La conoscenza, l’attaccamento, l’amore di Gianni Pellicani per Venezia erano ricambiati.
L’appellativo di Doge che simpaticamente gli era da molti amici attribuito non va ritenuto un semplice scherzoso orpello. Pur volendo giustamente sottolineare che i sindaci dei quali Gianni fu vice hanno esercitato le proprie funzioni in modi apprezzabili, non si fa torto né a loro né a nessun altro se si aggiunge che il posto occupato e l’attività svolta da Gianni sia nella vita amministrativa, sia più in generale nella città, sono stati e restano preminenti.
Ma l’impegno di Pellicani per la sua città fu tanto efficace – traducendosi concretamente in opere, e per lui in riconoscimenti – perché fu inserito in un ambito più vasto, non solamente lagunare, del ruolo di Venezia, e perché egli stesso si esercitò sempre, anche in qualità di esponente politico veneziano, con una visione e una consapevolezza nazionali, culturali e pratiche dei propri compiti.
Non a caso parlo di visione e non certo di rincorsa a occupare spazi e posti di dimensione nazionale. Intendiamoci, quando egli fu chiamato a ricoprire incarichi istituzionali e politici in qualità di parlamentare o di membro della Segreteria e della Direzione del PCI o di Coordinatore di quell’organismo che fu governo-ombra del PCI della Sinistra indipendente, svolse il proprio lavoro con capacità e autorevolezza.
Ma secondo uno stile che gli derivava dalla “scuola politica” a lungo frequentata. Non sgomitava e, anzi, si ritraeva spesso nel suo ambito veneziano pur avendo visione e apprezzamenti nazionali.
Ricordo, a questo proposito, un episodio forse finora sconosciuto. Nella seconda metà degli anni ’70, toccò a me proporre a Gianni, a nome della Segreteria nazionale del PCI, di lasciare la carica di vice-sindaco di Venezia per assumere l’incarico di Segretario Regionale del Partito nel Veneto. Ciò, comportava, soprattutto per una personalità come la sua e secondo il costume e la struttura dirigente allora nel PCI – e la cosa gli fu resa esplicita – la contemporanea assunzione di una funzione nazionale e il relativo ingresso nella Direzione, vale a dire nel cosiddetto vertice del partito.
Gianni si riservò di riflettere sulla proposta e qualche giorno dopo declinò l’invito. Preferì – in questo senso argomentò la risposta – continuare a svolgere i propri compiti “veneziani” sempre, tuttavia, con una visione nazionale sia di essi che del proprio ruolo personale, rinunciando però ad ogni ulteriore onore e onere.
Quando, poi, parecchi anni dopo, circostanze indipendenti dalla sua volontà lo portarono a ricoprire incarichi politici direttamente nazionali della Segreteria del PCI e, successivamente, in altri organismi di analogo impegno, l’esperienza e la cultura acquisite ne distinsero l’attività proprio perché gli permisero di non sfuggire mai alla concretezza e, viceversa, di essere sempre legato alla realtà.
Conosce bene questa sua duplice qualità – ampia visione e richiamo alla concretezza – chi gli fu vicino e, per esempio, collaborò strettamente con lui nell’opera di coordinamento del governo-ombra, come fece Franco Busetto.
Non che queste sue doti, però, furono sempre da tutti apprezzate. Altrimenti la lotta politica alla quale egli partecipò sempre a viso aperto, lealmente e con la convinzione e l’impegno volto a far valere interessi di ordine generale, non gli avrebbe procurato qualche dissapore e qualche amarezza all’interno stesso del suo partito. Comunque ciò non gli impedì, e anzi in un certo senso rafforzò, nell’intento di far valere le proprie idee e posizioni coerentemente riformistiche anche quando questo termine non era di moda e addirittura era motivo di ripulsa e di ostracismo. Quando poi con Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Lama, Bufalini e i più giovani Morando e Ranieri, si decise di dar vita “all’area riformista”, egli ne fu partecipe convinto in prima fila.
Negli ultimi anni, già in parte minato nel fisico dai malanni, non abbandonò certo del tutto l’impegno politico ma forse aggiunse una nota di riflessione in più facendo appello al proprio non piccolo bagaglio culturale e alla propria vivace capacità critica, accentuando l’una e arricchendo ulteriormente l’altro con assidue letture e intense discussioni. Di tali discussioni alcune sono rimaste ben presenti anche nella mia mente. Il suo ragionare era, nella forma, lineare coerente, rigoroso.
Nella sostanza risaliva a vari momenti della storia che, dai suoi anni giovanili in su fino a vicende più recenti, lo avevano visto, in un modo o in un altro, protagonista. Non ne parlava, però, in termini personali. Si occupava e discuteva di questioni collettive nodali della sinistra italiana, le quali riguardavano non soltanto questo o quest’altro pur importante evento – il ’56 e l’Ungheria, il ’68 e il rapporto con l’URSS, ecc. ecc. – ma soprattutto la funzione storicamente esercitata dalle varie forze in campo e, in particolare, dal PCI.
Concludeva che né la storiografia, né la politica avevano riflettuto a sufficienza su tale funzione e che da un simile difetto derivavano parecchi danni del presente. Naturalmente, il suo spiccato senso critico non gli permetteva di assolvere nessuno da errori compiuti né, tantomeno, di indulgere a nostalgie.
Anzi, la sua analisi si faceva tanto più circostanziata e severa quanto più toccava fatti e questioni concernenti le responsabilità di chi aveva avuto i ruoli più rilevanti – cominciando da se stesso – o dai gruppi e forze – i riformisti del PCI – dei quali si era sentito ed era stato parte integrante. Tuttavia, su alcuni punti di fondo – almeno tre – argomentava e si esprimeva con grande efficacia.
In primo luogo, sottolineava che nella storia collettiva da lui vissuta la politica e il fare politica erano principi determinanti nell’impegno di ciascuno e di tutti.
In secondo luogo, aggiungeva, che proprio da ciò derivava la visione e la preminenza dell’interesse generale e, di conseguenza, l’attaccamento alle istituzioni democratiche e la continua ricerca dell’unità.
Infine, rimarcava come se pure il PCI non avesse potuto, o saputo, svolgere una funzione nazionale di governo in senso proprio, certo aveva assolto a un compito altrettanto importante mostrandosi in grado di orientare e dirigere decisivi processi sociali, innanzitutto contribuendo a trasformare le strutture statali in “Stato democratico” e inserendo in esso chi fino allora aveva avuto una posizione subalterna o, viceversa, ribellistica. E il suo argomentare non era fatto di frasi apodittiche ma di un susseguirsi di interrogativi e di risposte così come di nuovi interrogativi e di nuove risposte.
Evitava di tal modo, per sé le secche sia del reducismo che del pentitismo, e per l’interlocutore il ruolo del semplice ascoltatore di verità rivelate.
Per tutto ciò, discutere con Gianni era un grande piacere intellettuale. Anche per questo, oltre che per una amicizia fatta ormai solo di struggente ricordo, mi mancherà, così come mancherà a tutti i suoi amici e compagni.
Gianni Cervetti