I
Gianni Pellicani nasce a Ruvo di Puglia nel 1932 il 12 di settembre. La famiglia era pugliese ma per l’insorgere di una ineludibile necessità, aveva dovuto trasferirsi nel Veneto, precisamente nel comune di Noale tra il veneziano e la Marca trevigiana, perché la mamma aveva vinto un concorso per l’insegnamento nelle Scuole Elementari ed era stata assegnata nella sede noalese.
Gianni era il primo figlio e la famiglia era tenuta a rispettare l’antica tradizione di far nascere il primogenito nella terra d’origine e nella casa di famiglia di Ruvo. Dopo la nascita, qualche mese dopo il piccolo Gianni fu riportato a Noale.
Ragazzo molto vivace, aveva sette anni quando la sua mamma rimase vedova. Le condizioni economiche della famiglia peggiorarono, sicchè si dovette ricorrere ai collegi-convitti per orfani d’insegnanti, inviandovi Gianni; per lui cominciò una peregrinazione lontano da casa ad Assisi, a Pesaro, ad Urbino ed in altre sedi in condizione di esteso disagio. Questo fa comprendere perché Gianni fu poi sensibile alla sorte dei più indigenti, dei più disagiati e alla loro condizione umana. A Noale dominava allora sulla scena politica la DC, la sinistra era quasi inesistente, e, giustamente, si disse che Gianni era stato il primo comunista di Noale.
Fiorella conosce Gianni per la prima volta a Venezia nel centro storico in occasione di un dibattito promosso dalla gioventù democratica cristiana di Venezia sull’intervento sovietico a Budapest, un incontro riuscito, emozionalmente intenso, in un momento drammatico della vita politica italiana. Fiorella aderiva allora al Movimento Giovanile Socialista, suo padre, Egidio Chiaroni-Casoni veneziano autentico di S. Marco, era un socialista.
Gianni Pellicani era già nella FGCI di Venezia con compiti di Direzione. Fiorella e Gianni si sposano il 6 agosto del 1959, Nicola e Ilaria nascono a Mestre, il primo nel 1961 e la seconda nel ’63.
“Una grande onestà morale ed intellettuale nel lavoro e nei rapporti umani, esempio per i figli, nella politica come pochi”, così lo ricorda Fiorella che tuttora insiste nel sottolineare di essere stata privilegiata nell’averlo incontrato ed amato. Fiorella dice che ha compiuto con lui un lungo viaggio, bellissimo con la fatica con le difficoltà che esso ha comportato. Di questo viaggio nutre una nostalgia profonda.
II
Vediamo come Gianni giunge alla politica e al PCI, nelle condizioni ambientali più disagevoli per le sinistre.
Innanzitutto, giovanissimo, cerca il dialogo e il confronto di idee con i giovani cattolici democratici. Non poteva essere altrimenti perché a Noale di giovani comunisti o socialisti non ve ne erano. Ma questa apertura, questo desiderio del dialogo e del confronto lo accompagnerà lungo tutta la sua vita politica non breve, e sarà tra gli elementi non secondari della sua storia politica e della sua formazione. Poiché Gianni non è mai stato uno sputa sentenze ne un autoreferenziale. Gianni leggeva, studiava, colloquiavia ma era aperto all’ascolto , misurava, cioè, le sue idee le sue ragioni anche su quelle degli altri. Questo si connette anche ad una sua preferenza politica: il gradualismo degli obiettivi e dei risultati che si intrecciavano con la concezione riformista del socialismo.
Gianni Pellicani aderisce alla FGCI di Venezia e ne diventa rapidamente il leader, fa crescere l’organizzazione giovanile fino a portarla a 12000 iscritti, espressione di una vera organizzazione di massa.
La sua attenzione cade sulle condizioni di vita dei giovani operai, ma innanzitutto su quella dei figli dei contadini poveri. Nell’introdurre un convegno provinciale della gioventù che si teneva a Portogruaro nel lontano marzo del 1956 Gianni, aveva allora 24 anni, dirà:” questa imponente assise trova la sua giustificazione ed origine nella aggravata situazione delle masse contadine, e , in particolare, di quella delle giovani generazioni che non vengono accolte nella produzione, o che in ogni caso non trovano soddisfazione delle loro più elementari esigenze ed aspirazioni”. E sottolinea:” la grave situazione di sofferenza, di bisogno, di inciviltà in cui sono costretti a vivere i giovani e le ragazze nelle nostre campagne, in un sistema che non è più capace di assicurare loro il lavoro, una vita più civile e moderna, di garantire un avvenire pieno di felicità e di progresso”.
Conclude proponendo la formazione di comitati di giovani contadini nelle aziende agricole, per portare avanti rivendicazioni quali: uguale salario per uguale lavoro, imponibile di manodopera, ferie, premi di produzione, aggiungendo:” su questa strada di unità di tutti i giovani avanziamo per conquistare alle idee di libertà e di benessere i giovani migliori. Avanziamo per il lavoro, la democrazia, la pace ed il socialismo”. Si profila già quella che sarà tra le parole chiave del suo credo politico “ la democrazia” insieme a quelle del Partito, dell’unità delle sinistre, della cultura di Governo.
III
La FGCI è stata l’occasione che mi ha fatto conoscere Gianni Pellicani più da vicino.
Era il 1953, l’anno della morte di Stalin, in cui si tenne a Ferrara un Congresso Nazionale della FGCI. Avevo da poco iniziato il mandato di Segretario della Federazione di Padova del PCI; la Direzione del partito decise in occasione di questo Congresso giovanile che alcuni Segretari di Federazione entrassero nel Comitato Centrale dei giovani comunisti per rafforzare il rapporto tra il partito e l a FGCI.
Per questa ragione partecipai a questo Congresso presieduto da Giancarlo Pajetta. Mi colpì subito di Gianni lo spirito battagliero che immetteva nel sostenere e nel difendere una sua posizione politica e ideale, senza che questo facesse velo alla sua aderenza piena alla concretezza, ai problemi da risolvere. Ricordo che Vincenzo Calò, un pugliese vivace ed intelligente, che si era trasferito a Padova ma in cui le ambizioni personali erano pari alle sue tendenze estremistiche sul piano politico e ideologico, smaniava dal desiderio di far parte della Direzione della FGCI che il nuovo Comitato Centrale doveva nominare.
Desiderio legittimo ma impraticabile perché tendeva ad escludere Gianni da quella Direzione, il Segretario, cioè, di una delle più forti Federazioni comuniste giovanili esistenti in Italia.
Mi battei perché equità e giustizia prevalessero e Gianni fu eletto nella nuova Direzione della FGCI. La conclusione del Congresso fu tristissima per la notizia della scomparsa di Stalin, ricordo la grande manifestazione che si tenne a Ferrara in quei giorni in onore di Stalin a cui tutto il Congresso partecipò con Pajetta oratore.
Questo rapporto di amicizia con Gianni che era anche l’espressione di un comune sentire crebbe nel tempo ed ebbe i suoi punti di forza e di riferimento nella fase in cui Gianni Pellicani fu Segretario Regionale del PCI Veneto e lui mi volle suo collaboratore nell’Ufficio di Segreteria; successivamente quando fu chiamato a dirigere la Sezione Centrale degli Enti Locali ed anche in tale occasione mi volle con lui a Roma al quarto piano di via Botteghe Oscure, e, poi ancora quando entrò nella Segreteria Nazionale con Natta Segretario fino alla costruzione della nuova e significativa esperienza quale fu quella del Governo Ombra nel bel palazzo di Vicolo Valdina a Campo Marzio, nei pressi di Montecitorio, di cui egli fu il Coordinatore Nazionale con Achille Occhetto Presidente (1989-1991).
Rimane fra i miei migliori ricordi il periodo degli anni Settanta quando Gianni fu eletto nella Camera dei Deputati, e, il suo primo impegno importante e coinvolgente fu la stesura della prima Legge Speciale “Interventi per la salvaguardia di Venezia”. Ero allora il responsabile del Gruppo dei Deputati comunisti che lavoravano sul tema dei Lavori Pubblici, del territorio, dell’urbanistica e della casa della politica delle acque e della difesa del suolo. Anche per questa ragione Gianni volle che gli fossi vicino, che operassimo insieme e che fossi io il relatore sulla Legge dedicata a Venezia, per la minoranza.
Ricordo allora un altro grande leader politico Bruno Visentini repubblicano di fede antifascista che di Gianni aveva una stima profonda, anche lui molto impegnato sulla Legge sulla salvaguardia di Venezia. Solo su un punto, anche se non marginale, eravamo in dissenso con Visentini: il ruolo degli Enti Locali, in particolare dei Comuni di Venezia e di Chioggia e del comprensorio veneziano, e le funzioni della Regione. Visentini di fatto era un centralista non riponeva fiducia nel ruolo degli Enti locali.
Avevo sette anni più di Gianni, non l’ho mai sentito come un fratello minore, ma debbo confessarlo, una cosa mi assillava e mi teneva in ansia; mi domandavo: ma ce la farà a resistere al ritmo di lavoro che lui seguiva, tenendo conto della fragilità della sua salute?.
Gianni aveva il dono della incontentabilità, della perfezione rispetto ai contenuti e alla forma del dire e dello scrivere. Ma questo costava tempo, applicazione, sacrifici e salute, soprattutto quando doveva preparare una relazione, e in particolare gli interventi alla Camera.
C’era un medico, nostro amico, molto affettuoso che veniva a palazzo Valdina a Roma per misuragli la pressione, per fargli delle iniezioni e per garantirsi che prendesse le medicine prescritte. Ha ragione Massimo Cacciari quando parlando della religiosità di un non credente quale era Gianni osservava: “l’esser degni di questa vita per la sua immortalità e quindi dobbiamo saperla non sprecare, non spenderla invano, non farla passare in chiacchere”. E cercare di essere non nemici gli uni con gli altri:” ma essere per gli altri nei confronti dei loro bisogni, delle loro sofferenze”. Qui c’è la bella pagina scritta e realizzata da Gianni Pellicani nel suo rapporto con il mondo del lavoro, in particolare, con gli operai di Porto Marghera.
Egli stesso ricorda come di fronte alle spinte del movimento studentesco e di una grande parte degli operai protagonisti delle lotte imponenti di quegli anni (1968-1969), il compito principale era quello di raccogliere la sfida che quelle spinte proponevano, e, cioè, “il mutamento del PCI e con il mutamento delle forme di lotta delle masse realizzare la ricomposizione politica della classe operaia”.
Si aprì un dibattito ampio nel quale, è Gianni Pellicani che parla, “ mi impegnai decisamente per contestare non solo le posizioni entriste, chiamiamole così, ma anche quelle di chi, dirigente del PCI aveva scritto nel Rapporto di attività della Federazione in preparazione del XIII Congresso, che “la rivoluzione cinese costituiva la prima esperienza diretta di costruzione del comunismo”. Espresse una critica ferma ma anche una sollecitazione forte al confronto perché era importante mantenere aperto il dialogo con le nuove generazioni in un passaggio essenziale non solo per la storia del Paese.
Gianni era convinto che il Sessantotto era una stagione che avrebbe potuto cambiare la nostra vita, il nostro Paese. Non solo. Infatti negli Stati Uniti, nel Sud America, nel Giappone e nell’Europa i fermenti e le suggestioni che i giovani avevano suscitati erano degni di attenzione: gli Hippies rifiutano il veleno del Dio danaro, l’amore, il sesso dovevano prendere il posto della guerra, la creatività doveva andare al potere. E i fatti di massa: la rivolta degli studenti Berkley, le oceaniche manifestazioni dei neri d’America, il maggio francese con gli operai e gli studenti uniti nelle piazze, la rivoluzione di Praga soffocata dai carri armati sovietici, il nostro sessantotto discusso nel quale accanto ad un moto rivolto al cambiamento della società e delle istituzioni crescevano fenomeni di “illegalità di massa” riconducibili alla Autonomia operai organizzata. Di fronte ai quali da un a parte c’era un netto rifiuto dei partiti e dei sindacati, dall’altra c’era una tensione di gruppi di intellettuali (si ricordino Cacciari, Curi, Asor Rosa, Tronti) secondo i quali si dovevano condannare senza riserve gli episodi di violenza ma, al tempo stesso, capire le ragioni storiche economiche, culturali, che erano alla base del “ Sessant’otto”.
Su questo punto il contributo teorico e politico dei riformisti come Giorgio Napolitano e Gianni Pellicani fu importante. E questo emerse nel corso di un Convegno Nazionale di Studio tenuto a Padova nel 1977 dedicato ad approfondire il tema.” Operaismo e centralità operaia”. Le conclusioni di Napolitano e gli Atti divennero un punto di riferimento teorico fondamentale in una fase così travagliata della storia politica nazionale.
IV
Il rapporto di Gianni Pellicani con Venezia, con la sua storia, i suoi problemi, le sue istituzioni fu significativo. Non dimentichiamo che il suo primo incarico politico di rilievo fu l’elezione a Consigliere Comunale a Venezia nel 1960 rimanendovi fino al 1990, rieletto per ben sei volte. A Venezia ricordano Gianni come il miglior Vicesindaco d’Italia, nel 1975 con il socialista Mario Rigo, Sindaco.
Un ruolo non secondario ebbe anche l’esempio che gli aveva dato negli anni precedenti svolgendo attività privata di commercialista a Mestre, senza dimenticare la politica e dimostrando che l’attività di funzionario del partito come scelta di vita era importante ma non esclusiva. Anche in questa attività egli profuse serietà e preparazione. In una lettera inviata a Fiorella compagna onnipresente per Gianni, affettuosissima, devota, in occasione della sua scomparsa, un giovane commercialista di Mestre così scrive:” Gianni era eccezionale anche nel lavoro di commercialista, quando uscendo da una famiglia di commercialisti e non volendo fare il giovane di studio a casa mia, mi sono guardato attorno, subito ho individuato nello studio Pellicani il più moderno, agile ed aperto alle novità. Gianni mi ha accolto, mi ha insegnato una professione, Gianni mi ha indicato le cose che non si devono fare”.
Gianni amava i libri, la lettura, voleva essere documentato. Aprì a Mestre tre librerie mosso da due sollecitazioni che egli fortemente sentiva: aprire Mestre alla cultura così da favorire l’unione tra le due diverse anime di Venezia, quella insulare e quella di terraferma, lottando nel corso della battaglia referendaria contro la separazione, e, ottenendo in Parlamento l’inserimento di Venezia nel novero delle città metropolitane.
Negli anni del lavoro da Vicesindaco due sue qualità emersero: la sua cultura di tributarista e di elaboratore di bilanci e la sua convinta adesione alla “cultura della pianificazione”.
Ad alcuni appariva perfino un arido pignolo quando sottolineava l’importanza dei bilanci consultivi, la necessità di studiarli bene e di pubblicarli per farli conoscere anche al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Questo faceva parte della sua concretezza, del suo interesse al dato reale, alle radici dei problemi. In tal senso, parlano anche i pregevoli interventi che Gianni ebbe occasione di fare in Parlamento nella Commissione Finanze e Tesoro ed in Aula su provvedimenti ed atti di politica tributaria.
V
Gianni fu a Venezia un pubblico amministratore efficiente e capace, promotore di vari interventi di natura economica, sociale, territoriale, ma guidato sempre da una visione generale delle problematiche veneziane difficili, complesse, uniche per la loro originalità e aticipicità. Questa capacità di visione gli veniva dalla sua convinta adesione alla cultura della programmazione democratica e a quella, come ho già detto della pianificazione territoriale.
Gli ispiratori erano Giorgio Amendola e Giorgio Ruffolo. In un pubblico confronto con Lelio Basso e con Riccardo Lombardi, Giorgio Amendola aveva indicato tre punti di ricerca alla sinistra italiana, invitandola ad “ un dibattito aperto non chiuso da preclusioni dottrinarie e dogmatiche”. Uno di questi punti era “ la ricerca di una piattaforma di programmazione democratica che limitasse il potere del monopolio, affermasse la volontà pubblica sulla volontà privata e fosse capace di risolvere attraverso riforme di struttura problemi che non sono scelti da noi ideologicamente, ma che sono posti dalla realtà nazionale: anche in questo elemento obiettivo, c’è una spinta al socialismo”.
Alla metà degli anni ottanta Giorgio Ruffolo dava l’allarme sulla “degradazione mercatistica dell’ambiente e dello spazio“, e affermava che “ la programmazione fornisce il solo quadro coerente entro il quale una politica di arricchimento sociale può essere efficacemente perseguita. L’abbandono dell’impegno riformatore in questo campo costituisce uno degli aspetti più gravi e caratteristici della crisi attuale della sinistra”.
Gianni Pellicani si oppose nei fatti a questa temuta degradazione tenendo insieme gli strumenti di ripianificazione urbanistica comunale di Venezia affidati alla cura di Edoardo Salzano, e, quello della pianificazione territoriale, comprensoriale della Laguna e del suo entroterra affidato a Ezio De Lucia. Ne risultò uno strumento atipico che fu denominato “ piano-programma” al fine di dare “ coerenza sistemica, e generare rispondenza a talune prescelte finalità, tutte le attività, le azioni, gli interventi di realisticamente prevedibile concretizzazione nell’arco temporale del mandato amministrativo comunale, al contempo valutandone la fattibilità in relazione ai previsti flussi finanziari del Comune e in genere alle risorse credibilmente mobilitabili “ ( Luigi Scano )
La direzione e la gestione dell’attività del Comune di Venezia segnarono così una linea di discontinuità rispetto al passato. Con Gianni Pellicani Vicesindaco di Venezia dal 1975 al 1983, le attività e le prospettive della Giunta di sinistra assunsero il carattere di vera svolta e d’innovazione radicale. Egli fu il vero motore di quella svolta.
Si trattava di promuovere in un quadro d’insieme vitalità, sviluppo, risanamento del centro storico e salvaguardia di Venezia e della sua Laguna in una delle aree piu pregiate e delicate d’Italia. La “specialità” della legge di salvaguardia poggiava, in sintesi, su questi elementi: la tutela di Venezia dalle dirompenti acque alte; il risanamento ambientale del grande bacino lagunare e del comprensorio veneziano; il restauro del Centro Storico e la sua rivitalizzazione per fermare il processo del diradamento abitativo; una duplice promozione di ripianificazione urbanistica di Venezia e di pianificazione territoriale comprensoriale della Laguna e dei Comuni del suo entroterra; lo sviluppo di un turismo regolamentato; la partecipazione del Comune di Chioggia agli interventi di salvaguardia e ai processi di sviluppo dell’area veneziana. Infine, occorreva garantire a tutti gli interventi previsti dalla legislazione speciale le risorse finanziarie necessarie.
Non a caso parliamo di legislazione perché le leggi speciali per Venezia furono più di una. Ad esse Gianni si dedicò con passione e con preparazione, operando e tenendo insieme i due binari, quello del Comune e quello parlamentare. Gianni coinvolse nella preparazione della legislazione i migliori cultori e specialisti di una tematica interdisciplinare quale era quella veneziana, a cominciare dalle Università dell’Istituto di Architettura e di Cà Foscari.
Mi pare giusto ricordare la seduta del 27 febbraio 1973 nella quale la Camera dei Deputati approvò il disegno di legge riguardante gli interveneti per la salvaguardia di Venezia e le concorrenti proposte di legge presentare da Gianni e da Michele Achilli del PSI. In quella seduta Gianni svolse un ampio ed approfondito intervento di cui ripropongo le parole conclusive che colpirono molto l’Assemblea.
“Lo schieramento politico e sindacale, che si è espresso nella posizione unitaria non solo del consiglio comunale di Venezia, ma di decine di comuni dell’entroterra, l’ampiezza e la decisione del movimento di massa, culminata nella manifestazione che ha visto riunite quarantamila persone di varie categorie e che ha consentito al mondo del lavoro di presentarsi come la forza autentica, cui è affidato il compito di salvaguardare con Venezia una città viva; tutto ciò sia monito a quanti pensano, secondo gretti calcoli di potere e logiche di risicate maggioranze, di imporre a Venezia e al mondo un disegno di legge che suonerebbe un’offesa non solo ai monumenti, ma agli uomini.
Noi lavoreremo ancora in questi giorni con il paziente e tenace confronto delle posizioni per cambiare il disegno di legge, che, se approvato nell’attuale testo, non potrà chiamarsi “per la salvaguardia di Venezia”.
Ma se la maggioranza vorrà restare insensibile, non solo alle nostre critiche, ma anche a quelle delle altre forze di sinistra, ed a quelle così ampie che esistono a suo stesso interno, sappia che a Venezia e nel paese c’è ormai un movimento robusto, espressione di una vasta articolazione democratica che non consentirà che Venezia egli altri centri storici d’Italia, con il loro grande patrimonio culturale, siano consegnati nelle mani delle forze più retrive del paese. Questo grande movimento democratico saprà affermare un nuovo indirizzo, che consentirà che la grande tradizione storica delle nostre città, dei nostri beni culturali e di Venezia, che ne è l’emblema, si trasformino in forza vitale capace di sviluppo nuovo, in elemento essenziale del progresso civile della nazione”.
In sintesi, si può affermare che Gianni ha lasciato nella vita di Venezia di questa città straordinaria e difficile un’impronta indelebile perché qui ha immesso il suo fervore progettuale, “la sua tempra di realizzatore a servizio non di una parte ma della comunità, al servizio del Governo democratico della città con spirito unitario e nell’interesse generale”.
VI
Pare giusto soffermarci su quel che fece Gianni come dirigente politico nella Regione e nella Direzione Nazionale del PCI. Il suo apporto è stato decisivo alla mutazione travagliata della sinistra italiana per piena coerenza riformista e per le sue forti convinzioni democratiche. In queste esperienze di direzione politica fui suo stretto collaboratore con una fiducia da lui riposta in me, fondata unicamente su una disinteressata, antica ed affettuosa amicizia.
Nell’83 assunse il compito di Segretario Regionale del PCI del Veneto e si impegnò subito su due piani da lui ritenuti essenziali: l’aggiornamento e l’approfondimento dell’analisi sullo sviluppo del Veneto e del nordest chiamando , tra gli altri, i compagni più preparati dell’IRES – CGIL e del Gramsci e il rilancio e la rimotivazione delle funzioni dei Segretari delle Federazioni del Veneto per rafforzare nel vivo di una dialettica democratica l’unità del gruppo dirigente estendendo ovunque una cultura di governo che costituiva uno dei punti di forza della sua ispirazione riformista.
La vocazione alla cultura di governo e la coerenza riformista guidarono Gianni anche nel confronto e nel lavoro politico a livello nazionale. Le sue posizioni contarono per la combattività con cui sempre le sostenne nel Gruppo parlamentare e nella Direzione Nazionale nulla cedendo al conformismo.
Nel 1987 ha inizio il suo ruolo di Dirigente Nazionale del PCI come responsabile della Sezione centrale degli Enti Locali, poi chiamato da Natta nella Segreteria Nazionale che si formò dopo la morte di Berlinguer e in quella che le succedette con Occhetto Segretario della svolta della Bolognina e il cambiamento del nome del Partito da PCI a PDS. Qui Gianni si trovò a lavorare a contatto di gomiti con Piero Fassino che veniva dal Piemonte e che, la mattina dei funerali, di Gianni dirà commovendosi:”era uno straordinario amico, era uno straordinario amministratore ma anche un uomo generoso, che si spendeva per gli altri e traduceva ogni intuizione in fatti. Perché sapeva che non basta evocare le cose, bisogna farle. Un grande riformista che mancherà ai suoi cari, alla sua città, a tutti noi.”
Domandiamoci perché Gianni accettò di stare in Segreteria con Occhetto nel momento stesso in cui nell’area riformista vi erano preoccupazioni e anche diffidenze nei confronti della gestione di Occhetto Segretario? Non certo per ambizione personale ma perché egli era tormentato dal rischio che si correva chiudendosi troppo nell’area riformista e dalla necessità di saldare al gruppo dei dirigenti più anziani del partito, quelli più giovani per garantire un futuro al nuovo PDS divenuto poi DS, e, alle sperate innovazioni politiche. Con questa scelta Gianni assolse a un ruolo importante per la politica del partito perché sempre rimandendo sul piano di ispirazione riformista, mantenne e sviluppò collegamenti e rapporti tra compagni e tra dirigenti rapporti che si rivelarono molto utili in una fase di vivace dialettica e di battaglia di idee e di proposte.
VII
Il desiderio di introdurre nella politica forti dosi di innovazione anche sotto la spinta di una fantasia creativa emersero in Gianni Pellicani, e di questo ne fui testimone e realizzatore, nel corso della utile esperienza del “Governo Ombra” PDS – PCI durato dal luglio 1989, dopo la svolta della Bolognina, al gennaio 1992. Sul ruolo che ebbe il “Governo Ombra” nel sistema politico italiano e per il nuovo partito che nasceva dopo la fine del comunismo, mi pare utile riferirsi al giudizio che di questo strumento diede Achille Occhetto che del “Governo Ombra” fu Presidente con accanto Gianni Pellicani nel ruolo di Coordinatore. Il Governo ebbe ventuno Ministri scelti tra i compagni e amici ,della Sinistra Indipendente, autorevoli e qualificati. Napolitano agli Esteri, Cervetti alla Difesa, Tortorella all’Ordinamento dello Stato e alla Sicurezza, Rodotà alla Giustizia, Reichilin alla Programmazione, Visco alle Finanze, Cavazzuti al Tesoro, Segre alle Politiche Comunitarie, Borghini alle Attività Produttive, Barbarella Carla all’Agricoltura, Minnucci al Lavoro, Aureliana Alberici all’Istruzione, Visentini all’Università e Risorse, Scola ai Beni Culturali e Spettacolo, Garavini alle Infrastrutture, Ada Becchi Collidà al Territorio, aree urbane e politiche della casa, Berlinguer alla Sanità, Testa all’Ambiente, Romana Bianchi agli Affari Sociali e Pari Opportunità, Cancrini alla lotta alla droga e Grazia Zuffa alle Politiche giovanili.
In sintesi, Occhetto affermò: “ Il problema del Governo di una nuova e diversa governabilità, nasce dall’esigenza di corrispondere alle profonde trasformazioni conosciute nel Paese in questi anni. Sono proprio tali trasformazioni, è il livello di sviluppo raggiunto dal Paese a rendere ormai superato un vecchio modo di essere del sistema politico, i vecchi metodi consociativi, la politica delle formule, e a richiedere, invece, un sistema che funzioni sulla base di chiare alternative programmatiche. Quel che cerchiamo di fare anche con il Governo Ombra è di impostare idee e programmi nostri, accentrando e determinando così la nostra alternativa programmatica davanti al Paese”. Così concludendo: “ L’impostazione che abbiamo dato al nostro lavoro non ha davvero come obiettivo quello di separare l’attività del partito tra una iniziativa ideale e di movimento e quella impegnata a inseguire i processi decisionali del Governo. Il nostro scopo, al contrario, è quello di stabilire un filo interiore tra movimenti, idealità, progetti, azione di Governo”.
Nel maggio 1991 si formò una seconda edizione del Governo Ombra che vide l’uscita di Rodotà, di Tortorella, di Garavini, della Barbarella e l’ingresso nel Governo di nuovi Ministri nelle figure di Cesare Salvi per la Giustizia, le Questioni Istituzionali, Informazione, Franco Bassanini per gli Affari Interni, riforma della Pubblica amministrazione e diritti civili, Silvano Andriani per le politiche industriali e le attività Produttive e Agricole, Giacomo Schettini per il Mezzogiorno, Anna Finocchiaro per gli Affari Sociali. Occhetto in base allo Statuto del Partito, assunse la carica di Presidente del Consiglio e Gianni Pellicani fu riconfermato all’incarico di Coordinatore del Governo Ombra l’insediamento del Governo avvenne nella Sala della Regina a Montecitorio davanti all’Assemblea dei gruppi parlamentari del PDS e della Sinistra Indipendente della Camera e del Senato.
All’Assemblea parteciparono numerosi giornalisti di diverse testate. Per illustrare le ragioni della formazione del nuovo Governo Ombra, Occhetto riprese le premesse politiche e istituzionali con cui si era dato luogo nel luglio 1989 alla nascita del Governo Ombra, rafforzandone l’impegno fondamentale rivolto ad affermare una nuova capacità di Governo e di decisione democratica per le riforme della politica di cui aveva bisogno il Paese.
Per la prima volta, per altro, l’istituzione del Governo Ombra veniva affermata nello Statuto del PDS e l’altra novità era costituita dal fatto che i componenti del nuovo Governo Ombra erano tutti parlamentari, tranne un’eccezione il professor Cesare Salvi incaricato della Giustizia e alle Questioni Istituzionali. Ciò allo scopo di far operare il Governo Ombra nelle aule parlamentari in uno stretto rapporto con la elaborazione propositiva e l’azione politica dei parlamentari del PDS e della Sinistra Indipendente.
Ricordo come il lavoro e le iniziative del Governo Ombra siano state molto impegnative, perché si operava su due piani: l’attività del Governo e dei Ministri in quanto tali, le decisioni dei singoli e quelle collegiali, le consulenze esterne molto qualificate di collaborazioni per la preparazione di proposte, di documenti, di dossier per le materie più significative e l’attività esterna dello stesso Governo e dei Ministri. Tale attività, veniva compiuta con visite di delegazioni ministeriali in vari centri del territorio nazionale, con promozione e partecipazione a incontri e a convegni di varia natura.
Un vero debito contraemmo con le compagne addette alla attività tecniche e di assistenza del Governo Ombra, davvero instancabili. Gianni Pellicani era esigente nel lavoro di Coordinatore, più di una volta gli orari erano impossibili, ma lui era un esempio per tutti.
Alla legislazione che succedette dal 1992 in poi non si parla più di Governo Ombra. Non voglio qui discutere di questa decisione. Chi come me questa esperienza l’ha vissuta dall’interno la ritiene una decisione affrettata, non meditata come si sarebbe dovuto.
In ogni caso, va riconosciuto che dopo il Congresso di Rimini costitutivo del PDS, fu compiuto allora un passo avanti significativo nel rendere limpida e incisiva la distinzione tra i compiti e le funzioni attinenti alle politiche di Governo, raccolte nell’esperienza del Governo Ombra, e le attribuzione della funzione del partito rivolte a promuovere e coordinare i rapporti con la società, i soggetti, i movimenti che in essa agiscono.
Ricordando che l’esperienza del Governo Ombra avvenne in condizioni del tutto eccezionali e certamente non favorevoli, il bilancio di quella esperienza fu positivo e dimostrò l’utilità e la vitalità di quella innovazione politica.
VIII
Nel 1994 Gianni fu nominato Presidente della Save, la società di gestione dell’aeroporto veneziano “Marco Polo”. Quanti ricordando l’aeroporto di quindici anni fa lo confrontano con quello di oggi, possono misurare i passi giganteschi compiuti sul servizio reso alla città, sullo sviluppo infrastrutturale del “Marco Polo”. Negli esercizi 1994-1999, Gianni Presidente è stato compiuto un lavoro intenso, sono state realizzate opere indispensabili. Sono state poste le basi oltre che per la crescita dell’aeroporto per la liberalizzazione dei servizi di handing e l’avvio della quotazione di Save in Borsa. “Quotazione che Gianni concepiva come presenza e stimolo ai privati, nuovo canale di finanziamento per lo sviluppo delle infrastrutture e che vedeva fondata sul presupposto di un saldo controllo pubblico garantito dalla Legge istitutiva dell’aeroporto (che dava a Comune di Venezia, a Provincia e Regione il 54% delle azioni oltre ad un 10% di proprietà all’Autorità Portuale) e logicamente connesso alla particolare configurazione di monopolio naturale tipica delle infrastrutture aeroportuali”. (M.Morino)
Nei sei anni 1994-1999 il fatturato aeroportuale passò da 36 a 38 milioni di euro, l’utile netto da 5,9 a 10,6 milioni di euro, i passeggeri da 2.014.000 a 3.809.000. Fu giudicato grave che all’approssimarsi del rinnovo del Consiglio di Amministrazione del 2000, la Regione Veneto appoggiasse la cordata di imprenditori privati consentendole di conquistare la Presidenza della Società e inoltre, fatto ancora più grave, che la quota azionaria di proprietà della Regione confluisse nella Marco Polo Holding, una società controllata da Marchi nuovo Presidente espressione di privati a scapito di soci pubblici della Save. Gianni, convinto difensore dell’interesse pubblico condusse una battaglia, ma rimase solo, e quel che accadde dopo l’amareggiò non poco,ma nonostante le malattie e un fisico provato non si sottrasse all’incarico di Consigliere della Fondazione Venezia.
Nel momento in cui un aspro confronto si è aperto sulle vicende della SAVE, oggi retta sotto il controllo di privati nonostante che quello pubblico fosse garantito dalla legge istitutiva dell’aeroporto, legge che dava al Comune di Venezia, Provincia e Regione il 51% delle azioni, il ricordo va al lavoro condotto da Gianni Pellicani alla SAVE come Presidente e come alto manager di un servizio tanto importante. Il problema non è quello di confrontare quanto si è speso con la presidenza Pellicani e quanto con quella di Marchi. Il problema è un altro, riguarda il disinteresse, la dedizione, l’autorevolezza, lo stile delle persone qualità precipue in Gianni poste a disposizione di tutti.
IX
Ripercorrendo la vita di Gianni, i suoi sacrifici, il suo stoico resistere contro il male fisico e talvolta anche morale, ma continuare a lavorare, scrivere, dialogare sorretto dal fuoco della grande passione politica, dal senso di responsabilità, dalla cultura del fare, non suscita meraviglia il fatto che una città Venezia – Mestre si sia stretta attorno alle sue spoglie per esprimergli un corale e sentito ringraziamento. È stato osservato che guardando al partito, con i suoi eventi, alle sue scelte strategiche, Gianni portasse dentro di se come un rovello segno di una insoddisfazione tutta politica e culturale. Era la constatazione da parte sua, che il progetto riformista italiano, quello che si diparte da Giorgio Amendola, comprende Riccardo Lombardi, Giorgio Ruffolo e Giorgio Napolitano, aveva una base di consenso troppo ristretta e, in quanto tale, doveva saldarsi con le generazioni più giovani animati da passione politica. Giovani che avevano voluto sapere il più possibile sulle radici e sulla natura dell’antifascismo italiano, della Resistenza anche europea, del modo con cui da essa era nata la Costituzione, ed erano state gettate le basi dei suoi valori. Per ragioni d’età Gianni non aveva partecipato alla Resistenza, ma ne aveva un rispetto profondo, una considerazione valoriale molto alta, una ammirazione nei confronti dei suoi protagonisti. Egli sapeva quanto chi scrive ha dato ed ha sofferto nella Resistenza, nei lager nazisti e l’amicizia fra me e lui si è unificata anche per quest’esperienza. E perciò si può spiegare l’affetto e la considerazione che nutriva per Giobatta Gianquinto il Sindaco di Venezia dopo la liberazione, antifascista, repubblicano poi comunista, legatissimo ai lavoratori di Marghera, al loro modo di sentire, al popolo veneziano.
Ecco il rapporto dialettico ma positivo con i giovani come condizione per difendere la strategia riformista e far crescere una nuova classe dirigente, per lo sviluppo del sistema politico. Per Gianni l’amicizia con Giorgio Napolitano durata una vita, l’amicizia e un consuetudinario rapporto con Emanuele Macaluso, i rapporti con Gerardo Chiaromonte con Paolo Bufalini, con Gianni Cervetti, sono stati eventi importanti non solo perché hanno nutrito in continuazione dialoghi, colloqui, opinioni, scambi di idee, letture, giudizi, ma perché lo hanno aiutato a vivere, lo hanno aiutato a combattere contro il male fisico, a resistere ed anche a lenire il disagio morale che gli procuravano le incomprensioni, gli isolamenti, la mediocrità dei parvenu della politica. Su tutto per fortuna sua, c’era la sua inseparabile dolcissima Fiorella che a Gianni si è dedicata quasi separandosi dal mondo esterno perché la sua attenzione, i suoi pensieri per lui non venissero turbati, ha sacrificato amicizie per stato di necessità, e, oggi, priva di lui lo sente. E cosi si può dire del suo rapporto con i figli con Nicola e Ilaria, di cui quando eravamo a Roma lontani dalle famiglie egli mi parlava con sensibile trepidazione. Gianni non faceva sconti a nessuno, perché pensava che anche il più grande affetto non deve far velo al rigore e sulla severità del giudizio anche nei riguardi dei figli sempre amati.
X
Gianni non disperava sul futuro, era gramscianamente un pessimista dell’intelligenza e un ottimista della volontà.
Ricordava con Napolitano che “ Benché sconfitti, i comunisti riformisti (come i cecoslovacchi Dubceck e Pelikan) non furono, prendo a prestito da Gramsci questa drammatica espressione, dei “pionieri caduti sulle proprie orme”, perché contribuirono ad aprire una strada di cui la storia si incaricò di segnare il corso ulteriore e lo sbocco liberatorio”.
Quando nel PCI la parola socialdemocrazia era quasi un tabù e destava mai sopiti sospetti, fu Napolitano a battersi per primo nell’ esternare che il partito si ponesse come punto di sbocco del socialismo democratico europeo, pagando anche un prezzo politico per la difesa delle sue idee e della sua piena autonomia di giudizio e di pensiero
Il rapporto e l’unità di intenti che contraddistingueva il gruppo di Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Lama, Pellicani, Bufalini, Cervetti si rafforzò all’inizio degli anni ottanta, quando Enrico Berlinguer abbandonò la scelta della “Solidarietà Nazionale” (delitto Moro) per proporre “l’alternativa democratica”.
Il gruppo dei riformisti, ma non solo , dissentono da questa scelta. È il dissenso nasceva dal fatto che i riformisti, mentre, non eccepiscono alle critiche anche se dure che erano rivolte a Bettino Craxi, rifiutavano la rottura con il PSI, rottura che essi consideravano esiziale per l’auspicata prospettiva del socialismo democratico europeo. È Macaluso a ricordare che Pietro Ingrao “ ci chiamò “miglioristi”, paragonandoci alle leghe del migliorismo prampoliniano, che puntavano a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori senza avere un progetto socialista. Poi il rapporto tra Napolitano ed Enrico Berlinguer si incrinò quando Giorgio, Capogruppo alla Camera, tentò di modificare il decreto sulla scala mobile emanato da Craxi. C’era quasi riuscito d’accordo con Formica (PSI), ma il Segretario aveva detto no lanciando il referendum contro il decreto. E Napolitano aveva scritto la lettera di dimissioni. Per lui quella non era solo uno scontro tattico, ma una questione di principio, perché riguardava la difesa del salario come variabile indipendente.
XI
Va ancora sottolineato che Giorgio Napolitano e Gianni Pellicani sentivano molto non solo l’amicizia, ma anche ammirazione per Gerardo Chiaromonte, a mio giudizio uno dei migliori del gruppo dirigente del PCI degli anni ottanta e fra i parlamentari più autorevoli della Repubblica. Le doti di Chiaromonte, il suo equilibrio, il suo coraggio emersero quando nel clima esasperato di “Tangentopoli” levò la sua voce per reagire ai rischi di alterazione dei rapporti tra i poteri dello Stato e nelle regole dello Stato di diritto, proprio a tutela dello svolgimento di “un’azione altamente impegnativa e meritoria di ristabilimento della legalità di fronte alle degenerazioni della politica”.
XII
Non posso tacere ripensando alle, purtroppo, ultime conversazioni avute con Gianni che egli nutriva due preoccupazioni su temi rilevanti.
La prima riguardava l’attuazione della democrazia dell’alternanza che non poteva determinarsi se era concepita come una guerra quotidiana di tutti contro tutti. Proprio perché questa errata concezione aveva portato ai disastri politici rappresentati dalla controriforma della Costituzione voluta dalla Casa delle Libertà e dalla adozione di una legge elettorale davvero insopportabile. Il suo pensiero coincideva con quello di Giorgio Napolitano nel senso che la democrazia dell’alternanza “ significa forte e netta distinzione su alcune scelte fondamentali e anche in alcune visioni generali, e, nello stesso tempo capacità di individuare terreni e occasioni di impegno convergente “.
L’altra preoccupazione era la sensazione che Gianni avvertiva circa il fatto che la sinistra italiana non riusciva ancora a cogliere non tanto che il mondo cambia e anche velocemente, ma che qualcosa di assolutamente nuovo sta accadendo nel processo storico. E questo nuovo riguarda diversi rapporti: il rapporto tra politica, etica e scienza, tra Occidente e Islam, il rapporto tra politica e religioni, il rapporto tra individuo e società con l’esprimersi di una nuova idea di se delle persone.
Gianni avvertiva che siamo nel pieno di una fondamentale discontinuità storica con due salienti novità emergenti: la sconvolgente rivoluzione scientifica e tecnologica che ha rivoluzionato i processi produttivi e, insieme, l’emergere di una condizione nuova di interdipendenza che collega l’intero pianeta in un reticolo di interconnessioni e di nuovi rapporti. Di fronte a questa novità, questo era il suo cruccio, sta purtroppo “ la incapacità della politica a governare quella unità del mondo che è sempre più netta nella realtà delle cose”.
Questo spiega perché oggi più di ieri “ le religioni fanno il loro ingresso nello spazio pubblico”. Occorre allora una alleanza fra fede e ragione senza ideologismi e senza integrismi. Nella diversità abbiamo bisogno di più ragione e di più fede “per aiutare il mondo a salvarsi dai conflitti che lo distruggono”. L’incontro e il dialogo costano fatica ma sono indispensabile per una nuova convivenza umana, pacifica, civile,
XIII
Nelle ultime battute delle risposte date da Gianni alle questioni che Alfredo Aiello gli pone nel corso di una intervista, purtroppo l’ultima, c’è quasi un testamento politico che fa riflettere.
“ Io, per dire il vero, anzi, per dirla alla vecchia maniera, sarei un pessimista dell’intelligenza e un’ottimista della volontà. Ho attraversato anch’io una grande parte del “secolo breve”. Sono passati più di cinquantacinque anni da quando ritirai la mia prima tessera di iscrizione dell’ex PCI; e per dirla con Bobbio, ho visto “l’utopia rovesciata” e forse sono diventato più prudente. Non posso tuttavia dimenticare che la storica contrapposizione tra movimento comunista e socialdemocrazia è stata risolta dal riconoscimento che il riformismo socialdemocratico è l’unico con cui la sinistra ha vinto le sfide della società contemporanea. Si è affermato, ha vinto il socialismo riformista e democratico col quale noi ci siamo finalmente e compiutamente ricongiunti. Socialismo che non è un modello, ma un processo. Un processo che con un’opera di graduale e continua trasformazione della società e dello Stato invera i grandi valori di libertà, di giustizia sociale e solidarietà. E graduale, mi piace sottolineare questo termine che prima era indice di subalternità. Per riprendere un’immagine felice di Vittorio Foà è l’attenta considerazione degli altri, della necessità del loro concorso nell’azione…..E l’apporto degli altri, della gente, richiede tempo. E spesso un eccesso di impazienza verso comportamenti graduali rivela la presunzione della propria centralità nei rapporti con mondo”. So bene che esiste una preoccupazione che condivido, sulla disparità di forze dinanzi al cambiamento d’epoca in cui ci troviamo. Infatti è stato detto che il nostro senso morale, e quindi le nostre leggi, i nostri ordinamenti avanzano più lentamente del potere economico e scientifico. E ancora, giustamente si è detto, che se non si avvicinano le due velocità potremmo – noi, il pianeta – essere sopraffatti. Ma questi rischi i nuovi drammi dell’umanità e cioè la distanza crescente tra paesi ricchi e paesi poveri, la presenza del terrorismo, la pace sempre a rischio e le libertà che possono essere ridotte e limitate dai grandi processi sovranazionali, richiedono più impegno. Ma oggi le forze di sinistra, espressione nel ‘900 del movimento operaio, non sono più divise come nel come nel secolo scorso. Hanno quasi superato le tragiche e drammatiche divisioni, e si presentano in Europa e nel Mondo unite attorno ad una scelta riformista e sono impegnate ad un comune lavoro di rinnovamento. E forze democratiche, Paesi e Istituzioni sono più forti rispetto a cinquant’anni fa. Attorno alla scelta riformista sostenuta ormai da un largo arco di forze di diversa ispirazione ideale, culturale e anche religiosa è possibile aggregare forze immense in Italia, in Europa e nel Mondo. Quindi è più agevole impegnarsi per quei cambiamenti che oggi tutta l’umanità richiede. Non ci sono “città future” da realizzare per le quali debbano essere sacrificate oggi le libertà. C’è una democrazia da difendere, da espandere qui e nel mondo sempre nel rispetto della democrazia stessa”.
Franco Busetto