggio Sabato lo brucio, loro non sapevano di me, ma io ero un professionista, non avrei fatto le cose fuorilegge. Io risolvevo i problemi mentre l’altro cercava di non risolverli perché c’era la questione politica che giocava. A me il problema politico non interessava, poteva esserci un vicesindaco democristiano, se era possibile io gli davo una mano per risolvere i problemi. Infatti, anche l’opposizione che era DC mi stimava, molte volte Gianni mi diceva “Parla con Zampirollo”, poveretto è stato inquisito come Consigliere. Poi c’è morto poveraccio. “Digli a Gianni se mi può dare sta roba!” E Gianni diceva “ma sì, diamogli al povero Zampirollo”. C’era, rispetto a oggi, che sotto sotto i rapporti c’erano, c’era un filo tra i partiti.
D. Lei che proveniva da un altro Comune, da un’altra regione, era consueto che maggioranza e opposizione si accordassero sulle iniziative dell’amministrazione?
R. Io vedevo che anche a Milano per esempio, il sindaco comunista con l’Assessore al Bilancio socialista, vedevo che quando parlavano tra loro si sentivano anche col capogruppo dell’opposizione e mediavano, cedendo alcune cose che interessavano alla DC. Poi dipende da caso a caso, non è che la DC fosse tenera col PCI e viceversa, c’erano rapporti anche tesi, dipendeva dai personaggi. A Venezia era una cosa particolare, a Milano non era come era qua. Localmente c’era un rapporto che era su canali più normali, avere degli scambi, richieste.
D. Intende al di là delle differenze ideologiche che si esprimevano nel dibattito in Consiglio Comunale, alla fine lavoravano molto insieme.
R. Negli anni ’80, ’81 presidente della Cassa di Risparmio c’era il professor Guarini. A un certo punto eravamo nella prima Giunta Rigo-Pellicani, nel ’79, Gianni mi disse “Verifica l’organizzazione”. Io avevo fatto una verifica con tutto il personale che avevo, andavo per gli uffici a parlare con le persone per capire che personale avevo, cosa sapevano fare, al di là se erano socialisti, democristiani. Erano anni in cui c’era una tensione sociale molto importante, la gente ci credeva a quello che faceva, anche se era democristiana, c’era questa carica ideale. Allora io ho cercato di capire come potevo organizzare la Ragioneria in modo da spingere per un cambiamento. Ho individuato delle posizioni, dovevo fare dei concorsi interni. Andai a parlare col capo del Personale, che era anche il direttore del Casinò, democristiano ma uno collaborativo, al di sopra delle parti. Non mi ricordo il nome, andai da lui e lui mi disse che potevo fare concorsi interni per tre uffici che mi gestivano tutti gli atti e sono responsabili. Abbiamo fatto i concorsi interni, questo per dire che con Gianni avevamo una strategia e l’abbiamo portata avanti e con la collaborazione del personale, non è che tutti erano ostili, pur nella divisione delle appartenenze ideologiche, che erano molto forti e radicate. In quel contesto si sentiva il “pericolo rosso”, erano anni particolari. Col professor Guarini che dicevo prima …, dissi “Faccio dei corsi di formazione con alcuni docenti importanti”. Chiamai due della Bocconi perché li conoscevo, mi sono laureato alla Bocconi, e due di Ca’ Foscari. Guarini mi disse “Io alla Giunta di sinistra farei fare un altro mandato”, lui che era un democristiano, perché aveva capito che la Giunta di sinistra pur essendo uno spauracchio per la DC, era innovativa, cosa che la DC non era in grado di fare. Il primo mandato serve per costruire le cose che poi devi gestire, ci vogliono dieci anni almeno.
D. All’inizio Pellicani aveva acceso dei mutui per fronteggiare una situazione in cui gli ufficiali giudiziari pignoravano i lampadari.
R. Quando arrivai c’erano ancora i “mastri” fatti a mano e ho il ricordo di una signora lì in fondo che saliva la scala per pigliare i “mastri” e farmeli vedere. Con i “mastri” fatti a mano ci volevano mesi per avere una situazione e tu dovevi decidere. La prima cosa che facemmo fu automatizzare e subito dopo, coi “decreti Stammati”, dovevamo andare a Roma perché dovevamo dire la faccenda dei residui. Il ragioniere non ci voleva andare perché temeva, andavo io a Roma al Ministero e portavo sempre bilanci in disavanzo. C’era quello del Ministero che mi diceva “Lei, lei ragioniere stia attento!” Io avevo trentacinque anni e me ne facevo un baffo, non mi piaceva la gente del Ministero perché li vedevo burocrati, con tutti quei bilanci lì! Dopo qualche anno ci furono i “decreti Stammati” e bisognava fare le dichiarazioni perché ci dessero i soldi. Sono andato da solo e dovevo sia dichiarare sia firmare certe cose. Io misi in conto dei residui attivi e dissi che mi dovevano dare una certa cifra, ero convinto che non me li avrebbero dati e invece me li dettero. Pellicani diceva sempre “Possiamo metterci in piazza San Marco a distribuire soldi” perché ce ne diedero una barca di soldi che non avete idea! Quello era uno dei momenti più favorevoli, con gli “Stammati” si davano al Comune i soldi che chiedeva e andavamo a pareggio. A noi diedero più soldi di quelli che dovevamo avere, ci diedero duecento miliardi di lire, tanto che la Cassa di Risparmio cento miliardi li aveva in casa, gli altri cento non poteva metterli perché figurava che andava fuori dal plafond e li teneva sottobanco. In quegli anni abbiamo comprato palazzi di tutti i tipi, quelli che adesso vendiamo, Palazzo Minotto, Palazzo Gradenigo. Abbiamo coperto tutti i buchi che avevamo, ci eravamo indebitati per fare i lavori e molte cose le abbiamo fatte con quei soldi. Abbiamo fatto manutenzione della città che non si faceva da secoli, con quei soldi abbiamo fatto un piano di investimento che risolveva moltissimi problemi. Gianni Pellicani era uno molto pignolo, quando si faceva il bilancio lui mi chiamava sulla Legge Speciale. Lui era anche deputato, io ero meno preparato sulla parte relativa al bilancio dello Stato, io sapevo come funzionava il bilancio nostro ma quello dello Stato funzionava in modo diverso. Fino a lì ci arrivavo ma non capivo bene perché i ministeriali avevano tutt’altre logiche, Pellicani era deputato ed era dentro la logica della Camera, mi chiedeva delle cose che non sapevo. Gli dicevo “Io non lo so” e andavo a verificare e questo lo dico per far capire che l’uomo era molto preciso, lui la cosa la sapeva ma voleva essere sicuro! Mi documentavo per dargli la risposta così imparavo. Non potevo sapere tutti i bilanci, già era complicato il nostro per cui … figurarsi! Loro facevano le leggi così dicevano se la cosa era da tenere o no. La Legge Speciale aveva un meccanismo molto particolare, veramente contorto, tanto che nel ’84, ’85 lo abbiamo cambiato. I soldi li stabiliva il Ministero e ce li davano attraverso il Magistrato alle Acque, e lì dovevi conoscere il bilancio dello Stato. Noi anticipavamo e a volte pagavamo tardi le ditte e le ditte ci chiedevano gli interessi che mica il Ministero ci riconosceva e bisognava pagare noi. Allora non era come adesso, per una cosa del genere ti inquisiscono. Erano anni in cui la politica aveva il sopravvento sulla gestione tecnica, quindi la Corte dei Conti inquisiva piccoli Comuni ma sui grandi stava attenta.
D. Se non ho capito male il modo di erogare i fondi della Legge Speciale era macchinoso e si doveva conoscere come funzionava il bilancio dello Stato, quindi bisognava avere conoscenza e competenza per accedere a questi fondi. Inoltre si doveva accedere nei tempi giusti altrimenti si rischiava di far slittare … La Legge Speciale, la 171 era dal ’73 in vigore, teoricamente anche la Giunta Longo avrebbe potuto accedere, ma era così complicata che si dovevano costruire le competenze all’interno del Comune. Lei con conoscenza e formazione qualificata, Gianni Pellicani che avrà partecipato alla Commissione Finanze o Bilancio della Camera, insieme siete riusciti …
R. C’era anche Rocelli, un deputato veneziano della sinistra DC, con cui avevo parlato e Pellicani lo sentiva spesso perché era relatore sulla Legge Speciale. La DC pesava qui e bisognava avere un rapporto che grazie a lui era ottimo. Rocelli era della sinistra DC, non un doroteo, e Gianni lo chiamava spesso. Parecchie volte sono andato anch’io a parlare con lui a Roma, è sempre stato sottosegretario. L’ho utilizzato anche più avanti quando Gianni non era più vicesindaco e lui era sottosegretario al Commercio Estero. In quel periodo lì si sentiva perché noi anticipavamo ma non sapevamo quando sarebbero arrivati i soldi. Il Magistrato …, ci volevano due anni perché ci davano i soldi!
D. Quando avete cominciato a incassare i soldi della Legge Speciale?
R. Tra il ’77 e l’80 il Magistrato ti dava i soldi col contagocce, perché tu chiedevi e il Magistrato chiedeva l’erogazione a Roma e doveva andare a vedere se i soldi erano ancora iscritti o erano perenti. La perenzione era un istituto per cui dopo cinque anni i soldi richiesti e non utilizzati nel termine cadevano in perenzione. Noi non ci impiegavamo cinque anni per finire un’opera, ma molto di più, i soldi andavano regolarmente in perenzione. Gianni diceva “Dobbiamo verificare quello che dobbiamo chiedere per la reiscrizione”. Potevano venire iscritti un’altra volta ma dovevi produrre documentazione che erano stati iscritti prima. Arrivava la fattura, la ditta voleva i soldi e quindi noi avevamo i costi gonfiati. Molte volte Gianni aveva cercato di inserire delle norme… ma, parliamoci chiaro, lui nell’82 si è ammalato (Fine lato A), ebbe il primo attacco di pancreatite acuta, stette un paio d’anni malato. Dopo lui riprese ma nell’’85, ’86 non era più qui come Comune ma come deputato. Quei quattro anni sono stati molto intensi. C’era un Consigliere del MSI, Omarini, che era un galantuomo, mi diceva “Mi sono letto la relazione del vicesindaco e anche la sua e io se non fossi …, voterei a favore!” Mi ha fatto piacere perché il MSI era fuori dell’arco costituzionale, ma Omarini era attento al rigore, alla capacità di innovare. Fece un intervento sul bilancio e mi pare si fosse astenuto sulla relazione di Pellicani.
D. Allora il grande cantiere che era stato il Comune di Venezia in quegli anni era stato finanziato con la “Stammati”?
R. Sì, della Legge Speciale non c’era nulla, quello che c’era non veniva qua, erano soldi che stanziava il Ministero e tu partivi a fare i lavori e i soldi non arrivavano quasi mai, dovevamo anticipare. Quando arrivavano eri già con l’acqua alla gola! Memore di questo nell’’85, ’86, ancora in contatto con Gianni, lui guarì andò a Roma, facemmo la 798. Io andai a Roma perché avevo un’idea della 171 come una cosa aberrante, era negativa. Andai di persona a vedere cosa fa questa gente nei Ministeri! Sono andato in un’ala del Ministero dei Lavori Pubblici nella parte dove si occupavano di Legge Speciale, non c’era un ufficio aperto! Tutti chiusi! Ma la gente dov’è? La forza della DC e del PCI riuscirono a fare la 798, stanziavano 20 miliardi e ci davano 20 miliardi a noi. Facevamo il programma ma arrivavano a noi i 20 miliardi.
D. Può spiegarci bene l’iter?
R. Succedeva questo: loro stanziavano 10 miliardi per interventi di Legge Speciale. Noi facevamo il programma, lo mandavamo a loro. Facevamo il preliminare per gli appalti. Una volta appaltato il lavoro, loro ci dovevano dare il benestare se il progetto era a posto. Dato il benestare passava tempo e noi eravamo già con la lingua di fuori. Altri mesi di tempo …, c’era uno qui che si occupava di Legge Speciale, era diventato una specie di casta, sapeva solo lui e non te lo diceva! Voleva prebende, non pigliava tangenti, non dico mica questo, voleva passaggi di livello, gestiva il suo potere. Qualche volte ci andai anch’io con lui per vederci chiaro, con lui o anche senza di lui. Volevo vedere che personaggi erano, io avevo un’altra testa. Andavo lì e vedevo ‘sta gente, dicevo “Guardate che questa è una presa in giro!” Questi qui sono dei cadaveri, dei cadaveri! Andavo da uno, mi faceva aspettare, mi trovava delle fesserie, le virgole che non andavano. Io dicevo “Ma guarda che sono opere pubbliche! Io pago interessi alla ditta che ha l’appalto, se ‘sti soldi sono stanziati! Loro dovevano giustificare il loro essere lì. Io dissi “Guardate che non ne veniamo fuori! Bisogna che rompiamo questo meccanismo!” E dopo è stato fatto con la 798 quando mandarono i soldi a noi. Mandato il progetto facevamo la gara, l’aggiudicazione ecc. Arrivava il primo stato di avanzamento, il direttore dei lavori nostro, un momento nostro, a volte nominavamo il loro sennò non ti passavano, chiaro no! Il direttore dei lavori nominato da loro, arrivava lo stato di avanzamento, diciamo 100 mila euro, la ditta vuole essere pagata con lo stato di avanzamento, magari entro trenta giorni. Loro non lo tenevano trenta giorni, se lo tenevano un anno! Aspettare otto mesi era una cosa anche buona, tutto sommato. Scattavano gli interessi, le ditte non erano ancora entrate nella logica degli interessi, anche se qualche volta li chiedevano, di meno, oltre una certa data. Si contrattava, allora avevamo una barca di soldi che si dava a trattativa privata. Questo riguardava la Legge Speciale ma anche altri fondi. Non so se loro ce li riconoscevano, gli interessi ce li siamo sempre pagati noi.
Saccà. La Legge Speciale offriva finanziamenti per opere del Comune secondo questo meccanismo abbastanza infernale, al Magistrato alle Acque e alla Regione per il disinquinamento. Il Magistrato alle Acque aveva i suoi fondi della 171, riuscivano a utilizzarli o il meccanismo per loro e la Regione era altrettanto così macchinoso?
R. Era lo stesso, il Magistrato non aveva soldi suoi, stavano sempre al Ministero. Con la 798 ci davano i soldi una tantum, finita l’epoca della 798 è venuta la 119 negli anni ’91, ’92, governo Andreotti e Ugo Bergamo sindaco. Quegli sono stati gli anni migliori, siamo andati a Roma e abbiamo concordato i famosi “limiti di impegno” che ci siamo inventati noi. D’accordo col direttore del Ministero, che era uno dei pochi che era d’accordo con me sui “limiti di impegno”, e io ho firmato mutui per oltre duemila miliardi, massimizzando perché noi dal ’92 a oggi noi abbiamo avuto circa duemila cinquecento miliardi di vecchie lire. Circa un miliardo e mezzo di euro, non è cosa da poco. Con il “limiti di impegno” duecento miliardi li facevo diventare trecentocinquanta, sapendo che un’opera pubblica dura sette, dieci anni, perché io devo pigliare i soldi subito e fare un tasso oggi? Mi facevo dare i soldi per cinque anni in base a quello che mi servivano, dopo di che facevo un mutuo a tasso fisso per dieci anni. A quel punto, alla fine del quinquennio, mi dovevano dare dieci miliardi ma io ne avevo pagato uno, gli altri nove miliardi si capitalizzavano. Con questi meccanismi io guadagnavo gli interessi e in quel periodo erano abbastanza buoni. I “limiti di impegno” sono stati usati da altri Comuni. Sembrano secoli fa ma quella Legge Speciale lì era un marchingegno terribile.
D. Si è chiesto perché è stata creata così?
R. Allora il centralismo era forte, i ministeriali non volevano perdere potere e i Comuni non contavano niente. I Comuni hanno cominciato a contare già in quegli anni con i “decreti Stammati”, dal punto di vista politico la sinistra, PCI e PSI, che sono andati al potere in quegli anni negli enti locali, hanno valorizzato le autonomie locali. Non c’era ancora la consapevolezza della forza dell’autonomia locale, nel frattempo hai dovuto passare un periodo in cui c’era la questione della quantità, poi è intervenuta la qualità. Parallelamente a questo ci sono state delle fasi evolutive che mi sono molto chiare. Negli anni ’80 i Comuni hanno avuto il massimo splendore, hanno capitalizzato il massimo dei soldi, perché i “decreti Stammati” sono stati l’emblema del compromesso storico. Prima i Comuni erano alla gogna, la gente veniva qua e non sapeva se veniva pagato uno, se veniva pagato l’altro, quindi c’erano clientelismi. Ricordo che venne una ditta a ringraziarmi perché, non era mai successo, erano stati pagati. “Ma guardi che è un dovere pagarvi!” Io cercavo di pagare la gente, è chiaro che uno ci poteva sguazzare. Con gli “Stammati” avevamo i disavanzi che venivano coperti e nel caso nostro abbiamo capitalizzato al massimo e con quelli abbiamo fatto un sacco di cose, abbiamo costruito scuole, pagato debiti.
D. Possiamo anche dire che avete inaugurato una linea di trasparenza.
R. Esatto, voglio anche dire che in quegli anni c’era un entusiasmo che oggi fai fatica a tirare fuori. Io andavo negli uffici miei della Ragioneria e facevo delle lezioni parlando con loro, e gli piaceva! Al mio capo dava fastidio questa cosa qua, in più io cercavo di automatizzare, e a lui dava fastidio perché non sarebbe più stato importante sapere dove erano localizzate le pratiche. Lui diceva “Eh, quelle pratiche sono su quel tavolo lì!” Mi ero anche creato un gruppo di persone a cui piaceva stare con me, da solo non potevo e non fai niente. Ti devi creare il gruppo che valorizzi e che porta avanti le tue idee, non ero io che andavo avanti, erano loro anche se io non c’ero sapevo che andavano comunque avanti. Se non era così significava che io avevo fallito. C’è ancora qualche dirigente vecchio stampo che pensa che tutto deve sapere lui. Anche se avevano idee diverse avevano la loro professionalità, non erano degli adepti che la pensavano come me, volevo che mi proponessero idee, soluzioni nuovi, non vengono mica solo a me. Gianni mi chiamava il sabato, la domenica, non c’erano orari, mia moglie se lo ricorda sempre. Io ero qui la domenica, cosa che anche oggi che ho una responsabilità enorme non mi succede di venire la domenica! Io vengo di sabato a volte perché Massimo mi chiama, abbiamo degli incontri, riunioni, ma è diverso! Con Gianni di domenica mattina facevamo le riunioni sulla programmazione! La programmazione è una cosa di cui si parla negli ultimi dieci anni, ma non si fa, allora non si parlava di programmazione ma si faceva, questa è la differenza.
D. C’era la programmazione, nel ’75 c’erano gli “Atti” della conferenza sul lavoro, l’occupazione, e nero su bianco erano scritti gli obiettivi del futuro governo della città.
R. C’era la programmazione generale, io sto parlando di programmazione diversa. Oggi c’è tutta una struttura organizzata per la programmazione ma a volte viene fatta in modo burocratico. Tu puoi organizzare le cose, fare una programmazione bellissima, ma se la gente che c’è dentro non ha l’entusiasmo, la volontà … Non c’era un organigramma strutturato ma c’era il gruppo di persone e la cosa funziona meglio. In queste riunioni della domenica si decidevano le strategie, si deve comprare questo, quello, si definiva chi lo faceva. C’ero io perché lui si fidava di me ed ero al bilancio che teneva le file di tutto, lui era ragioniere, la materia la conosceva. Lui faceva riunione con tutti quelli che gli potevano essere utili, aveva l’abilità di capire che quella cosa lì non poteva essere gestita da sola. Lo dico perché io oggi faccio il lavoro che lui faceva allora, io faccio le riunioni con tutti i direttori. Se devo fare una urbanizzazione, che ne so spostare il mercato ortofrutticolo, io devo coinvolgere l’Urbanistica, i Lavori Pubblici, l’Edilizia, l’Ufficio Legale, Istituzionale perché quando arriva l’atto, tutti devono essere coinvolti. Anche la Finanza. Lui questo faceva allora. Non puoi far da solo perché non vai da nessuna parte! Questa è una multinazionale. Non si parlavano neanche e lui teneva le fila.
D. C’è una differenza enorme tra il Comune come era stato gestito tre anni prima dalla vecchia Giunta DC, e la nuova amministrazione, ma questo non era consueto. La mia impressione, e su questo voglio essere confortata da lei, Venezia era molto avanti nella gestione. Non vi era nessuna normativa che indirizzasse, inoltre viene creato un ruolo completamente nuovo per l’ente locale. Da quello che lei mi ha detto il periodo aureo dei Comuni me lo colloca nei tardi anni ’80, Venezia aveva iniziato nel ’75, ’76.
R. Certo, certo, io mi riferisco al periodo ’78, ’82, poi gli anni successivi sono stati meno intensi, mancando lui c’è stato un calo notevole. Domenico Crivellari potenzialmente poteva fare ma poi si è perso. Pellicani ha puntato su di lui ma lui non ha corrisposto le aspettative. Domenico aveva in mano la città, se fosse stato uno che aveva un po’ più di …, è intelligentissimo ma un po’ cialtrone. Ero qua, aveva appuntamenti e non mi diceva nulla, avevo difficoltà a coprirlo. Lui poteva diventare sindaco ma doveva essere un altro! Poi c’è stato Paolo Cacciari, il periodo che è stato Assessore al Bilancio, c’era anche Mario Rigo. I periodi di cui parlo io sono tre e mezzo, quattro anni interessantissimi. Andavo a Montecitorio con lui, in quei viaggi ho conosciuta molta gente, incontravamo Sacconi in aeroporto, e lui diceva “Tra vent’anni noi governeremo”, è passato un po’ di più. Parlavamo con Fracanzani, che aveva in mano la DC. Gianni incontrava questi, socialisti, democristiani e in Parlamento parlava con il padre di D’Alema, con Trombadori, tutti i big del partito. Era interessante, erano anni intensi, qui sono da trent’anni, ma mi ricordo più di quel periodo che del resto. Anche con Massimo dal ’93 al ’99 sono stati anni particolari. E’ stato Gianni a presentarmi Massimo, nel suo ufficio di là. Mi ricordo che stavamo insieme a discutere, quando lui fumava e una sera mi disse “Vedi noi stiamo qui per un pezzo di fognatura, per fare l’interesse pubblico …” Telefonava a destra e a sinistra e non rispondeva nessuno perché se n’erano andati tutti. (Risate) Se non ci vedevamo qua mi chiamava il sabato e la domenica, mi chiamava da casa sua …, era micidiale! Io non ho questo carattere, non sono così pignolo come lui. Mi chiamava e mi diceva “Ho letto questo, però la perenzione …, cinque anni…” E stavamo lì un’ora, mia moglie mi chiamava per mangiare, me lo ricordo sempre. Lui aveva una grande capacità di lavoro e poi gli piaceva fare l’amministratore. Mi ricordo che arrivava Rigo che stava per uscire e diceva “Eh Gianni come possiamo per tirare un po’ più di voti?” A lui interessavano i voti. Una volta aveva telefonato a Berlinguer e parlato con una certa Adriana Sironi, mi pare, una pezza grossa del partito. I big lo tenevano in considerazione ma io ci sono rimasto male perché lui meritava di più, era considerato ma non riusciva ad arrivare. Forse localmente non l’hanno appoggiato abbastanza. Uno come lui … Dopo la fase del Comune lui ha avuto una fase di deputato, poi c’è stato un periodo in cui l’hanno nominato coordinatore del governo ombra, ma è una cosa che gli hanno dato così, dovevano dargli dei ruoli più importanti. Lui sia qua che là ha avuto terreno un po’ minato. Lui era sull’ala di Napolitano, migliorista, poco apprezzato dal partito. Quando ci sono stati i funerali molti che hanno parlato lo hanno fatto a sproposito. Io so com’era, tutti andavano da lui perché era il più intelligente degli altri, però poi quando si trattava di dargli gli incarichi se li pigliavano loro! O D’Alema o gli altri.
D. Si riferisce a Roma? Per quale motivo?
R. Perché era un uomo che non si prestava ad operazioni …, un po’ come Massimo Cacciari. Pellicani credeva nel partito, mentre Massimo è uno spirito libero, era un innovatore ma nel partito certi tipi di innovazioni a chi voleva mantenere una certa cosa non piaceva.
D. Innovava ma con netto anticipo, la svolta c’è stata nell’89. Lui poi si circondava di persone giovani, non dogmatiche, come lei, Crivellari, Del Todesco …
R. Cacciari nel ’94 mi chiese “Chi facciamo presidente della Save?” Dico “C’è Gianni che potrebbe farlo”. “Facciamo Gianni”. Io non me lo aspettavo perché non è che avessi un rapporto con lui di confidenza, lo conoscevo poco. Non ero Direttore Generale, ero sempre in Ragioneria, mi sentiva spesso ma … (Fine lato B, cassetta n. 1) (Lato A, cassetta n. 2) So cos’era la SAVE quando l’ha presa in mano lui, c’erano dei problemi con l’autostrada Venezia-Padova, allora era il prof. Guarini Presidente e c’era stata la questione delle tangenti, c’era un conflitto enorme lì dentro. Era tutto paralizzato! Quella volta lì la sbrogliò lui la matassa! Mi chiamava ogni tanto perché voleva sapere del Comune, gli davo una mano, mi continuava a chiamare, io andavo lì e mi chiedeva delle cose che non sapevo bene. Probabilmente mi usava per chiarirsi, a me faceva piacere perché il rapporto c’era tra noi. E poi voleva sapere come andava in Comune, era sempre impegnato nella Legge Speciale e si ripristinava il vecchio rapporto, infatti si ottennero dei fondi per l’aeroporto e, pensa, quei soldi ce li ho ancora io, pensa un po’! I soldi che dovevamo dare a Marchi, quella volta li aveva ottenuti lui e poi fu soppiantato da Marchi, la storia andò come andò.
D. A un certo punto si liberavano di Pellicani …
R. Sì, si liberavano. Lui ha avuto nella sua carriera questo compito di dare dei segnali di rottura forte, di innovare, risolvere problemi e poi non gli è stato …, come dire, riconosciuto. Non era quello che gli interessava ma doveva fare il sindaco qua o avere a Roma un riconoscimento, figurati se non potevano darglielo, farlo presidente di qualche società importante. Non può fare il sindaco perché ci sono problemi, va bene ma si sarebbe potuto dargli … E’ rimasto il sindaco ombra, il vicesindaco più famoso d’Italia. Se noi oggi vendiamo i gioielli grazie a quello che abbiamo comprato quella volta. Lui in quel momento lì diceva che, come diceva lei prima, il Comune deve capitalizzare, per fronteggiare le richieste dei cittadini ha bisogno di avere un territorio di cui sei proprietario. Il rapporto col privato non è come è oggi, è cambiato tutto, se vuoi fare le cose devi andare dal privato, i progetti di finanza perché soldi non ne abbiamo più. Allora il problema era diverso e abbiamo capitalizzato tanto, investito in immobili, lavori, e oggi possiamo vendere cose. La figura di Gianni è stata centrale in quel periodo e anche dopo. La gente anziana, che ora è andata via, si ricorda di quel periodo, dice “Lavorare con Pellicani era tutta un’altra cosa!” Il Patrimonio oggi è un aspetto centrale del Comune come lo era allora, poi ha vissuto periodi di ombra ma allora era centrale e lui lo aveva capito. C’erano due persone al Patrimonio di cui lui si fidava, uno era Ferro e l’altro Capitanio. Tutte le volte che si facevano le riunioni c’era sempre di mezzo il patrimonio, o si doveva valorizzare un’area o acquisirla, vendere non se ne parlava perché non vendevamo nulla, compravamo, compravamo! Pensi che abbiamo comprato anche quadri, il Canaletto, due Canaletto. Li ho pagati due miliardi, oggi valgono tra i dieci e i quindici milioni di euro. I soldi non ce li avevamo, ho rivisto recentemente la delibera, ci sono due pagine di impegni, sono riuscito a prendere i soldi dappertutto, dappertutto! Avevo capito che bisognava farlo, li vendevano i fratelli Rocca, Techind, che avevano problemi finanziari. Diceva Massimo “Possiamo vendere i quadri”, su quei quadri lì c’è una plusvalenza di …, deve essere tutta plusvalenza. Li ho pagati due miliardi, quindi un milione di euro, li vendiamo oggi a dieci milioni di euro. Li abbiamo comprati quando Assessore alla Cultura era Crivellari, ‘83, ’84. Quella volta l’abbiamo fatto perché avevamo tutti rimasugli e io sapevo dov’erano, sembra impossibile ma in cinque anni veramente abbiamo fatto delle cose che oggi non faremo mai! Erano anni in cui smuovevi il mondo, facevamo le riunioni e si decideva, oggi ci sono meccanismi veramente complicati! Non è che il Paese sia cambiato tanto, è vero abbiamo Internet, il telefonino, tutte queste belle cose qua, ma il motore è sempre l’uomo. Io posso telefonare cento volte ma io campavo lo stesso quando non c’era il cellulare. Ho partecipato a certe riunioni parlando di come Internet mi può servire ma io non capisco niente del computer, non lo uso mai, però so cosa voglio. In questo Paese gli apparati sono cresciuti, questo è il problema. In quel momento lì si era in un periodo di svolta e tu riuscivi a coinvolgere la gente con l’entusiasmo. Il fatto che molti si ricordano quel periodo come un tempo in cui si è lavorato bene, al di là dell’appartenenza, ti sentivi partecipe e soddisfatto del lavoro, per cui non ti importava nulla dei soldi. Oggi la gente si scanna perché uno piglia tre euro in più o tre euro in meno. La gente non mi chiedeva soldi quando andavo a parlare con loro, certo mi si chiedeva un passaggio, qualche ora di straordinario in più e io cercavo di accontentarli, se potevo. La gente era coinvolta, gli piaceva e si lavorava diverso. Era il periodo ed era la persona.
D. E Rigo?
R. Rigo era un personaggio particolare, andava in giro per la città, parlava coi gondolieri, con la gente. Quando è stato candidato al Parlamento europeo mi chiese la relazione sulla parte finanziaria, lui non ci capiva nulla. E’ stato sindaco dieci anni, secondo me non ha capito nulla di come funziona la macchina amministrativa, però aveva fiuto! Glielo dissi a Mario in tempi non sospetti, al tempo dell’ultimo referendum sulla separazione, “Mario ti devo dire che tu sei stato il più grande animale politico di questa città!” In questo senso, per la sua capacità di fiutare l’aria, lui aveva capito l’avvento della Lega e l’aveva anche cavalcata, bisogna dargli atto. Allora lui si era schierato con Gianni. Anche Gianni De Michelis, a posteriori l’ha riconosciuto, l’unico suo errore è non aver candidato Gianni Pellicani a sindaco! Probabilmente Gianni era troppo forte in quel periodo, erano intelligenza che confliggevano.
D. Evidentemente era una buona combinata, Rigo che andava in strada a parlare, sentire gli umori della gente mentre Pellicani lavorava, risolveva i problemi.
R. Certo, probabilmente da parte di Gianni De Michelis c’era che lo voleva fare lui, e si mise contro. Ricordo quando con Signorile passarono con Craxi, loro che erano una frangia lombardiana avrebbero dovuto essere gli alleati del PCI.
D. Non so se sa, lei era appena arrivato, ma nel ’78 c’è stata quella lunga verifica politico- amministrativa.
R. Me lo ricordo sì, ci fu la campagna anche nella regata storica del ’78, c’erano i manifesti per Venezia contro Rigo, la sfilata con De Michelis. I socialisti volevano far fuori Rigo ed è stato Gianni Pellicani che lo ha difeso. In quel periodo lì una figura importante è stata Nardi, che poi è morto subito dopo. De Michelis era molto irruente mentre Renato Nardi era un mediatore, purtroppo è morto, la storia del PSI in città avrebbe potuto avere una evoluzione diversa. Nardi non voleva defenestrare Rigo, era per una strategia diversa, voleva entrare nei meandri del sistema, quindi non gli interessava fare la guerra a Rigo e di conseguenza a Pellicani. Nardi traeva più vantaggio ad essergli alleato. Dopo di che Nardi è morto nel ’79 in un incidente di macchina, andò a sbattere sul Terraglio con la moglie, l’auto finì bruciata. Nardi era presidente della Cassa di Risparmio, fu anche candidato all’Ente Turismo Italiano. Poi Rigo fu buttato giù nell’85, la diaspora con Rigo c’era ed era forte. In quel periodo anche Gianni aveva capito che coi socialisti si doveva avere un atteggiamento diverso altrimenti si sarebbero schiacciati troppo sulla DC. La sua filosofia era quella del dialogo, quando si ruppe la strategia del compromesso storico lui non era dell’idea che si dovesse ri-isolarsi. Gianni ci rimise, lui era chiaro, schietto, Napolitano invece non a caso ha fatto carriera, è diventato Presidente della Repubblica. Gianni si esponeva, era meno uomo d’apparato, non glielo hanno mai perdonato!
D. Lei è stato iscritto al PCI?
R. Io sono arrivato a Milano per studiare. Mio padre era socialista e lo sentivo fare discussioni accademiche ma non mi interessava. Il PCI mi faceva paura, lo vedevo come una cosa …, nell’ambiente che frequentavo il PCI era visto come uno spauracchio “Ha da venì Baffone”. Io dovevo studiare e laurearmi, perché la mia famiglia faceva sacrificio. Sono andato a studiare alla Bocconi, università privata, si figuri un po’! Io il ’68 non l’ho vissuto, non mi interessava, l’ho visto solo. Poi mi sono fatto un’idea dopo, quando sono andato a lavorare e ho conosciuto le persone, il PCI, il sindaco del Comune. Il PCI era un partito che mi valorizzava e mi sono fatto coinvolgere. Mi sono iscritto, sono entrato in Federazione, mi volevano far fare il sindaco di San Giacomo ma lì non volevano uno da fuori e allora ho fatto il vicesindaco. Quando entrai al Comune di Corsico mi chiamarono alla Banca Popolare di Milano e mi hanno offerto il doppio di quello che pigliavo, da un milione e due a due milioni e quattro. Nel mio posto di lavoro avevo molta autonomia, ci credevo, e il mio obiettivo era andare a lavorare in una grande azienda. Mi avevano chiamato alla Bocconi, oggi è un master che dura due anni, allora si chiamava “Corso intensivo di sviluppo direzionale” e durava sei mesi. Io ho partecipato al primo e dentro c’erano tutti personaggi delle aziende, figli di imprenditori. In quel momento ero un misto tra tecnico e politico, erano gli “anni di piombo”, c’era il piano regolatore, l’attuazione. Facevo i Lavori Pubblici, l’Urbanistica, il sindaco era un avvocato meridionale del PCI che mi stimava. Sapevo che lì avrei potuto andare avanti politicamente, oggi forse sarei parlamentare.
D. Si è pentito?
R. Non sono pentito, forse avrei dovuto sacrificare la famiglia e non avrei voluto. Qui oggettivamente mi è andata bene, anche se non mi avessero nominato Direttore Generale io comunque ero Direttore Programmazione e Controllo con Costa, le mie soddisfazioni me lo sono pigliate.
D. Poi lavorando con Pellicani ha imparato molto …
R. Scherza! Sul piano umano ho lavorato con Pellicani, ho lavorato con Cacciari, cosa vuoi di più dalla vita? Io mi sento arricchito al 200%, cosa vuoi che me importi del resto! La mia caratteristica è stata quella di non essere mai legato alla sedia, ho sempre voluto avere la libertà individuale di poter dire “Guarda, me ne vado”. Avevo detto a Massimo, nel ’99, “quando vai via tu vado via anch’io”. Sono andato da Costa a dire che me ne sarei andato perché mi avevano offerto un altro posto e mi hanno fatto un casino perché dovevo stare per forza. In un ente come questo è facile dirigere un ufficio che storicamente esiste ma crearlo dal nulla, ti segano le gambe. Qui lo potevo fare perché avevo una competenza riconosciuta, grazie al fatto che ho lavorato con della gente con cui ho imparato. Il fatto di aver lavorato con Pellicani mi ha anche avvantaggiato ma per altri versi penalizzato, io ho capito, ho visto, quando Pellicani era in disgrazia, ero guardato in un certo modo.
D. Quando era in disgrazia?
R. Negli anni ’90 quando poi è diventato presidente della SAVE, quello era un periodo nero per Gianni. Era in crisi in quei tre anni, tre anni e mezzo. Pochi giorni prima che lui morisse ci siamo visti al bar Grand’Italia, anche nel periodo della Giunta Costa mi chiamava e poi ci vedevamo là. Io gli portavo anche delle carte, gli dicevo “Questo è quello che abbiamo prodotto”. Gli piaceva sentire le cose …, e ci siamo continuati a vedere nonostante quel periodo fosse un periodo particolare.
D. Ci diceva che la guardavano male perché vicino a Pellicani?
R. Perché c’erano dei periodi in cui Gianni mi chiedeva su alcuni personaggi che si sono succeduti a Venezia, voleva sentire un mio parere. Io sapevo cosa ne pensava lui, alcuni di questi lo sapevano, e io non ho mai fatto nulla per nascondere. Ero geloso della mia libertà per cui ci sono stati dei momenti un po’ così.
D. Quando aveva perso l’incarico alla SAVE?
R. Nel 2005, lui era presidente onorario ma Marchi gli aveva segato le gambe, poi lui ha rinunciato perché non voleva usufruire dell’indennità. Durante l’ultimo periodo della Giunta Costa (Fine lato A, cassetta n.2) (Lato B) gli era stato offerto il posto al Casinò. Mi aveva chiesto cosa ne pensassi e io gli avevo detto che non lo vedevo in quell’ambiente. Il Casinò è una bisca! Anche lui non si sentiva, non si sentiva neanche fisicamente, gli ultimi tempi stava male, era più il fatto che qualcuno gli proponeva una cosa pur avendo il fisico ormai minato. Il periodo in cui era in disgrazia iniziò, credo, nell’’87, ’88. Nell’’89 al tempo di Ochetto non contava più nulla.
Saccà. Non era stato il coordinatore nel governo ombra?
R. Sì, ma quegli incarichi erano per sdebitarsi, il governo ombra non ha mai contato niente. Lui era fedele al partito, lo considerava la sua vita, non avrebbe messo mai in discussione. L’incarico lo faceva con impegno ma credo anche con frustrazione, per come era lui fargli fare una cosa di quel tipo lì!
Saccà. Tornando agli anni Settanta, lei diceva che aveva dei problemi nel partito, contava perché vicesindaco, deputato, ma la base del partito non l’amava moltissimo …
R. Lui era il capo indiscusso perché in quel periodo non ne vedevo altri, io mi riferivo al periodo in cui si era ammalato e quando ha ripreso, lì è stato. E’ stato anche segretario regionale, e lì aveva cominciato a riprendere in mano le cose. In quel periodo lì il partito socialista è diventato craxiano, il PCI ha cominciato a isolarsi e lui aveva cominciato un’altra strada. In quel momento lì sia a Venezia che a Roma hanno cominciato a eroderlo.
Saccà. Ha avuto anche dei problemi con De Piccoli, quando era sindaco Casellati.
R. Esatto, esatto.
D. De Piccoli è stato nemico di Gianni?
R. De Piccoli era nemico di Gianni, me lo disse chiaramente, anche quando era presidente di SAVE De Piccoli cercava in tutti i modi di metterlo in difficoltà.
D. Si è fatto un’idea del perché di questo astio?
R. De Piccoli senza Gianni non avrebbe fatto nulla, dopo però De Piccoli si mise sotto l’ombra di D’Alema. Uno come Gianni era un altro personaggio, più limpido. D’Alema è intelligente, non lo metto in dubbio, anche lui è un personaggio politico, ma è un cinico. Venezia in quegli anni rimane a Gianni ma a Roma si dice “Non voglio mica lui”, questo è il discorso. Se questo l’ha fatto De Piccoli io lo posso solo immaginare. Lo spessore dell’uomo era quello, niente da paragonare, oggi qui non c’è niente.
Saccà. Tornando agli anni ’70 a Venezia c’era la spaccatura tra i dorotei e la sinistra DC, anche come idea di gestione della cosa pubblica. Quando il PCI arriva al governo sappiamo che, nonostante il centralismo democratico, c’erano delle differenze tra la corrente che poteva richiamarsi a Pellicani e correnti più di sinistra, ingraiane. Quando il PCI era al governo e sono riusciti a innovare, uno come lui come era riuscito mantenere un PCI compatto nell’esperienza di governo?
R. Lui aveva grandi capacità di dialogo, faceva un grande lavoro nelle sezioni, poi incontrava il personaggio della DC che contava, trovava il personaggio del PSI. Io l’ho seguito sempre, anche quando facevamo le riunioni con Laroni, che rappresentava De Michelis, e con Scibilia, due tecnici e due politici. Il partito socialista era De Michelis, ho partecipato a pochissime riunioni con Rigo, a lui interessava solo prendere voti. Gli altri socialisti erano pragmatici, cioè Laroni si interessava di tutto, voleva gestire i fondi. I socialisti avevano dei difetti ma avevano anche dei pregi da questo punto di vista. Io avevo potuto osservarlo anche a Milano, in metropolitana ne ho visto di tutti i colori ma l’hanno fatta, poi se hanno preso le tangenti, non sono un moralista, so benissimo come va il mondo. Il mondo va in un certo modo, si tratta di capire se tu poi le cose le fai e le fai bene. Se non fai le cose e pigli pure le tangenti è ancora peggio. A Milano la metropolitana l’hanno fatta, bene anche. Gianni mi ricordo andava in tutte le sezioni a spiegare il bilancio, era una fatica! Io mi sono logorato in quegli anni lì, riunioni con questo, con quello, con le categorie. Qualcuno lo accusava di frequentare i salotti ma non era vero. Certo lui partecipava ma non potevi mica fare l’assalto al Palazzo d’Inverno! Non eravamo mica a Stalingrado qua, forse c’era qualcuno che lo pensava. Una certa borghesia ha votato PCI, bisogna tener presente perché, sarà stato anche per radicalismo chic ma intanto hanno votato. Lui lo faceva con onestà cristallina, perché sapeva dove arrivare, sempre nell’interesse della gente che tutelava lui. Per il resto lui tesseva le fila di tutto, aveva questa fiducia della gente. Aveva questa grande capacità, lui portava avanti delle cose che legavano la sinistra e questo non gli hanno perdonato questo, quando si è rotto il compromesso storico. Il partito socialista è diventato craxiano e Berlinguer è andato nel camper per trattare due o tre cose che interessavano a lui. Invece Gianni voleva portare avanti tutto insieme il popolo. Se quella politica fosse stata portata avanti anche da altri, forse i socialisti non sarebbero andati con Forza Italia. Io non mi interesso al PD, non me ne importa, perché a un certo punto io vedevo come lavorava Gianni e lo voto, anche uno come Massimo ma i “quaquaraqua” no, anche se sono ex PCI, io non li voto! Quando venivano tutti qua e mi dicevano “Fammi ricevere da Gianni”, c’era anche un Assessore che veniva da me, che non veniva ricevuto perché Gianni non aveva tempo. Quelli che sono venuti dopo non so se hanno capito tutta la politica che ha fatto Gianni, oggi vogliono solo avere il posto, Gianni lavorava per un’idea. Oggi il valore aggiunto dell’Italia sono le idee perché la produzione delle merci è della Cina che lo fa a basso costo. In politica anche le idee sono importanti.
D. Con quali Assessori Pellicani lavorava a stretto contatto?
R. Gianni era un accentratore, anch’io lo sono perché se gli altri non fanno faccio io. Gianni era uno così, e non nascondo che questo modo irruente di buttarmi sulle cose forse l’ho preso da lui. Lui veniva in ufficio che già aveva un’idea in testa per cui arrivava un Assessore, lui manco lo guardava! Chiamava me o Capitanio, o altri perché lui seguiva la sua idea. Per quello che mi ricordo lui chiamava gli Assessori ma le politiche le faceva lui. Infante, al personale, lo seguiva, aveva le sue idee ma… Sulla Cultura era Gianni che la faceva.
D. Lia Finzi però aveva competenze specifiche.
R. Sulla politiche sociali Gianni non entrava molto, dipendeva dall’Assessore, su alcuni comparti, la Cultura, il Personale li curava direttamente. Pellicani entrava nei Lavori Pubblici, che c’era Nardi, per le cose che interessavano a lui, bisognava contrattare coi socialisti.
Saccà. Lei diceva prima che le riunioni le facevate con Laroni che rappresentava De Michelis, e Nardi aveva un Assessorato importante, saranno nati dei contrasti tra i socialisti. Pellicani come si gestiva questi contrasti?
R. In quel periodo i problemi potevano esserci tra Gianni e Laroni ma la mediazione la trovavano loro. Le cose si decidevano lì e invece dopo, negli anni successivi, mi sono trovato che interveniva Salvagno perché c’era Pontel. Perinato diceva una cosa, l’altro ne diceva un’altra ma erano gli anni Ottanta. Nardi si era dimissionato perché era in ballottaggio per la Presidenza della Cassa di Risparmio e noi con la tesoreria, era incompatibile, ma è morto un mese dopo.
Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto