Inventario

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L’operazione di censimento e descrizione degli archivi d’impresa ha consentito di portare alla luce le tracce di diverse realtà industriali, alcune da tempo non più esistenti, altre in via di dismissione o di radicale ristrutturazione. Ad oggi i fondi oggetto del progetto sono: Societa’ Porto Industriale, Ente Zona Industriale Di Porto Marghera, Fertimont, Ilva Altiforni e Acciaierie d’Italia, Vetrocoke, Montefibre.

Nel lavoro di inventariazione è parso opportuno includere i due fondi della Società Porto Industriale e dell’Ente Zona Industriale di Porto Marghera, pur non essendo essi definibili quali archivi d’impresa: ciò per la rilevanza della documentazione conservata ai fini della conoscenza dello sviluppo dell’area industriale e dei legami con le diverse realtà produttive del territorio.

L’indice seguente presenta l’intero inventario documentale del progetto “Archivi dell’Impresa”, suddiviso nei diversi fondi inventariati dal progetto e in nuclei tematici. L’esatta collocazione delle unità documentali è restituita attraverso link puntuali alla piattaforma web dedicata al progetto all’interno del sito comunale Album di Venezia.

 

FONDO Ente della Zona Industriale di Porto Marghera (1924 - 2006)
FONDO Fertimont (1937 - 1992)
SUB-FONDO Progetti di impianti, edifici, macchinari (1937 - 1991)
SEZIONE Prima Zona Industriale Nord (1937 - 1991)
SERIE Area Complessi (1937 - 1991)
SERIE Area Feltrinelli (1983 - 1986)
SERIE Area Ceneri (1980 - 1980)
SEZIONE Prima Zona Industriale Ovest (1960 - 1991)
SERIE Area Fosfati (1975 - 1991)
SERIE Area Azotati (1960 - 1991)
SUB-FONDO Pratiche edilizie e patrimoniali (1937 - 1992)
SEZIONE Materiali generali o afferenti a più aree (1968 - 1992)
SEZIONE Prima Zona Industriale Nord (1937 - 1992)
SERIE Area Feltrinelli (1983 - 1986)
FONDO Ilva
SERIE Pratiche di committenza
SERIE Disegni
FONDO Montefibre
SUB-FONDO Consiglio di fabbrica (1959 - 1997)
SERIE Accordi aziendali e di reparto (1980 - 1993)
SERIE Situazione degli organici (1981 - 1986)
SERIE Pubblicazioni
SUB-FONDO fotografico ACSA
Foto ACSA (impianti, operai, visite familiari, manifesti pubblicitari Leacril) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. G316, G386, n.14
Foto selezionate: foto modelle e impianti - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. G411, G470
Foto ACSA (impianti, personale in fabbrica, seminario tessile ACSA 1965) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1049, 1200, n.13
Foto ACSA (interni ed esterni impianti) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1387, 1466
Foto ACSA (interni ed esterni impianti) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1560, 1639, n.12
Foto ACSA (interni ed esterni impianti) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1740, 1837
Foto ACSA (interni ed esterni impianti, panoramiche PM) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1838, 1911, n.16
Foto ACSA (impianti, personale in fabbrica) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 1912, 2004, n.15
Foto ACSA (interni ed esterni impianti) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. 2197, 2264
Foto ACSA (interni ed esterni impianti) - COLL.: Fondazione Gianni Pellicani - Racc. Miscellanea
FONDO Società Porto Industriale di Venezia (1917 - 1956)
SERIE Rassegna stampa sulla costruzione del Porto industriale (1917 - 1917)

La Costituzione Domani – Atti del convegno

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L’origine di questo libro è il convegno di studio “La Costituzione domani. Nel 60° anniversario della Carta fondamentale della Repubblica” organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani a Palazzo Ducale il 18 settembre 2008 alla presenza del Presidente della Repubblica. Un’iniziativa pensata per offrire un’occasione di confronto di alto profilo sulla Carta Costituzionale. Dunque non una mera ricorrenza, bensì un momento di riflessione sulla tavola di principi e valori, di diritti e doveri che sono da sessant’anni alla base della nostra democrazia. Il convegno, come si può evincere dalla lettura degli interventi, rappresenta un contributo non formale al confronto politico in atto nel Paese sull’attualità della Carta Costituzionale.

Il volume, pubblicato nel 2008 dall’editore Marsilio all’interno della collana “Tempi”, riporta interventi di Giorgio Napolitano, Massimo Cacciari, Giuseppe Duso, Mario Bertolissi.
In calce, i Principi Fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.
L’introduzione è di Nicola Pellicani.

Qui sotto, i link per scaricare il volume e per accedere alle pagine dedicate al convegno e alla presentazione pubblica del volume.

 

Presentazione degli intervistati

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Dai saperi, dall’intelligenza e creatività delle persone nascono innovazione e sviluppo. Ecco perché abbiamo deciso di affidarci ad un panel di “talenti” per avere qualche stimolo nella ricerca di alcune idee e spunti per fare di Mestre e Venezia una città migliore nella qualità della vita e nella competizione globale sempre più serrata tra le aree urbane nel mondo.

Il talento non è solo un genio spesso dipinto come eccentrico, il talento si nutre di competenze saperi confronto e stimoli. Una persona di talento quindi intesa in un’accezione ampia, una persona brava e competente con qualifiche distintive che la rendono risorsa preziosa nell’ambito di lavoro, studio, ricerca, aree tra loro sempre più connesse. Quindi il talento non ha età e lo si può trovare in diversi settori. Non solo ingegneri, fisici, ma anche umanisti: la banca mondiale nel 2003 ha stimato un peso delle industrie culturali e creative sul PIL mondiale di oltre il 7 % e secondo l’UNCTAD il tasso di crescita tra 2000 e 2005 è stato di oltre 8% annui.
Persone quindi impegnate in quello che viene chiamato terziario che sta affrontando per la prima volta una profonda riorganizzazione. Giuseppe De Rita nell’ultimo rapporto del Censis lo ha definito il “ventre molle” del sistema produttivo italiano, un ventre che rappresenta il 71% del valore aggiunto prodotto in Italia, il 55% delle imprese attive e il 66% dell’occupazione. Un ventre molle che potrebbe sprigionare importanti innovazioni visto che molti occupati non sono sufficientemente valorizzati: secondo l’Istat sono circa un milione i laureati impiegati in occupazioni che non richiedono le competenze acquisite da queste persone, e addirittura 2,7 milioni i diplomati ce svolgono lavori meno qualificati di quelli che potrebbero fare. Bisognerebbe dotare le città di infrastrutture molto diverse da quelle tradizionali infatti il passaggio dall’era delle produzione e del capitale fisico all’era dell’ideazione e del capitale creativo e intangibile ha portato con sé nuove esigenze organizzative. Inoltre accanto alla necessità di competenze sempre più specifiche è necessario far interagire scienza e arte, tecnica e cultura.
L’obiettivo è dare voce a talenti, già affermati o che stanno dimostrando particolari doti, tutte persone che hanno un legame con il territorio veneziano e quindi in grado di contribuire alla discussione sul futuro della città in termini precisi.

1. Paolo Lucchetta – Bologna 1959. Architetto, nel 1999 fonda RetailDesign srl, insediata al Vega/Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia. RetailDesign srl è costituita da 20 Architetti, Designers, Artisti che si occupano di progetti e ricerca in un territorio che spazia dall’architettura al Design, dalla Moda alla Comunicazione e che trovano il loro campo di applicazione nel Retail con clienti in Europa,Usa, Asia. Dal 2006 è docente di Architettura d’interni al Master del Politecnico di Milano.

2. Valeria Tatano – Venezia 1964. Professore associato di Tecnologia dell’architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università IUAV di Venezia. È responsabile scientifico di ArTec, l’Archivio delle tecniche e dei materiali per l’architettura e il disegno industriale del Sistema Laboratori dello IUAV

3. Pierluigi Aluisio – fondatore e amministratore delegato di VeniceCom, che è un e-Business Solution Provider leader nella progettazione e implementazione di soluzioni tecnologiche e comunicative innovative.

4. Andrea Stocchetti – Professore Associato, docente di Economia e Gestione delle Imprese – Università Ca’ Foscari di Venezia. Delegato del Rettore per edilizia, infrastrutture, logistica, sicurezza e residenzialità.

5. Michele Boldrin – Padova, 1956 – si laurea in Economia e Commercio nel 1982 all’Università di Ca’ Foscari. Dall’autunno del 2006 lavora presso la Facoltà di Economia della Washington University in St. Louis e come ricercatore presso la Federal Reserve Bank di St. Louis. Dal 2006 è redattore di noiseFromAmeriKa, un blog di economia e politica creato da un gruppo di economisti italiani emigrati negli Stati Uniti.

6. Riccardo Della Torre – ricercatore presso “Tolomeo Studi e Ricerche”, Treviso. Ha collaborato con COSES – Consorzio per la Ricerca e la Formazione, Fondazione Nord Est, Veneto Lavoro, Ca’ Foscari Formazione e Ricerca.

7. Massimo Russo – Venezia, 1965. Giornalista, responsabile Area Informazione, Divisione Digitale di Gruppo, direttore responsabile Kataweb.it. Docente a contratto alla laurea specialistica in Editoria, media e giornalismo e all’Ifg (Istituto per la formazione al Giornalismo) di Giornalismo digitale, Nuovi media, Web 2.0.

8. Maurizio Carlotti (Venezia, 1953) nel 1979 come Direttore Generale della televisione locale Televenezia, successivamente ricopre cariche dirigenziali in varie concessionarie ed agenzie di pubblicitá. Dal 1998 al 2000 AD del Gruppo Mediaset con la responsabilitá dell’area Media e Contenuti . Nel 2000 entra a far parte del Gruppo De Agostini. In giugno 2003 é A D Gruppo Antena 3 participata da Planeta e De Agostini. Dal luglio 2008 é vicepresidente del Grupo Antena 3.

9. Massimo Donà – Venezia 1957. Filosofo e musicista, È professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Trombettista jazz e leader di un proprio quartetto.

10. Emanuele Pettener ha pubblicato diversi racconti e saggi. Due volte finalista del Premio Strega. Attualmente insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, quaranta miglia a nord di Miami.

11. Roberto Compagno, amministratore delegato della società veneta Industrie Confezioni Tessili, cui fanno capo quattro marchi di proprietà e le due licenze per Burberry e Zegna. Nel 2003 Roberto Compagno insieme al fratello Marzio che con lui guida l’ azienda, hanno creato Slower che è un’etichetta che garantisce l’ “eccellenza”delle aziende Incotex, Montedoro, il Maglificio Zanone e Glanshirt. Il gruppo veneto ha chiuso il 2008 con un fatturato di 58 milioni (il 50% derivante dall’ estero). Ha tre show room a Milano, Tokyo e New York, due negozi gestiti direttamente a Milano e a Parigi. Le prossime aperture sono previste a Hong Kong e in Asia con la formula del franchising

12. Marino Pagan – 1984 Mestre. Laurea triennale in ingegneria informatica conseguita all’Università di Pisa. Attualmente sta svolgendo un Dottorato in Scienze neurologiche all’Università della Pennsylvania e collabora al DiCarlo Lab al Dipartimento di Scienze cognitive del MIT.

13. Valeria Benvenuti è nata a Mestre nel 1980 e attualmente è ricercatrice presso la Fondazione Leone Moressa di Mestre, centro studi e di ricerca che si occupa di analizzare la realtà economica e produttiva veneta. Per il secondo anno consecutivo organizza e coordina un tavolo di concertazione tra diversi attori economici e sociali del territorio veneziano, con lo scopo di discutere e di pervenire a soluzioni comuni su alcuni argomenti concordati.

14. Michele Brunello – Verona, 1975, vive e lavora tra Venezia e Milano. Architetto. Dottorando in Urbanistica presso l’Università IUAV di Venezia. Ha ricevuto premi e menzioni per i diversi lavori sviluppati su Venezia e il sistema lagunare come metafora della città mediterranea. E’ fondatore del collettivo artistico attualAmente e del gruppo di progetto Studioplano. Attualmente è partner di Stefano Boeri Architetti con cui, dopo aver coordinato i progetti a La Maddalena e il Masterplan di Expo Milano 2015, sta sviluppando il progetto di città dell’innovazione “Skolkovo” a Mosca e diversi progetti internazionali.

15. Stefano Beraldo – Mestre 1957. Nel 1988 entra nella Holding del Gruppo Benetton. Dal giugno 2000 assume la carica di Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo De’ Longhi. Nel luglio 2005 assume la carica di Amministratore Delegato e Direttore Generale di Gruppo Coin. In meno di due anni ha portato la capitalizzazione di Borsa dell’azienda da circa 320 milioni di euro a oltre 750 milioni, ad una consolidata leadership sul mercato dell’abbigliamento italiano e all’avvio di un processo di internazionalizzazione.

16. Andrea Jester – laurea all’Università Ca’ Foscari. Coordinatore programmi di finanziamento europei, consulente sviluppo presso Technogym e freelance

Il riformismo a Venezia e in Italia – Atti del convegno

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Pubblicato nel 2017, Il riformismo a Venezia e in Italia propone una riflessione articolata su Gianni Pellicani, contestualizzandone la figura all’interno del quadro locale e nazionale, per contribuire alla ricostruzione in modo ragionato di alcuni temi e momenti significativi della storia più recente del novecento veneziano e italiano.
Il libro, pubblicato da Marsilio nella collana “Ricerche”, raccoglie gli atti del convegno che la Fondazione Gianni Pellicani ha organizzato nell’aprile 2016, in occasione del decennale della scomparsa dell’amministratore e uomo politico.
Il libro ospita inoltre quattro saggi inediti, che contribuiscono ad arricchire l’esame della sua figura e di quella parte del pensiero politico al quale Pellicani aveva aderito fin dalla sua iscrizione nel PCI, ossia la cultura riformista della sinistra italiana.

Il testo ospita saggi e contributi a firma di Massimo Cacciari, Marino Cortese, Paolo Costa, Cesare De Michelis, Ciriaco De Mita, Michelangela Di Giacomo, Rino Formica, Marco Gervasoni, Maria Luciana Granzotto, Sandro Guerrieri, Livio Karrer, Giorgio Napolitano, Giovanni Orsina, Nicola Pellicani, Annamaria Pozzan, Gianfranco Rocelli, Giuseppe Saccà, Omar Salani Favaro.
Le prefazioni sono di Cesare De Michelis e Massimo Cacciari.

Il libro è stato presentato pubblicamente presso il centro culturale Santa Maria delle Grazie, a Mestre, il 17 febbraio 2018.

Utilizza i link sottostanti per scaricare il volume in formato pdf e per vedere le immagini della presentazione pubblica.

In ricordo di Gianni Pellicani (di Gianni Cervetti)

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La conoscenza, l’attaccamento, l’amore di Gianni Pellicani per Venezia erano ricambiati.

L’appellativo di Doge che simpaticamente gli era da molti amici attribuito non va ritenuto un semplice scherzoso orpello. Pur volendo giustamente sottolineare che i sindaci dei quali Gianni fu vice hanno esercitato le proprie funzioni in modi apprezzabili, non si fa torto né a loro né a nessun altro se si aggiunge che il posto occupato e l’attività svolta da Gianni sia nella vita amministrativa, sia più in generale nella città, sono stati e restano preminenti.

Ma l’impegno di Pellicani per la sua città fu tanto efficace – traducendosi concretamente in opere, e per lui in riconoscimenti – perché fu inserito in un ambito più vasto, non solamente lagunare, del ruolo di Venezia, e perché egli stesso si esercitò sempre, anche in qualità di esponente politico veneziano, con una visione e una consapevolezza nazionali, culturali e pratiche dei propri compiti.

Non a caso parlo di visione e non certo di rincorsa a occupare spazi e posti di dimensione nazionale. Intendiamoci, quando egli fu chiamato a ricoprire incarichi istituzionali e politici in qualità di parlamentare o di membro della Segreteria e della Direzione del PCI o di Coordinatore di quell’organismo che fu governo-ombra del PCI della Sinistra indipendente, svolse il proprio lavoro con capacità e autorevolezza.

 

Ma secondo uno stile che gli derivava dalla “scuola politica” a lungo frequentata. Non sgomitava e, anzi, si ritraeva spesso nel suo ambito veneziano pur avendo visione e apprezzamenti nazionali.

Ricordo, a questo proposito, un episodio forse finora sconosciuto. Nella seconda metà degli anni ’70, toccò a me proporre a Gianni, a nome della Segreteria nazionale del PCI, di lasciare la carica di vice-sindaco di Venezia per assumere l’incarico di Segretario Regionale del Partito nel Veneto. Ciò, comportava, soprattutto per una personalità come la sua e secondo il costume e la struttura dirigente allora nel PCI – e la cosa gli fu resa esplicita – la contemporanea assunzione di una funzione nazionale e il relativo ingresso nella Direzione, vale a dire nel cosiddetto vertice del partito.

Gianni si riservò di riflettere sulla proposta e qualche giorno dopo declinò l’invito. Preferì – in questo senso argomentò la risposta – continuare a svolgere i propri compiti “veneziani” sempre, tuttavia, con una visione nazionale sia di essi che del proprio ruolo personale, rinunciando però ad ogni ulteriore onore e onere.

Quando, poi, parecchi anni dopo, circostanze indipendenti dalla sua volontà lo portarono a ricoprire incarichi politici direttamente nazionali della Segreteria del PCI e, successivamente, in altri organismi di analogo impegno, l’esperienza e la cultura acquisite ne distinsero l’attività proprio perché gli permisero di non sfuggire mai alla concretezza e, viceversa, di essere sempre legato alla realtà.

Conosce bene questa sua duplice qualità – ampia visione e richiamo alla concretezza – chi gli fu vicino e, per esempio, collaborò strettamente con lui nell’opera di coordinamento del governo-ombra, come fece Franco Busetto.

Non che queste sue doti, però, furono sempre da tutti apprezzate. Altrimenti la lotta politica alla quale egli partecipò sempre a viso aperto, lealmente e con la convinzione e l’impegno volto a far valere interessi di ordine generale, non gli avrebbe procurato qualche dissapore e qualche amarezza all’interno stesso del suo partito. Comunque ciò non gli impedì, e anzi in un certo senso rafforzò, nell’intento di far valere le proprie idee e posizioni coerentemente riformistiche anche quando questo termine non era di moda e addirittura era motivo di ripulsa e di ostracismo. Quando poi con Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Lama, Bufalini e i più giovani Morando e Ranieri, si decise di dar vita “all’area riformista”, egli ne fu partecipe convinto in prima fila.

Negli ultimi anni, già in parte minato nel fisico dai malanni, non abbandonò certo del tutto l’impegno politico ma forse aggiunse una nota di riflessione in più facendo appello al proprio non piccolo bagaglio culturale e alla propria vivace capacità critica, accentuando l’una e arricchendo ulteriormente l’altro con assidue letture e intense discussioni. Di tali discussioni alcune sono rimaste ben presenti anche nella mia mente. Il suo ragionare era, nella forma, lineare coerente, rigoroso.

Nella sostanza risaliva a vari momenti della storia che, dai suoi anni giovanili in su fino a vicende più recenti, lo avevano visto, in un modo o in un altro, protagonista. Non ne parlava, però, in termini personali. Si occupava e discuteva di questioni collettive nodali della sinistra italiana, le quali riguardavano non soltanto questo o quest’altro pur importante evento – il ’56 e l’Ungheria, il ’68 e il rapporto con l’URSS, ecc. ecc. – ma soprattutto la funzione storicamente esercitata dalle varie forze in campo e, in particolare, dal PCI.

Concludeva che né la storiografia, né la politica avevano riflettuto a sufficienza su tale funzione e che da un simile difetto derivavano parecchi danni del presente. Naturalmente, il suo spiccato senso critico non gli permetteva di assolvere nessuno da errori compiuti né, tantomeno, di indulgere a nostalgie.

Anzi, la sua analisi si faceva tanto più circostanziata e severa quanto più toccava fatti e questioni concernenti le responsabilità di chi aveva avuto i ruoli più rilevanti – cominciando da se stesso – o dai gruppi e forze – i riformisti del PCI – dei quali si era sentito ed era stato parte integrante. Tuttavia, su alcuni punti di fondo – almeno tre – argomentava e si esprimeva con grande efficacia.

In primo luogo, sottolineava che nella storia collettiva da lui vissuta la politica e il fare politica erano principi determinanti nell’impegno di ciascuno e di tutti.

In secondo luogo, aggiungeva, che proprio da ciò derivava la visione e la preminenza dell’interesse generale e, di conseguenza, l’attaccamento alle istituzioni democratiche e la continua ricerca dell’unità.

Infine, rimarcava come se pure il PCI non avesse potuto, o saputo, svolgere una funzione nazionale di governo in senso proprio, certo aveva assolto a un compito altrettanto importante mostrandosi in grado di orientare e dirigere decisivi processi sociali, innanzitutto contribuendo a trasformare le strutture statali in “Stato democratico” e inserendo in esso chi fino allora aveva avuto una posizione subalterna o, viceversa, ribellistica. E il suo argomentare non era fatto di frasi apodittiche ma di un susseguirsi di interrogativi e di risposte così come di nuovi interrogativi e di nuove risposte.

Evitava di tal modo, per sé le secche sia del reducismo che del pentitismo, e per l’interlocutore il ruolo del semplice ascoltatore di verità rivelate.

Per tutto ciò, discutere con Gianni era un grande piacere intellettuale. Anche per questo, oltre che per una amicizia fatta ormai solo di struggente ricordo, mi mancherà, così come mancherà a tutti i suoi amici e compagni.


Gianni Cervetti

Gianfranco Rocelli – Trascrizione della Videointervista

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R. A quel tempo lui faceva in accordo con Busetto, Busetto gli faceva tutto per la Legge Speciale. A quel tempo Gianni era il coordinatore del “governo ombra” e allora c’era Busetto che gli faceva …, però veniva lui. Al tempo della Legge Speciale che ho fatto io, quella dell’84, non del ’72 perché non ero deputato. La prima Legge Speciale è del ’72, io l’ho seguita come segretario provinciale della DC, dopo sono andato in Parlamento e in Commissione Lavori Pubblici. Quello che ha molto operato su questo, su mandato di Gianni, perché Gianni quella volta credo abbia saltato, era Marrucci.
D. Sa dov’è Marrucci? E’ in Sri Lanka sposato con una donna di là.

R. Ed è andato su un albero.

D. Eh?

R. Un mio amico, un socialista, di Perugia invece improvvisamente è stato preso da un giro di buddisti e sono trent’anni che vive su un albero in Umbria.

D. Non ci credo!

R. Non ci crede? E’ vero! (Ridiamo) Mi hanno detto che anche il fratello di Craxi è simile, infatti non lo citano mai! (Ridiamo) E’ una vita completamente diversa, evidentemente Marrucci ha coronato un sogno.

D. Credo da diversi anni, quindi le cose funzionano.

R. Infatti, io non l’ho più visto. Sai chi c’era con noi in Commissione Lavori Pubblici e Ambiente ai tempi della Legge Speciale? La Livia Turco. Cattiva, cattiva, spiona! (Ridiamo) A quel tempo quelli della Commissione si controllavano tutti nel partito e lei era la spia e ce l’aveva su con Gianni perché era un moderato (Ride), ce l’aveva su!
D. Di lei so che è esperto di Legge Speciale, delle questioni relative al porto, è su questo che le farò le domande.

R. E dei problemi della casa, soprattutto. Io ho fatto la più grossa legge, che è il Piano decennale per la casa pubblica e privata, è la legge 457 del ’79  perché a quel tempo ero vicepresidente nazionale dell’Ania Case, che era l’associazione …

D. Lei non è stato anche sottosegretario, praticamente vice Ministro?

R. Sì, al Commercio con l’Estero, ai Lavori Pubblici, al Lavoro e Previdenza Sociale.
D. Come? Nella stessa esperienza o in più governi?

R. Sono stato con il secondo governo Craxi, perché Craxi ha fatto più governi, Fanfani e dopo Goria. E dopo ho fatto il vicepresidente della Commissione d’inchiesta, che avevo promosso io, tra l’altro, sull’Irpinia, che è stata la mia rovina, mi hanno massacrato!

D. Ma dove è andato a finire!

R. Beh, no, va ben, bisogna farle certe cose nella vita sennò è troppo facile. Sono stato quasi costretto perché avendo promosso la legge, loro sapevano che avevo questo rapporto privilegiato con Gianni Pellicani che faceva il coordinatore del “governo ombra” e dovevo fare il presidente di questa Commissione. La Commissione d’inchiesta è diversa dalla Commissione di indagine, che è quella su Venezia che aveva promosso Gianni, perché la Commissione di inchiesta ha i poteri della Magistratura e può mettere in galera direttamente la gente. Scalfaro era Ministro degli Interni, è caduto il governo, non ha più fatto il Ministro e mi sembra Forlani quella volta, mi pare, mi ha detto “Non ha niente da fare, eri stato candidato tu, lascia …” “Sì, sì, fa il magistrato” e ho fatto il vicepresidente suo. (L’operatore chiede a Rocelli di spostarsi per centrare meglio l’inquadratura) D. Le hanno fatto altre interviste?

R. Ai tempi …, non erano proprio interviste perché io preferisco fare dei servizi e allora facevo finta di accompagnare e spiegavo, così diventava più leggera. In Rai si trovano. (Parliamo un po’ della Scuola di San Rocco, tutto è pronto e cominciamo le riprese)

D. On. Rocelli lei è stato molto amico di Gianni Pellicani, almeno credo. Può dirsi amico?

R. Ero …, penso che mi abbia considerato lui. (L’operatore interrompe e fa ruotare nuovamente l’onorevole sulla sedia. Ricominciamo)

D. Voglio chiederle un parere, perché secondo lei Gianni Pellicani non ha mai fatto il salto a livello nazionale, cioè non ha assunto un ruolo di dirigente nazionale?

R. Intanto Gianni era una figura particolare all’interno del partito comunista di allora, perché apparteneva, se così si può chiamarla, a una corrente minoritaria nel partito, la corrente dell’attuale Presidente della Repubblica e quindi era considerato un moderato. Ma io non sarei d’accordo sul fatto che Gianni a livello nazionale del suo partito non sia stato valorizzato, soprattutto dal gruppo parlamentare aveva ricevuto una stima particolare proprio per questo suo modo di fare, questo legarsi anche umanamente alla gente. Gianni aveva un grande cuore e in politica il rapporto umano delle volte serve più del cervello. Infatti Gianni è diventato coordinatore nazionale del “governo ombra” del PCI durante un periodo un po’ difficile, sia per la maggioranza di allora che per l’opposizione, si stavano preparando nuove realtà politiche di sviluppo nel paese.  E questa stima, credo, sia stata una stima che gli ha procurato la partecipazione per un periodo alla direzione nazionale del partito e quindi ha ricevuto degli incarichi di grande prestigio, non c’è dubbio! Fra l’altro Venezia era la culla a cui faceva sempre riferimento Gianni e essendo nel Veneto una spina nel fianco del dominio del mio partito della DC, aveva un leader come lui che, sotto certi punti di vista era apprezzato per la forza elettorale che portava dal Veneto, che era modesta nella realtà politica di allora ma portava una forza di consenso, soprattutto un afflato culturale, un discorso dell’interpretazione anche a livello politico dell’idea di Venezia. Dell’idea di Venezia ricordata dalla storia ma anche attualizzata, nel frattempo, per l’interpretazione delle lotte operaie che si sono verificate a Venezia e a Marghera, e della realtà industriale che Venezia comunque rappresentava, oltre al discorso della cultura, dell’architettura, del lavoro, eccetera.

D. Il Comune di Venezia è una realtà complessa, c’è il centro storico, c’è Mestre, c’è Marghera. Secondo lei la classe dirigente veneziana aveva la consapevolezza che esisteva qualcos’altro oltre il ponte della Libertà?

R. Gianni di certo, perché Gianni non è veneziano di nascita, poi era più mestrino che veneziano, però a Venezia aveva inventato questa figura del doge, il sindaco che non era comunista ma era socialista, che praticamente si faceva governare da un Consiglio dei Dieci che era costituito solo dalla persona di Gianni Pellicani. (Ridiamo)

D. Onorevole, lei ha seguito dall’inizio e a vario titolo la Legge Speciale, lei mi diceva che con la 171 del ’73 l’aveva seguita  per il partito da segretario provinciale.

R. Ero segretario del partito in sostituzione di Longo e a quel tempo si promosse questa continuità di una serie di piccole proposte che dal  1966 erano venute fuori, e si tentava di fare un nucleo organico di intervento su Venezia. Devo dire che quella Legge, e mi trovo d’accordo con Pellicani che mai la osteggiò, la criticò in certe situazioni e per certe situazioni ma mai la osteggiò! Con Pellicani mi trovavo d’accordo soprattutto sul preambolo della Legge Speciale, che è stato un capolavoro di democrazia e a cui concorse non solo la maggioranza ma anche l’opposizione di allora, compresi certi critici di adesso di quel preambolo. E’ il preambolo che dice che Venezia è città di importanza …, è un bene dell’umanità eccetera eccetera e lo Stato deve concorrere coi mezzi per il suo risanamento sia culturale, sia architettonico, ma soprattutto in riferimento alle attività che devono essere protette. Questo impianto dalla prima Legge Speciale non ebbe prosecuzione, perché il finanziamento era tutto quanto basato su un prestito internazionale che mai fu fatto, ma era anche basato su un prestito che via via nel tempo si era rivelato assolutamente insufficiente. Pensare che con un prestito internazionale si possano raccogliere al valore di oggi 22 mila miliardi, credo sia impossibile. Poi c’erano tutti i lavori della preparazione della difesa a mare, c’era Vladimiro Dorigo che era passato col Partito Comunista e che sotto certi punti di vista osteggiava nella sua idea Gianni Pellicani perché, mentre Dorigo aveva una visione di difesa di Venezia esclusivamente relativa al centro storico di Venezia e alle isole e alla laguna, Pellicani aveva un discorso di riproposizione o di proposizione delle condizioni favorevoli che dalla Legge Speciale potevano derivare a Venezia per fare Venezia il capoluogo metropolitano del Veneto, che è un discorso che si sta rivelando in questo momento di una necessità estrema. Allora si lavorò tutti d’accordo perché fossero recepiti dallo Stato i risultati per un appalto- concorso per la difesa delle bocche di porto, per la difesa di Venezia, a cui avevano partecipato le otto maggiori ditte italiane e internazionali. Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici allora non ritenne nessuno di questi progetti valido esclusivamente per Venezia, e da lì partì l’idea dell’acquisto di questi progetti da parte dello Stato per consegnarli a un Consorzio che, tenuto conto anche di quei lavori, approdasse ad un discorso più complessivo di salvaguardia di Venezia dalla chiusura delle bocche di porto. Interveniva però in quel momento della divisione della laguna e una serie di questioni non di piccolo riguardo e allora mi ricordo che Gianni, attraverso Marrucci, che loro presentavano in Commissione Lavori Pubblici, propose la soluzione della continuità per la realizzazione di questo progetto, a condizione che gli interventi sulla laguna fossero reversibili, non definitivi e soprattutto finanziati. Su questa base si trovò un’intesa fra Pellicani, noi democristiani e i socialisti per arrivare a una proposta di Legge Speciale che tenesse conto oltre di quanto riferito prima, degli elaborati del Consiglio Comunale di Venezia, dove ho già detto Gianni era “magna pars”. Su questa base furono fatte delle proposte di legge, la mia, una di Marrucci e Pellicani, con centocinquanta, centosessanta deputati che firmavano le leggi, che sottoscrivevano le leggi. E il Ministro dei Lavori Pubblici, che allora era Nicolazzi, precedette tutti con un Decreto Legge, che però non raccoglieva gli elaborati del Comune di Venezia, né le varie sensibilità che, all’interno di questa situazione, si erano determinate ed erano sensibilità di cui bisognava tener conto. Allora si decise in accordo che il decreto sarebbe stato accettato ma unificato con tutte le proposte di legge. Di fatto feci il relatore di quella legge, essendo il primo presentatore del partito con maggioranza relativa alla Camera, e ci intendemmo nel raccogliere questa situazione. Devo ricordare il bel lavoro che ha fatto l’onorevole Busetto, che era uno dei collaboratori principali di Gianni Pellicani, e si prese come punto di riferimento per il testo unificato che dovevo presentare, la mia proposta di legge e molta parte della proposta di legge, che poi assomigliava alla mia, che aveva presentato il partito comunista. Si trovò questa soluzione e la cosa strana è che un problema così grosso come quello di Venezia, discusso allora a tutti i livelli, sia di carattere internazionale, che europei che italiani, fu approvato in Commissione. Se questo problema fosse andato in aula alla Camera con molta probabilità staremo ancora parlandone. Però responsabilmente Gianni Pellicani avendone la possibilità, perché per avere la seduta legislativa ci vuole l’accordo di tutti quanti i partiti, collaborò fortemente perché questo problema fosse risolto in Commissione. Dopo di che nell’84 abbiamo approvato questa legge di finanziamento che, con i rifinanziamenti, ancora opera su Venezia. Abbiamo poi verificato nel 1991 che alcune parti della Legge Speciale, prima e seconda Legge Speciale che poi era la più importante perché era di finanziamento non di principi, aveva bisogno di determinati correttivi. Allora eravamo in una situazione in cui spendeva praticamente solo lo Stato, perché le burocrazie sia regionali che comunali, sia per un’opposizione a volte insensata, come sta succedendo qualche volta anche in questo momento, di una interpretazione del problema ambientale in termini radicali, si era accentuata. Quindi il discorso della seconda Legge Speciale rischiava di fare la stessa fine della prima Legge Speciale, se non c’erano due forze che governavano la stragrande maggioranza delle assemblee legislative, che si imponessero in un discorso non ufficiale di alleanza, ma di alleanza sul progetto. Mi ricordo che Gianni mi disse “Franco non aver paura, vai avanti! Vai avanti!”- perché anche nel mio partito c’erano delle incertezze- “Andiamo avanti e poi quando abbiamo i soldi vediamo di mettere a posto determinate situazioni”. E abbiamo modificate tutte quelle norme che impedivano sia alla Regione che al Comune di attuare in spesa gli interventi che erano previsti. Naturalmente con delle norme di salvaguardia estremamente rigide ma obiettivamente il discorso è andato avanti e io oggi dico alla gente, quando la accompagno lungo il Canal Grande, “Voi non avete visto cos’era il Canal Grande trent’anni fa!” I palazzi li regalavano, adesso i palazzi costano più dell’oro, le facciate sono restaurate, c’è un’altra sceneggiatura rimodernata su Venezia, e credo che questo sia da attribuire a quei politici responsabili che, avendo compreso il problema, misero da parte le situazioni di contrasto che non riguardavano la politica veneziana ma riguardavano altre questioni, e trovarono l’intesa per realizzare questo strumento legislativo ancora attivo a Venezia.

D. Nella legge del ’73 era prevista la realizzazione del Comprensorio, prima lei parlava della città metropolitana, era la stessa cosa riuscire a costituire …

R. Il Comprensorio della legge del ’73 non riguarda il discorso della città metropolitana.

D. Certo, noi possiamo interpretare quel …

R. Riguarda i Comuni della gronda lagunare, i quali Comuni della gronda lagunare si sono ritenuti danneggiati dalla Legge Speciale, perché non hanno più avuto mano libera in determinati argomenti. E nella contrapposizione interna tra Comuni c’era una città di mezzo che si chiama Chioggia. Nella mia proposta Chioggia era stata esclusa, se non che il sindaco a Chioggia era un comunista e fece delle pressioni su Pellicani perché non concedesse la sede legislativa della Legge Speciale di finanziamento. Allora si arrivò con Gianni a un accordo che il 15% della disponibilità per gli interventi nei centri storici sarebbe andato a Chioggia e così si sistemò la questione. Chioggia gode ancora di questo e anche a Chioggia credo si siano verificate delle situazioni di utilizzo della Legge Speciale importanti.

D. La prima Legge Speciale aveva stabilito dei meccanismi molto complessi …

R. Quasi impossibili da realizzare perché uno dei consulenti sulla Legge Speciale, e consulente mio e di Gianni Pellicani, era un personaggio che a Venezia era importante e si chiamava Edy Salzano, che presiedeva l’associazione degli architetti eccetera. Essendo un architetto era innamorato di certi meccanismi, pensava che la città si potesse svuotare come si era fatto a Copenaghen, zona per zona per sistemarla, una cosa impossibile a Venezia, non si sanno neanche dove siano le fognature, le tubazioni, ogni intervento di manutenzione su Venezia è una tragedia, vi potete immaginare se si potevano fare queste operazioni. Questa era una delle tante ma era troppo, ho detto prima, troppo caricata di pratiche burocratiche, una commissione di salvaguardia rigida che dominava su tutto, era diventata strumento politico di utilizzazione da parte o delle opposizioni o della maggioranza che impediva uno svolgimento tranquillo di questa operazione di salvaguardia.

D. Perché c’era stato il grosso problema dell’urbanistica veneziana, avevo guardato la stampa del ’74, c’era stato un intervento duro di Spadolini, la campagna di Montanelli, “Salvare Venezia dai veneziani” …

R. Su questa Longo potrebbe raccontarne …, fra l’altro una delle cose, non so se Longo l’abbia già riferita ma nella causa con Montanelli la causa fu vinta da Longo! Tutto ‘sto giro di intellettuali che vedono la città (Fine lato A. Lato B, cassetta n.1) come si potevano fare quelle cose alla Giudecca, come si potevano fare quelle cose in certi posti di Burano … Venezia non è una città per l’élite, Venezia è stata grande nel tempo perché ha salvaguardato tutte quanti le classi sociali, le ha amalgamate e ha inventato il Carnevale, fra l’altro, anche perché si potessero incontrare in maschera e non distinguersi l’uno dall’altro. Questo è un riferimento a cui tutte le forze democratiche e popolari tenevano ed era questa secondo me la grande distinzione sulla contrapposizione nella salvaguardia di Venezia. Non c’è dubbio che Gianni sia sempre stato da questa parte, non c’è dubbio, anche perché lui viveva più di me la realtà di Marghera e la realtà di Mestre. Proveniva da Noale, dove aveva visto uno sviluppo diverso da quello che è stato determinato nella nostra provincia e nella nostra regione.

D. Negli anni ’70 c’erano ancora attività economiche a Venezia, i cantieri navali, poi queste cose via via sono sparite.

R. Pensa che c’era un ordine del giorno nel quale, credo che ci sia anche la firma di Gianni Pellicani, si invitano gli enti locali e gli enti statali a mantenere la propria sede provinciale e le sedi regionali a Venezia. Provate a fare i conti di quanto è stato ascoltato questo ordine del giorno e concluderemo in maniera quasi disastrosa, perché i primi ad andarsene e a cedere gli spazi sono proprio questi. Qui dentro siamo in una istituzione completamente veneziana, privata, che non riceve nessun contributo da parte dello Stato, eppure mantiene e si mantiene qui a Venezia e credo che per Venezia costituisca un riferimento di carattere culturale non secondario.

D. Con le modifiche introdotte alla Legge Speciale  sono stati superati i problemi principali della prima Legge Speciale?

R. Praticamente la Legge Speciale ora vive solo nel suo preambolo, con la Legge dell’84 si è rifatto tutto quanto il meccanismo, che evidentemente ruotava attorno al preambolo ma destinava i finanziamenti in maniera più adeguata, corrispondenti alle esperienze che nel frattempo si erano fatte, e soprattutto in riferimento al sistema di finanziamento annuale obbligatorio dopo una verifica annuale dello stato attuattivo della legge. Questo è un discorso a cui ho sempre molto tenuto, perché io non ritengo che se lo Stato dà dei contributi straordinari per realizzare determinate opere e delega gli enti locali a farlo o la Regione o i Comuni, poi questi non debbano spendere i soldi che gli sono stati destinati, perché questi soldi e questi finanziamenti vengono preclusi ad altre attività e questo credo che non sia  giusto. Con il tempo e soprattutto con la legge del ’92, la 190, si sono modificati questi meccanismi e i Comuni e la Regione hanno cominciato a spendere quello che dovevano spendere, anzi si lagnano adesso ed è giusto che i finanziamenti non sono corrispondenti alle esigenze.

D. Lei si è occupato anche del porto di Venezia. Da quando ha cominciato ad occuparsene, in che anni …

R. Mi sono occupato del porto di Venezia da quando ero segretario della Democrazia Cristiana, segretario provinciale della DC. Ho avuto sempre questo rapporto di affetto col porto perché vedevo per Venezia l’attività pulsante, il domani. Poi dovevo considerare in tutti quanti gli interventi politici, sia amministrativi che più propriamente politici, che il porto di Venezia rappresentava la forza vitale della città e dava lavoro con l’indotto a 75, 80 mila famiglia. Tenga conto che accostare il porto alle industrie di allora si arrivava complessivamente alla fornitura di 135 mila posti di lavoro! Io non credo che una realtà così ben assemblata dovesse avere una caduta! Piuttosto su questo punto mi sono scontrato diverse volte con Federici, sulla questione della Compagnia portuale del monopolio, che aveva. Mentre in tutto il mondo i porti si stavano sviluppando, Venezia stava sempre cadendo più in giù. Allora il discorso sul porto doveva essere determinato da un raccordo con gli altri porti principali del mondo, perché utilizzassero le nostre strutture e da un adeguamento delle strutture organizzative e amministrative del porto. A livello nazionale nel frattempo si era promossa la legge per la soppressione dei Provveditorati al Porto e l’istituzione del Porto Autority, e in questo si sono risolte determinate situazioni. Nella Legge Speciale c’è un finanziamento di venti miliardi di allora, del 1984, a favore del porto che stava chiudendo per fallimento. Era Provveditore al Porto Giorgio Longo e proprio quando sono arrivati questi soldi che gli mettevano a posto il bilancio si è dimesso, non credendo che si sarebbe attuata la legge e invece la legge fu attuata, il porto ha superato questa empasse, è diventata una struttura modernissima, non so se sa che a Marghera in questo momento c’è un terminalista che, assemblando quattro gru, riesce a sollevare in mezz’ora e trasferire dalla nave alla banchina o dalla banchina alla nave per ogni “pigliata”, si chiama così, 320 tonnellate! Bisogna tener conto che per scaricare 320 tonnellate ai tempi della Compagnia ci volevano sette squadre e sette giorni di lavoro. Potete immaginare che tipo di concorrenza sta facendo adesso il porto di Venezia, se il porto poteva vivere in quelle condizioni!

D. Ci credeva solo lei allo sviluppo del porto o quali altre …

R. No, no, per dire la verità il partito comunista e la Democrazia Cristiana sono state sempre prese di mira per questo discorso su Marghera. Tutta quanta la questione di Longo con Montanelli è relativa al fatto che Longo non era severo come richiedeva allora Italia Nostra su la questione dei fumi. Ma le aziende si stavano già trasferendo, la laguna, l’inquinamento della laguna non era determinato solo dai fumi di Marghera perché l’inquinamento maggiore della laguna deriva dal suo retroterra, dal bacino scolante sulla laguna. Evidentemente a quel tempo si dava solo la responsabilità a Marghera. Marghera era corresponsabile ma in misura molto più bassa, più relativa di quanto non fosse l’inquinamento della laguna che, per il 50% a quel tempo, era determinato dal bacino scolante e da tutte le porcherie che vengono giù dal bacino scolante!

D. Nel ’75 lei aveva partecipato alla “Conferenza sull’occupazione” che era stata organizzata dal PCI?

R. Sono andato a rappresentare la DC.

D. Secondo lei che senso aveva quella conferenza, quell’evento importante?

R. E’ stato un evento fondamentale, prima perché quella conferenza ha ridato a quella che allora si chiamava classe operaia una coscienza di poter contare qualcosa nel sistema politico italiano, quando parlo di politica in questo momento non faccio riferimento ai partiti, faccio riferimento all’impianto della politica nel paese. Fu un discorso molto importante, primo perché la Democrazia Cristiana allora aveva una partecipazione operaia al suo interno non secondaria, non era come quella del PCI, ma un buon 30, 35% dei 25 mila iscritti della Democrazia Cristiana erano operai. Secondo perché mise un punto fermo sul discorso dello sviluppo. Nel ’75 già venivano fuori quelle che io ho ritenuto positive interpretazioni del sistema legislativo legato all’ecologia e il combinato Legge Speciale- ecologia, determinato anche dagli ambienti di lavoro, promosse una rete nel Veneto che poi si trasferì nelle piccole e medie aziende e che deve una coscienza culturale partendo da qua a Venezia, che vuol dire dalla “Conferenza sull’occupazione”, che determinò non solo battaglie politiche ma anche risultati, soprattutto, politici positivi. Questo io ho recepito da quella conferenza.

D. Nel ’75 c’è la vittoria del PCI alle amministrative e il cambio di maggioranza, c’era tanta aspettativa per questa nuova esperienza politica. Secondo lei era una logica conseguenza che il PSI cambiasse l’alleanza e partecipasse a questa nuova esperienza amministrativa insieme al PCI?

R. Io quando sento queste domande vorrei chiedere a chi mi intervista se abbia la coscienza che a Venezia le alleanze politiche sono sempre state influenzate dalle maggioranze e tutti i partiti, non solo di governo ma anche di opposizione, avevano maggioranze in provincia di Venezia che erano etichettate di sinistra. Io facevo parte della corrente “Forze nuove” e della “Base” prima, Longo lo stesso, Cortese, era una sinistra unica in Italia, la stessa sinistra che fece il primo centro- sinistra a Venezia. Il partito comunista aveva una maggioranza di sinistra, devo ricordare che Rossana Rossanda fu commissario del partito qui a Venezia e successivamente fu segretario prima di Gianni, mi sembra Chinello e poi Angelin. Il partito liberale perfino aveva come segretario Tito Stival, che con me aveva fatto i cortei contro la guerra nel Viet- Nam, il partito liberale! Il partito liberale non inteso come “liberal” ma come partito di destra nel nostro paese! Quindi bisogna tener conto di questo, è per questo che dico …, qui a Venezia siamo sempre stati un laboratorio. Non è che attendessimo, che vedessimo come fu presa ‘sto fatto. Erano delle sinistre che cercavano un intesa sul bene comune. Purtroppo non è che si sia rivelato un gran bene comune questo assemblaggio, perché la corrente culturale che doveva animare queste cose aveva sempre il taglio e le severe reprimende delle situazioni che determinavano le direzioni centrali dei partiti a Roma, e sono sempre nate molto precarie, tra l’altro.

D. Volevo proprio chiederle questo, lei essendo onorevole e pur passando molto tempo a Roma era ben radicato qui in città. Lei mi sta descrivendo una situazione dove le segreterie di Venezia spesso entravano in conflitto con le segreterie nazionali. Questo è stato vero per la giunta Longo e per la “Formula Venezia” negli anni ’50.

R. Io non credo che Longo, che è un uomo aperto ma molto rigido, abbia usufruito di questo rapporto con la sinistra come avrebbe potuto essere usufruito, perché ho detto prima, c’erano le sirene a Roma che chiamavano ad altre sponde e si facevano perle per cose che poi appartenevano solo ad un discorso relativo all’ideologia ma che era ormai in ribasso perché non è mica che il muro di Berlino sia crollato nel ’91, è crollato prima altrimenti non crollava perché son crollate le fondamenta.

D. Volevo chiederle della sua carriera politica …, lei mi diceva che la sua famiglia di origine è un po’ particolare …

R. Intanto provengo da una famiglia, queste cose è inutile dirle, poverissima. La mia famiglia era assistita dall’ECA, mio padre faceva il partigiano, non avevamo la tessera annonario e mi ricordo che io fui molto influenzato dal fatto che mia madre non avendo da mangiare mi portò una volta in Campo San Maurizio, in calle del doge dove c’era una sede fascista o una cosa del genere, e davano la “Befana fascista” e consegnavano queste quattro arance e “do bagigi” a tutti quanti i bambini fuorché a me. La maestra quando le chiesi “E a me?”,  “No perché tu sei figlio di un ribelle” e mi mandò a casa senza niente. Mio padre era un anarchico …, aveva fatto qualche cosa ma era un uomo di grande sensibilità, soffriva perché, lui faceva il materassaio, non poteva lavorare e quindi fra il non lavorare a Venezia e andare in montagna per fare il partigiano è stata la stessa cosa (Ride), perché tanto non si guadagnava né da una parte né dall’altra! Allora mia madre fece la lavandaia e fece la lavandaia anche a casa di Gianni De Michelis e io conobbi là Gianni De Michelis dove mi avevano insegnato a chiamarlo “paronsin”. Mia madre non avendo mio padre, mia sorella purtroppo era in sanatorio, per cui mi portava dove andava a lavorare. La più grande soddisfazione della mia vita è stata quella che sono stato eletto deputato prima di Gianni De Michelis, prima del “paronsin”! Tutto qua. (Ridiamo)

D. Lei si iscrive alla Democrazia Cristiana nonostante un papà anarchico.

R. Anche lì …, sono dei flash che possono dire qualche cosa anche sul temperamento della persona che li racconta. Siamo venuti in campo Santa Margherita, io abitavo in  San Luca, in campo San Beneto, ma tutti i miei parenti erano qui a Santa Margherita e facevano parte della sezione del PCI che era proprio là. Muore Stalin e vedo le mie zie, le mie cugine, i miei cugini, i miei zii che approntano dei banchetti, mettono il ritratto di Stalin e le candele accese. “Ma se pezo dei preti voialtri! E aeora vado co i manco pezo”, e sono andato coi preti.

D. C’è chi rivendica che la Democrazia Cristiana sia stata un partito laico.

R. Noi eravamo laici, una delle cose che inculcavo nei ragazzi quando organizzavo le scuole di formazione politica erano quelle della distinzione tra Chiesa e Stato. Lo Stato era laico e la Chiesa non doveva intervenire sulle questioni che non riguardavano un profondo motivo morale. Dicevo questo perché ci rimetteva la Chiesa, la Chiesa deve agire su tutta una sostanza che è al di sopra delle questioni, mentre la politica ha il compito di attuare delle cose e chi attua può sbagliare, mentre la Chiesa non può sbagliare. Secondo perché io ho studiato molto Maritain e la dottrina sociale cristiana …, guardate che non ho detto cattolica, ho detto cristiana e io il cristianesimo lo interpreto come una forma culturale di sviluppo anche politico, non mischiando il cristianesimo col clericalismo. Io sono stato anche collaboratore di “(?)  Cretienne”, di “Esprit”, quindi ho seguito tutta quanta l’esperienza maretiniana e ho avuto i contatti con Roncalli che, a mio avviso aveva fatto addirittura cardinale laico Maritain, non fu mai rivelato questo fatto ma molti ne parlarono a quel tempo. Io avevo dei rapporti diretti con Roncalli, forse Carlo Vian le ha già riferito questi particolari, quando Loris Capovilla si ammalò chiamò i presidenti, i delegati dell’Azione Cattolica, la segreteria. Uno di questi ero io, per cui ho avuto questi contatti poco prima che diventasse papa. E quindi credo che la laicità dello Stato vada riferita con la mediazione della nostra cultura cristiana, lasciando la Chiesa da parte nella sua sfera di influenza, non facendo invasioni e non facendo provocazione. Non so se questo sia moderatismo.

D. Allora lei si iscrive alla Democrazia Cristiana, in che anno? Dopo che è morto Stalin?

R. Mi iscrivo nel ’54 perché dove iscrivermi a diciotto anni, io sono del ’38.  Mi sono iscritto due anni prima perché mi sono corretto la carta d’identità, non per andare nelle case di tolleranza! (Ridiamo)

D. E dopo ha fatto attività di sezione?

R. Io ero impiegato all’Acquedotto di Venezia.

D. Ha studiato in seminario?

R. No, no, me ne guardo ben! Ero impiegato al …, devo riferirle prima su un fatto. Ho fatto l’allievo ufficiale e sono stato comandato a fare l’interprete alla sede Nato di Napoli, dove ho trovato un grande comandante che mi fece avere una borsa di studio per la “Henry George (?) school” dell’Università di New York e quindi mi sono diplomato grazie a questa borsa di studio. Ritornato sono andato a lavorare un po’ di tempo alla Compagnia delle acque, dove ho trovato anche mia moglie, che purtroppo è deceduta, e successivamente sono stato eletto vicedelegato dei giovani democristiani, avevo ventuno, ventidue anni. E subito dopo mi diedero l’incarico di capo dell’organizzazione del partito. Dopo questo il mio maestro principale …, il punto di riferimento ideale era Gagliardi, ma il vero maestro mio è stato Alfeo Zanini che seguiva i giovani in maniera particolare, e poi era distaccato da un discorso di acquisizione del potere, che lo rivelò poi un uomo straordinario. Ma chi non ha potere non viene ricordato dalla storia e quindi …, lo ricordo solo in questo momento. Successivamente passai con l’ingegner Gianmarco a Marghera agli “Azotati”, nell’ufficio di programmazione degli interventi per il disinquinamento nel mondo, che l’ingegner Gianmarco gestiva. Lui è stato quello che ha ridotto il prezzo dell’ammoniaca a livello mondiale, con le sue invenzioni, del 50% e faceva dei grandi interventi di risanamento tra cui  quello del lago Michighan. Ho acquisito una esperienza di carattere internazionale nei rapporti anche commerciali, nelle conoscenze delle realtà che, purtroppo, gli italiani le apprendono solo dai giornali ma dai giornali viene riferito secondo la convenienza di chi finanzia il giornale. Avendo ricavato questa esperienza ho avuto questo innamoramento per il porto, di cui si parlava prima e il riferimento per buttare le basi sul discorso del commercio estero, ragione per cui andai a fare il vice Ministro del Commercio con l’Estero successivamente. Prima però mi sono impegnato a livello parlamentare in due grandi leggi. Ero stato presidente dell’Istituto Case Popolari di Venezia, dove ho avuto i rapporti con Edy Salzano per la realizzazione dei quartieri a Murano e a Burano. (Fine lato B. Lato A, cassetta n. 2) Allora mi dedicai al discorso della casa. Maritain dice che se un cristiano non vive in comunione dolorosa con i maledetti e i sopportati nella vita terrena rischia di morire su quello stesso amore che ha ricevuto. Io sono credente e avevo pensato alla casa come fondamentale nella formazione della famiglia, perché vedevo continuamente un sacco di giovani che non si sposavano a causa del problema della casa. Allora promossi a livello nazionale, appena diventato deputato, un piano generale di interventi sull’edilizia, che comprendeva sia l’edilizia pubblica che quella privata. Per una serie di contrapposizioni, soprattutto con il PCI che a quel tempo considerava la casa non un bene ma un diritto, e su questo discorso di bene e di diritto ci fu lo scontro. Si procedette stralciando dal piano con la legge solo per le case popolari, la legge 513 del 1978, contemporaneamente ho seguito anche la modifica del piano decennale per la realizzazione edilizia e il riammodernamento dello stato dell’edilizia del paese e su questo, devo dire, Edy Salzano mi diede una mano convinta. Promossi, portai in porto nel 1979 la legge 457, che è la più importante sull’edilizia che in Italia si sia mai fatta. Porta tutta una serie di regolamentazioni e fa attenzione a tutte le situazioni non legali che sono presenti nel settore e ha portato il riordinamento ma anche lo slancio, lo sviluppo dell’edilizia. Finito questo lavoro ho seguito il discorso della Legge Speciale per Venezia. Sono stato il relatore dal 1976 al 1992 di tutte le leggi su Venezia, essendone anche il proponitore insieme a Gianni Pellicani per quanto riguarda i terminali. E quindi questo è il fatto che mi ha portato ad avere una certa conoscenza da parte dell’opinione pubblica. Poi ho seguito, perché sono stato il relatore della Legge Speciale per il Friuli, che è un decreto legge, e per le leggi sull’Irpinia, dove ho preso atto che dopo qualche anno non si era combinato niente. Allora si decise d’accordo col PCI di promuovere questa Commissione di Inchiesta, ma se la Commissione d’inchiesta fosse stata proposta dall’opposizione non sarebbe mai stata approvata. Allora successe che un democristiano che si chiama Rocelli propose la legge per la Commissione d’Inchiesta, che ha i poteri della legislatura sull’Irpinia, e lì si è proceduto. Presidente della Commissione fu Scalfaro prima di diventare Presidente della Repubblica. Questo è il curriculum politico. Ah, ho fatto il sottosegretario ai Lavori Pubblici con la Presidenza dell’ANAS e la competenza sulla Legge Speciale per Venezia, così si sono accelerati i finanziamenti e dopo ho fatto il sottosegretario per il Lavoro e la Previdenza Sociale. E qui si chiude la piccola carriera di Rocelli.

D. Da quello che mi sembra di capire lei ha avuto sempre una posizione di dialogo col partito comunista, l’ha considerato un interlocutore importante. Prima diceva di questi due grandi partiti popolari, la Democrazia Cristiana e il partito comunista …

R. Ma Gianni parlava con tutti, io parlavo con tutti, i miei amici in Parlamento non erano tanto i democristiani, erano quelle persone con cui hai un rapporto umano e siccome in Parlamento non è bene parlare solo di politica ma anche di famiglia, di società, senza l’imposizione di riti che ti impone il Parlamento, oppure stando a tavola, bevendo un buon bicchiere di vino, buono però! Per aumentare perché poi le cose, sotto il profilo dell’adempimento tecnico, diventano più facili. L’interlocutore sa già come la pensi e non gli devi fare ogni volta la storia da Adamo ed Eva per fargli capire dove vuoi arrivare o dove si vuole arrivare, e tante volte si scopre che ci sono dei percorsi comuni che sono imprescindibili nell’organizzazione di determinati progetti. Questo era il rapporto di Gianni con me, del quale mi sono onorato e del quale mi sono fatto fiero anche nei momenti in cui nella Democrazia Cristiana era difficile dire “Io vado d’accordo con quello perché quello fa un discorso relativo al bene comune”, tanto che mi chiamavano “comunistello di sacrestia”! Adesso bisogna però che vada!

Secondo incontro:

D. Mi aveva incuriosito il racconto della sua famiglia di origine. Erano comunisti tutti i suoi zii, zie mentre suo papà era anarchico. Ma lei come capiva che era anarchico?

R. Me lo diceva, aveva dei quadri in cucina. Noialtri vivevamo in una camera in affitto con comodo di cucina, e aveva dei quadri con Andrea Costa. Ogni tanto venivano i fascisti a casa per prelevarlo, perché ogni volta che c’era un avvenimento importante a Venezia prelevavano quelli che ritenevano fossero pericolosi e quando venivano vedevano ‘sti quadri e volevano buttarglieli via. Mia mamma si buttava sopra di loro “No, no, par carità, ch’el fio me combina un casin quando ch’el riva! (Ridiamo) Tutto qua.

D. Lei mi aveva raccontato che quando era morto Stalin i suoi zii e zie erano andati in campo Santa Margherita per la veglia. Ma agli anarchici non piaceva Stalin …

R. Ci andarono tutti i miei parenti che erano iscritti al partito in Campo Santa Margherita …

D. Ma suo papà no?

R. Mio papà non è mai stato iscritto al partito, era amico di Gianquinto, è stato a Santa Maria Maggiore con Gianquinto e dopo ha collaborato all’impresa …, alla “beffa del Goldoni”, per preparare …, faceva i lavori di bassa manovalanza, non faceva lavori importanti, perché Chinello ha fatto quello che ha fatto ma mio papà era dietro che gli preparava queste cose.

D. Ma suo papà le raccontava questo?

R. Mi ha raccontato dopo.

D. E suo papà come l’ha presa che si è iscritto alla Democrazia Cristiana?

R. Mio papà è stato un uomo che ho sempre da ringraziare per avermi detto “Tu fai le tue scelte e io non mi voglio mettere in mezzo, sono un libertario”. Mi faceva leggere i libri.

D. Quali?

R. I “Miserabili” in francese, in questa camera c’era il lettino per me che si faceva alla sera, un letto per mia sorella e il letto per lui e sua moglie. In fondo della camera c’era il catino per lavarsi, sotto c’erano delle antine dove di solito si mettevano i vasi da notte. Invece lì era pieno di libri e quella era la mia libreria.

D. Beh, ha ricevuto un grosso contributo da suo papà, avere questi libri!

R. E’ stato determinante! Mio papà predicava l’onestà, prima di tutto la libertà, la famiglia e dopo comportarsi da amici con gli altri, non far baruffa. Non capivo perché lui che non faceva baruffa con nessuno però faceva l’anarchico.

D. Ha fatto una vita dura suo papà.

R. Penso di sì, perché non ha mai potuto …, faceva il tappezziere, “el stramasser”, e non ha mai potuto lavorare ufficialmente col mestiere perché non essendo iscritto al partito fascista ed essendo anarchico non gli davano il permesso, per cui anche durante la guerra a noi non davano le tessere annonarie. E quindi dovevamo cercare la roba al mercato nero.

D. Nella sua biblioteca, oltre ai “Miserabili” di Victor Hugo, quali altri libri c’erano?

R. Mah, c’erano …, io ero ancora piccolo dopo mi sono arrangiato, c’era soprattutto narrativa francese, narrativa italiana, Grazia Deledda mi ha fatto leggere.

D. Ma suo papà sapeva il francese perché era stato esule in Francia?

R. Sì, era stato esule otto, nove mesi, però aveva imparato un po’ di francese qua a Venezia. Deve aver fatto la prima e la seconda media del tempo e gli insegnavano il francese, dopo è stato esule in Francia per otto, nove mesi e poi è rientrato perché aveva due figli e la moglie e nessuno ci aiutava.

D. Non avete avuto la solidarietà dei parenti, degli zii?

R. Erano tutti più poveretti di noialtri, avevo solo che uno zio “signor”, perché era proprietario anche della casa, faceva “el stramasser” in campo San Barnaba”, dove adesso c’è una bottega di specialità veneziane. Chi ci ha aiutato a quel tempo è stata la famiglia di De Michelis, mi sembra di averglielo già detto l’altra volta, che ha fatto lavorare mia mamma là da loro ed è stato lì che ho conosciuto Gianni De Michelis, che è più giovane di me di otto, nove mesi.

D. In che senso la famiglia De Michelis le ha dato una mano? Per solidarietà politica oppure …

R. I De Michelis aiutava questi personaggi, perché il papà di De Michelis era un pastore protestante e seguiva molto …, hanno preso mia mamma e le davano uno stipendio o la pagavano a ore, questo non lo so. Questo ci era sufficiente, inoltre lì trovavamo anche da mangiare, che era la cosa più importante in quel tempo.

D. Grazie al lavoro e al contatto con i De Michelis avete potuto vivere.

R. Fino alla fine della guerra, perché dopo il problema non esisteva più per noi, anzi.

D. E dopo la guerra suo papà ha potuto lavorare.

R. Ha continuato a fare “el stramasser”.

D. Lei quindi ha avuto un’infanzia molto complicata …

R. Sì, e sono molto grato a chi mi ha regalato questa infanzia perché … non avrei ricevuto gli stimoli che ho avuto dalla vita, per conoscere i problemi bisogna averli vissuti, è importantissimo! La chiamano “l’Università della strada”.

D. Dopo lei mi aveva raccontato che era riuscito a diplomarsi grazie …, là non ho capito niente.

R. No, io ho studiato, ho fatto il liceo qua a Venezia e sono partito allievo ufficiale dei Lagunari, nel plotone che fondava i Lagunari, se non che io sapevo l’inglese …

D. E come mai conosceva l’inglese?

R. Perché l’avevo studiato a scuola e anche per conto mio. Io parlo normalmente, leggo e scrivo inglese e francese, e avendo saputo questo avevano richiesto al comando della Nato degli ufficiali interpreti. Io ero già in contatto a quel tempo col movimento “Des temoines cretiennes”, mi aveva avviato a questo rapporto Dorigo, di cui io facevo l’organizzatore della corrente all’interno della DC giovanissimo. Sono diventato segretario provinciale del partito a trent’anni, a quel tempo che c’era gente con la barba, “i veci”. Avevo avuto questi rapporti con gli ambienti intellettuali, con don Primo Mazzolari, infatti collaboravo con “Adesso”, facevo il redattore degli scritti di Dorigo. A quel tempo c’erano i fratelli di …, ostrega, continuo a parlare in venesian!

D. Non c’è problema, dopo trascrivo in italiano.

R. Con i fratelli … con Pillo Dei Capaci, che bisogna “toccarsi” perché porta nera! (Ridiamo)

D. Chi è questo?

R. Pillo Dei Capaci, è un professore di Ca’ Foscari, è una roba bellissima perché era Presidente del Consiglio Moro e sottosegretario era uno di Brescia, amico di Pillo che gli chiese di comprare il lampadario che adesso è in sala del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi. E non sapeva che questo portava “nera”. Mettono su il lampadario e alla prima riunione del Consiglio dei Ministri è caduto il lampadario! (Ridiamo) E’ stata una storia epica! Tutti che rideva! Salizzoni era sottosegretario a quel tempo. Particolari simpatici!

D. Mi diceva di Wladimiro Dorigo, lei faceva la redazione degli scritti di Dorigo …

R. Mi sono interrotto per dire che quando sono andato a fare l’interprete al Castel dell’Ovo a Napoli il comandante della Nato mi ha conosciuto e abbiamo cominciato a parlare di questa cosa, perché lui era un cattolico e conosceva benissimo tutta quanta l’impostazione della filosofia di Jacques Maritain. Mi diceva “Ma adesso non studi?” “No, devo lavorare, sono di una famiglia poverissima. Non avrei fatto il corso ufficiali se non che dovevo aiutare, per una questione economica”. Infatti io non ho mai sparato, neanche con la pistola, non ho capito cosa mi abbiano fatto fare! (Ridiamo) E mi ha detto “Ho visto chi sei. Sono in contatto, io insegno all’Università di New York, abbiamo un corso …” A quel tempo c’erano già dei corsi in America, come ci sono ora in Italia, di lauree brevi e di lauree complete. “Ci sarebbe disponibile una borsa di studio alla “Henry George School” per un corso di filosofia sociale e economia politica elementare”. Io ho detto “Sono a disposizione”.

D. Quanto durava?

R. Tre anni.

D. Ah, quindi è stato a New York tre anni, tutto spesato.

R. Mi pagavano il biglietto d’aereo per tornare, era una roba! Bisognava solo tener alto il livello di studio, sennò ti sospendevano se non avevi un determinato punteggio. Quel tipo di laurea non me l’hanno mai riconosciuta in Italia perché non era ammessa.

D. Una bellissima esperienza!

R. Bellissima sì. (Ride) Quando sono andato in America mi sono innamorato della storia americana, come succede a tanti e ho continuato questa cultura anche se non mi lega per niente all’ex sindaco di Roma, Veltroni.

D. E non si è innamorato di una americana?

R. No, macchè, mi sono innamorato quando sono tornato a Venezia e sono andato a lavorare alla “Compagnia delle acque”, l’ho già detto, e là c’era mia moglie che mi faceva da segretaria e l’ho sposata.

D. Quindi lei rientra con una formazione internazionale.

R. Sì, questo mi ha permesso …, sono quasi cinquant’anni che sono iscritto all’ordine dei giornalisti, ho collaborato prima con ADN Kronos, dopo con l’Ansa, e dopo ho fatto il redattore de “Il Giorno” che era un grande giornale a quel tempo, con Italo Pietra, direttore a Roma. Nel frattempo Gatto diventa Ministro e mi ha chiamato a fare il capo dell’ufficio stampa del Ministero della Funzione Pubblica, che sarebbe quello che ha adesso Brunetta, a Palazzo Vidoni, sede dell’ambasciata veneziana a Roma. Dopo sono andato al Ministero delle Regioni e contemporaneamente facevo il segretario del partito qua. Poi è morto Gagliardi, c’è stato un vuoto e nelle elezioni successive mi hanno eletto deputato.

D. Lei ha fatto una carriera politica di tutto rispetto, ha avuto incarichi importanti.

R. Sono stato fortunato, in politica ci vuole anche fortuna.

D. Sono d’accordissimo con lei. E’ un esponente politico veneziano che ha ricoperto …, ai Lavori Pubblici, Commercio con l’Estero, che piace tanto ai socialisti e non so come ci sia finito lei.

R. Lavoro e Previdenza Sociale e dopo ho fatto tutto questo lavoro, che mi ha molto servito alla Camera, sulle case popolari e sull’edilizia pubblica. Praticamente la legge più importante che io ritengo di aver fatto non è su Venezia ma il “piano decennale per la casa” che è ancora vivo in questo momento.

D. So che ne è molto fiero. Lei è un uomo che ha una certa consuetudine con un livello politico nazionale e locale volevo chiederle che rapporti c’erano tra Forze Nuove e i dorotei?

R. Conflittuali.

D. Oh, finalmente che qualcuno me lo dice!

R. Estremamente conflittuali, tanto che uno degli ultimi congressi a Venezia io mi sono candidato sapendo di perdere la segreteria provinciale come Forze Nuove in contrapposizione di una lista di maggioranza che era formata da dorotei e dalla “Base” di Cortese. La sinistra era maggioranza a Venezia ma a un dato momento si è rotto, Cortese ha formato la “Base”, Zanini, Gatto e io abbiamo formato Forze Nuove.

D. In che anno?

R. Oh, questo non mi ricordo …

D. Prima o dopo la morte di Gagliardi?

R. Pressappoco nel ’70, dopo che è morto Gagliardi. Ai tempi di Gagliardi noi con Gagliardi eravamo nella DC come Venezia, indipendenti rispetto le sinistre, ritenevamo che fosse un bene importante l’unità della sinistra all’interno della DC. Morto Gagliardi hanno preso questa determinazione, io che avevo una provenienza sindacale per questo affare delle case, dell’edilizia popolare ecc., e anche per l’origine, per la mia vita vissuta ero con la sinistra sociale. A quel tempo la sinistra sociale era più a sinistra di De Mita e di questa … C’era una rivista che si chiamava “Sette giorni”, in cui scriveva anche Franco Bassanini, che teneva in piedi questo discorso che doveva essere presente nella DC perché avevamo il timore che ci fosse una deriva, che poi c’è stata lo stesso, della DC sulla destra, con l’accordo di potere fatto con la “Base”.

D. La “Base” era un’altra articolazione della sinistra DC?

R. Le sinistra DC erano due. Moro non era un uomo di sinistra nella DC, Moro è stato fatto segretario per una scissione della corrente dorotea, che si chiamava “Iniziativa democratica”. E andò in minoranza, ciò nonostante, avendo la personalità che aveva e le capacità intellettuali e politiche resisteva ma lui aveva una corrente del 7,8%, era più piccola di Forze Nuove. E molte volte Forze Nuove si alleava con Moro, ma Moro è di origine dorotea, è stato il capo dei dorotei.

D. Restando nell’ambito delle varie correnti all’interno della DC, mi era stato detto da parte dorotea che i dorotei a Venezia erano fautori di un dialogo col PCI, mentre Forze Nuove …

R. Perché era un discorso che si riferiva solo al potere, infatti quello che continuo a pensare ancora oggi, adesso andiamo fuori del seminato, la mia paura è che il PD faccia riferimento o sia inquinato da un discorso di potere doroteo. La moderazione è un fatto positivo ma non può essere un fatto di … (Interruzione perché Rocelli risponde a una chiamata sul cellulare) Io ho molto timore perché perdendo l’identità si perde una storia passata che non è da adorare ma deve essere presa come punto di riferimento, perché non è mica tutto da buttar via quello che è successo nel passato. Bene o male questo paese ha vissuto sessant’anni senza guerre, ha avuto una dialettica importante, anche in termini europei. Pensiamo a cosa ha fatto De Gasperi, Adenauer, Spinelli, (e altri due nomi che non capisco) Non ci sarebbe stato l’Europa se non ci fossero stati questi partiti qua e la moderazione di questi partiti sull’argomento. Ha avuto sviluppo uno sviluppo economico …, tutto da buttare via?! Eh no! E’ da buttare via quello che a quel tempo era un elemento negativo della vita politica italiana che per me è identificabile nel doroteismo e per questo, anche in passato, con i dorotei non sono mai andato d’accordo. Nella DC si faceva sempre sintesi, si accettava perché la frontiera era il pensiero cristiano. Il pensiero cristiano era comune, quindi si ritrovava l’unità all’interno, oppure si sopportava.

D. Lei dice allora che i dorotei avevano questa dialettica col PCI in modo strumentale, nel senso che si sarebbero alleati anche col diavolo pur di mantenere il potere.

R. Appunto è stato ricercato … Moro nei riguardi del partito comunista di allora non faceva un discorso doroteo, per il potere, faceva un discorso di evoluzione democratica, che è tutt’altra cosa del potere. I dorotei interpretavano o si mettevano la maschera dell’evoluzione democratica sostanzialmente per mantenere il potere.

D. Lei era a Roma quando hanno rapito Moro?

R. No, ero a Venezia. Sono partito al mattino, anzi l’ho saputo quando sono sceso dall’aereo, perché si doveva votare quel giorno il governo Andreotti, ed ero partito al mattino alle sette per essere a Roma alle nove e per strada ho sentito …

D. Si ricorda cosa ha pensato subito, appena saputo?

R. Ho pensato che ci fosse una rivoluzione in atto, un colpo di Stato al primo momento. La grande paura era che queste azioni non fossero state solo dalle Brigate rosse ma un concerto. Ho pensato che se l’hanno ucciso avevano un obiettivo più grande che l’uccisione di Moro, la soppressione di un simbolo.

D. E di un progetto politico.

R. Sì, tanto più che era un governo Andreotti che era stato garantito da Moro in persona con un discorso importante fatto ai gruppi parlamentari, due o una settimana prima, dove che aveva detto che il mantenimento del sistema democratico del Paese non compete solo alla maggioranza ma compete anche alle opposizioni per quelle che accettano questo tipo di filosofia.

D. Lei quindi aveva pensato a un disegno più vasto?

R. Credo che tutti abbiano pensato questo, non ne ho trovato uno che non lo avesse pensato, almeno tra i miei amici, della gente con cui … Fuori del Parlamento può darsi di no.

D. Conosce Sergio Flamigni del PCI? Ha fatto parte della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro e ha scritto alcuni libri su questo argomento.

R. Ah sì, sì, ne ho letto anche due.

D. “Convergenze parallele” e “La tela del ragno”? Cosa ne pensa? Flamigni è molto documentato e preciso.

R. Boh, io non credo a questa azione esterna su Moro.

D. Si parla di trame atlantiche.

R. Sì, sì ma la documentazione non è esaustiva, quando si scrive la storia a caldo si porta dentro anche il sentimento, invece la storia è documentazione.

D. Io ho controllato le note alle affermazioni che fa e mi sembra serio.

R. Donat Cattin era molto amico di Moro, si trovavano spessissimo e di queste cose anche in privato tra noi, del vertice della corrente, non ha mai fatto parola, non nel senso che non volesse parlarne. Non riteneva che ci fossero state delle grandi trame internazionali. Dopo di che sa …, quando questi discorsi si fanno nei primi momenti è come quando si prende una botta in testa “Oh, aiuto moro!” Invece hai solo un’ematoma.

D. Volevo chiederle, perché con Longo non è che ne abbiamo parlato tanto, per scelta credo, ma la Giunta Longo ha avuto molte frizioni con la segreteria nazionale?

R. Sì.

D. Ma tante. Mi diceva che sapevano che arrivava un Ministro e si presentavano a Piazzale Roma. Questo forse significa che non c’era una grande corrispondenza …

R. Longo non ha avuto un grande ruolo a livello nazionale, quindi quando le cose vengono riportate o a Roma interpreta, succede in tutti i partiti, le cose si vedono da lontano. Le cose che accadevano a livello provinciale o locale e a noi apparivano strabilianti, per loro era una delle mille cose che succedevano in Italia. La grande frizione con Longo fu quando facemmo il primo centrosinistra, là effettivamente …, è venuto Fanfani a dire che non lo dovevano fare.

D. La “formula Venezia” ?

R. Sì, non lo doveva fare sennò sarebbero usciti dal partito. Noi quella volta avevamo deciso, io ero in giunta del partito come delegato del movimento giovanile, tutti quanti …, c’era una opposizione rappresentata da Orcalli e dall’avvocato Giorgio Soigo. Orcalli era con Scelba, anche se diceva che era moroteo, era capo dei dorotei, comunque contava poco. L’uomo che contava più di tutti quanti a Roma era non Gagliardi, perché Gagliardi non era neanche deputato (Manca?) (fine lato A, cassetta n. 3) Nominato sottosegretario, contava in quanto sottosegretario, non mi ricordo se alle Partecipazioni Statali o al Tesoro. Qua a Venezia il capo vero dei dorotei, anche se non aveva una grande presenza, era Ferrari Aggradi, che ci è stato imposto dalla segreteria nazionale come capolista. Noi avevamo già avuto nelle elezioni precedenti un’altra imposizione come capolista qua a Venezia, era Giovanni Gronchi. Era stato eletto a Venezia e non soffrivamo questa cosa, da qui è venuto il grosso scontro, più di carattere politico era su questi fatti verso Ferrari Aggradi. Da certi punti di vista Ferrari Aggradi qua a Venezia era disprezzato. Sì, disprezzato, anche se prendeva più di centomila preferenze, perché non sopportavamo più questa imposizione romana di non aver un capolista che non fosse nostro o scelto anche da noi. E’ un po’ quello che sta succedendo adesso per le europee con Berlinguer. Da qui è venuto questo scontro, Ferrari Aggradi a livello di organizzazione della corrente dorotea non ha mai contato granché. Quello che ha contato più di tutti e che ha preso il potere all’interno del partito è stato Degan. A quel tempo non era neanche Consigliere Provinciale.

D. Lei mi diceva che sulla sua formazione aveva contato molto Alfeo Zanini, più di Gagliardi.

R. Per la mia formazione.

D. Sì, intendevo per la sua.

R. Intanto Gagliardi è morto nel ’68 e io avevo trent’anni, ed era un punto di riferimento ma chi seguiva i giovani era Alfeo Zanini, che coltivava la “scuola” della DC, mentre Gagliardi era già proiettato ad un ruolo nazionale, importante. Aveva questo compito di “Cineforum” che era una organizzazione di carattere elettorale.

D. Propagandistico, era finanziata dagli americani.

R. Sì (Ride) e quindi io ho avuto un rapporto meraviglioso con Alfeo Zanini, più che con Gagliardi, che ricordo più come un “padre della patria” più che un … Poi con Zanini ho collaborato. La sorella di Zanini è madrina di mia figlia e Alfeo è padrino di mio figlio.

D. Quale è la lezione più grande che le ha trasmesso Alfeo Zanini?

R. Il rispetto della gente, rispetto …, non dico questo perché mi è stato chiesto, lui … raccoglieva tutto, anche quello che poteva essere o sembrare immondizia. Lui raccoglieva e poi faceva sintesi, perché diceva “Nella vita politica c’è anche questo. Stiamo attenti a non valorizzare quella merce, vediamo però se con l’acqua sporca non buttiamo via anche il bambino, ricordatevi” e continuava con questo discorso. Era un insegnamento di vita, lui è morto povero, eppure lui era stato direttore dell’INAM di Venezia, era uno che aiutava molto la gente, anche economicamente, non lo diceva e non lo faceva sapere a nessuno. Riusciva a vedere nella società quelli che non facevano come mestiere la richiesta dell’assistenza, come succedeva anche ai miei tempi, perché in mezzo alla povertà che le ho raccontato c’erano molti esperti che chiedevano anche cose che non gli servivano. Lui cercava la gente che non chiedeva per sapere se aveva bisogno o no. E tante volte il maggior bisogno c’è tra la gente che ha tanta dignità. Questa era la figura umana di Zanini, sotto il profilo politico è stato quello che ci ha fatto prendere la decisione di andare con Forze Nuove, quando c’è stata la scissione della sinistra, perché lui aveva questo sentimento. Era stato sindacalista e aveva questo sentimento di cura del sociale, che non lo portava all’intellettualismo della sinistra di “Base”. La chiamava con un nome curioso i “cinetici”, perché ogni volta elucubrazioni mentali, non la finivano più.

D. Mi sembra di capire da quello che mi dice che Alfeo Zanini aveva una religiosità non clericale.

R. No, no, se io mi dovessi esprimere secondo un vocabolario che è mio, era un autentico cristiano! Di quelli che …, Maritain dice “Se non vivi in comunione dolorosa con i maledetti e i sopportati della vita terrena rischi di morire su quello stesso amore che hai ricevuto”. Lui (?) diceva “Io ho ricevuto e devo dare!”

D. Ma la spazzatura a cui si riferiva Zanini, chi erano? Persone che avevano bisogno, persone escluse …

R. Persone che avevano bisogno di tutto e non solo sotto il profilo materiale. Lui cercava …, aveva rapporti con persone …, non c’era ancora stata la legge Basaglia a quel tempo, che avevano malattie o situazioni difficili sotto il profilo psicologico o psichico e cercava di metterli in contatto con specialisti del tempo. In questo era facilitato dal fatto che era dipendente dell’INAM a livello direttivo.

D. Si occupava dei “reietti”, faceva una sorta di apostolato laico.

R. Io non lo so con certezza ma secondo me aveva consacrato la sua vita, secondo un criterio religioso suo, perché non si è sposato, a parte degli scherzi che noi gli facevamo con la Tina Anselmi … (Ridiamo)

D. Non è andata bene?

R. No, macchè! Anca ‘staltra! Non sta affatto bene, si sono messi in testa di inventare questa cosa con la Tina che, secondo me non si meritava, quando uno sta male!

D. Cosa?

R. Di raccogliere le firme per la nomina a senatrice a vita, in quelle condizioni là! Si sa in partenza che non è questione solo della vita che hanno fatto ma delle situazioni in cui si vengono a trovare oggi.

D. Lei mi dice che Alfeo Zanini era povera, quindi si  potrebbe pensare a un voto di povertà, poi un voto di castità, una sorta di consacrazione …

R. A lui i soldi non gli interessavano come, se proprio devo essere sincero, a me i soldi non mi hanno mai interessato nella mia vita, se non per il necessario. Non per accumulare, tant’è vero che quando mi hanno offerto di comprare la casa in cui stavo, e sarebbe stato un affarone, io non credevo nella proprietà della casa e non …

D. Era comunista! (Ridiamo)

R. Eh no! C’erano tanti comunisti che avevano le case! Ho dovuto comprarmi la casa quando mi hanno dato lo sfratto, siccome io ero in mezzo con la legge degli sfratti, allora c’è stato un collegamento con tutto quanto e ho comprato la casa, altrimenti io dicevo …Perché questo? La casa è una posizione di rendita, io credo che in economia, le ho detto che ho fatto economia politica, ogni posizione di rendita è pericolosa e la ricchezza deve essere il giusto equilibrio tra contributo del lavoro e contributo del capitale. Io non sono il comunista che non riconosce il capitale, riconosco il capitale come un contributo. Se io la metto in una posizione di rendita, non c’è più il contributo del lavoro, per questo io non compravo la casa.

D. L’ha fatta grande …, in fondo c’è bisogno di un tetto!

R. I figli me lo rimproverano sempre.

D. C’è qualcuno dei suoi figli che fa politica?

R. No, mio figlio ne aveva voglia, come a tutti i ragazzi. Gli ho spiegato cos’è il lavoro e gli ho detto che era meglio se prima si affermava nel lavoro, dopo se fa questa scelta la fa liberamente, come l’ho fatta io liberamente. Io sono contrarissimo alle dinastie, è una cosa incredibile.

D. L’Italia è un po’ il paese delle dinastie.

R. Guarda Mattarella, suo papà era Ministro dei Lavori Pubblici, lo stesso la Iervolino e non stiamo a parlare di Mastella. Io non condivido assolutamente, anche perché immagazzini, come fossi alla Rai, che solo col giro dei parenti fai opinione. Quindi solo il giro dei parenti in politica si fa politica e questo non è vero!

D. Credo che nel primo dopoguerra in politica si siano inserite persone che non erano benestanti, ricche, credo ci sia stato un certo ricambio.

R. Eh sì perché hanno imbarcato i capi che avevano avuto un ruolo prima della dittatura consolidata nel ’24, ’25, dopo ci sono stati quelli che si sono impegnati nella Resistenza e gli intellettuali e dopo quelli della Resistenza. Ci sono state tre generazioni che hanno avuto una continuità, il momento più brutto che stiamo passando è ora con la cancellazione del ricordo per generazioni. Quando una generazione salta il discorso della vita politica non recupera più i valori del passato, perché non li conosce, non li ha praticati e questo è il grande rischio che stiamo attraversando. Tutti si lagnano di questo, però obiettivamente quello che c’era una volta non c’è più. Intanto quello che c’era una volta non ci può essere oggi ma l’impegno sui valori comuni, qua … Una volta non si faceva politica per i soldi, non si diceva “Adesso faccio carriera politica”, perché la carriera non esisteva. In politica oggi ci sei, sei nelle mani degli elettori, domani non ci sei più! E quindi non è carriera questa, è impegno. Adesso con la scusa che il capo ti nomina, senza preferenze, lasciando disarmata la gente, si possono fare anche dei salti di generazione. Oppure una oligarchia va al comando e lo lascia solo ai suoi figli, quindi si crea quella catena a cui ho fatto riferimento anche prima, che è estremamente pericolosa per il sistema democratico.

D. Lei è stato deputato in diverse stagioni e situazioni …, da quando è stato eletto?

R. Dal 1976 al 1992, continuativamente, per cinque legislature.

D. Però! Bel colpo.

R. Ero stato eletto anche prima se non che, mi pare di averglielo detto, mancavano nove voti. Non ero stato eletto nel ’72 per nove voti, perché avevano sbagliato i verbali. In quello del Comune mi avevano messo sessanta voti che avevo, nel verbale della Prefettura li hanno messi a Roberto De Gagliardis, che è stato Assessore anche in Comune, in un seggio di Noale. E avevano sbagliato perché avevano saltato una riga. Succede che in Prefettura vanno i verbali dei seggi, e non dei Comuni, da una parte mi danno eletto, perché i giornali li hanno prima i dati, mentre dall’altra parte  danno eletto Menego Sartor di Castelfranco, che era in Giunta delle elezioni. Io faccio subito ricorso e mi dicono che chi deve decidere è la Giunta per le elezioni, perché la proclamazione la fanno sulla base dei verbali che vanno in Prefettura. Faccio ricorso solo per quel seggio, la Giunta delle elezioni che ti proclama eletto ed è decisiva, doveva esaminare e dissero “Non si guarda solo quel seggio, si guardano tutti i seggi del collegio elettorale”, a quel tempo provincia di Venezia e di Treviso assieme. Il carico della prova devo darlo io perché sono soccombente. Avevo dato il carico della prova del seggio, Menego Sartor, che era l’interessato e anche in Giunta, disse “No, devi dare la documentazione su tutti i seggi”. Duemila e tanti seggi e dovevano guardare le schede una per una! Sono andati avanti tre anni e mezzo, se non che Ferrari Aggradi, io ero il primo dei non eletti, Zanini era diventato deputato, non lo fanno o presidente della Coldiretti o Ministro, si arrabbia e si dimette. E io sono subentrato così. A quel tempo la Giunta per le elezioni ha preso atto delle dimissioni di Ferrari Aggradi, esamina il mio ricorso e lo fa valido e mi porta da ultimo a penultimo degli eletti, e Menego Sartor a ultimo degli eletti. Il risultato è che ho perso tre anni di pensione! (Ride)

D. Lei ha fatto carriera tutta nella Democrazia Cristiana, si è occupato dei giovani, dell’organizzazione, è stato un segretario provinciale giovane. Ha fatto anche comizi, le ha insegnato qualcuno come si fanno i comizi?

R. Devo dire che il primo comizio che ho fatto l’ho fatto quando ero nel movimento giovanile e c’era Dorigo che ci obbligava a scrivere queste cose su dei pezzi di carta e dopo ripeterlo anche per imparare la cadenza, solo che io non sono molto adatto a leggere perché leggo male, mi dà fastidio, mi dimentico che sto leggendo, leggo in furia. Allora preferisco parlare a braccio, anche alla Camera parlavo a braccio …

D. Anche alla Camera parlava a braccio? Ha una ottima memoria!

R. Ho una memoria incredibile! Io non ho mai usato l’agenda, adesso devo imparare perché “so deventà vecio”. Non ho usato l’agenda neanche per i numeri telefonici, me li memorizzavo e non li perdevo mai e a quel tempo non c’era mica il telefonino! Ho un tipo di esposizione che è molto calda, tante volte anche colorata, e vedevo che attraeva il pubblico, ma ero fatto per il piccolo pubblico, perché non ero un intellettuale. A Burano, a Chioggia, a San Stino di Livenza, in tutti questi paesi facevo furori! (Ridiamo) Mi ricordo a Concordia, dove il PCI prendeva il 60, 70% dei voti, e mi dicono che vada a fare la chiusura della campagna elettorale là. “Cossa voì che vegna far a chiusura dea …” “No, no, vien!” Ci sono i maniaci che credono conti tutto, abbiamo perso le elezioni perché non c’è stata la chiusura della campagna elettorale! Mi mettono con un microfono in piazza e con una sedia e il segretario del partito vicino a me. Mi fa “Scomisia!” “Scomisio?! Ma se no ghe xe nisun! Cosa te faso, el comisio a ti?!” “Scomisia Franco! Scomisia! Ara che i xe tuti quanti da drio i scuri che i scolta!” (Ridiamo) ‘Ste scene mi divertivano molto.

D. Quindi ha cominciato il suo comizio ed è arrivata la gente in piazza?

R. No, non è arrivato nessuno. Ma erano tutti contenti perché ho gridato! In uno dei comizi più belli che mi sia trovato …, dopo di me, erano le elezioni europee, doveva parlare Ripa di Meana a Noale. Ripa di Meana non veniva e a noi è toccata la chiusura, allora ho preso la parola per primo, così la gente andava a casa. Finito, arriva Ripa di Meana. Il segretario del partito era un certo Bonaventura che presenta Ripa di Meana, grida “Compagni!- era socialista- vi presento il nostro candidato alle elezioni europee …, l’onorevole Ripa della Melona!” (Ridiamo) Perché aveva tradotto il cognome in italiano! Di questi aneddoti qua ce ne sono centinaia e centinaia.

D. Il partito era anche cene, incontri, forse è l’aspetto che le piace di più.

R. Mi ricordo che una volta avevamo la sede ad Annone Veneto in una agenzia di servizi funebri. Mi chiamano che c’era un congresso, mi chiamano per l’assemblea e vedo tutte casse da morte attorno, ma a quel tempo si fumava, non era proibito fumare. Mi dicono “Attacca” e li vedo tutti appoggiati alle casse da morto. Ma la cosa che mi ha fatto più impressione di tutto è stato il portacenere fatto a cassa da morto, c’era la pubblicità con lo stemma della DC! (Ridiamo) Una cosa incredibile! Di porcellana, ad Annone Veneto!

D. Ha detto loro di toglierlo?

R. No, anzi loro erano tutti contenti, andavano in cerca di farlo vedere …, Annone non era una piazza importante per la DC. “I ga dito almanco in cassa metilo!”

D. Lei ha avuto modo di conoscere i socialisti e i comunisti. Quale stile di gestione del potere c’era nella DC, nel PSI e nel PCI?

R. Io ho visto nel PCI sempre molto ordine, che era determinato dalla realtà statutaria del partito e quindi del rapporto tra gruppo parlamentare e partito. Per esempio non esisteva nessuno che desse metà dell’indennità parlamentare al partito. Era il discorso che dopo due legislature si cambiava deputato, non ti davano più il collegio ed era un vantaggio del deputato, perché se aveva una certa età poteva percepire la pensione intera, non lasciando la pensione al partito … (Ride) percepiva di più. Il discorso dell’organizzazione nel partito comunista era una cosa fondamentale, questo era stato acquisito per la necessità di vivere tante volte in clandestinità. Il fattore organizzativo era importante, che però era tradotto in questa piramide che non andava dalla base al vertice, ma tante volte dal vertice alla base. Questo discorso dell’ordine è migliorato al tempo di Berlinguer, perché con la gestione di Longo del partito e alla fine di Togliatti …, Togliatti pareva  autoritario ma intorno al partito cominciavano delle crepe sul piano sostanziale della presenza e Berlinguer, che è stata questa grande figura, lo considero dopo Gramsci il più grande del partito, era riuscito a dare la motivazione per l’organizzazione. Chi faceva organizzazione nel partito aveva un profilo morale che di solito all’organizzatore non si riconosce. Questa è stata la differenza sostanziale tra il partito comunista e gli altri partiti, soprattutto ai tempi di Berlinguer, che sono stati i tempi che ho conosciuto meglio, ero molto legato …, legato? Per dei rapporti di amicizia, di intervento, con Di Giulio, un uomo meraviglioso! Era capogruppo del partito comunista, presidente del gruppo, è morto di infarto durante il mandato parlamentare.

D. E come qualità umana dei comunisti?

R. La qualità umana di tanti deputati era di una difficoltà tremenda!

D. Cioè?

R. Nei rapporti, a me sembrava, non so se sia vero o se sia un’impressione mia, ma che avessero difficoltà nella comunicazione con gli altri, cosa che per esempio Gianni non aveva. E per questo era un comunista diverso, come comunista diverso è stato Napolitano. Gli altri erano una cosa tremenda! Sospettosi! Ho fatto un riferimento alla Livia Turco ma gli altri pressappoco le assomigliavano. In Transatlantico stavano sempre in gruppo fra di loro e questo ti impedisce nel rapporto umano, cosa che dopo è molto migliorata quando si è disgregato il partito comunista ed è diventato …

D. PdS, poi DS.

R. Adesso speriamo che si fermi sennò …

D. E invece i socialisti? (Fine lato B, cassetta n. 3. Lato A, cassetta n.4)

R. Un personaggio che era molto abituato al dialogo era Alborghetti, segretario regionale della Lombardia del partito repubblicano. Entrò in lista come indipendente nel PCI ma aveva una capacità straordinaria nei rapporti umani con gli altri. Infatti in poco tempo ha fatto la sua bella figura all’interno. Io gli ero molto amico, perché era capogruppo comunista in Commissione Lavori Pubblici, io ero della DC, ci trovavamo per forza, anche per la storia di Venezia, me l’ha firmata Alborghetti. (Indica sul testo degli Atti Parlamentari, Legge Speciale per Venezia ’92) Una cosa che non mi ricordavo era che come secondo sottoscrittore l’aveva firmata Napolitano, vedi, Marrucci per la storia della proposta di legge dell’84, ’83. Io ho presentato con tutti questi deputati che erano centrosinistra, il PCI non aveva presentato niente, se non che il Ministro dei Lavori Pubblici che era Franco Nicolazzi ha presentato un disegno di legge. Noi avevamo deciso di far andare avanti questo discorso di Venezia, insieme con Gianni, e io ho presentato questo. Lui ha presentato un testo con alcune correzioni rispetto alla mia, mi hanno fatto relatore della legge come primo presentatore, abbiamo assunto come testo base la mia proposta di legge che andò avanti come fosse stata una legge di preferenza, perché era intestata a Nicolazzi, abbiamo trovato questo trucco nel regolamento.

D. Tornando al partito socialista, qui a Venezia aveva molto potere.

R. Ha gestito il potere sia coi democristiani che con i comunisti, quindi hanno fatto … i succhiasangue da una parte e dall’altra. Per carità anche gente di grande capacità hanno avuto in Consiglio Comunale, gente di grande qualità, lo stesso De Michelis, che ce lo ricordiamo per le cose che sono comparse come negative. Quando si darà un giudizio su tutto quanto questo periodo De Michelis verrà fuori come uno degli uomini centrali per Venezia.

D. Si è parlato di un fronte antidemichelis?

R. Sì, era capeggiato da Rigo.

D. Ma non solo all’interno del partito socialista, anche in generale, un atteggiamento …

R. Noialtri con la parte di De Michelis non siamo mai andati … molto d’accordo. Chi era molto in rapporto con De Michelis era Degan, che derivava anche dal rapporto a livello di governo, essendo Ministri tutti e due. Dopo non so se sia stato solo questo o qualcos’altro, però il sistema era impostato su Degan e De Michelis. Rigo tutto sommato ha fatto la fronda De Michelis, anche vincendola, tra l’altro, avendo le capacità organizzative. In politica non conta solo i voti al congresso, non ci sarebbe stato Moro, non ci sarebbe stato Gianni Pellicani, nel nostro ambito. Il rapporto era tra Gianni De Michelis e Degan, Cortese essendo in maggioranza con Degan ma gestendo solo la parte che riguardava la regione, completava il triangolo.

D. Quale rapporto ha potuto individuare tra il potere economico e la Democrazia Cristiana?

R. Era gestito, anche quando noi eravamo maggioranza, praticamente dai dorotei. Il grande rapporto della sinistra democristiana era invece con la curia, io credo, perché lo ha detto in pubblico, Luciani dichiarava apertamente di aver votato per me. E’ certo che per Gagliardi una funzione determinata attraverso la crescita è stata fatta dal cardinal Urbani, che stravedeva per lui, anche perché Urbani era stato assistente generale dell’Azione Cattolica e quando l’hanno mandato a fare il vescovo a Verona perché avevano cambiato l’indirizzo alla gioventù italiana dell’Azione Cattolica che non soffriva Gedda, il quale invece a Roma è prevalso. E’ caduto il presidente della GIAC e quindi cadde anche l’assistente che andò a fare il vescovo a Verona, era uno degli uomini chiave per quanto riguardava i giovani che era la più grossa organizzazione, erano tre milioni di iscritti a quel tempo, il doppio del partito comunista. Quando Stalin ha chiesto “Ma cos’è questo Vaticano? Quanti soldati ha?” Gli hanno detto che aveva un po’ di corazzieri (guardie svizzere), non gli hanno detto che aveva tre milioni …

D. Quindi alla fortuna di Gagliardi e della corrente Forze Nuove molto ha contribuito il Patriarcato?

R. Sì, penso di sì, perché l’ultima parte del governo della diocesi di Roncalli era già orientato, Roncalli stesso, su Gagliardi e quindi una preferenza di carattere … diciamo di indirizzo politico. Segretario di Roncalli era monsignor Capovilla, che era ritenuto nella Chiesa un uomo di sinistra perché aveva amicizia con Fanfani, a cui faceva capo a quel tempo la maggiore corrente di sinistra nella DC. Dopo Gagliardi era amatissimo da Capovilla che andò a fare da segretario del papa, è venuto qua Urbani e c’è stata la grossa copertura non ufficiale, perché non è ufficiale ma neanche di intervento, perché bastava un cenno.

D. La “Base” non ha goduto di altrettanto favore?

R. A quel tempo non c’era divisione sulla sinistra.

D. E’ venuta dopo.

R. Nel ’70.

D. Ma Carlo Vian per esempio, della corrente Forze Nuove ha curato particolarmente il rapporto col Patriarcato. E’ un po’ l’uomo anello, di congiunzione.

R. L’uomo più stimato forse da Luciani nella DC è stato Zanini. Primo perché Zanini è nato a Valle di Cadore, a pochi passi dal paese dove era nato lui, poi perché era un montanaro, dopo perché Zanini ha fatto il partigiano sul serio.

D. Dove l’aveva fatto il partigiano Zanini?

R. Perché era renitente alla leva ed era andato partigiano, l’avevano fatto commissario.

D. Della brigata?

R. Mi pare che fosse nella brigata Garibaldi in Cadore perché la famiglia di Zanini era di cultura socialista. Suo papà era bidello al “Paolo Sarpi”. La stranezza della vita politica, adesso quando ne parliamo, scopriamo che tutti quelli di adesso sono tutti figli di papà che vanno a fare questo mestiere. Una delle cose che penso sul Parlamento è che ai miei tempi, che erano già avanti, c’era una rappresentanza di operai autentici, non solo di sindacalisti, i capi del sindacato vanno tutti a fare i direttori del personale dopo. Il pluralismo non esiste nella divisione tra i partiti ma anche nella rappresentanza del Parlamento. Si devono sentire tutte quante le voci presenti nella società, adesso se non sei figlio di padreterno, se non hai un determinato capitale, se non hai fatto capo sindacalista o non sei una velina non fai a fare il deputato. Non c’è più selezione di classe politica! Vuol dire che non c’è più selezione di classe politica e questo è determinato dal fatto che i partiti nel nostro Paese non hanno il ruolo costituzionale che dovrebbero avere riconosciuto dalla Costituzione, nella funzione del pubblico nel Paese.

D. Mi spiega meglio questo passaggio.

R. I partiti quando non fanno più selezione e nominano invece che fare eleggere creano una classe, una casta che non deriva dal parlamentarismo ma deriva dal solo pensare dei capi, i quali danno ordini e gli ordini vengono trasmessi. E questi se non stanno agli ordini del capo non reggono, vanno a casa, dopo di che lo spirito di conservazione ce l’hanno tutti quanti …

D. Le chiedo l’ultima cosa e poi lo lascio andar via, quali sono gli ingredienti per aver fortuna come politico, sia dal punto di vista della longevità della carriera, o dei ruoli che si possono raggiungere. Lei che ne ha visti tanti …

R. Intanto dipende da persona a persona, quello che penso io è che primo ci devi credere su quello che devi fare, dopo che si faccia una scala di valori. Per me la politica non veniva al primo posto della mia vita. Al primo posto veniva la famiglia, attorno alla famiglia e difendendo questo ruolo, io sono laico da tanti punti di vista, ho una cultura cristiana ma è una cultura cristiana laica, credendo nella famiglia trovi un punto di riferimento che ti fa diventare famiglia anche la società. Se ti sai creare un ruolo nella famiglia come padre diventi, fra virgolette, anche padre nella società. La gente ti segue naturalmente su questo, però sono importanti e fondamentali i valori della Costituzione, purtroppo si ricordano poco, invece sono ancora estremamente validi. Qua non è caduto solo …,  è caduta anche la memoria della Resistenza, non sa cosa gli italiani stanno perdendo! Quando la storia della Resistenza si poteva scrivere in maniera meno enfatica di quanto non sia stata scritta subito dopo la fine della guerra. Il ruolo della politica nella società civile, non travalicare quelli che sono gli altri poteri e le autonomie delle funzioni delle varie … le chiamo lobby, sia sindacale da parte sia padronale che da parte dei lavoratori dipendenti o pensionati. Il rapporto umano è indispensabile, per trasmettere i valori bisogna avere grande rapporto umano, perché la linea della luce non è fatta con filo di rame autentico trasmette meno, dà meno luce, talvolta interrompe anche la luce. E poi tanta salute, perché non c’è niente da fare, qua si critica la politica, una specie di organizzazione Todt che per far vedere che si lavora si fa una buca e si riempie la buca dell’altro e via di seguito, ma fare politica sul serio è impegnativo e qui l’autodifesa. Io mi sono ritirato perché mia moglie stava male e avevo sei figli da curare, avrei continuato perché mi piaceva ma nella vita devi scegliere. Non per caso ho detto che come priorità ho scelto la famiglia come primo valore da difendere. Se non c’è formazione democratica in famiglia, come esempio, è difficile che i figli riescano ad acquisire che i valori che invece nella società sono indispensabili.

D. Il problema della corruzione, che è stato molto forte come dibattito a livello nazionale soprattutto dopo “Mani pulite”, lei che idea si era fatto?

R. Intanto se non ci fossero state le donne “Mani pulite” non sarebbe avvenuta. Parlo della moglie di Chiesa e di tutta la catena che si sta verificando, le donne sono tremende, non perché siano moraliste ma perché si vogliono vendicare! A parte questo, c’era un livello che le correnti assorbivano. Non c’erano gli ingenti finanziamenti alla politica che vengono deliberati dallo Stato in questo momento. Dieci euro per ogni elettore ai partiti! Sono centinaia di miliardi! A quel tempo non esistevano e i partiti avevano necessità di vivere, poi avevano necessità di vivere le correnti. Le correnti più piccole non abusavano di questa situazione, le correnti più grandi avevano più necessità e quindi abusavano. Del resto se io sono un imprenditore che ti vuole corrompere vado dal capo. Devo dire però che anche al tempo in cui sono stato sottosegretario (Ride) ai Lavori Pubblici e presiedevo anche il Consiglio di Amministrazione dell’ANAS, non so da chi andassero ma da me non sono venuti! Perché una delle cose più importanti è l’entourage che ti crei. Molto di quello che è stato imputato agli uomini politici in prima persona era fatto dagli entourage che coltivavano per loro e per il loro sistema. Dopo di chi la colpa è di chi li ha nominati, io posso aver avuto anche questa fortuna di aver nominato, di aver avuto accanto persone che non sono state mai toccate neanche dal minimo sospetto, come tutto sommato gli uomini politici di Venezia, ad esclusione di qualcheduno di cui non posso fare i nomi, sono passati tutto sommato integerrimi, in sessant’anni di storia. E questo vuol dire che la cultura della città è influente su questo.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

Pietro Coppola – Trascrizione della Videointervista

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D. Mi interessava partire dalla sua formazione, se proviene da una famiglia che si interessava di politica, che orientamento …

R. Io avevo mio padre che era maestro elementare e mi ha indotto ad occuparmi di politica perché lui faceva il sindacalista nel Sinascel e quindi dal sindacato in avanti il passo è stato breve, anche perché la mia formazione …, da un certo punto di vista culturale è stata formata dall’Azione Cattolica. In quei tempi abbiamo avuto il privilegio, noi …, dico quelli della mia età, il privilegio di avere come responsabile dell’Azione Cattolica veneziana personaggi come Vincenzo Gagliardi, che poi è rimasta la nostra guida, oltre che religiosa, anche politica e ci ha insegnato come far politica da laici, doveva essere un servizio. In questo senso noi, la mia generazione, il gruppo che faceva capo a Giorgio Longo e prima ancora ad Alfeo Zanini e Mariano Baldo, è rimasto sempre fedele a questa concezione. Tenendo conto che noi avevamo l’eredità di quel gruppo originario che faceva riferimento a Vladimiro Dorigo, che ha costituito il nocciolo della formazione di una intera classe dirigente degli anni ’70.

D. Lei di che anno è?

R. Sono del ’36.

D. Quindi lei ha cominciato …

R. Abbastanza tardi diciamo, perché sono stato avvicinato alla politica, ho fatto tutto l’excursus politico di un tempo, la sezione …, membro della direzione comunale, per quattro anni era segretario Baldo. Sono stato dirigente organizzativo, ho fatto due campagne elettorali. Una formazione che oggi, guardando lo scempio della politica attuale, mi vien da pensare che, aver rapidamente liquidato i partiti come fossero un ostacolo al processo democratico del paese, è stato uno degli errori della cultura contemporanea. Se lei pensa che da dirigente organizzativo ero impegnato a seguire oltre un centinaio di sezioni del partito, tra Mestre, Venezia e l’estuario, e quindi questo significava che mediamente ogni settimana si mobilitavano attraverso gli esecutivi cento, centocinquanta iscritti. E dopo, quando si preparavano i congressi, era una miriade di persone che si avvicinavano non solo al partito ma anche alle problematiche sociali e del territorio, in modo particolare. Dopo, quando ci si affacciava alla responsabilità amministrativa eravamo certamente preparati, non al punto, per quanto mi riguarda, di competere nel dibattito nel contraddittorio che provenivano da altre culture, perché in allora, io parlo per la DC, ma anche il PCI sfornava una classe dirigente intellettualmente colta e preparata con cui era un piacere potersi confrontare. E io rivendico questo merito alla Democrazia Cristiana, se mi consente, di essere riuscita a tener vivace il confronto e il dibattito senza pregiudiziali. Almeno per quanto mi riguarda, abbiamo sempre privilegiato l’interesse comune, quando era necessario confrontandoci, anche scontrandosi, però su una falsariga che poi è stata premiata, perché il coinvolgimento di tutto l’orbe politico è l’essenza vera della democrazia, nessuno poteva sentirsi escluso dal dibattito, dalle scelte fondamentali del paese. Vorrei dire che per la mia esperienza personale il mio mandato è cominciato nel ’71, dopo una prima crisi della Giunta Longo, crisi si fa per dire, un rimpasto. Ho sostituito al Personale e agli Affari Legali l’avvocato Vianello, Mario, e quella è stata la prima occasione di confronto forte, perché noi avevamo una situazione abbastanza compromessa nei rapporti sindacali. Si trattava di fare il primo riassetto funzionale delle carriere e credo sia stato il primo in tutta Italia, è stato molto proficuo, vantaggioso per il Comune, per i lavoratori, tant’è vero che ho lavorato ricordo nell’ultima fase assieme a Vanni, che ora esercita ancora un ruolo importante a livello di amministrazione, e siamo arrivati alla conclusione. E quella è stata la prima opera. In quel periodo poi sono successe varie cose, la contestazione dei bagnini, forse i primi stagionali part time che si sono ribellati e hanno rivendicato il loro diritto, e non è stata una operazione semplice, perché si trattava di sistemare circa duecento dipendenti. Il problema era che questi avevano ormai una professionalità limitata, come adempimento specifico della spiaggia. Abbiamo pensato di fronteggiare la carenza di personale nei musei e abbiamo inquadrato il problema. Devo dire che anche in questa fase il confronto è stato aspro perché si è manifestato allora, come assessorato ero alle prime armi, quello che si definiva il collateralismo tra sindacato e partiti. E in effetti, senza nulla togliere a nessuno, ma il collateralismo vorrei dire l’ho toccato con mano, il sindacato percorreva una strada non dico tutelato dai partiti o dal partito ma certamente sorretto dai partiti. Poi abbiamo avuto il problema delle imposte di consumo, che sono state assorbite dai Comuni, perché è stato sciolto il Ministero quella volta lì, la riforma e anche quella …, è stato un quinquennio abbastanza faticoso. L’importante è che ha dato frutti, non ho nulla da recriminare, anzi penso anche che l’amministrazione ne sia uscita bene.

D. Volevo chiederle, mi scusi se la faccio tornare indietro col discorso, lei proviene da una famiglia cattolica, molto cattolica, praticante, con dei valori radicati …

R. Praticante, con dei valori radicati, mio padre e mia madre vengono da un paesino della Sicilia, da Castellamare del Golfo, hanno vinto il concorso magistrale tutti e due, si sono sposati nel ’29, hanno avuto quattro figli, le prime due sorelle sono nate a Pellestrina, poi hanno avuto assegnata una casa a Sant’Elena e lì sono nato io. Sono nato e vissuto a Sant’Elena fin che mi sono sposato, nel ’65 sono andato al Lido e dopo ho fatto la mia vita. Però devo dire che la spina dorsale me l’hanno data i miei.

D. Gli insegnanti duranti il Ventennio erano piuttosto politicizzati, il credo fascista doveva passare anche attraverso i banchi di scuola. Suo padre aveva un atteggiamento …

R. Non posso dire di equidistanza, mio padre è partito volontario, è partito per la guerra volontario quando poi si è reso conto di cosa si trattava, una volta tornato mi ha illuminato. A parte il fatto che mia madre l’aveva capito prima perché a Sant’Elena …, adesso mi fa ricordare cose abbastanza …, a Sant’Elena al collegio navale c’erano le SS, e quindi abbiamo assistito ad alcuni rastrellamenti, ad alcuni perquisizioni e ricordo che mia madre, quando c’erano questi eventi, ci faceva rifugiare perché oltretutto qualche partigiano lo aveva conosciuto e lo aveva smistato, perché avevamo avuto un parroco a Sant’Elena, padre Maria Michele Selmo, ricordo ancora il nome, che ne ha salvato, protetto e nascosto parecchi.

D. Allora suo padre è stato un convinto fascista tanto che parte volontario nel ’39 e viene mandato a …

R. Viene mandato a Gallipoli, isola di Sant’Andrea, lui doveva controllare il golfo di Taranto e ha assistito …, è stato testimone di una grossa battaglia navale che lui ricordava. Per anni ha continuato a essere ossessionato da quei ricordi, si svegliava la notte urlando perché mi pare …, Santa Maria di Leuca fu il punto nevralgico dello scontro e loro hanno raccolto i cadaveri carbonizzati non so per quanto tempo. Quello è il ricordo più truce, dopo prigioniero è stato a Civitavecchia ed è tornato e quando è tornato è sempre stato …

D. Quando è tornato? Nel ‘45?

R. A guerra finita.

D. Lei ha vissuto in maniera traumatica gli anni della guerra.

R. Eh sì, abbastanza.

D. Anche con privazioni …

R. Beh, come hanno patito tutti. Noi avevamo la fortuna a Sant’Elena di avere un bel giardino con un fico e mi ricordo tante cene … (Ridacchia) E dopo i bombardamenti. Io frequentavo la scuola in via Garibaldi e mia madre insegnava a San Giuseppe, quando suonava l’allarme scappavo, mi ricordo i mitragliamenti …, tu tu tu tu tun. Mah, insomma questi sono i ricordi che hanno influito certamente nella mia formazione politica e culturale. Ho sempre avuto ben presente le linee di demarcazione tra democrazia, libertà e pace, soprattutto, come fanno ancor oggi a non apprezzare l’equilibrio che deve governare il mondo …, vabben.

D. Dopo lei fa la scuola media superiore …

R. Sì, ho fatto il liceo, poi all’università.

D. A cosa si è iscritto?

R. A Giurisprudenza, mi sono laureato.

D. C’erano le associazioni …

R. La Fuci, sono stato iscritto due anni.

D. Questo non ha influito sulla scelta …Ha influito di più l’Azione Cattolica?

R. Sì, sì, perché l’Azione Cattolica ti preparava, ci facevano dei corsi alle volte, ci ha fatto studiare proprio, è stato un salto di qualità, a cominciare da Don Sturzo …, alcune problematiche venivano fuori tranquillamente. Dopo Maritain …, i testi sacri. I cattolici democratici venivano fuori da lì, dopo di che all’interno del partito si è sviluppato un ulteriore … dialettica, le correnti hanno assunto l’aspetto che tutti conosciamo però in definitiva anche quelle erano una palestra di confronto dialettico e non solo, confronto culturale. La sinistra sociale alla quale io ho appartenuto, Donat Cattin era il mio punto di riferimento, certamente non aveva la logica della sinistra politica che io definisco intellettuale, della sinistra democristiana però … e dopo il blocco doroteo che rappresentava il punto di riferimento più forte. A questo proposito il dibattito nei congressi tra Gagliardi e Ferrari Aggradi potrebbero fare la storia … Mi piacerebbe rileggere quei verbali perché erano congressi non solo affollati, non erano soltanto numericamente potenti ma scuotevano alle radici la preparazione dei giovani. Io ho pianto una volta durante un congresso perché non è stato raggiunto l’accordo e …

D. La viveva intensamente anche a livello emozionale.

R. Esatto.

D. Ma come aveva conosciuto Gagliardi? Come era passato dall’Azione Cattolica alla militanza dentro la Democrazia Cristiana?

R. Questo l’ho trovato lì, a dir la verità io l’ho seguito come dirigente dell’Azione Cattolica, dopo io la politica l’ho lasciata, non la seguivo proprio …

D. Perché doveva laurearsi?

R. Sì, poi avevo altre passioni, io ho fatto atletica leggera, ho fatto del calcio, posso dire di aver avuto una giovinezza completa. Penso di aver avuto esperienze di vita fondamentali, perché anche il calcio oggi viene vissuto, viene visto a livello dei miliardari ma ai tempi miei frequentavo il liceo al Lido e avevo compagni di scuola che avevano la cameriera, quando andavo a casa loro, però avevo compagni di gioco che mi invitavano a casa e avevano la “sardea”, hai capito! Questo è esperienza di vita, conoscere la gente nei loro ambiti è importante per farsi un’idea perché si fa presto a dire il pluralismo, per capirlo bisogna viverlo! Io la penso così.

D. Il discorso che faceva prima sull’Azione Cattolica, mi par di capire che la formazione all’interno dell’Azione Cattolica era una formazione per una  classe politica?

R. No, non voglio essere frainteso, era una formazione che ti portava a un certo livello di maturazione morale e anche, se mi consente, religiosa che giocoforza dopo ti proiettava nel sociale. Quando ti proietti verso il volontariato e lo fai con consapevolezza, non è uguale il volontariato fatto dall’ateo, che pure è valido, al volontariato che è fatto …, è un altro motivo ispiratore! Sono tutte e due validi, socialmente utili, condivisibili, però quello ispirato dalla fede cattolica e che è permeato sull’amore verso Dio è una cosa ben diversa. Questo ha consentito, per quanto mi riguarda, di costituire un terreno fertile e chi ha buttato un seme è stato il mio amico Gigi Domestici quella volta per affacciarmi alla politica. Ho fatto tutto l’iter, mi ha fatto iscrivere, al congresso sono stato nominato segretario di sezione, ricordo quella volta i dibattiti sull’agricoltura, Ferrari Aggradi allora era Ministro dell’Agricoltura, facemmo un dibattito immenso sull’agricoltura e quelli sono stati i primi banchi di prova. Dopo hanno valutato positivamente …, e mi chiamò Baldo per partecipare al congresso comunale e da lì è una ascesa modesta, mi rendo conto, però l’ho fatto con …

D. Lei conosce Gagliardi all’interno dell’Azione Cattolica, rimane affascinato da questa figura. Aveva carisma?

R. Certo, era una figura carismatica e dopo ho avuto l’avventura, come dirigente organizzativo, di gestire la sua ultima campagna elettorale che ricordo è stato un finale tra il comico e il tragico, perché doveva chiudere la campagna elettorale, mi faccia grazia, l’anno non lo ricordo quando è stata l’ultima campagna elettorale di Gagliardi …

D. Il ’68.

R. Doveva chiudere la campagna elettorale in campo San Luca alle 17 e mi telefona alle 15, c’era un temporale immenso, “Coppola e in caso di pioggia dove hai la sede alternativa?” E io non ci avevo pensato! E’ venuto fuori un altro temporale! Per fortuna è tornato il sole, chiusa la campagna elettorale bene. Sono ricordi marginali.

D. Che cosa vi divideva dai dorotei?

R. La concezione anzitutto della persona umana, dell’iscritto come tale. La sinistra sociale l’abbiamo sempre intesa come una sinistra che parte dal concreto, dal lavoro, dalla base, dalla comunità intesa in senso lato, ecco un altro aspetto che poteva collegare alla cultura dell’Azione Cattolica, la comunità vissuta in termini più sociali, più aderenti alla realtà che ci circonda. Non si può dire che il mondo operaio fosse un mondo escluso a noi, eravamo compartecipi. E cos’altro? La gestione del potere come tale. Io non ho niente da dire rispetto ai dorotei che ho conosciuto, hanno sempre fatto il loro dovere, certo che dimostravano nei rapporti di partito uno strapotere che proveniva dal voto degli iscritti, questo certamente, però non era sempre condivisibile da parte nostra, negli obiettivi in particolare. Adesso mi faccia grazia, non ricordo perfettamente nell’ambito dell’attività comunale dove ci sono state le differenziazioni, perché io credo che il gruppo della DC, sia quando eravamo …, quell’unica volta che siamo stati maggioranza e il proseguo, si è sempre dimostrato abbastanza compatto e univoco, perché passando da Longo a Rigo con vicesindaco …, c’è stato il passaggio dei socialisti, non è stato un boccone tanto facile politicamente da digerire. I fatti sono questi.

D. Comincia a far politica nel ’63, ’64?

R. … circa. ’65 forse.

D. Tra i dorotei che personalità c’erano?

R. Orcalli e dopo, importato, Ferrari Aggradi. L’anima dei dorotei era Ferrari Aggradi fino all’avvento di Degan, in direzione c’era Falcon. Vorrei dire …, che non era un’altra cosa. Lo scopo e lo spirito era unitario, c’era un modo di comportarsi diverso, anche nell’approccio con gli altri. Penso che il capolavoro di Longo lo abbia ottenuto col voto sui piani particolareggiati, è stato …, aver ottenuto un voto distinto ma unanime sul lavoro fatto è stato il primo capolavoro politico della città, dopo anni di belligeranza. Questo è un esempio a parer mio ma anche per quanto riguarda il personale, devo dire che il personale lo abbiamo condotto fuori … Qualche piccola scaramuccia l’ho fatta, forzare la mano chiudendo il cancello alle otto e mezzo del mattino! Fu uno scandalo …, però era un modo per dire “anche i dipendenti comunali devono seguire una regola …” Ecco, io …

D. Quando avete saputo della morte di Gagliardi …

R. E’ stata una tragedia! Sono rimasto senza parole, veramente. E’ come se avessero spento l’interruttore perché tutto sommato era un grande accentratore, aveva carisma ma certamente un carisma meritato dal consenso che aveva. L’ultimo comitato provinciale a cui avevo assistito, stava maturando un’idea politica di superamento della fase attuale, quella linea di demarcazione nei confronti dei dorotei, l’ultimo intervento che io ricordo, però avrei il bisogno del conforto di qualche altro, in questo caso mi manca Baldo, era il mio punto di riferimento perché mi ha estrapolato lui dalla cerchia, mi ha lanciato lui. L’ultimo intervento che fece Gagliardi a parer mio era di affievolimento della linea di demarcazione “qua semo noialtri, de là ghe xe i dorotei”. Aveva già intuito che stava cambiando qualcosa, anche all’interno del partito e il Padreterno ce l’ha tolto troppo presto! Non so cosa sarebbe avvenuto, quello che posso dire oggi guardando lo scenario politico, prescindendo dai contenuti, ma guardando soprattutto il dibattito uno non trova sostanza! Non mi diverto più, non  posso dire una brutta parola! Guardi, noi abbiamo avuto dei Consigli Comunali enormi! Pellicani da una parte, Longo, Baldo, Pancino, Gianquinto, con cui facevo la strada assieme per tornare al Lido, è stata una esperienza favolosa! La vita del Consigliere Comunale io credo sia superiore a qualsiasi altra esperienza, perché ti mette veramente a contatto con la realtà che tu vivi, che tu conosci, col quotidiano! E’ un’esperienza che se dovessi rinascere rifarei …, con qualche correttivo magari! (Ride)

D. Gagliardi rappresentava per il vostro progetto politico un aggancio nazionale, forse un’ipotesi di movimento più ampio, mancando Gagliardi avete dovuto ripiegare su un progetto a dimensione locale.

R. Mancato Gagliardi abbiamo dovuto praticamente cercare di ricostruire una classe dirigente che prima ruotava intorno al capo carismatico e  lì un ruolo importante lo ha recitato Alfeo Zanini come segretario provinciale per anni, oltre certamente a Baldo, che era segretario comunale e ha avuto una tenacia … Pensi che ha tenuto duro tutti i membri della direzione comunale intorno a sé e ha posto come condizione che nessuno dovesse candidarsi alle amministrative, perché lui voleva vedere la crescita delle persone e le ha lanciate quando lui riteneva o il comitato comunale riteneva fossero pronte per affrontare (Fine lato A. Lato B, cassetta n.1) una esperienza non indifferente. Favaretto Fisca non era elemento di secondo piano.

D. Eravate il gruppo dei giovani?

R. Sì, c’è stato il cambio generazionale, con la Giunta Longo io penso ci sia stato il primo cambio generazionale ma proprio di sana pianta, che è stato un cambio logico, conseguente a una procedura di maturazione che penso abbia dato i suoi frutti.

D. Eravate molto legati tra di voi?

R. Sì, sì, quello che uno dei valori che la politica lascia è quel senso di amicizia che non corrisponde soltanto alla militanza comune, perché anche io tanti amici li ho annoverati, li annovero in altre estrazioni. Cecconi, per esempio, l’ho chiamato come consulente quando ho avuto l’onore di gestire l’aeroporto, mi ha fatto da ufficio stampa, avrei potuto scegliere altri ma invece c’era un rapporto di stima professionale, dove c’è il valore bisogna riconoscerlo. Detto questo …

D. Del vostro gruppo chi c’era? Longo, Vian, lei, Baldo, Alfeo Zanini …

R. Alfeo Zanini era lui che teneva i collegamenti.

D. Giobatta Bianchini?

R. Sì, Gibatta Bianchini.

D. Scaramuzza?

R. Luigino Scaramuzza. Mi fai venire in mente i Consigli di Quartiere adesso, un altro dei punti su cui il dibattito è stato molto acceso sono stati i Consigli di Quartiere, anche lì abbiamo trovato un accordo, adesso non ricordo più il voto come era andato ma mi riferisco al dibattito, ha coinvolto tutto il Comune e hanno dato il loro frutto. Adesso magari saranno in crisi ma … Strada facendo abbiamo trovato altri personaggi, gli incontro a Saint Vincent con Donat Cattin, Forze Nuove, era anche quella una grande palestra dialettica. Ricordo l’ultimo in ordine di tempo fu Franco Marini, che assunse l’eredità di Donat Cattin e a Saint Vincent facevamo tre giorni veramente corroboranti Ogni tanto bisogna ricaricare le batterie perché uno, anche se interpreta la realtà gestirla è un po’ difficile, non ci sia aspetta mai di trovare un’opposizione feroce quando si crede che l’idea sia maturata al punto giusto e trovarsi di fronte un’opposizione che è più preparata di quanto tu lo sia ti fa … Cinque anni di maggioranza e tutto il resto di opposizione non è facile, poi gestire l’opposizione anche se noi l’abbiamo fatta con decoro, abbiamo dato il nostro contributo. Tutto sommato, come le dicevo prima, è stato un periodo della mia vita molto appagante.

D. Quindi lei si iscrive alla Democrazia Cristiana, diventa segretario di sezione, poi diventa dirigente organizzativo comunale, segue le campagne elettorali, praticamente lei si occupa di stabilire i contatti, i rapporti, quindi lei non compariva molto in questa fase, faceva tanto lavoro di partito.

R. Ma io non compaio, il mio carattere è tale … Ricordo sempre Silvio Testa, giornalista del Gazzettino, era mio collega alla ULS. Il mio lavoro era all’INAM prima e dopo alla ULS, una volta scherzosamente mi parlava, non so che dibattito ci fosse stato e mi lamentavo con lui “Silvio mio, ti scrivi de tuti ma no vedo mai che ti te ocupi de mi!” Mi ha guardato e mi ha detto “Tu non sei un personaggio!” Non è una cosa buttata lì, è vero! Bisogna essere personaggi, non ha importanza che tu abbia fatto …, io per esempio, andando di palo in frasca, nessuno sa che la firma dell’atto costitutivo della “banca degli occhi” è mia, presidenza mia, la Cardiologia l’ho portata io a Mestre! Un altro l’avrebbe strombazzato. Rama ci ha impiegato vent’anni per fare la fondazione della “banca degli occhi”, perché non aveva trovato la disponibilità … Con la mia presidenza ho smussato tutti gli angoli, ho trovato il meccanismo giusto e gliel’ho data, però nell’atto costitutivo c’è la firma del Presidente Pietro Coppola.

D. Diciamo che non sa vendersi tanto bene.

R. No, non è neanche il caso, poi le cose … Ripaga  la soddisfazione del consenso anche altrove. Questa è una battuta che mi sono annotata, perché corrisponde alla verità, non nel caso mio specifico, guarda oggi non occorre far bene, bisogna saper apparire! Credo che sia così, ci saranno anche i valori, non discuto.

D. Lei entra in Consiglio Comunale nel ’70 e nel ’71 ha anche la responsabilità di Assessore al Personale.

R. Sì, di Assessore al Personale e agli Affari Legali.

D. Non è che sia un Assessorato …

R. Non è …, è stato in piena bagarre.

D. E’ un ruolo un po’ ingrato.

R. A chi lo dice! Però credo di averlo svolto con dignità e fermezza e, soprattutto, aver recuperato tutto lo staff dirigenziale che si era un po’ allontanato di fronte alla contestazione e abbiamo fatto le riforme. Una cosa, parlando del Personale, che non sono riuscito a fare e che invece la conduzione moderna dei Comuni sta dimostrando essere stata valida. Io avevo proposto e il Segretario Generale allora era il dottor Rosario Cagliulo e fece il quesito alla Corte dei Conti che rispose non era possibile. Qual era il mio intendimento? Era di costituire non più di quattro o cinque servizi e questi capo servizio, che potevano essere l’ingegnere capo, l’avvocato civico, uno addetto agli Affari Generali e al Turismo,  all’Urbanistica, erano i quattro cardini, di estrapolarli dall’organico e poter costituire un contratto atipico per loro quattro, perché trovavo ingeneroso che il mio ingegnere capo, che doveva parlare con la grossa imprenditoria nazionale e internazionale, facesse la parte del “poareto”, perché cosa poteva guadagnare, i due milioni rispetto ai cinquanta che guadagnava nel privato, per poter avere una rappresentanza tecnica e professionale. E questa mi pare un’idea giusta oggi perché i consulenti, tutto lo scandalo dei consulenti, mi vuoi spiegare da dove viene fuori? Perché a un certo punto il Comune sente l’esigenza, non ha la forza tecnica di esprimersi all’esterno in modo confacente per reggere il confronto con i privati. Questa era un’idea così, forse abbastanza peregrina, ma la Corte dei Conti disse che non era possibile.

D. Lei è stato Assessore dal ’71 al ’75?

R. Sì.

D. Si è fatto tutto il mandato. Non stavate tante bene come finanze.

R. Boh, no …, come tutti.

D. Io avevo sentito che c’era una situazione di Bilancio abbastanza pesante, tanto che mi raccontavano che arrivavano gli ufficiali giudiziari a pignorare i lampadari nel ’75.

R. Questo particolare …

D. Mi dicevano che c’era un grande disordine di Bilancio, pochi soldi, poi coi Decreti Stammati …

R. Beh, era un fatto abbastanza comune alle amministrazioni.

D. Era una Giunta che non aveva grandi risorse.

R. Grandi risorse no, però a dire la verità che ci siano state difficoltà …, io non gestivo il Bilancio.

D. Pensavo ci fossero problemi con i fornitori …, era una situazione proprio pesante, c’era il rischio di non riuscire a pagare i dipendenti.

R. A che periodo si riferisce?

D. A ridosso del cambio di amministrazione. Poi Pellicani si è attivato molto a ottenere mutui, prestiti per sanare …, poi sono arrivati i Decreti Stammati. I finanziamenti della Legge Speciale sono partiti con una certa difficoltà, bisognava trovare il sistema per accedere ai fondi.

R. Probabile, non posso essere più preciso in questo perché la parte del Bilancio io la seguivo per quanto concerneva … Ho dovuto assorbire tutta l’imposta di consumo, è stata un’altra immissione in servizio non indifferente, avevamo il problema del San Lorenzo, abbiamo dovuto risolvere anche quello. Era definito “l’anticamera della morte” quella volta, abbiamo dovuto fare un intervento drastico e abbiamo sanato anche quella situazione.

D. Cos’era?

R. Era il cronicario il San Lorenzo, era diventato fatiscente, i particolari non li ricordo, avrei bisogno di un archivio che non ho, dico la verità. Il mio archivio è mnemonico, non sono di quei patiti …, e invece vedo che sarebbe stato utile, non ho conservato tanto.

D. I rapporti coi socialisti, vostri alleati di governo?

R. Umh, sa!

D. Scalpitavano.

R. Scalpitavano e … era un rapporto di amore-odio quello. Potrei dire che alcuni personaggi li ricordo con affetto, mi fa venire in mente Renato Nardi che era un gran cervello, però anche lui … Il partito era impersonato da Gianni De Michelis e il carattere di Gianni De Michelis è noto a tutti! Però devo dire che gli riconosco una dote, se tu tenevi testa nella trattativa ne prendeva atto e quindi l’impegno, non parlo dell’impegno politico generale, era affidabile. Dopo Nereo Laroni …, poi per me il partito socialista non ha rappresentato più un punto di riferimento, per noi era altrettanto valido il confronto diretto con Pellicani e quindi col PCI.

D. Il partito socialista era diviso al suo interno, c’era Rigo vicesindaco…

R. Mah, diciamo che Rigo ha fatto la sua parte, ha impresso quello che doveva imprimere lui alla Giunta, diciamo che la controprova è stata la tornata successiva dove lui era sindaco e vicesindaco Pellicani. Però il doge era Pellicani, per spendere una battuta di quei tempi. Il “doge rosso” era Pellicani, non era certo Rigo, con tutto il bene che voglio ad entrambi.

D. E il cambio delle alleanze dopo la vittoria elettorale del PCI alle amministrative del ’75, vi ha sorpreso, l’aveva sorpresa?

R. Bah, tutto sommato non è che avessimo la certezza che succedesse però era nel computo delle probabilità, altrimenti non saremo stati buoni politici se non l’avessimo previsto, però … La storia dirà se da parte dei socialisti è stata indovinata quella mossa. Le cose avrebbero potuto andare diversamente, poteva maturare un’altra situazione, come poi è maturata a livello nazionale.

D. Avevate contro Fanfani.

R. E’ venuto Fanfani a Venezia, quella volta però non è che ci abbia posto dei limiti operativi, di certo non il compromesso storico, nessuno lo pensava allora e i fatti non erano maturi.

D. Gli accordi politici di dicembre,  lei diceva che era stato un successo politico di Longo, a livello nazionale forse non sono stati molto graditi.

R. A livello nazionale i tempi sono maturati molto dopo. Venezia è sempre stato un punto di riferimento da sempre, dai tempi di Urbani, perché io faccio riferimento anche alla gerarchia ecclesiastica, credo che abbiamo rappresentato una vivace punta di avanguardia. Tenga presenta la mappa politica del Veneto, non si può dire che Venezia non sia di avanguardia rispetto a Treviso, Padova, Vicenza … Un po’ meno rispetto a Verona, dove c’era Gianni Fontana di Forze Nuove che lavorava già abbastanza, in definitiva questa è la realtà. Noi lo abbiamo fatto sulla nostra pelle!

D. Il sindaco Longo non era stato confermato capolista per la DC, quando ci sono state le elezioni nel ’75, Fanfani ha imposto Anselmo Boldrin come capolista, tanto che Longo non voleva neanche presentarsi.

R. Lei mi sta spiazzando, non mi ricordo.

D. C’era tutto nei giornali del periodo. Anselmo Boldrin era estraneo al vostro gruppo.

R. Era doroteo quella volta lì. Non voglio contraddirla ma questo passaggio …, deve essere stato molto sofferto! Non ricordo.

D. Ne ho anche parlato con Longo.

R. Venne anche Eugenio Gatto, successivamente.

D. Dopo il ’75?

R. Sì, alle comunali ma non come capolista.

D. Che rapporti avevate col nazionale, visto la posizione un po’ eccentrica?

R. Io sono stato molto lento ad approdare al livello provinciale, ho sempre seguito il comunale, quindi i rapporti col nazionale erano più al livello della segreteria provinciale, anche se con Alfeo Zanini io avevo un rapporto di amicizia e collaborazione, tra l’altro eravamo colleghi di ufficio, quindi avevo modo di sentirlo. A livello nazionale noi abbiamo sempre avuto il destino della forza di minoranza, anche se Donat Cattin in un certo momento ha messo fuori le unghie realmente e ha recitato una sua parte politica maturata attraverso il suo Ministero della Sanità che è stato condotto, come sappiamo, abbastanza validamente. Politicamente Forze Nuove ha inciso ai tempi del preambolo, fu Donat Cattin a far concludere il congresso con il famoso preambolo che poi ha aperto la strada a tutte le tappe successive, altrimenti i miei ricordi sono più proiettati alla funzione complessiva della corrente, più che a casi specifici. A me interessava più globalmente verificare cosa poteva darmi il partito, cosa potevo dare io al partito e quindi questa era la mia prospettiva. Dopo incidere a livello nazionale io personalmente non mi sono mai posto il problema, tant’è vero che la mia esperienza si esaurisce in ambito comunale.

D. Dopo lei viene candidato nuovamente come Consigliere e viene eletto, quindi c’è anche nel periodo ‘75-’80. A quale commissione partecipa?

R. Sempre Personale.

D. Aveva a che fare con Antonio Infante?

R. Eh, Antonino (Ridacchia), è stato il mio successore Antonio Infante.

D. Coi comunisti che rapporto …

R. Rapporti di reciproco rispetto, ricordo buoni rapporti con Artale e diciamo anche con Pellicani. Non c’è stato alcun momento di frizione, tranne una volta in cui mi ero reso conto che c’era un errore nel Bilancio, l’ho sottolineato, un errore che gli faceva saltare tutto il discorso politico ma insomma era un errore tecnico. Credo si sia assunto la responsabilità Domenico Crivellari, altro amico, tutto lì. Per il resto l’ho sempre considerato un amico di Venezia e un valido amministratore. Con lui e con tutta l’équipe perché dovessi fare tutti i nomi del gruppo comunista mi pare …

D. Nella prima tornata, ‘70-75, c’era Momi Federici in Consiglio la seconda volta  non c’è più perché la moglie, Lia Finzi, è Assessora,  per cui non si poteva …

R. Momi Federici è stato un altro personaggio importante.

D. Non mi ricordo più con chi parlavo di politici popolari, di grande seguito, e per la Democrazia Cristiana mi era stato indicato Alfeo Zanini, un uomo molto amato …

R. E’ stato per anni segretario provinciale poi era …, vorrei dire, perfino amato anche dagli avversari.

D. Ma che qualità aveva? Questo mi incuriosisce.

R. Aveva una grande qualità che era la sua voglia incredibile di mediare! Lui cercava magari una mediazione che puntava su valori etici, perché esprimeva una grande umanità e quando tu aggiungi al valore politica il valore umanità fai il binomio perfetto! Allora la gente capisce veramente cosa significa far politica perché io mi indispettisco quando vai in giro, quando partecipi a qualche dibattito, ancora oggi, badilate di fango ti vengono addosso. “Uh la politica!” Non capiscono che …, io sarò malato, ogni tanto mi dicono che sono malato …, la gente non capisce che ogni gesto, ogni nostro gesto è politica! Quando vado a comprare le melanzane compio un gesto politico se vado consapevolmente al mercato e so cosa devo comprare, e valuto il prezzo, considero … Buttare fango ci porta alla situazione attuale! Tu calcoli la visibilità dell’uomo e ti sfuggono i contenuti! Questa è la realtà.

D. Invece per quanto riguarda la parte comunista mi era stato indicato come una persona molto popolare …, come prima si diceva di quel giornalista, ogni politico ha il suo stile. Lei magari aveva lo stile della discrezione, dell’accordo ma senza comparire, è uno stile anche quello. Io sono affascinata dalle differenze individuali nel modo di far politica, i valori del partito sono comuni, anche della corrente o al gruppo di riferimento, mentre c’è lo stile che è legato all’individualità, al carattere. Prima si diceva di Alfeo Zanini del carisma dato dalla simpatia …

R. Oltre al grande intuito politico perché …

D. A cosa si riferisce quando parla di  intuito politico, nel caso specifico?

R. Se io ho un obiettivo da raggiungere so capire in anticipo la posizione della controparte, la interpreto, arricchisco la mia posizione del contributo che può darmi la controparte senza avvilire la mia. E quello è una capacità unica! E’ proprio l’antitesi di quello che faceva De Michelis, per fare un esempio antitetico, dall’altra parte. Nel campo comunista io ero sempre al di là di Momi Federici i cui interventi …, lo stesso Pellicani che in determinati momenti ha saputo esprimere tratti di umanità incredibili! Io ricordo la circostanza triste in cui morì Servello e lui fece una commemorazione indicando proprio lo stato d’animo di quest’uomo che è morto all’improvviso nell’adempimento del suo dovere, ma lo ha fatto con una delicatezza che non aveva niente da invidiare a una ispirazione quasi di fede! Quello è un intervento che ricorderò sempre perché ha toccato …, non è vero che la politica è senza anima, sa avere, dovrebbe avere anche l’anima! Dei comunisti ricordo sempre Paolo, Paolo Cacciari, anche quello uomo di grande valore, e Gianquinto negli ultimi anni.

D. Gianquinto mi era stato indicato come molto amato, dal popolo comunista ma non solo.

R. A un certo punto lui aveva capito che aveva finito il suo ciclo e quindi si confidava con me, poi quando morì mio padre mi è venuto a trovare personalmente perché lui era siciliano e ebbe delle parole veramente toccanti. Poi altri …, ho perso un po’, dovrei rileggermi i nomi. C’erano dei dibattiti incredibili, dopo c’è stato l’avvento dei repubblicani.

D. Mi ha proprio anticipato, c’era stato Casellati con voi in Giunta, è stato Assessore all’ecologia, è stata un’esperienza breve.

R. Sì, Casellati ma chi ha dato la svolta è stato Scano e Zorzetto. Zorzetto poi ha introdotto lo “sproloquio”, diciamo. All’inizio non eravamo abituati, questo parlava, parlava, parlava, però ha dato effettivamente dei contributi. (Fine lato B. Lato A, cassetta n.2) Un’altra cosa che mi è rimasta, devo dire la verità, la vita pubblica ha dato tante delusioni ma anche tante soddisfazioni, tornando al discorso di Mestre, io Zorzetto me lo sono trovato oppositore ma forse non fino in fondo, quando ho presentato il progetto dell’ospedale nuovo di Mestre.

D. Quando?

R. … deve essere stato nell’85, ero presidente dell’ULS di Mestre, Quarto d’Altino e Marcon.

D. Dall’85 in poi.

R. Tre anni mi pare, dopo i comunisti hanno puntato i piedi hanno voluto la presidenza. Il mio segretario provinciale graziosamente l’ha concessa, mi sono dimesso subito ed è subentrato a me un deputato …, no, non ricordo. Però ho fatto in tempo a presentare, oltre ad aver portato Cardiologia, aver istituito la “banca degli occhi”, ho presentato il progetto che era nella famosa area dei carpini, a Carpenedo. E lì è venuta la commissione nazionale per l’impatto ambientale, erano quindici persone, sono venute da Roma tutte, hanno visto il progetto, hanno visto l’allocazione, si sono compiaciuti, hanno detto “Questo sarà il più bell’ospedale d’Europa” in mezzo al verde, con le strade di comunicazione, c’era la Tangenziale, pareva non ci fossero più problemi, tutti d’accordo. E invece poi i Verdi, lo stesso Zorzetto, perché bisognava salvaguardare i carpini, un falso problema perché oggi l’area è ancora lì. Non so! Sarà un bellissimo parco, l’area è ancora lì. Io non ho mai capito perché i mestrini non si sono resi conto che in definitiva sono stati espropriati dell’ospedale perché l’ospedale è bello, sacrosanto, pilota in Europa, però sarebbe stato altrettanto bello l’ospedale in Mestre! Questa è una battaglia da me persa, anche perché il gioco di democrazia, l’importanza di maggioranza e di minoranza, si può perdere le battaglie nel senso che non hai il consenso, però di questo ospedale fatto a Zelarino non ho capito perché nessuna voce si sia levata in difesa dell’ospedale in Carpenedo. Forse perché era troppo in centro città, non lo so ma quella volta la motivazione era che “bisognava tutelare i carpini”, che io attualmente non vedo! Questa è una delusione di carattere personale che non influisce nella condizione generale.

D. E come ha lavorato la prima Giunta Rigo- Pellicani, che valutazione può dare lei che ha seguito i lavori?

R. Dico che probabilmente, avrà risanato il bilancio, se era da risanare, non lo so, però come fatti eclatanti non ne ricordo, dovrei rileggere le carte. Però mi pare hanno proseguito …, non ricordo più se si era riacceso il dibattito su Venezia, questo non lo ricordo. So che è subentrato Salzano all’Urbanistica, alcune scelte sono state fatte, per esempio l’edilizia popolare, hanno fatto le “case rosse”, tutte cose che sono state dibattute e sono state fatte. Hanno fatto anche l’edilizia scolastica, l’hanno portata avanti, però sul piano complessivo io credo non ci sia stata una inversione di tendenza, non c’è stata soluzione di continuità, quello che hanno fatto loro potevamo farlo noi, scusi la presunzione o forse non ricordo bene. Lei mi ha colto …, non ho avuto né voglia né tempo di tirar fuori le carte. Se ha qualche spunto lei da darmi. Cosa le interessava?

D. Mi interessava dal  punto di vista dell’opposizione quella esperienza amministrativa, il Bilancio e complessivamente le attività. Le persone che ci avevano lavorato hanno sottolineato la qualità e la quantità degli interventi relativamente all’edilizia scolastica, ai servizi alla persona, i nidi, i consultori. C’era stata poi una stagione di riforme a livello nazionale, quindi la creazione delle ULS, sono stati chiusi degli ospedale, l’OMNI, bisognava  riqualificare il personale, risolvere dei problemi non da poco. Dopo quello che mi aveva colpito di quel periodo, dando anche un’occhiata alla stampa, il Gazzettino che aveva un’impostazione critica anche nei vostri confronti, Giunta Longo, con “l’angolo del degrado” … (Ridiamo)

R. Sì, famoso! La fotografia, dove andavano a tirarle fuori! Anche quella l’abbiamo superata, ancora prima c’era stata la diatriba con Montanelli che ci definì …, non so, Longo gliene avrà parlato.

D. C’era stata quella grossa campagna, poi  Italia Nostra tra cui c’era il gruppo dei repubblicani. Mi aveva divertito “l’angolo del degrado” …

R. Era una persecuzione! Non ricordo più da chi era diretto o ispirato il Gazzettino, è stata sempre una spina nel fianco.

D. Le dicevo che c’era stata tanta aspettativa  nei confronti di questo cambio di amministrazione, ci sono state delle feste spontanee quando il PCI vinse, è stato un momento politico molto intenso.

R. Indubbiamente questo era il frutto del modo di presentare il programma e del carisma che avevano determinati personaggi, bagno di folla come c’era a quei tempi. Pellicani rappresentava realmente il personaggio, io ricordo dei comizi in piazza che erano seguiti, partecipati. Dopo la meteora, anche lì si è affievolita, assorbito dagli impegni romani, perché anche quello è importante. Avere l’aggancio diretto con il governo o con Roma rende più facile percorrere la via a livello amministrativo. Pellicani è un personaggio che aveva entrature a livello nazionale e internazionale, è inutile nasconderlo.

D. Aveva avuto il “conforto” anche da parlamentari democristiani, Rocelli ad esempio.

R. Rocelli soprattutto, relatore della Legge Speciale.

D. Infatti andavano a Roma insieme. Rocelli lo incontro giovedì.

R. Rocelli è un personaggio che le potrà essere molto esaustivo.

D. E’ anche molto affettuoso, molto umano …

R. Lui è la memoria storica perché quando giro con lui per Venezia, è mio intimo amico, è una cosa incredibile! Vede una persona e sa tutto, tutto! Persona conosciuta naturalmente, sa ricordare i particolari, quindi le sarà molto utile. Poi sulla Legge Speciale lui è stato relatore, due, tre volte.

D. Poi si è occupato molto del porto, credo.

R. Sì, sì. A pensarci prima lo potevo far venire qui, così faceva …

D. Preferisco interviste individuali …

R. Sarebbe stato un dibattito a tre. Rocelli è veramente valido, anzi approfitto, la prego di salutarlo.

D. Certo che glielo saluto! Dopo l’80 cosa fa? Continua l’attività politica?

R. Sì, come dicevo dopo sono stato presidente della ULS, mi sono candidato alle regionali, dove credo di aver avuto il più grosso consenso a Venezia, credo di aver avuto dodicimila voti, ho staccato tutti e sono caduto in provincia. San Michele al Tagliamento ha votato Tomaz, perché Forze Nuove ha avuto la dabbenaggine di presentare due candidati. Tomaz che era il Consigliere uscente, Coppola che era alla prima esperienza. Quella volta sono rimasto …, tanto che il telegiornale mi dava già per eletto e invece la zona del portogruarese, San Michele al Tagliamento ha votato Tomaz, mi sono mancati duecentocinquanta voti! Beh, è una competizione anche quella!

D. E dopo?

R. Niente, ho continuato in partito, sono andato in direzione regionale, ho vissuto il trapasso della DC attraverso le mani di Rosi Bindi. La DC è stata commissariata quando era segretario regionale Falcier, e questa si è presentata …, beh non discuto su …, però ha fatto fuori i dirigenti della DC con un colpo, avrà fatto anche bene, i tempi lo richiedevano. Dopo ho fatto il presidente dell’aeroporto.

D. Dopo Pellicani?

R. Prima di Pellicani, nel ’91 al ’94.

D. E poi Pellicani dal ’94 al 2005 quando è stato sostituito da …

R. Marchi.

D. Quello che c’è adesso.

R. Questa è un’altra cosa. (Ridacchia) Quando sono stato nominato io la raccomandazione che mi hanno fatto tutti era “Mi raccomando, la maggioranza deve restare pubblica, perché è una questione di principio!” E dopo di che, non ho capito bene, forse la situazione dei privati alleati con la Regione ha fatto sì…, fatto sta che oggi l’aeroporto … è quello che è, per l’amor di Dio. Io però ho avuto la soddisfazione di tagliare per primo i due milioni di passeggeri, c’era stato un incremento notevole in quegli anni. La mia funzione pubblica lì si esaurisce e sono tornato a fare il nonno a tempo pieno.

D. Ha concluso nel ’94. Poi c’è stata il terremoto politico, la dissoluzione della DC.

R. Non me la sono più sentita, non era più casa mia.

D. E’ iscritto …

R. No, non sono iscritto a nessun partito …, però adesso le confesso in anteprima un peccato (Ridiamo), qui a Meolo c’è Oliviero Pillon che è stato presidente della Provincia con i socialisti, “a temporibus illis”, ha fatto una lista civica per le comunali e, poveretto solo soletto, mi ha detto “Piero ti mi vien a dar ‘na man!” e mi ha inserito nella lista civica, sportivamente, anche per agitare, scuotere questo paese che sta crescendo. Quarto d’Altino ha esaurito la sua funzione di assorbimento dell’hinterland residenziale e sta scaricando qua. Quindi se l’amministrazione non è pronta a svegliarsi, anche a interpretare questa nuova cultura turistica. Qui la trasformazione da cultura contadina a cultura industriale non si è ancora manifestata, anche se c’è una bella zona industriale. Se lei si occupa di giornalismo, di inchiesta, potrebbe andarla a visitare, ci sono tante belle zone industriali! Siamo ancora in provincia di Venezia ma a Roncade siamo già a Treviso ed è pieno di aziende. Possiamo ritenere conclusa …

D. Volevo chiederle un’ultima cosa …, relativamente al terrorismo. Lei era Consigliere Comunale quando è stato ucciso Moro, come aveva interpretato soprattutto il momento del rapimento di Moro?

R. La notizia mi è arrivata che io ero in ufficio a Piazzale Roma e arrivata la notizia …, come se mi avessero buttato una tegola in testa! E c’era smarrimento, non capivamo quali erano le motivazioni, capivamo soltanto che c’era il tentativo di far arretrare una linea politica, alla quale noi cominciavamo a credere, oltretutto, anche se non ne eravamo stati gli artefici, perché in definitiva ancora non si sa come è maturato. L’iter politico è abbastanza chiaro, l’obiettivo finale era altrettanto chiaro, non sappiamo e nessuno ha scoperto quali potessero essere gli intrecci per far scatenare il braccio rivoluzionario armato delle Brigate rosse! Resta tuttora una fase storica oscura, per me ancora oscura. Tante cose dette, tante cose smentite, tanti processi fatti …, credo che la storia potrebbe riservarci anche qualche ulteriore sorpresa! La parola fine credo non sia giusto metterla sulla vicenda Moro. A me piacerebbe che, al di là di quello che è stato fatto, dei servizi giornalistici ecc., mi manca ancora una risposta plausibile.

D. Non è convinto del quadro che è stato delineato dai mezzi di informazione?

R. Mi manca proprio il perché, “cui prodest?”, perché l’hanno fatto?

D. Lei si ricorda qual è stato il primo pensiero che ha avuto alla notizia che Moro era stato rapito?

R. Sì, io ho pensato che il Paese fosse in pericolo!

D. Aveva paura per la tenuta democratica del Paese.

R. Esatto.

D. Questa era una preoccupazione che avevano anche i comunisti in quel periodo. E’ stato fatto uno sciopero generale.

R. Io avevo paura che non …, tenesse! Non vedevo una indicazione ferma, c’era soltanto “Non dobbiamo cedere al …”, però in fin dei conti, attraverso mille rivoli si sa che il contatto c’era! E allora?!

D. Per esempio per Ciro Cirillo si è trattato.

R. Questo potrà dirlo la storia. In ogni caso è stata una prova superata democraticamente e non sono convinto che le risposte date possano aver tacitato il senso di responsabilità di tutti. Per quanto mi riguarda l’azione dello Stato mi è parsa adeguata, come risposta, la preoccupazione che avevo avuto si è dissolta, resta l’enigma del perché. Anche le condanne, possibile, pentiti o non pentiti, date una risposta storica, credibile e questa non c’è stata!

D. Lei dice non è stata elaborata politicamente …

R. Non è stata elaborata politicamente né prima né dopo, perché se prima è da mettersi le mani nei capelli! “Siamo stati colti di sorpresa!”, mettiamola così. La mia reazione personale in quel momento …, ho temuto veramente per la tenuta della democrazia!

D. Nel senso di una evoluzione in senso antidemocratico?

R. Sì.

D. Da destra o da sinistra?

R. E chi lo sa?! Questo non riesco a capire. Lei dove le colloca le Brigate rosse? Nel movimento anarchico?

D. Mi chiedevo se lei temeva una involuzione democratica di impronta cilena o …

R. Extrasinistra.

D. Una situazione rivoluzionaria?

R. Eh sì, dopo di che la tranquillità mi è venuta dalla posizione del PCI, è stato uno dei momenti in cui il PCI si è posto come garante della democrazia, parliamo chiaro. Sulla mia forza politica non avevo dubbi, ma è stato confortante quello lì!

D. Sono anni in cui ci sono terribili attentati, la Banca dell’Agricoltura, Brescia, gli attentati ai treni, Bologna.

R. Sono passato col treno in galleria due giorni dopo …, straziante. Sono oggetto di dibattito politico ma ancor oggi non hanno soluzione politica, non credo ci siano i presupposti per dare una soluzione politica. Non sono convinto! Abbiamo finito?

D. Sì, abbiamo finito, grazie è stato molto gentile.

R. Spero sia stato utile …

D. Sì, sì, l’ho trovato molto interessante.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

Domenico Luciani – Trascrizione della Videointervista

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D. Partirei da quando inizia la sua attività politica.

R. Dobbiamo risalire a un bel po’ di tempo fa, al ’54, ’55, l’uscita dal liceo scientifico a Treviso, una peregrinazione complicata all’Accademia Navale, l’uscita dall’Accademia Navale dopo un anno e l’inizio di un impegno politico a Venezia in Architettura, quindi siamo già nel ’55. E’ nel ’55 che incontro il mondo politico veneziano, mi pare che sia segretario del PCI Gianmario Vianello e che Gianni Pellicani è segretario della FGCI. Ci sono varie personalità che ruotano intorno a questa situazione politico-culturale, il rapporto con Architettura, Samonà, la figura di Giuseppe Samonà è cruciale, c’è Piccinato e Giovanni Astengo, farei questi tre nomi, tutti e tre in area socialista, roba buona. Samonà è molto maiueutico, molto maestro, forse non grandissimo architetto ma molto capace di animazione, di tensione. La costruzione della facoltà di Architettura nella metà degli anni Cinquanta è un capolavoro assoluto di scuola, non c’è grande personalità che non arrivi a Venezia, Wright[1], Le Corbusier[2], Scala. Una faccenda complicata e molto bella. Tenete conto che Architettura nasce come scuola autonoma in Italia alla fine degli anni Venti, poi non se ne fa niente fino agli anni Quaranta, nel ’48 Venezia nasce tra le primissime. Nasce da una scheggia di Ingegneria e da una scheggia di Belle Arti e si fonde in modo del tutto nuovo secondo una ipotesi di Bottai[3], e Venezia è una delle sette scuole di Architettura fino alla fine degli anni Settanta. E in quel periodo, seconda metà degli anni Cinquanta quando io la faccio, è un polo planetario. Avere Wright in Italia, a Venezia, è molto significativo, e poi gli anni Sessanta, Le Corbusier, la grande avventura dell’Ospedale finita male. Quindi una Venezia socialista, Samonà fa il piano regolatore, i socialisti, Zanon Dal Bo, hanno stabilmente l’Assessorato all’Urbanistica. I sindaci possono cambiare, sono democristiani, non ho le date esatte ma i socialisti sono lì, fermi nell’economia e nell’urbanistica in modo assolutamente perentorio. E Samonà, Piccinato e Astengo sono i punti di riferimento intellettuali di tutta quella vicenda. Questo giovane trevigiano, figlio di un topografo militare che ha molto viaggiato, tra l’altro nel partito, nel partito comunista, allora si diceva partito e basta, si diffonde la notizia stravagante che io sia figlio di un grande generale. In un congresso viene fuori questa cosa per cercare di fermare la sedicente carriera di questo sedicente dirigente e uno degli argomenti che viene usato è “Ma come …, è un figlio di un generale!” No, sono il figlio di un umile topografo dell’Istituto Geografico Militare, che ha avuto l’occasione da bambino di viaggiare e che poi meno che ventenne entra in questo mondo impegnato, molto collocato a sinistra, molto rosso, che è l’ambiente di Architettura.

D. La sua famiglia si interessava di politica?

R. Diciamo che mio padre era uno di quei militari finiti in Germania di cui ha parlato Natta[4], di cui si è fatto giustamente una rivalutazione. Questi hanno negato di vendersi e hanno pagato, mio padre è tornato nel ’45 con trenta chili addosso e con un enfisema. Hanno pagato e lui è uno di questi giovanotti che è stato in campo di concentramento dall’8 settembre del ’43 al maggio del ’45. Il figlio è cresciuto in questo impegno, che però non era molto marcato, mio padre poteva votare socialdemocratico, repubblicano …, non era democristiano, mentre mia madre era iperimpegnata a livello sociale, era crocerossina, dama di San Vincenzo e molto cattolica. La somma di questi due era una educazione rigorosa, quelle di una volta, con molto impegno, molta attenzione a quelli che erano i bisogni. Una educazione robusta di cui sono molto orgoglioso.

D. Lei si era orientato a sinistra, quindi una scelta controcorrente rispetto l’impostazione famigliare, e non era semplice avere contatti col PCI negli anni Cinquanta.

R. No, non era semplice e la cosa nasce …, ma non vorrei parlare troppo di me quanto di questo clima. Decisi di iscrivermi ad Architettura dopo l’Accademia Navale, dove avevo fatto un solo anno e avevo dato le dimissioni, pur avendo dei risultati piuttosto felici dal punto di vista del merito ma avevo capito che quell’ambiente non era l’ambiente per me, anche se la Marina non era fascista come invece certi pezzi della Polizia. La Marina era monarchica ma molto democratica, la struttura portante di vertice, è curioso, è monarchica e democratica. Le dimissioni e lo spostamento su Architettura, non è Architettura che mi trascina a sinistra, ma sono io che per esperienza e grazie al dialogo con alcune figure, anche un prete che era lì dentro, don Castelli, mi spinge verso sinistra.

D. Un prete?!

R. Sì, un prete ufficiale di Marina.

D. Un prete ufficiale di Marina matura il suo orientamento a sinistra?

R. Accetta un dialogo, mi concede molto spazio di riflessione, mi presta libri, io conosco già allora questi rovelli dell’Accademia, ho fatto centodiciotto giorni di carcere, era una situazione di incompatibilità palese. Centodiciotto giorni di carcere di cui una trentina di rigore, dove si sta in una cella vera, con un posto vero, con quello che ti porta un po’ di cose e fine della trasmissione, per sette giorni! Questo prete risponde alle domande, mi dà i libri che chiedo e una delle prime cose che leggo è Gramsci. Mi chiedevo “Ma come fa questo a vivere per anni in carcere producendo quella faccenda incredibile che sono i Quaderni!”, e questo mi inquieta. Conosco Gramsci da carcerato (Ridiamo) e don Castelli me li porta, li conosceva, mi consiglia di leggere gli appunti su Croce. Quindi Croce e Gramsci, questa tradizione specificamente italiana, di una sinistra hegeliana che prende la sua strada e che non potrà mai essere compatibile con la tradizione della Terza Internazionale e che però lo è anche, però tutti sono inquieti, chi cerca di uscire da sinistra, chi cerca di uscire da destra, Gianni usciva dalla socialdemocrazia, io volevo uscire col “consiliarismo” di Trentin e Ingrao. Tutti inquieti perché quella gabbia della Terza Internazionale era una gabbia che ci faceva molto penare, molti mal di pancia di tutti. Amendola era convinto che la scissione fosse stata un errore, una grande sciocchezza, Gianni era con lui in questo, quindi l’inquietudine dei comunisti italiani e questo sorprendeva i francesi, “Les italiennes, ch’el …(completare la frase)”. Quindi Gramsci, Croce, il Gramsci dei Consigli, e poi Torino, gli operai e questa idea di cui ancora siamo intrisi e non riusciamo ad andare su un altro terreno. Per tutta la sinistra europea e in particolare per la sinistra italiana credere che fare in piani sia salvifico, bisogna fare i piani! Se un Comune non ha il piano regolatore è “fottuto”, e questa cosa ansiosa e ansiogena del fare i piani, per fare piani, per fare piani … La sinistra nasce così, chissà quanto tempo dovrà passare perché ci si liberi di questa ansia! Una delle prime esperienze è il piano, notti intere fumose per discutere di una strada, di una cosa, di una sciocchezza, finalmente si adotta questo piano e poi si va a controllare e la città è andata da tutt’altra parte! Se n’è fregata dei piani! Ma essere di sinistra voleva dire volere il piano e la difficoltà del prendere atto che le cose andavano diversamente, scappavano da tutte le parti. Per essere di sinistra si doveva amare il piano, e se non amavi il piano eri un venduto, tutte queste querelle dolorose, anche a livello personale dolorose. Penso a tutta la fase del dibattito inizio anni Sessanta sulla terza zona industriale, sul polo, la grande discussione con Fiore Pagnin, con Cesco Chinello, con gli economisti, Luciano Barca, questa cosa della terza zona industriale che è stato un capitolo estremamente dolente e complicato perché c’è di mezzo Dorigo. Dorigo è la sinistra cattolica, aveva una rivista che si chiamava “Questitalia”[5]. Devo dire che questi cattolici di sinistra tra virgolette, non perché fossero gente di secondo piano ma perché sulla questione della terza zona industriale destra, sinistra erano traballanti. Dorigo aveva rapporti con Pistelli a Firenze, roba buona, eravamo più noi ad avere rapporti con loro che non la destra del partito. La destra del partito era molto più laica e amava i socialisti, diciamo che, se vogliamo semplificare, Gianni era filosocialista e noi eravamo più attenti a questi fermenti cattolici, ci interessava più don Milani, La Pira, un certo pezzo di Fanfani, un po’ di queste cose che non l’area socialista, De Michelis, i lombardiani. Era già delineata una differenza.

D. Ma lei architetto si iscrive allora al PCI a Venezia? La sua attività politica dove la fa?

R. Io mi iscrivo al PCI però dopo, nel ’62. C’è un episodio molto importante nel luglio del ’60, forse anche nel ’61, come le ho detto non ho studiato per prepararmi all’intervista, non sono andato a cercare nei documenti. Nel rapporto tra Architettura e il PCI questi dell’area socialista che si occupavano di piani, di piani regolatori e con un’attenzione sociale avevano un ottimo rapporto col partito comunista. I giovani che lavoravano intorno a Samonà per la vicenda del piano eravamo noi che non eravamo iscritti a nessun partito ma eravamo nell’orbita. Poi precipita questa cosa nel ’60, è molto importante perché è la presa d’atto che bisogna proprio andare in piazza, cambia un po’ i connotati della faccenda, è stata una cosa grossa per il movimento studentesco. Ce ne siamo resi conto quando arrivavano queste notizie da Reggio Emilia[6], morti, feriti, sembrava incredibile quello che era accaduto in Italia nel 1960, con la faccenda di Tambroni, che era un pezzo della sinistra democristiana. Nel luglio del ’60 veramente entriamo in politica, non si scherza più! Si va in piazza, in Riva dei Sette Martiri, diecimila persone, Marghera intera, tutta la parte attiva, e lì ci sono tre discorsi, uno per il sindacato, uno per il Comune di Venezia che aderisce, uno per gli studenti che viene affidato a me. Quella è una svolta molto importante perché parlare in pubblico in quella situazione, con un pezzettino di carta da leggere e poi l’applauso, diventa la svolta dal punto di vista del “fare politica”, che è peggio di una droga. Uno che ha fatto politica in quegli anni e in quel modo la farà per tutta la vita, magari sotto altre forme. Adesso io leggo appena i giornali ma la politica è la politica! Non si diventa cittadini qualunque, è peggio del vizio, è peggio del fumo, è peggio della droga. Il luglio del ’60 spinge la mia generazione ad entrare dentro, abbiamo 24 anni scarsi, entriamo direttamente e da lì nasce questo impegno nel partito comunista, non nel partito socialista.

D. Lei era in area PCI ma la vita di partito l’aveva mai fatta?

R. No, assolutamente.

D. E con quel discorso diventa figura pubblica.

R. Divento figura pubblico e poi cominciano incontri più ravvicinati in Federazione, le prime volte che avevo incontrato questi compagni, penso a Gianni Pellicani e a Cesco Chinello, è nel ’56 e loro sono alle prese, e a noi neanche ci sfiorava, con l’VIII congresso. Loro sono dei macerati della questione dell’invasione dell’Ungheria, di tutti questi casini, di Giolitti[7] che esce dal partito, di un grande mal di pancia complicato e noi siamo degli studenti che pensiamo che loro sono dei sereni combattenti di sinistra! Dal ’60 in poi diventiamo anche noi mal panciuti, rovello interno, cominciamo a capire che esistono pezzi del partito che la pensano diversamente, cominciamo a riflettere sul rapporto con le alleanze. Nel Veneto con il ‘58, ‘59 era cominciata una svolta politico- sociale molto robusta, improvvisamente, abbastanza improvvisamente, i dati a distanza di più di mezzo secolo ci mostrano che tra il ‘58 e il ‘64 avviene una mutazione antropologica. Le famiglie contadine si spezzano rapidamente, la ragazza va a fare la segretaria, qualcuno va in bottega, l’altro va in fabbrica, e c’è questa diaspora improvvisa del mondo contadino e una crisi profonda. Questo è il tema che ci divide da quella che noi chiamiamo la destra comunista che è la questione operaia. La questione operaia è molto locale ma anche molto generale, la posizione che sostiene Amendola, e a noi non piace, è “meglio che questi escano dalla miseria della Lucania e vadano a Torino a fare gli operai piuttosto che …” E noi rispondiamo “Nella periferia di Torino si vive peggio che nel loro villaggio con un pezzo  di pane e olio!” Comincia lì una divaricazione politico culturale che ci portano a distanze molto grandi, una valutazione diversa sulla modernità, sulla zona industriale, una attenzione diversa sulla condizione della salute in fabbrica. Un conto è accentuare la primazia sul lavoro, sull’occupazione, un conto è dire “Sì, lavoro, occupazione, ma a quelle condizioni forse è meglio fare un altro mestiere!” Lì cominciano i gruppi, comincia Potere Operaio, comincia il mondo di medicina del lavoro, le querelle sulla chimica. Nascono molto precocemente sul giudizio delle trasformazioni, da una parte la trasformazione è vista tutta positivamente, è moderna. Si molla il villaggio agricolo misero e senza prospettiva e si va in città, nella grande fabbrica. Amendola da questo punto di vista era curiosamente stalinista, socialdemocratico e operaista. Un caso davvero interessante e complicato, ed era il punto di riferimento, quindi nella dialettica del partito a Venezia si apre questa querelle e c’è poi chi è contro o a favore della terza zona industriale. La terza zona industriale è una cartina al tornasole importantissima.

D. All’interno di questo dibattito c’era corrispondenza tra lei e altri giovani più o coetanei oppure c’erano delle solidarietà trasversali?

R. Sulla questione del no alla terza zona industriale c’era la maggioranza del gruppo dirigente, Chinello, Granziera, Berto Conte, tutta la struttura. A favore erano Pagnin, Gianmario Vianello, Gianni Pellicani, qualche sindacalista, come Piovesan dei Chimici. La Federazione di Venezia era una anomalia in Italia, era una grandissima rottura di scatole per il gruppo dirigente nazionale. Aveva delle posizione non corrispondenti alla linea generale del partito, una linea per cui il processo di trasformazione che portava dalle campagne alle fabbriche era un processo positivo, emancipava. L’idea che nel Veneto questa crisi delle campagne che produceva lo sviluppo industriale e produceva a Marghera, una Marghera con 35 mila, 40 mila operai in quegli anni, era comunque la condizione per la trasformazione positiva, antidemocristiana, tutto tra virgolette. Questa cosa è particolarmente importante, io con il senno di poi sento e rileggo questo come l’inizio della critica della modernità, che mi interessa profondamente. Se noi non arriviamo al punto della critica della modernità non ne veniamo a capo. La modernità è i grandi regimi autoritari europei, è questo affidamento dell’apparato tecnico-scientifico di cose che invece dovrebbero essere recuperate all’interno di una democrazia di base. Lì negli anni ’63, ’64, ’65 si gioca una grande articolazione che non smetterà mai di agire come articolazione politica.

D. Avevate contatti con la sinistra lombardiana?

R. No, perché la sinistra lombardiana veneziana era esattamente su una posizione modernista e tecnocratica, aveva questa rivista “Rivista veneta”, diretta da Gianni De Michelis in cui era tutta lanciata su una linea di modernizzazione: il piano, i comprensori, la programmazione economica. Riccardo Lombardi, che veniva da una linea morandiana all’interno del partito socialista, era molto attento a questo problema, cioè la possibilità per mezzo dello sviluppo tecnico di controllare gli elementi che avrebbero portato verso una nuova politica dei redditi, quindi verso lo spostamento di quote significative di prodotto interno lordo verso i redditi operai. Poi c’era La Malfa, che era un uomo a sua volta molto complicato, molto articolato, perché aveva aspetti dell’una e dell’altra cosa e la discussione fondamentale era intorno a questa questione. Una volta che va in crisi l’assetto antropologico delle campagne si sviluppa un nuovo assetto urbano e industriale che cambia il mondo. Nel ’65 c’è questa grande dibattito che è durato per un anno e che si definisce nella Conferenza operaia regionale del partito comunista. Maggio ’65, lì la discussione diventa aspra, lo colloco come un tornante, è il momento che tra le due anime del partito comincia a essere difficile la comunicatività, la dialettica, non ci si capisce. Ingrao (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B.) prende questa posizione molto netta, la maggioranza della Federazione di Venezia si schiera con Ingrao e si arriva a questa conferenza, nasce questa discussione molto netta, aspra, e lì c’è la crisi del gruppo dirigente veneziano. A quel punto la posizione che Cesco, io, Granziera e altri stavamo elaborando piano piano usciva dai limiti, lo vedremo col Manifesto, nonostante tutti restino dentro si era creata questa situazione “fuori dalla linea del partito”.

D. In relazione alla terza zona industriale c’è anche l’episodio dell’acqua alta del ’66.

R. L’acqua alta del novembre del ’66 è un altro momento in cui si comincia la querelle sull’affidamento o meno alla tecnica, sulla Legge Speciale o non sulla Legge Speciale, però c’è una tale drammaticità, è stata una cosa veramente spaventosa, che il dibattito manca un verbo può essere si orienta? su una legge speciale che desse dei mezzi per sistemare un po’ di cose. Nell’arco di pochi mesi se ne vanno alcune migliaia di persone perché tutti i piani terra sono inagibili. Anche e perfino nel ’66 la discussione non smette, perché sulla Legge Speciale ci sono i convinti di questa legge complessa, ricca di controlli, farraginosa,  e altri che sostengono che si sarebbe dovuto dare molto più potere al Comune, senza tutti i controlli dello Stato. Quindi la discussione su lo Stato al centro di tutta questa operazione, lo Stato che rivendica e invece noi, la sinistra del partito, che punta di più verso un’autonomia gestionale, sul ruolo del Comune e della gente in questa faccenda. Il ’66 è un altro momento complicato e poi nasce il Sessantotto.

D. Per l’appunto volevo chiederle del ’68  e del ’69 operaio.

R. Diciamo che c’era stata tutta la cosa operaia, ho detto prima che il ’65 è veramente importante per la storia del partito comunista veneto e veneziano. Il ’65 è veramente un tornante, è l’inizio e la conferma, il consolidamento di una divisione che diventa veramente complicata perché non ci si capisce neanche più personalmente. Io con Gianni Pellicani ho avuto un rapporto …, non ho avuto rapporti privati, sì, siamo andati a cena qualche volta come tutti, abbiamo avuto un rapporto di grande rispetto reciproco ma sempre pubblico, “nelle istanze”, come si diceva allora. “Dobbiamo discutere nelle istanze” e lui era uno che discuteva nelle istanze, non si tirava indietro. Questa faccenda del Sessantotto di nuovo noi interessati, qualcuno va anche a Parigi, non io, Lucio Magri, la Rossanda andava già , ma è tornata subito a Parigi, la Castellina, tutto un cercar di capire cosa è questa roba e cominciano subito le discussioni sul Sessantotto, Marcuse, di nuovo la critica della modernità, Ivan Illic perfino! Circolano queste cose interessanti ma non nella nostra tradizione e poi il femminismo, un’altra cosa molto importante e lì raggiungiamo il livello massimo di unità, perché nessuno poteva davvero fare …l’eroica tradizione dell’UDI. C’era la gloriosa moglie del sindaco di Cavarzere, il pilastro della battaglia della tradizione, ma lì sulla tradizione si innesta la giovane studentessa, che legge Luce Irigaray, le nuove cose dell’analisi di gruppo …, questa cosa ha uno sviluppo impressionante nell’arco di pochi mesi tra il ’67, ’68, ’69. Non c’è classe di liceo che non faccia le analisi con lo specchio, tutta questa faccenda che dilaga in modo impressionante. Il movimento femminista …, a me risulta che quando un movimento si radica tra la gente e condiziona il senso comune può spegnersi, perché a quel punto è diventato senso comune. Per esempio il movimento verde, tutti parlano di compatibilità, di nuove energie …, è diventato senso comune per cui avere un movimento verde che cerca i voti in quanto verde è complicato, bisogna intridere di contenuti verdi tutte le formazione e questo è quello che sta avvenendo. La fine degli anni Sessanta a Venezia, nel Veneto, è vissuto come inizio della crisi di Porto Marghera, la Chimica, tutte le tensioni, Potere Operaio, tutto il gruppo dirigente è dentro, siamo lì, ci facciamo un grandissimo lavoro per portare questo movimento operaio avanti …, la Sirma. La Sirma addirittura nel ’64, mi sovviene la data precisa ed è la lotta della Sirma contro le polveri sottili che è la prima lotta seriamente impostata come lotta per le condizioni di lavoro, più che sul salario, sulla condizione di lavoro. C’è questo mitico operaio, Rodolfo Calzavara, che per un po’ troneggia come leader indiscusso di tutta la lotta operaia, quindi ’64 e la Conferenza operaia del ’65, che come ho già detto è il punto di discrimine perché se la crisi contadina mi costruisce Marghera e Marghera è questa tragedia della Sirma …, dobbiamo ripensarci! Lì nasce una vera crisi di prospettiva, ripensarci come? La Democrazia Cristiana ci pensa, propone il campanile e la fabbrica, no a Marghera e sì alla diffusione e nasce prima come fenomeno produttivo e poi come residenziale, la città diffusa. Se noi dovessimo essere onesti dobbiamo riconoscere che abbiamo fatto una bella battaglia contro Marghera, contro la degenerazione dei ritmi di lavoro, della salute ma non abbiamo detto quasi niente sulla domanda “E allora tu cosa vorresti fare?” Nel Veneto nel ’51 avevamo più del 50% di addetti in agricoltura, oggi siamo al 3, 4, 5%. Tra il ’58 e il ’64, c’è questo grande tornante drammatico, la popolazione che si occupa in agricoltura è significativamente diminuita, dal ’50, 60% al 20, 15, 10. La crisi dell’agricoltura veneta è una crisi verticale, demografica, antropologica, Marghera risulta essere un inferno, “E allora cosa?” La Democrazia Cristiana dice cosa, noi non diciamo niente!

D. Lei, architetto, allora è ancora iscritto al PCI?

R. No, sono stato iscritto al PCI per quattro, cinque anni in tutto.

D. Continua a fare politica?

R. Sì, voto PD, ma l’iscrizione al partito per me finisce nel ’68, ’69. Sono cacciato dal partito, nel ’67 subisco un processo curioso, Frattocchie, discussioni postprandiali con amici vari, c’erano degli amici cecoslovacchi, discussioni sulla Cina, allora c’era la questione della Cina e di Cuba. Questi dodici fantastici pazzi cubani avevano preso il potere, poi c’era Mao, discussioni libere a cena e quindi sulla base del fatto che, uno che rompe le scatole per anni, non accettando, non facendo, discutendo, se trovi un pretesto lo incastri. Allora il pretesto è stato che in tutte queste discussioni io avevo preso una posizione antisovietica, eravamo una frazione antisovietica e allora si è riunito la commissione centrale di controllo che d’accordo con la commissione federale di controllo diretta da un vecchio simpatico quadro, Ravagnan, un vecchio signore chioggiotto, che ha riunito la commissione a Cannaregio. E quindi venti persone che mi interrogavano, “Ma tu in tal sera sei stato al ristorante col compagno di Udine e hai detto che in Ungheria non vedevi tutte queste azioni della Cia- perché c’era il problema della Cia, i moti ungheresi erano dovuti alla Cia- ma tu hai detto questo?!” “Sì, ho detto questo perché lo penso!” Alla fine c’era tutta la lista, “Tu hai sostenuto, tu hai detto questo, poi hai detto quello …, noi ti consideriamo oggettivamente fuori dal partito!” Questi sono i processi! Siamo nel 1967, non nel Medioevo! Estate 1967, io ero in vacanza e mi hanno chiamato per questo processo!

D. A Venezia?

R. A Venezia e io ero l’imputato. E’ un episodio di cui non ho mai parlato e di cui non mi piace parlare ma insomma me l’ha chiesto. Non so quanti erano ma se c’era la commissione che funzionava … Se c’era una discussione accesa era facile beccare uno che diceva una cosa che magari non pensava ma in quel momento si sentiva di dirlo. Comunque era vero che, Amendola e tutti i suoi per un verso, Ingrao e tutti i suoi per un altro, pensavamo che quella tradizione ci stesse stretta e che in Unione Sovietica non ci fosse il socialismo, il comunismo. Io poi con Architettura ero stato in Germania dell’est  ed ero tornato sconvolto. Questa protezione sociale tecnica e la personalità umana, il diritto di cittadinanza uguale a zero! “Ma tu però sottovaluti che quando nasci hai …, che quando vai all’asilo …, che poi hai la piscina, che poi sono grandi atleti, quando muoiono …” Questa assistenza perfetta! “Ma io lì ho visto della gente spenta! Non hanno nessun bisogno di pensare, è tutto pensato!” Un paese assolutamente …, beh l’avete visto il film? “Le vite degli altri”[8], era assolutamente così, è un film fatto con una attitudine documentaria impressionante! Sostenere che questo paese era il migliore paese al mondo! Perché c’erano alcuni architetti, anche importanti, che erano convinti che così si dovesse fare, che quello era il modo per costruire le case, la città. “Ma che ti frega se sono brutte, ognuno ha la casa!” “Ho capito che ognuno ha la casa ma visto che si deve fare la casa per ognuno potresti anche mettere in moto un processo culturale …” Insomma la discussione eterna, la discussione sulla modernità, come ho detto prima, insisto è la critica della modernità il punto cruciale.

D. Quindi lei in quegli anni lavora, fa l’insegnante?

R. Lascio il partito, o meglio mi cacciano …

D. Scusi la domanda personale, ha vissuto con dolore il processo?

R. Beh insomma, adesso ne parlo in modo abbastanza distaccato ma fu complicatissimo per me, intanto perché ero funzionario e vivevo con questo stipendio assolutamente misurato, mia moglie insegnava, e poi giravo, facevo, andavo, era la mia vita. Ero responsabile di una zona che andava da Marghera fino ai confini con la provincia di Padova, tutto il mirese, il dolose, per questo ero stato così coinvolto sulla faccenda della terza zona industriale e poi c’era stata la querelle se dovevo fare il funzionario, perché ero sempre uno che rompeva. Non si sapeva se farmi fare il Consigliere Comunale o Provinciale, allora c’era una legge per cui si poteva essere Consiglieri Comunali a qualsiasi Comune si appartenesse in Italia, invece per la Provincia bisognava risiedere. Io non mi ricordo ma avevo la residenza a Verona perché i miei abitavano a Verona e quindi nel ’64 non ho fatto il Consigliere Comunale a Venezia, questo era il programma che avevamo fatto con la Federazione. Non l’ho fatto perché nell’ultimo giorno ho scoperto … e sono finito a fare il Consigliere Comunale a Dolo, capogruppo consigliare a Dolo, è un’esperienza che dura un paio d’anni, poi nasce la vicenda della frazione antisovietica …

D. Aveva avuto la solidarietà di qualcuno?

R. Sì, ci sono stati tre …, allora la sede in cui avvenivano le vere discussioni era il comitato federale, c’erano una cinquantina di soggetti che venivano da tutta la provincia, tutto il gruppo dirigente, i deputati.

D. Dov’era la Federazione?

R. A Cannaregio, in Corte del remer, c’era questa sala dove si faceva il comitato federale, poi via via abbiamo cominciato a farne sempre di più a Mestre, in via Torino. Il comitato federale si svolgeva lì, c’erano questa cinquantina di persone che rappresentavano bene i pezzi del partito. Ci furono tre, quattro comitati federali uno dietro l’altro, poi era il pretesto, fatto fuori uno si cominciava la catena, tutti capivano che era solo l’inizio. Si colpiva l’anello più debole, quello più giovane, quello più intellettuale, quello più rompiscatole, non era subito puntata su Chinello, sui veri obiettivi. Cesco ne dà conto abbastanza bene nel libro[9], fu una discussione molto accesa, con uno schieramento solidale e i contrari. Se ben ricordo Gianni Pellicani non scelse una linea di killeraggio, secondo il suo carattere, era un signore nel partito comunista. Gli dicevo sempre “Se avessi incontrato prima Bruno Visentini saresti stato repubblicano! Ma che diavolo fai qui? Non centri niente!”

D. Quindi esce dal PCI. E come arriva a Democrazia proletaria?

R. Arrivo col Manifesto, faccio parte del gruppo del Manifesto, sono uno degli undici[10] che costituiscono il primo comitato centrale del manifesto. Ne parla Rossanda nel suo libro “La ragazza del secolo scorso”[11] . Questa cosa è drammatica a sua volta perché a Venezia  c’era la maggioranza su certe posizioni  e poi però questo collante del partito, che è una cosa misteriosa ma potentissima, li trattiene tutti. Usciamo in otto da Venezia, non so se li ricordo tutti: Granziera, Luciani, Gualtiero Bertelli, gli architetti Gianni Fabbri, Cristiano Gasparetto, Giorgio Leandro, e poi …, il glorioso, la nostra bandiera, un netturbino della Giudecca, Walter Parmeggiani, lo mettevamo sempre davanti. “No, è uscito anche un operaio, eccolo qua! No, non siamo solo intellettualini!” E lui era uno con una stazza fantastica e una parlantina! Ci copriva sempre, lo portavamo a tutti i congressi, sbandierato e felici! Otto in tutti! Un casino che aveva travolto mezzo partito e al dunque …, otto! Un piccolo gruppo di giovani architetti, perché anche tutti gli altri, pur essendo simpatizzanti, “Però il partito, ma no! Dove andate? Cosa fate!” Anche giustamente perché ci siamo messi a fare una rivista, questa rivista è stata molto amata, molto apprezzata, trentamila copie vendeva “Il manifesto” rivista, fu un fenomeno politico e intellettuale che non ha graffiato, ha molto più graffiato “Lotta continua”.

D. Il manifesto quotidiano però esiste ancora!

R. Sì, infatti, ma non ha mai passato il confine di fenomeno politico intellettuale anche fine, intelligente e il movimento politico, mentre Lotta continua per qualche anno è stato un vero movimento politico, anche con delle responsabilità, abbiamo visto questa cosa di Calabresi. E lì noi de “Il manifesto” abbiamo preso posizione, chi più, chi meno, io di più, con Magri e gli altri, altri meno, Rossanda che ha avuto delle responsabilità pesanti sulla vicenda “7 aprile”[12] con Negri e altri, ha avuto una forma di tenerezza e simpatia.

D. Ha visto che è uscito un libro per manifestolibri, “Processo sette aprile”[13]?

R. Devo prenderlo, comunque siamo già al ’78 e il “7 aprile” è già una sberla che ci divide in modo radicale e irrecuperabile (Fine lato B. Lato A, cassetta n. 2)

D. E la sua collaborazione alla rivista “Il manifesto”?

R. “Il manifesto” era un fenomeno curioso, c’è questo gruppo all’inizio un gruppo ristretto, le firme sono undici, c’era Rosasanda, Pintor, Natoli, quelli che avevano ruoli negli organismi nazionali o parlamentari, poi tre o quattro che erano stati nell’orbita politico intellettuale, come Lucio Magri, Luciana Castellina, e poi c’erano dei quadri perifici, tra i quali io. Un gruppo molto piccolo, molto ristretto che aveva quest’area di lettura, di interesse, piaceva a una certa area intellettuale, a un’area operaia, c’era anche il sindacato che erano ovviamente rimasti dentro il partito, e aveva un sistema di relazioni aperto, in particolare con Ingrao, Trentin, con una area di sinistra comunista, tra virgolette sociale, interessata di più ai movimenti nella società, che non ai movimenti elettorale o del parlamento. Nel ’72, mi pare che sia, decidemmo di presentarci alle elezioni, e ci fu il famoso autogoal di Valpreda[14]. Un gruppo che aveva una robusta esperienza dentro al partito che aveva mantenuto un rapporto abbastanza fluido con la parte che era rimasta dentro e che parlava a un’area abbastanza interessante e importante, 35 mila copie di una rivista non è pochissimo per l’Italia. Un’area di sinistra sindacale, piacevamo molto ai quelli della Fim-Cisl, ai ragazzi anarchici della Fim-Cisl, spesso ragazzi di prim’ordine, peraltro, che però non avevano un punto di riferimento ideale se non in Carniti, ma questo “manifesto” era l’unica rivista che funzionava in una direzione “consiliare”, di nuovo Gramsci, di nuovo Trentin, di nuovo certe esperienze della Fiat.

D. E in area veneziana, di chi eravate punto di riferimento? Di certe parti del partito comunista e del sindacato? Era questa l’area?

R. Sì, noi potevamo incontrarci regolarmente con Cesco, con Berto Conte, con Giuliano Ghisini, con tutti i quadri che erano rimasti nel partito ma avevano una certa posizione. Contavamo di più di quanto non apparisse enumerandoci. Enumerandoci eravamo una piccola banda di disperati, in realtà avevamo questo sistema fluido di relazioni interne con chi era rimasto nel partito e non avevamo rotto, non avevamo detto “Ah, vi siete spaventati e siete rimasti dentro!” No, avevamo un bel rapporto dentro – fuori, non avevamo preteso che tutti facessero questa scelta e avevamo anzi capito che era quasi logico che poi il grosso dei quadri rimanesse nel partito perché il partito non era una roba da buttar via nella nostra idea. Era una roba di straordinaria tradizione che era arrivato fin là, però era intriso di contraddizioni, ma il partito era il partito, non si scherza! Noi non pensavamo di fare l’altro partito di massa. Ci fu una grande  tensione con chi fece la marcia inversa, cioè con Massimo Cacciari e gli altri, mentre noi vivevamo l’esperienza dell’uscita, teorizzavano la necessità dell’entrata, cioè “l’entrismo”. E questa cosa nel ’69, ’70 fu particolarmente dolorosa per noi perché pensavamo che questi giovani intellettuali, questa nuova generazione, una generazione spostata di una decina d’anni circa, un po’ meno con Cacciari, ma con gli altri, Dal Co, potesse esserci un assemblamento. Era interessante l’idea di una aggregazione che non si metteva su una posizione settaria, noi abbiamo sempre combattuto il settarismo, sia quello di Lotta continua che di Potere Operaio, di Avanguardia Operaia. L’idea di separarsi dalle grandi strutture del movimento operaio, sindacali e politiche era una sciocchezza per noi, non avevamo mai immaginato questo. Il problema era di esercitare un’influenza, una dialettica, un condizionamento nei contenuti, tenere i contatti e invece questo  fu messo in crisi non dal partito in quanto struttura di massa, fu messo in crisi a Venezia da questo piccolo gruppo di entristi che posero oggettivamente una condizione “o noi o loro”. Il partito non vedeva l’ora di trovare un altro appoggio politico- intellettuale alternativo e nacque questo robusto gruppo. Furono subito messi a fare i Consiglieri Comunali, Cacciari a San Dona, Marco Venturi e tutti quelli che accettarono. Era una bella banda di ragazzi intelligenti che ebbe, rivisto storicamente, un effetto pernicioso, secondo me nell’evolversi della vicenda, del dibattito.

D. Avevate rapporti con Lotta continua?

R. Con Lotta continua c’era un gran lavoro insieme a Marghera, però loro avevano i loro canali nell’impegno cattolico di base, erano una roba socialmente molto buona e molto radicata, Lotta continua era a Venezia …, forse c’è stata la vicenda di questa grande famiglia, i Boato, che ha creato qualche problema, ma in Italia complessivamente è un grande movimento che prese alcune posizioni radicali su alcune questioni, fino alla campagna Calabresi che poi è una responsabilità complicata su cui non è il caso di discutere. Complessivamente trovo che il movimento di Lotta continua, a partire da Torino, Viale, e Pisa, Sofri, sia il punto più robusto di tutto ciò che si muoveva fuori dalla tradizione del movimento operaio, il punto più nuovo e anche più creativo, mentre Potere Operaio io non l’ho mai amato perché, mentre noi tentavamo di spostare le grandi strutture del sindacato, loro si mettevano in una posizione inversa, mettere i bastoni fra le ruote, era tutto venduto, il partito era tutto venduto, il potere operaio doveva nascere per vie completamente diverse e contro. Noi non eravamo contro, eravamo per uno spostamento, facevamo spesso l’esempio del lottatore di judò che con poca forza spostava grandi masse, mentre loro erano contro, convinti che tutto fosse perduto. E lì c’era un’altra faccenda che andrebbe analizzata, alla quale io ho avuto modo, perché ho avuto una fase a Firenze, nel ’61, di lavoro professionale e politico a Firenze …

D. Si trasferì per un periodo a Firenze?

R. Si mi sono trasferito a Firenze nel ’60, ’61 e parte del ’62 per ragioni famigliari, private, avevo dovuto trovare una soluzione a una vicenda personale molto complicata, e avevamo deciso con la mia compagna di andare a vivere a Firenze, lei aveva una famiglia, dei figli, eravamo tutti nel partito, dovevamo prendere un po’ di distanze, in più mi era arrivata una proposta da Acquaroni e da Detti che erano le due figure fondamentali di Architettura a Firenze, quindi avevo avuto modo di andare lì e avevo intercettato l’esperienza importante di “Quaderni rossi”, quindi Panzieri, Foa, i giovani Silvano Miniati, Vittorio Rieser, Claudio Greppi. Panzieri era una personalità molto forte, l’origine è sinistra socialista, sinistra lombardiana che poi si sposta e come noi avevamo dentro il potente Pietro Ingrao, loro avevano il potente Vittorio Foa. Sto scherzando, è per intenderci, una figura carismatica con la quale avevano un dialogo continuo. Con Foa ci si trovava al mare, a Fregene, lui aveva una piccola casa, era nel gruppo dirigente della Cgil e lì c’era  la riunione della domenica pomeriggio. E poi queste discussioni dove il più radicale era Tronti, Panzieri nonostante avesse delle posizioni così aspre in “Quaderni rossi” finiva con l’apparire moderato perché Tronti, da una parte, e Negri dall’altra avevano già cominciato ad accelerare verso una posizione operaista radicale che li aveva portati appunto a Potere Operaio e poi ad Autonomia. Poi Tronti ha fatto un virage, riassestandosi dentro alla grande struttura del partito. Nel gruppo di “Quaderni rossi” l’unico di Venezia che aveva attraversato questa esperienza ero io, poi quando ero tornato era ritornata utile. A Venezia vi erano alcune case, alcuni posti, dove era possibile ritrovarci, tant’è vero che siamo stati molto accusati di essere salottieri, ma dovevamo pur trovarci da qualche parte! E poi c’era un circolo, il circolo “Il ponte” presieduto da Marino Berengo in Campo Manin, dove c’era un grande negozio di cancelleria, che ora non c’è più, c’è una banca, e sopra c’era il circolo presieduto da uno storico importante Marino Berengo e lì a partire dal ’60, subito dopo questa grande manifestazione in Riva dei Sette Martiri, il giorno dopo siamo stati lì a discutere. C’erano i responsabili del partito, alcuni sindacalisti, alcuni intellettuali, lui era uno storico che allora dirigeva l’Archivio di Stato, varia umanità di pregio, posso definirla così. Qualche volta ci si trovava a cena da comuni amici, c’era questa koinè veneziana di sinistra che intercettava pezzi di partito, pezzi di sindacato, pezzi di università. Poi io mi sono un po’ spostato e poi dall’87 sono qua prigioniero (Sorride).

D. Come era maturata la sua candidatura per Democrazia proletaria?

R. Avevamo fatto questa faticosa e simpatica fusione con Avanguardia Operaia, c’era, mi ricordo, questo ferroviere mestrino, che Dio l’abbia in gloria, un meraviglioso combattente ma di una noia pazzesca che si chiama Renato Darsie. Lui era capace di ripetere quattrocentosettanta volte che “Sì, go capio ma mi doman de matina ae sie go da n’andar a lavorar!” Uno che mi ricordo un po’ come un’ossessione, una bravissima persona, un militante straordinario ma noiosissimo e poi c’era Gigi Bello, che poi mi sostituì Consigliere. Avanguardia Operaia era abbastanza radicata a Mestre, mentre noi eravamo radicati a Venezia e fu un matrimonio abbastanza simpatico e non faticoso. C’erano le sedi nuove agli Ormesini, una fase abbastanza interessante e poi avevamo intercettato uno strato di giovani studenti, dal Marco Polo, dagli istituti tecnici, studenti medi superiori, dai sedici ai diciotto anni, prima dell’università e questa fu una fase interessante che ci permise di rinverdire un po’ le cose e poi prendemmo quella sede ai Carmini, appena giù dal ponte dei Carmini, a destra c’è la farmacia, a sinistra c’era la nostra sede per un periodo, che era molto attiva perché c’era il Marco Polo vicino, l’Istituto d’Arte e fu una cosa nuova e abbastanza interessante. Io vengo eletto, non va male, sfioriamo i due Consiglieri, abbiamo perso il secondo per poco. Non siamo necessari, però eravamo un po’ ascoltati, io avevo un atteggiamento …, mi piaceva rispondere alle domande. “E tu cosa faresti?” Perché non basta criticare, un po’ da architetto, da uno che ha fatto l’esperienza nell’urbanistica. Con Gianni Pellicani eravamo d’accordo per un contributo obliquo, che era la presidenza della commissione Bilancio e, tra l’altro, era la commissione a cui teneva di più. Era un po’ la sua passione quella del bilancio, lui era vicesindaco, Assessore al Bilancio, tutta la parte economica la curava lui, tutti si fidavano di lui, aveva questa personalità dal punto di vista amministrativo, carismatica e un rapporto di grande schiettezza e semplicità, anche quando c’era da dire di no. Mi ricordo un episodio, voglio dire il peccato ma non mi farete confessare il peccatore neanche sotto tortura! Un concorso per un importante posto veneziano museale, la mia idea era che ci fosse un candidato molto migliore  di quello che poi fu scelto, lui fu irremovibile, mi disse “Forse hai ragione ma la tua proposta è fuori portata”, lui aveva anche questo piglio, di uno che doveva decidere, perché governare è anche questo.

D. In quel periodo aveva anche il partito in mano.

R. Infatti, su di lui convergevano molte cose, sapeva stare un passo indietro rispetto al sindaco essendo però quello che di fatto aveva in mano tutte le leve. E mi ricordo questo piglio che mi sorprese ma mi sorprese positivamente, pur pagando io un prezzo, essendo straconvinto che l’altro candidato era molto meglio, mi resi conto che effettivamente nelle vite delle amministrazioni c’è il momento in cui bisogna decidere. Mi ricordo che rimasi un po’ male ma ne capii la ragione.

D. E con i repubblicani? Non erano in maggioranza ma erano una sorta di quinta colonna per la Giunta.

R. Io penso che fosse così, perché nel proseguo del tempo, la mia idea …, bisogna arrivare al ’90 che è il secondo momento in cui faccio il Consigliere, la mia idea era che si potesse fare un’operazione di sinistra  a partire dai repubblicani, perché c’era stato tutto l’episodio di Visentini, l’idea anche di Pellicani, che Visentini sarebbe stato un buon sindaco, però lui non si convinse, mandò avanti un uomo che non aveva il suo carisma, l’avvocato Antonio Casellati e non se ne fece niente. Ma la posizione dei repubblicani, sia Zorzetto che quel giovane avvocato che lavorava con Salzano …

D. Scano? Non era avvocato …

R. Era architetto ma si occupava di norme per cui l’ho sempre confuso …, si occupava di norme e lavorava molto con Salzano. Sia Zorzetto che Scano erano molto aperti a una ipotesi che avrebbe costruito una maggioranza più ampia e a sinistra , mi piaceva l’idea e penso che sarebbe stato possibile allargarla fino a non avere nessuna opposizione esterna sulla sinistra. Però non se ne fece nulla perché nel ’90 tutto cambiò, io presi questa decisione stravagante di fare questo tentativo con Mario Rigo, non so se ve lo ricordate? Con una lista di iniziativa civica? No? Meglio così.

D. Comunque in quella compagine amministrativa il dibattito era molto ricco, interessante, lo si vede nei verbali del Consiglio Comunale.

R. Nel ’75 non so in quanti ma in molti Comuni italiani c’erano amministrazioni di sinistra, anche le Province. La Provincia di Venezia si trovò del tutto impreparata, furono fatti Assessori dei ragazzi simpatici ma senza arte né parte, dovevano essere Consiglieri eletti, non si poteva prenderli da fuori, per la vecchia norma che fu cambiata nel ’90. Quindi amici giovani improvvisamente Assessori a questo, a quello, e fu un problema. Quello è un altro capitolo, bisognerebbe studiarlo e rifletterci sopra perché fu insieme un fatto enormemente positivo ma non privo di insidie. Tanti problemi che erano rimasti insoluti e che loro si trovarono a dover assumere, vennero risolti con un ampliamento probabilmente sconsiderato del demanio dei beni immobili. Nei Comuni ho visto questo fenomeno, l’acquisizione delle ville, poi si devono restaurare ma se non ci sono i soldi … Questo mio mestiere latente, che non ho mai abbandonato, il paesaggio, il patrimonio, se tu prendi una cosa, la restauri ma non hai un padrone di casa adeguato per almeno trent’anni, si finisce per buttar via denaro. E tra il ’75 e l’80 un po’ questo fenomeno è successo. Esperienze che si fanno ma ci fu una dilatazione della responsabilità diretta gestionale della parte pubblica, nella proprietà pubblica delle aree, torniamo al punto della pianificazione di prima. Nei paesi in cui funziona c’è un demanio pubblico enorme, in Olanda ad esempio. Invece eravamo in Italia e alla fine ci si trovò con un indebitamento veramente pesante e a distanza si pagarono dei prezzi.

D. Non si era mai parlato di aprire la maggioranza a Democrazia proletaria?

R. In modo esplicito no, ci fu sempre un rapporto fluido, buono, pulito con critiche molto aperte, nei miei interventi in Consiglio Comunale non diplomatizzavo, dovuto anche alla quota di fiducia che era piuttosto robusta, ma proposte esplicite non ne ricordo.

D. E come vede il rapporto tra il partito comunista e l’alleato di governo, il partito socialista?

R. C’è questo problema che è storico del partito comunista, che fa parte del suo modo di essere, “Gli altri hanno la carne un poco più debole della mia”, questo è nel Dna dei comunisti. Gli altri sono un poco più esposti, “Devo stare attento, vanno soggetto a debolezze, io sono un po’ meglio!”. Questo dice il comunista e quindi il rapporto era giocato su questo, che era una cosa prepolitica, una cosa personale. “La mia moralità, la mia etica pubblica è più strutturata, io sono un comunista, non si scherza. Tu sei un socialista, ti piace anche qualche avventura, se un po’ più esposto di me, hai la carne un po’ più debole della mia”. E’ sempre stato così e fu così anche in quel periodo.

D. E con la Democrazia Cristiana?(Fine lato A, cassetta n. 2. Lato B)

R. Non c’è mai stata una Democrazia Cristiana che avesse una posizione radicalmente antagonistica al partito comunista e viceversa. Io vedo più dialettica, nel periodo di Gagliardi c’era proprio una dialettica. Gagliardi era tutto collegato con il movimento lapiriano, col movimento toscano, era una figura politicamente molto robusta, Pistelli eccetera. Gagliardi è morto improvvisamente per incidente, per cui è rimasta una situazione così … e poi Dorigo, una buona sana dialettica. Se lei guarda il rapporto sindacale, penso che la situazione di Venezia sia stata una delle situazioni tra le più unite, tra Cgil, Cisl e Uil, non a caso Venezia è un’eccezione nel Veneto. L’aria che respiri è un po’ più spostata, più tollerante, più gentile con gli ultimi, è più attenta. Il patriarca …, anche la Chiesa non ha mai messo lì un “saccagnotto”, hanno sempre messo roba buona. Questo qua è un po’ la Compagnia delle Opere, ma è comunque roba fine. Il vescovo di Treviso è sempre diverso dal patriarca, Venezia è Venezia, ha questa sua rendita di posizione enorme, di cui non si rende neanche ben conto ormai, sul terreno internazionale, sul terreno di tutti i parametri fondamentali. Una città trattata come le dieci città del mondo, potrebbe fare una politica come faceva Firenze con la pace nel Vietnam, se volesse farlo. Se Venezia volesse prendere il ruolo di una città che fa fare la pace a Israele e la Palestina, può farlo. E’ impressionante il potere di attrazione, il gradiente di gravitazione culturale, il prestigio, il carisma, nonostante sia quella che è, tutti ne soffriamo. Io abito a San Bartolomeo, sono un pendolare incallito. Quindi con tutti i decadimenti, tutte le difficoltà, tutti i casini, tutti i suoi Mose, ma se volesse Venezia può assumere un ruolo, basta parlare in giro per il mondo che cosa è Venezia.

D. Un ultima cosa, un ricordo di Gianni Pellicani e se secondo lei è stato utilizzato al meglio dal partito a livello nazionale.

R. Quando Gianni Pellicani ha raggiunto la dimensione nazionale e la postura di dirigente nazionale io  avevo preso tutt’altre strade. L’ho conosciuto finché ha fatto il vicesindaco, quindi nella seconda parte degli anni Settanta e la prima parte degli anni Ottanta, dopo di che l’ho visto costruirsi una posizione molto vicina a Berlinguer e molto importante nel gruppo dirigente a livello nazionale, coordinatore della segreteria. Lì però non avevo più contatti con lui e quindi non so quanto corrisponde quello che lui ha avuto a quello che lui poteva effettivamente dare, a giudicare dall’esterno, con questa lunga consuetudine politica e non personale, ripeto con Gianni non abbiamo avuto rapporti privati. Io non mi ricordavo neanche avesse una figlia, quindi rapporti tutti pubblici, tutti ufficiali, tutti ragionati, tra persone politiche e pubbliche, a giudicare dall’esterno mi è parso che lui  per la sua personalità e per la sua struttura verso la parte più alta della sua carriera abbia avuto qualche soddisfazione interessante. Però non so se questa cosa la vivesse con amarezza o avesse avuto qualche altra idea, francamente non lo so. Nella storia del partito comunista veneziano Gianni Pellicani è quello che più nettamente ha espresso la sua appartenenza al gruppo dirigente nazionale, la sua statura di uomo politico nazionale, dovrebbe esserne stato contento.

D. Non avete più avuto modo di incontrarvi?

R. Ci siamo sentiti qualche volta per delle cose pratiche, per esempio negli ultimi anni mi aveva chiamato per raccomandarmi …, “ C’è un progetto di Cacciari, so che ti occupi di giardini …” “Gianni mi occupo di giardini ma mi occupo anche di qualcos’altro. Vediamoci!” “Sì, devo venire … Lì a Castello abbiamo una meravigliosa serra da restaurare, se Benetton ci dà …” Lui continuava a sponsorizzare operazioni concrete, questo era molto bello di lui, e si spendeva, cercava in tutti i modi, il suo amore per l’amministrazione, per mettere a posto le cose, per il “fare”, per risolvere problemi. Qualche telefonata di questo tipo me la ricordo ma non robe particolarmente importanti. Però veniva sempre fuori questa consuetudine, gente che discute per quaranta, cinquant’anni della propria vita …, sono quelle persone che, nonostante non abbia avuto una consuetudine privata, se lo incontri la abbracci, ti commuovi! Questo capita.

[1]          Nel 1951 l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia conferì la laurea honoris causa a Frank Lloyd Wright. Nel 1953 l’architetto statunitense progettò il Masieri Memorial, la fondazione/foresteria voluta dalla famiglia di Angelo Masieri,  precocemente scomparso negli Stati Uniti dove stava lavorando con Wright, che avrebbe ospitato studiosi e studenti di Architettura a Venezia. Il progetto non ottenne i permessi necessari e non fu realizzato.
[2]          Le Corbusier, su sollecitazione di Carlo Ottolenghi, avvocato socialista veneziano, partecipò e vinse nel 1963 il concorso nazionale per la costruzione di un nuovo ospedale a Venezia nell’area di San Giobbe, come previsto dal Piano Regolatore Generale della città. Nell’aprile del 1965 Le Corbusier era a Venezia con le tavole del progetto e il modello da esporre in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico di IUAV. Il progetto non fu mai realizzato, nel 1978 si decise più opportuno fare il nuovo ospedale  a Mestre.
[3]          Giuseppe Bottai fu Ministro dell’Educazione Nazionale, governo Mussolini, dal novembre del 1936 al febbraio del 1943.
[4]          A. Natta, L’altra Resistenza. I militari italiani internati in Italia, Torino 1997.
[5]          “Questitalia, bozze di politica e cultura” fu una rivista di dibattito politico fondata e diretta da Wladimiro Dorigo, intellettuale, politico e storico veneziano; la rivista uscì dal 1958 al 1969.
[6]          Il 7 luglio del 1960 nel corso di una manifestazione sindacale a Reggio Emilia le forze dell’ordine sparano ad altezza d’uomo uccidendo gli operai Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Il governo Tambroni, monocolore democristiano con l’appoggio esterno del MSI e dei monarchici, a seguito delle proteste avvenute a Genova nel mese di giugno all’annuncio che il congresso nazionale del MSI si sarebbe tenuto nella città medaglia d’oro della Resistenza, aveva deciso la linea dura verso ogni manifestazione, consentendo di aprire il fuoco nelle “situazioni di emergenza”. Nella stessa giornata ci furono scontri e feriti a Parma, Napoli e Modena.
[7]          Antonio Giolitti, parlamentare, studioso di economia e dirigente del PCI uscì dal partito in aperta dissidenza con la linea del segretario Togliatti e passò al PSI.
[8]          Le vite degli altri, scritto e diretto da Florian Henckel von Donnersmarch, 2006. Ambientato nella Berlino est racconta le vicende di un gruppo di artisti e intellettuali spiati da un agente della Stasi.
[9]          Cfr. Cesco Chinello, Un barbaro veneziano, mezzo secolo da comunista, Padova 2008, pp. 212-213.
[10]         Il Comitato Centrale e la Commissione centrale di controllo del PCI il 27 novembre del 1969 decise di radiare dal partito Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli e Lucio Magri e nei giorni successivi gli altri che facevano parte della redazione della rivista “Il manifesto” che dall’aprile del 1971 divenne quotidiano.
[11]         Cfr. R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Torino 2007, pp. 372-385.
[12]         Il sostituto procuratore della repubblica di Padova Pietro Calogero procedette all’arresto il 7 aprile del 1979 del gruppo dirigente di Autonomia Operaia e Potere Operaio, tra essi vi erano i docenti universitari Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Franco Piperno accusati di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato. Alcuni di essi ebbero anche l’accusa di aver partecipato al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro. Gran parte delle imputazioni vennero a cadere nel corso dei processi nei diversi gradi di giudizio tenutosi negli anni Ottanta.
[13]         A cura di L. Casarin, V. Mazza, M. Rigamo, M. Sturaro, B. Zambon, Processo sette aprile, Roma 2009
[14]         Il gruppo de “Il manifesto” si presenta alle elezioni politiche del 1972 e candida Pietro Valpreda, l’anarchico accusato ingiustamente della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre del 1969, e non ottiene nessun seggio.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

Antonio Infante – Trascrizione dell’Audiointervista

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D. Tu avevi fatto attività di partito, giusto?

R. Sì, mi sono iscritto nel 1970, ero appena arrivato a Venezia vincitore di concorso al Ministero delle Finanze nel ’68, mi sono iscritto e abbiamo fatto la prima festa dell’Unità a Castello, dopo la guerra.

D. Da dove vieni?

R. Vengo da Roma ma sono originario calabrese, perché la mia famiglia è di Roma, ho vinto il concorso e sono arrivato qui a Venezia.

D. Ma sei venuto …

R. Ho vinto un concorso, per lavoro.

D. Era l’unica sede o l’avevi scelto per qualche motivo preciso?

R. No, quella volta per i vincitori di concorso in base  alla graduatoria si offrivano delle opzioni, le destinazioni erano tutte in nord d’Italia e quindi mi hanno detto “Queste sono le sedi possibili”, oltre il Po. Le sedi del sud erano tutte piene, quelle del nord erano tutte vuote e io ho scelto Venezia e sono venuto a Venezia.

D. Eri già iscritto al PCI a Roma?

R. No, no, nel ’68 avevo 22 anni, seguivo la politica ma non ero iscritto. La mia origine era cattolica, come famiglia, poi mi ero iscritto qua. Ho seguito il movimento studentesco perché ero già iscritto all’Università, poi ho ripreso qui a Venezia. Ho cominciato il mio impegno in politica quarant’anni fa, praticamente.

D. Ti eri iscritto nella sezione di Castello?

R. Sì, quella di Riva Sette Martiri.

D. Ma come ti hanno “catturato”?

R. Ma io frequentavo tutto l’associazionismo, i circoli, i cineforum di Castello perché abitavo lì all’inizio. Appena arrivato non avevo nessun luogo di riferimento, c’era il Patronato dei Salesiani che offrivano delle stanze per gli studenti. Tramite degli conoscenti che erano qua sono riuscito ad avere, appena arrivato, non avevo altra modalità per sistemarmi e sono andato lì e lì ho cominciato a frequentare l’ambiente, era anche un ambiente vivace culturalmente, i cineforum, facevo tutto … Si erano costruiti vari rapporti, esperienze insieme e da lì è maturata questa convinzione, questa scelta di iscrivermi al PCI, con tanti amici che ho trovato allora e anche adesso. Tutti hanno fatto un percorso politico. E’ cominciato lì l’esperienza, poi la sezione era molto forte, con tanti iscritti, poi era Castello, c’era l’Arsenale, il legame col territorio era molto forte, anche una presenza di operai che lavoravano all’Arsenale, almeno in quegli anni.

D. Erano anni un po’ particolari, era un po’ difficile non lasciarsi coinvolgere …

R. Sì, sicuramente, poi il PCI quella volta offriva molto sul piano culturale, impegni, motivazione. Convincente per le nuove generazioni di quel periodo!

D. Che impressione ti aveva fatto Venezia, tu che venivi da fuori?

R. Affascinato, perché figurati …, ma anche dal punto di vista umano, sociale, mi sono inserito abbastanza facilmente. Diciamo che ho anche una formazione che mi consente di adattarmi, di inserirmi senza particolari problemi, per cui non ho faticato in termini personali. Non avevo il problema di tornare a casa, anzi, poi giovane, 22 anni, avevo vinto un concorso, lavoravo, meglio di così! Mica adesso, quarant’anni fa! Era una grande cosa, anche perché l’egemonia della DC era forte e quindi a me ha interessato, ho partecipato, mi sono iscritto, sono entrato in segreteria della sezione. Abbiamo comprato poi la nuova sede, abbiamo fatto la festa dell’Unità, c’era il gruppo giovanile, oltre ai vecchi compagni, giocò anche il rinnovamento. Tutti i compagni, i leader, i dirigenti del PCI, Pellicani, Gattinoni, Federici, Vianello, anche Gastone Angelin, tutti i vecchi compagni del PCI, del movimento operaio.

D. Ma nella geografia del partito, perché a Venezia c’era una sinistra” ingraiana” che aveva come leader Momi Federici e Cesco Chinello …

R. Sì, Cesco era stato segretario del PCI, aveva una storia più impegnativa, più forte.

D. E dall’altra parte c’era Gianni Pellicani con una linea “amendoliana”, riformista e in quel periodo dove ti collocavi?

R. Dal punto di vista ideale l’area “ingraiana” in quel periodo tirava moltissimo, perché era movimentista, aperta, poi il movimento studentesco sicuramente sì …, poi il passaggio successivo dal punto di vista amministrativo e gestionale sicuramente Pellicani perché era più solido anche dal punto di vista professionale, amministrativo, cioè una tenuta complessiva più forte, più stabile anche. E quindi la maturazione, l’esperienza di governo, amministrativa ti porta a essere più concreto, meno idealista, non perché gli ideali non siano importanti ma perché devi tradurle, devi portarle avanti e nel ’75 fu l’anno in cui il PCI concluse a un ciclo storico, politico. Arrivò al governo della città, con una egemonia importantissima. Ed è un ciclo importante perché si realizza il Welfare, tutte le cose che avevamo in testa, pensate in quegli anni, con lo sviluppo economico, l’emancipazione delle classi. In quella fase nella gestione Pellicani forse fu un punto di riferimento per tutti, anche per la sinistra, che si voglia o no.

D. Mi sembra che lui nella prima Giunta avesse raggiunto un punto di equilibrio tra le diverse anime del partito.

R. Sì, ma anche l’emergente Cacciari e tutta l’area attratta da Cesco si realizzarono condizioni di buoni rapporti sicuramente, anche se poi Pellicani era uno che teneva tutto, non è che …, però fu intelligente. Nel modo come pose Venezia nella Legge Speciale, si deve anche a lui, anzi soprattutto a lui!

D. Prima di diventare Assessore seguivi l’attività del Consiglio Comunale?

R. No, ma nessuno di noi seguiva l’attività del Consiglio Comunale, eravamo giovani, io avevo 29 anni, Cacciari 26, Cecconi ne aveva ancora di meno, “putei”!

D. Anche la Palma era molto giovane.

R. La Palma era ancora più giovane di me, adesso Palma avrà 60 anni …

D. Nel ’75 ne aveva 26 …

R. Tre anni meno di me, io ne avevo 29, eravamo ragazzi. Perché poi questa vittoria …, io sono andato in lista per scelta del gruppo dirigente, ero in sezione e avevo seguito il settore Pubblico Impiego, avevo costituito la “cellula”, ero punto di riferimento di quest’area. Ho costituito la sezione territoriale di “area di lavoro del Pubblico Impiego”. E poi quando si formarono le liste, dopo gli accordi sulla salvaguardia, i piani particolareggiati, la crisi della DC, Longo eccetera eccetera. Pellicani fu proprio lui a dirmi insieme a …, chi c’era? Mi pare fosse Marrucci, mi proposero di andare in lista come espressione della realtà del pubblico impiego e io dico “Vabbè”. Ma fu quello il primo approccio con le istituzioni (Ridacchia), avevo una competenza sicuramente contrattualistica perché ero stato in sindacato, avevo in mano tutte le dinamiche contrattuali e quindi mi propose di entrare in Consiglio come propose a Cacciari, a Anna Palma, una leva di giovani insieme al vecchio gruppo dirigente.

D. Ma tu pensavi di poter essere eletto?

R. No, nessuno ci pensava e tanto meno di fare l’Assessore (Ridiamo). Mi ricordo ancora la scena: vinciamo le elezioni e la Giunta, mi chiama Gianni “Guarda ti facciamo Assessore”. “Come?!” “Eh sì, Assessore al Personale”, ovviamente i compagni avevano spinto, tutti quelli che …, e non c’erano riserve, anche se ero conosciuto in partito ma non molto in città! Ero appena arrivato da Roma, “Chi è? Chi è questo?” In partito sì, avevo frequentato molto. Sono stato eletto l’8 agosto, il 9 agosto mi presento in Assessorato al Personale, con i vecchi capi della DC. Ed ero ragazzino, 30 anni! E tutti noi giovani eravamo messi così, però poi andò tutto bene, non ho avuto problemi di rapporti. Ti ho fatto una copia di un’intervista che abbiamo raccolto a suo tempo.

D. E’ “Intervista alla Giunta”, ce l’ho in fotocopia, grazie comunque.

R. Non so se riesco, ho anche un libro, una ricerca che abbiamo fatto sulla struttura del personale in Comune …, ti porterò anche quello. E mi affidò questo incarico.

D. Non era un posto proprio molto facile da gestire …

R. No, però mi aiutava la buona conoscenza delle norme contrattuali, un buon rapporto con l’organizzazione sindacale perché c’ero stato dentro.

D. Avevi rapporti con Italo Trevisan?

R. Sì, con tutti quanti, lo conoscevo già prima, conoscevo il responsabile della CISL, della CGIL, il sindacato, come figura ero conosciuto in sindacato. Quindi l’esperienza era come si gestisce ma il metodo lo conoscevo, la difficoltà era l’impatto, però nel primo periodo.

D. Però il Comune, le amministrazioni pubbliche …

R. Un disastro!

D. C’erano le clientele, trovavi delle persone già schierate …

R. Noi avevamo duemila persone fuori ruolo da sistemare, se guardi quella relazione c’è scritto, gli avventizi assunti tutti a chiamata diretta, milleottocento, abbiamo dovuto sistemare milleottocento persone con riconoscimento del periodo avventizio al 100% a fini pensionistici. E questa è stata l’operazione che abbiamo fatto per dare stabilità al personale.

D. Quindi li avete fatti diventare di ruolo, tutti? Non avete fatto una selezione?

R. Quelli che erano dentro come facevi a discriminarli? Erano dentro da tanti anni. C’è scritto qua (legge) “Il numero dei dipendenti è …, devono essere sistemati in ruolo, milleottocento”. Ma a parte questo c’era una situazione finanziaria difficilissima, non riuscivamo neanche a pagare gli stipendi! Eravamo in sofferenza anche sulla liquidità! Per cui incontro con le banche, con il tesoriere, tant’è che a livello governativo si sentì l’esigenza della prima riforma della finanza locale, i “Decreti Stammati”. Però quando siamo arrivati non riuscivamo neanche a pagare gli stipendi! Una situazione veramente difficile, dopo un poco alla volta abbiamo stabilizzato, e oltre questa situazione l’assunzione veniva a chiamata diretta senza selezione, abbiamo cominciato a introdurre i primi concorsi, le prime selezioni.

D. E i dirigenti, come diventavano dirigenti?

R Non c’erano concorsi …

D. Ma come diventava uno capufficio?

R. Con atto della Giunta, erano laureati, inquadrati come …, anche questi venivano assunti così, anche i dirigenti venivano assunti a chiamata e questi dirigenti con delibera della Giunta venivano nominati, capo ripartizione del personale, qualche concorso interno.

D. La discrezionalità era massima, erano perciò persone che …, come ti hanno visto? Tu eri del PCI …

R. Diciamo che io avevo come referente Marcello Baretton, era il Direttore del Personale oltre che Direttore del Casinò, aveva il doppio incarico. Era una figura di peso, una delle figure più importanti anche dal punto di vista del ruolo, dell’esperienza. Dal punto di vista professionale nulla da dire, era competente, sia di qua che di là, perché io ho seguito tutta la contrattualistica del Casinò. Il rinnovo dei contratti li gestivo io, non c’era Gianquinto che faceva un contratto. Gianni mi aveva detto “Guarda c’è da rinnovare il contratto al Casinò, ti arrangi tu!” E vabbè, facciamo pure il contratto al Casinò. Feci fare sciopero ai dipendenti del Casinò perché …(Ride), perché chiedevano troppo quella volta! Dico a Gianni “Se accettiamo queste richieste gli operai ci sparano alle gambe!”, e il mondo va avanti così! Quindi tutta la partita contrattualistica la gestivo io, anche col Casinò. C’era una situazione economico finanziaria generale del Comune, noi dovevamo fare gli stipendi, poi con i “Decreti Stammati”, la riorganizzazione dei servizi si è risistemato molto.

D. Avevate fatto il libretto “rosso”?

R. Quello lo ha fatto Gianni, sullo stato della Finanza del Comune.

D. E’ stato usato politicamente quel libretto?

R. Sì, facemmo riunioni, incontri, robe, diciamo che il rapporto tra la Giunta e il cittadino c’era sicuramente, il partito lavorava! Rispetto a oggi c’era una situazione più fluida, più interessante! Oggi non c’è, non c’è niente, sono corpi separati, forse è esagerato, non c’è più rapporto perché manca un partito che sia in grado di interpretare, di fare mediazioni, di proporre.

D. Ma c’erano anche delle sezioni, c’era una struttura che funzionava e che non c’è più.

R. Che non c’è più, tante cose sono cambiate, però quella volta c’era questa osmosi, questa dialettica anche e c’erano tanti incontri, si ponevano problemi in partito, baruffe … Una dialettica interessante, positiva che diventava crescita, questo tener conto, a render conto oltre a tener conto. In un settore come il mio, dicevano “Adesso assumono tutti comunisti!”, della serie … No, questo non è successo e non poteva accadere! Altrimenti saremo stati …

D. C’era la paura …

R. Degli altri? Beh, c’era anche la richiesta da parte di qualcuno di noi (Ride). Vecchi compagni! Abbiamo introdotto il meccanismo selettivo, dei concorsi, delle cose, abbiamo introdotto meccanismi più trasparenti.

D. Gradualmente?

R. No, subito! Se non introducevamo subito questo meccanismo! Le prime assunzioni … le bidelle, abbiamo fatto una selezione per stato di necessità, famiglia, graduatorie in cui andavi a vedere lo stato, vedove, donne madri … Abbiamo fatto le graduatorie, il concorso …, prova scritta!

D. Ma in altre parti d’Italia avranno applicato questi meccanismi. Era una novità per Venezia?

R. Per Venezia sicuramente sì.

D. Ma in altre città avranno applicato…

R. Le altre città nostre, Bologna, Firenze i meccanismi erano selettivi. C’erano questi meccanismi, noi li abbiamo introdotti come un fatto d’altri, non è che abbiamo inventato qualche cosa! A Venezia non c’era nulla, in Comune le assunzioni avevano un sistema clientelare molto solido, consolidato. Vabbè, c’era qualche situazione sociale riferita sarà pure rientrata, era tutto un po’. La DC le chiamava le assunzioni “sociali”, nel senso che sistemavano … Noi abbiamo introdotto il meccanismo delle selezioni, e da quel momento siamo andati avanti così, non potevamo più derogare e io non è che assistessi a tutti i concorsi …, manco uno! L’Assessore al Personale indiceva il concorso ma ci andavano altri Assessori, altri responsabili, c’era un largo coinvolgimento.

D. C’erano malumori?

R. No, no, avevamo l’appoggio completo del sindacato su questa linea, già questo faceva opinione, quando tutti i sindacati dicevano “Facciamo i concorsi …” No, non c’è stata opposizione su questa linea, qualcuno sperava di avere il posto ma oh! Questa linea fu accolta bene. Questo dal punto di vista amministrativo siamo arrivati ognuno con la sua esperienza ma non con una competenza specifica. Certo ero  funzionario dello Stato, avevo una mia formazione amministrativa ma la gestione di un ente pubblico in particolare…, no. Non eravamo neanche stati Consiglieri, gli unici Consiglieri erano stati Pellicani, Federici, la Lia …, i vecchi compagni che avevano fatto dal dopoguerra fino a quel periodo. Vecchi compagni come Rino Borgato, altre l’ex Console, tutti i personaggi della città di quel periodo, della nostra generazione siamo stati i primi, ’75 e anche i primi giovani. Gli altri erano tutti anziani, venivano da un’esperienza politica dell’antifascismo, la guerra, quella è stata la generazione che è entrata nelle istituzioni.

D. Coinvolgere i giovani nell’esperienza amministrativa è stata una scelta di Gianni Pellicani, non so se rispondeva a una logica del PCI nazionale.

R. Credo che noi su Venezia …, tra me, la Palma, Cacciari, Cecconi …

D. Cianciolo mi dicevano che era giovane …

R. Cianciolo aveva dieci anni più di me, quindi quarant’anni, eravamo mattina e sera sempre insieme, con Pippo, Paolo perché …, ormai si lavorava dodici ore al giorno. Uscivamo alla mattina alle otto, alle nove, nel dopopranzo, Giunta, riunioni, casini, assemblee di partito, assemblee pubbliche, una vita molto interessante ma anche logorante in un certo senso. Infatti ho mollato, a un certo punto ho detto basta! Non è più vita …, non è più vita. Io ho fatto dieci anni di attività amministrativa, quindi sono partito nel ’75 e ho finito nell’85.

D. Hai fatto come Assessore in Comune dal 1975 al 1980, e dall’80 hai fatto la Provincia.

R. Assessore anche là, Sanità! Gestito la prima riforma sanitaria, ho portato tutto il personale degli ospedali alla ULS, e poi, siccome ero diventato bravo, “Vai anche all’ULS! Così ti fai il primo contratto della Sanità”, e infatti ho fatto il primo contratto della Sanità e poi sono scappato! Basta! Basta!

D. Non ne potevi più!

R. No, perché dopo diventa mestiere, io non ho fatto la scelta del mestiere della politica! Però mi sono reso conto che era necessario, rimettere insieme statali, parastato, enti privati, comunali, provinciali …, riunificare in un unico contratto tutte queste posizioni giuridiche, economiche …, sei mesi di trattative ci ho messo! Eh! Una volta finito ho detto “Fine!” perché dopo delle trattative da dieci, dodici ore al giorno, insomma, per chiudere la partita. Perché c’erano tutti i contratti dei medici mutualistici, dei medici specialistici …

D. La Lia aveva approntato la prima parte delle ULS, per un anno …, credo.

R. Lei ha costituito l’assemblea, è stato il primo presidente dell’ULS.

D. Lei era presidente e contemporaneamente Assessore. A un certo punto ha detto basta sennò vado via di testa.

R. Infatti …, io ero Assessore in Provincia e ho avuto l’incarico nel comitato di gestione della ULS e sono stato nominato dall’assemblea e poi mi hanno messo in Comitato di gestione. Quindi ero Assessore alla Sanità in Provincia e membro del Comitato di gestione all’ULS. Sono durato …, ’83, ’84, quasi due anni.

D. Col doppio incarico?

R. No, dopo un anno ho mollato la Provincia, non ce la facevo più, anche perché c’era stato il problema dell’ingresso dei repubblicani in Giunta provinciale, conseguente ai rapporti politici che si erano instaurati coi repubblicani, in quel tempo entrò Casson, che adesso è nel PD. Non Felice, Cino Casson, repubblicano e allora si pose il problema di andar via. Ho detto “Vado io!” almeno, non riesco a tenere due incarichi di tale portata, mi fan diventar matto. Mollai lì e tenni il Comitato di gestione con la partita, restai Consigliere Provinciale però tenni il Comitato di gestione “Personale” e ho fatto il contratto e poi basta.

D. Non lavoravi?

R. No, no, quando ero Assessore ero in aspettativa, quando sono diventato solo Consigliere provinciale e Comitato di gestione sono tornato anche al lavoro. Eh, era una salvezza, perché sennò si riprendevano gli impegni politici, giorno e notte. Quindi in quegli anni tutti gli aspetti del pubblico impiego, dei contratti, norme, applicazioni, regolamenti, li ho fatti io, dal ’75 all’83, ’84, compreso il Casinò e la Sanità! Basta, sono morto! Difatti sono andato via perché non potevi reggere un impegno di questo tipo, anche dal punto di vista personale, ero giovane. Mi sono detto “Mi brucio anche dal punto di vista personale”, ti logora troppo, e ho fatto bene. Questo in breve …

D. Quando eri Assessore avevi riunioni, oltre alle Giunte, Consiglio Comunale ecc., avevate anche rapporti con le sezioni?

R. Eh! Congressi, sezioni, incontri …, ti chiamavano. Vai al Congresso di qua …, discussione. Le scuole non funzionavano, perché non funzionavano! C’erano anche, dal punto di vista istituzionale, delegazioni, incontri, robe, c’era un’attività molto di rappresentanza, c’erano i Congressi degli altri partiti, in quei momenti là non hai più un tempo tuo, insomma! Poi tieni presente che quello fu un periodo difficile, Brigate Rosse, a Venezia era … un punto molto delicato.

D. Beh, sì, nei verbali stenografici del Consiglio Comunale nella prima seduta del ’75 si è commemorato l’Italicus, la seduta del 4 agosto del 1980 le vittime della strage alla Stazione di Bologna …

R. Eh del 2 agosto, io sono stato eletto …, sono stato Assessore fino al 4 in Comune e dal 5 in Provincia. Scadevo …, si contestualizzarono  le due sedute, del Consiglio Comunale e del Provinciale.

D. E poi c’era stata l’uccisione del metronotte al Gazzettino, poi negli anni ’80 ci sono le uccisioni di Gori, Taliercio e Albanese. Che ricordo hai di questo periodo?

R. Un periodo difficile, delicato anche dal punto di vista personale, si doveva stare attenti.

D. Ti sentivi sotto minaccia?

R. Beh, insomma c’erano possibilità reali che questo accadesse, però la struttura della città, dei rapporti (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B) Una manifestazione in piazza San Marco.

D. Ah, sì nel periodo del rapimento Moro? E’ stata fatta una manifestazione …

R. Uh, grandissima, forse era il 25 Aprile, adesso non mi ricordo …

D. E’ stato rapito a marzo …, fu prigioniero per quaranta giorni, mi pare.

R. Adesso non so se sbaglio ma il 25 Aprile di quell’anno arrivò Lama in piazza e io curavo il servizio d’ordine del PCI, del sindacato, però tutto il PCI. Non era mica …

D. Dovevate garantire la sicurezza a Lama e a tutti quelli che venivano …

R. Uh! A tutti!

D. Come funzionava? Chi veniva indicato come servizio d’ordine?

R. Nel partito c’erano dei responsabili, anche nel sindacato che curava questa partita qua.

D. Ad esempio Gastone mi diceva che quando veniva Berlinguer a Venezia lui aveva i suoi uomini, però il partito preferiva che fosse Venezia a fornire i compagni che facevano da guardie del corpo, la sicurezza.

R. Perché la Federazione era a Venezia, il centro del partito non era a Mestre. Poi siamo andati a Parco Ponci, la Federazione era a San Leonardo, campiello Renier, il porticato dove c’era il sindacato, la CGIL, e sotto c’era il partito. Quindi il punto di direzione politica era lì, ancora prima la Federazione era stata in Campo San Maurizio.

D. Mi sembrava di aver capito dal discorso di Gastone che loro preferivano servirsi di persone che conoscevano perfettamente, per garantire la sicurezza dell’ospite, così importante come Enrico Berlinguer.

R. Ma io non avevo una responsabilità come personale, come sicurezza, ho partecipato insieme ad altri sul tema della sicurezza in quell’occasione, ti ho detto, Brigate Rosse quella cosa lì. Ma io non avevo né la competenza né i rapporti, quella volta lì fu curata moltissimo, Lama era stato fischiato all’Università, c’era una situazione molto tesa. Anche dal punto di vista personale dovevamo stare … sempre attenti, il partito ci faceva le riunioni su come era la situazione, capire …

D. Ah, c’erano delle informazioni relativamente alla …

R. Io ero al Personale, quindi c’era qualche situazione anche là.

D. Fiancheggiatori?

R. Sì, ma l’abbiamo saputo dopo! Ovviamente quasi tutti della CGIL.

D. C’era questo problema anche a Porto Marghera?

R. Uh! Marghera sì, sicuramente di più a Porto Marghera che qua.

D. Ma lo sapevate?

R. I compagni che lavoravano …, tipo Cianciolo, erano sicuramente in grado di conoscere, sapere alcuni meccanismi …, io personalmente no. Non ho mai approfondito, chiesto, però insomma, dopo Guido Rossa infiltrazioni in altre città sicuramente. Le orecchie …

D. Il PCI aveva dato una risposta chiara.

R. Eh non c’è dubbio, non c’è dubbio. E’ stata una pietra, sennò non reggeva lo Stato!

D. La linea della fermezza nel sequestro Moro.

R. Trattativa sì, trattativa no.

D. Per la trattativa il PSI mentre PCI e DC erano piuttosto …, la DC aveva forse altri motivi (Ridiamo).

R. Comunque è stato un periodo intenso, vissuto anche bene, con molte motivazioni devo dire, anche dal punto di vista personale ma non solo io. Un clima diverso, una società che stava cambiando, però è stata la conclusione di un ciclo politico, le Giunte di sinistra. Questo è il senso, è la lettura che faccio dopo. Infatti le difficoltà cominciano dopo le Giunte di sinistra.

D. Ti riferisci alla prima tornata?

R. Sì, a quel periodo storico, ‘75-’80, era la conclusione di un ciclo politico, storico, di un ruolo del PCI. Conclusa quell’esperienza, e quel ciclo di sviluppo, e lo stiamo vedendo oggi, è cambiato tutto, c’è un problema di recupero di egemonia, se siamo in grado, non lo so. Ma quello fu la chiusura di un ciclo politico e storico!

D. Ma ti convinceva la linea di Berlinguer, le larghe intese, il “compromesso storico”?

R. A me personalmente mi aveva convinto, e col senno di poi, Berlinguer era l’unico che poteva dirlo e farlo, penso che sia stato l’ultimo leader della sinistra. Era l’unico che aveva competenza, storia vissuta, che gli consentiva l’onestà di poter fare quella affermazione, di proporre quel terreno. Lui veniva dalla crisi del partito comunista, è stato un personaggio …, al 34%, non ci è arrivato neanche il PD al 34%. Con Berlinguer che è arrivato al 34%, ci sarà una ragione per questo. Penso che lui abbia interpretato bene quella fase, quel tentativo di completamento della democrazia, che abbiamo avuto dopo venti, trent’anni. Col PD non so, mettiamola così, del completamento del processo democratico, se questo non veniva … La storia del PCI è nota, aveva partecipato alla lotta antifascista, alla democrazia, però c’era un residuo storico, culturale dell’antagonismo al sistema.

D. Anche nella Giunta c’erano molte speranze, si era inaugurato il “nuovo modo di governare”.

R. Che poi non era una alternativa al sistema di governo degli enti locali della DC, era come assumevi gli obiettivi, le trasformazioni per la città e di emancipazione. Le case, le case per gli operai, avevamo fatto gli asili, abbiamo completato il processo politico, storico e culturale! Sviluppo e tutela, quello è successo, sì. Gli asili ce n’erano due e ne abbiamo fatto diciotto! E noi quella volta il personale, le risorse per assumere le maestre, gli insegnanti, aprire gli asili nido, fare le scuole.

D. Sono stati realizzati  moltissimi  servizi alla persona.

R. E ciò! Non c’era niente, due asili nido, uno a Venezia e uno a Mestre, dell’OMNI! Il Comune non aveva l’asilo nido, non aveva asili nido! Abbiamo fatto tutto noi, in cinque anni! Diciotto, in più abbiamo fatto il decentramento, non c’era manco quello, abbiamo cambiato parecchio. La struttura dei servizi alla persona, al cittadino, mi ricordo le difficoltà …, tutto il turn over lo abbiamo giocato per tutte queste figure nuove e anche recuperando risorse interne e mi ricordo fu un bel successo. Nell’80, quando siamo tornati alle elezioni, abbiamo avuto una riconferma, non abbiamo avuto problemi, era evidente! Tutto quello che era stato anticipato, detto, promesso, fu fatto, soprattutto sui servizi e in particolare sul problema della casa, le case, coincideva già col primo esodo a Venezia e quindi tutto lo sviluppo c’è stato in terraferma. Diciamo che molte delle cose che si vedono oggi sono state decise in quegli anni, compreso il parco di San Giuliano. San Giuliano è stato deciso nel ’77, mi ricordo ed era una discarica dell’AMIU, scaricava proprio sulla gronda lagunare.

D. Credevo che ci fossero anche scarichi industriali, oltre alla monnezza.

R. Sì, sì, fanghi, robe, di tutto di più! Ma basta che fai il ponte e te li trovi già attaccati! (Ride) In prima e seconda zona industriale, per quello …. Va bene.

Saccà. E la seconda Giunta? Perché secondo lei perde …, lei passa in Provincia, però l’avrà in qualche modo vissuta.

R. Diciamo …, gli obiettivi che ti eri dato come Giunta in qualche modo si stavano realizzando, si erano realizzati, anche in termini di pianificazione, tutto sto dibattito su Venezia, i piani particolareggiati, il piano comprensoriale. Questo eccesso di pianificazione si esaurì in un certo senso, diventava troppo vincolistica, anche se col senno di poi senza vincoli stiamo facendo una città, un parco a tema stiamo facendo, non una città! Venezia “città dell’intrattenimento”, mi pare, il Carnevale e quindi si affievolì la spinta che portò la prima Giunta a perseguire gli obiettivi che ci eravamo dati, per ragioni anche di cambiamento di fase, di nuova … Infatti la nuova fase la cominciò Cacciari nel ’94, parliamoci chiaro. Poi c’erano  stati Laroni, Casellati, Bergamo, De Piccoli con Casellati …, il ciclo si era un po’ consumato, esaurito. Le ragioni per cui una coalizione vince perché ha l’obiettivo della trasformazione della città, vincere anche sul progetto. La proposta che fece Cacciari, la “battaglia per le idee”, non so se vi ricordate, di Cacciari, con De Michelis e lo stesso Pellicani, all’Università che preparò il suo impegno in politica nel ’94. Siamo già al ’90, c’era stato l’intermezzo delle Giunte Laroni, Casellati, erano Giunte di passaggio, non di fase.

D. Volevo chiederti dei rapporti coi socialisti, nelle riunioni di Giunta, chi veniva, chi faceva le trattative?

R. C’erano vari livelli, sul piano gestionale, di merito, io avevo delle linee di lavoro, il personale, i contratti. Sui contratti la competenza era mia, la gestivo, venivano anche loro …, poi le assunzioni, le promozioni. Il meccanismo era in qualche modo filtrato, c’erano le commissioni, era difficile da gestire, però la partita dei dirigenti. Noi abbiamo assunto un sacco di dirigenti, erano direttivi. Tutti i dirigenti attuali sono stati quasi tutti assunti in quel periodo là. Ti faccio i nomi: Sabato, De Rossi, Vento, Todesco, tutti! Il ‘75-’80 è stato il potenziamento della struttura dirigente, essendoci la compresenza di un vecchio gruppo dirigente discutibile, però solido. Aveva gestito un ciclo con la DC, però non erano mica tanto “mona”, devo dire, anche i socialisti. Poiché questi erano anziani …, Rossi era ragioniere capo, non De Rossi.

D. Che era quello che aveva a che fare Sabato?

R. Beh, che era diventato il viceragioniere capo.

D. Era quello che aveva tutto nelle sue mani.

R. Beh, qualcuno di bravo c’era, Soncin al turismo, personaggi … La scelta che abbiamo fatto era di potenziare l’ingresso del futuro gruppo dirigente con nuove assunzioni. Cosa che abbiamo fatto, molti di loro sono i futuri capi dipartimento, Sabato l’ha fatto il concorso, come abbiamo fatto il concorso per il Segretario Generale che era D’Ancona. Sono io andato al Ministero in rappresentanza dell’amministrazione perché quella volta i concorsi per i Segretari Generali erano ministeriali. Io ero dentro alla Commissione per la selezione del capo che doveva venire qua e abbiamo scelto D’Ancona.

D. D’Ancona è andato in pensione da poco?

R. No, nel 2000 forse, era anziano D’Ancona. Quindi coi socialisti il problema erano gli sviluppi, far crescere un gruppo dirigente nuovo. Ci siamo riusciti, c’era qualche dirigente di area, in fondo non sono stati male. La battaglia coi socialisti fu quando dovevamo decidere la pianta organica, quindi il nuovo assetto del Comune e l’inquadramento delle prospettive future e quindi l’interlocuzione con Gianni De Michelis fu dura, fu dura, però con Gianni Pellicani … Dico “Gianni, ti te rangi ti!” (Ridiamo) Intanto ho detto a Gianni De Michelis “Questo è il piano, te lo leggi e poi dimmi cosa dovemo fa!” Arrivai alla conclusione, con qualche mediazione, con l’approvazione del piano riorganizzazione, per questo ho fatto il docente del “Formes”, che fa formazione negli enti locali, nel sud in particolare. Sono stato docente del “Formes” in tutti i Comuni della Sardegna, ho fatto formazione ai Sindaci e agli Assessori del Personale dei Comuni della Sardegna, nel 1978. Abbiamo fatto un bel lavoro, perché avevamo chiamato un bravo consulente, che era professore universitario, Giovanni Costa, deve essere docente a Padova in Economia Aziendale. Non so dove scrivesse, forse su “Panorama”, un bel personaggio. La parte scientifica e metodologica  la curò lui, invece la parte dell’impostazione politica dell’impianto dei dipartimenti fu fatta in accordo con lui. Adesso si fanno tanto i dipartimenti ma li abbiamo fatti nel ’77, ’78, abbiamo cominciato a farli, perché non c’erano, come l’aver individuato per ogni dipartimento le posizioni organiche di tutto il personale. Fu fatto un lavoro …, ci abbiamo perso un anno e mezzo.

D. Avete rifatto la struttura del Comune?

R. Sì, del Comune, l’ho organizzato io perché non c’era.

D. Vi siete serviti di Giovanni Costa?

R. Sì, era docente a Ca’ Foscari, adesso non è più qua, è a Padova. Presentammo un bel piano e su questo si andò all’accordo. Si concretò questo piano organizzativo con il regolamento del personale. Che vuol dire tutti i meccanismi procedurali, concorsuali, ferie, le cose che non c’erano. In quei cinque anni si fece il regolamento e la pianta organica, che non c’era dal dopoguerra, non erano mai stati fatti. Non c’era un modello organizzativo. I primi cinque anni i socialisti furono discreti, c’era anche un referente interno che era Renato Nardi, che era … forte! Non so se ne avete sentito parlare?

D. Tutti ci hanno parlato un po’ di Renato Nardi.

R. Era il referente del PSI nella Giunta, il capo anche perché era competente, sapeva molte cose soprattutto sui Lavori Pubblici.

D. Era anche un po’ chiacchierato.

R. Se il capo era Gianni De Michelis …, tutti erano chiacchierati.

D. Gianni Pellicani gli metteva sempre il cartellino con su scritto “7°”! Ti ricordavi questa storia?

R. Eh …, e chi faceva gli articoli, dai!

D. Come gli articoli?

R. Le polemiche, le battute, poi i giornali riprendevano!  Un casino veniva fuori!

D. Questa è stata una grossa spina per i militanti del PCI. C’era un desiderio di trasparenza, di onestà ma con alleati come i socialisti, e le voci continuavano a girare. In qualche modo il PCI si trovava coinvolto, quindi c’era molta attenzione senza arrivare …

R. Io ero Assessore all’Economato, tutte le partite sull’economato le ho gestite io.

D. Spiega …

R. Contratti, acquisti, robe, tutto. Voglio dire che tu non sei uomo d’ordine e controlli una persona, però certi meccanismi erano sotto controllo, poi non potevi mica fare la guardia del corpo di Renato Nardi! Per carità! Certo, c’era un po’ di sofferenza.

Saccà. Al tempo queste discussioni nelle sezioni, i militanti di base cosa ne dicevano?

R. Gli maledivano “i morti”! (Ridiamo) “I morti cani!” Bisognava gestire un po’ il problema, non soffiare sul fuoco.

D. Ti dicevo questo perché altre esperienze delle Giunte rosse di quel periodo sono finite male, per esempio quella di Napoli, Torino. Vabbè Novelli ne è uscito bene come Sindaco ma …

R. Come posso dire? Certi meccanismi erano noti, non è che questa città sia una metropoli! I meccanismi erano noti e conosciuti tutti, c’era un meccanismo di autocontrollo per cui anche loro non potevano esagerare, non so se mi spiego, questo non va mica nell’intervista?

D. Beh, non si fanno mica nomi. Quello che voglio dirti è che questo è un problema sotterraneo, ma era estremamente palpabile.

R. In questa città, duecentomila abitanti, quanti siamo? Qui si sono conosciuti tutti, dai! Non è Napoli oggi, non potevi fare queste cose!

Saccà. Diciamo che riuscivate a contenere.

R. C’è una struttura economica, sociale ormai …

D. C’era comunque una situazione difficile perché avevate i militanti che sapevano …

R. Noi, per l’appunto avevamo i vecchi, soprattutto chi conosceva meglio la città, i nostri compagni, da Gianni altri, conoscevano vita, morte e miracoli di tutti anche per le esperienze professionali, quindi c’erano dei punti fermi di conoscenza delle dinamiche locali.

Saccà. E con la DC? E’ all’opposizione?

R. Io ho avuto buoni rapporti con esponenti della DC che avevano relazioni dirette con me come Assessore al Personale, una figura che mi è piaciuta, che è stato Presidente della Commissione Elevativa (?), è Ermes Farina che è morto due anni fa, un antifascista.

D. Una bella figura di cattolico sociale.

R. Con dei rapporti anche di amicizia, stavamo a pranzo insieme, parlavamo di tutto e di più, svolse un ruolo positivo.

Saccà. Con la DC, con la sinistra DC abbastanza forte in quegli anni, rispetto alla DC come partito c’era una grossa differenza o non si sentiva?

R. Qui avevano pensato come figure Dorigo, Gottardi, anche lo stesso Longo come Sindaco, diciamo …, non erano i Favaretto Fisca per intenderci, però c’era un’area conflittuale, in particolare con Degan. Chi era il piccoletto che era stato anche Assessore?

D. Oddio, non so. Ti mostro i nomi dei Consiglieri. (Passo ad Antonio i fogli con i nomi dei Consiglieri democristiano)

R. Zampirollo. Bianchini era critico, ma questo era già …, Mariano ma questa era l’area della sinistra. Conosco tutti questi qua, però era conflittuale perché per loro aver perso il Comune dopo il Sindaco Longo, è stata una botta e non si sono più ripresi.

Saccà. Si chiude una storia della DC. Il cambio del ’75 che lei ha vissuto, la campagna elettorale, vi ha sorpreso?

R. Personalmente no, forse nel partito c’era un clima un po’ più entusiasta, con qualche elemento di maggiore sicurezza, di potercela fare. Per altro quel risultato non fu solo a Venezia, fu in tutta Italia,  fu una fase politica, in questo senso  è stata una novità per tutti, non solo per me. Non era pensabile che tu prendi Torino, Venezia, Napoli, Roma! Fu la chiusura di un ciclo storico in cui il PCI consolidò la sua egemonia.

D. Che si credeva essere un ciclo di apertura.

R. E invece fu di chiusura, durò fino all’85.

D. Ci fu la diversa posizione dei socialisti, arriva Craxi nel ’78 con la svolta.

R. Ma non erano esasperanti i rapporti, poi sulla Legge Speciale la cornice fu mantenuta, con la stessa DC, oggi è più difficile avere rapporti col PDL (Fine lato B. Cassetta n.2, lato A). A te non piace lo sbarramento?

D. No, sono contraria allo sbarramento.

Saccà. Non andiamo sul contemporaneo.

D. No, quello è stato un esempio che ha fatto emergere l’accordo che c’è su alcune questioni. Nel senso che si dice che nella prima Repubblica, negli enti locali ci si accordava tra maggioranza e opposizione, almeno questo è quello che ci è stato detto, poi ogni Giunta aveva i suoi obiettivi ma si cercava comunque di trovare delle soluzioni anche per l’opposizione. La DC poteva farvi guerra con più decisione, e su alcune cose è stata fatta, siete stati anche denunciati per l’acquisto delle piante del parco della Bissuola.

R. Eh, sì sulle piante! (Ride)

D. Avete denunciato anche il Gazzettino, ho visto a casa di Ferrari una foto con tutta la Giunta in Tribunale, quindi eravate …, però in fondo la DC poteva farvi una guerra ancora più decisa. In qualche modo un po’ l’attività di tessitore di Gianni Pellicani, sulla Legge Speciale ebbe rapporti continuativi con Rocelli, c’era una gestione non a prescindere.

R. C’era la polemica politica.

D. Sì, la polemica  politica, ideologica.

R. Dicevo oggi la cosa è più difficile, l’accordo sulla legge elettorale, ovviamente come su altre cose. Degli obiettivi di fondo su questa società forse quella volta c’erano, il welfare, altre cose, di tenuta democratica c’erano! Adesso …, puoi fare l’accordo sulla legge elettorale ma non mi cambia il giudizio.

D. Vuoi dire che all’epoca c’era una idea comune di Stato e di gestione della cosa pubblica?

R. Oh! Del bene comune, dei principi, adesso c’è un casino! Non ti trovi più da nessuna parte! Questo è il punto politico, poi sì fai l’accordo sulla legge elettorale, se può servire, ma non lo so, con questo quadro politico.

Saccà. Il ruolo del Consiglio Comunale?

R. Molto diverso, come è diverso il ruolo di Assessore, oggi l’Assessore è un delegato del Sindaco. Io ero eletto Consigliere e come Assessore ero eletto dal Consiglio! Avevo una delega mia, un incarico mio! Io rispondevo al Consiglio, non rispondevo al Sindaco! Rispondevo al Sindaco solo per la delega che mi aveva dato, non in quanto nominato Assessore. Quindi era un ruolo diretto, politico, poi ti si appiccicava la delega ma basta, eri tu!

Saccà. Si vede nei verbali stenografici del Consiglio Comunale queste discussioni fiume che vanno, e tutto il lavoro in Commissione.

R. In Commissione si lavorava! Con la riforma della elezione diretta del Sindaco è cambiato il rapporto, intanto l’Assessore non è membro del Consiglio, è un esecutivo tout court, dipende dal Sindaco …, fine! Mentre io no, prima ero Consigliere eletto, quindi avevo i miei voti, poi il Consiglio mi nominava a maggioranza. Poi ti toglieva la nomina per sfiducia, il Sindaco ti poteva togliere la delega ma restavi Assessore.

D. Infatti Mineo …

R. Brava! Ti toglie la delega ma sei stato eletto dal Consiglio, quindi è il Consiglio che ti sfiducia non il Sindaco! Il Sindaco ti toglie la delega.

D. E l’aveva assunta Rigo, nel caso di Mineo. Però rimaneva Assessore e voi facevate due appuntamenti di Giunta, una prima …

R. Non mi ricordo.

D. Ma c’era questa storia?

R. Sì, sì però per dirti la nostra funzione di Assessore aveva un valore politico maggiore, rispondevo io e relazionavo io al Consiglio, alla Commissione sempre. Adesso se va o non va l’Assessore in Commissione …,  è un esecutivo non è una Giunta, un esecutivo anomalo …, la figura è il Sindaco. Poi è chiaro che il Sindaco ha bisogno di delegati, nominati da lui, però è cambiata la natura dell’esecutivo che non dipende più dal Consiglio e infatti se uno è Consigliere e diventa Assessore deve dare le dimissioni, quindi c’è la separatezza completa tra Consiglio e esecutivo.

D. Ti ricordi quella volta della “verifica politico- amministrativa”.

R. Abbiamo fatto tante di quelle riunioni! (Rido) Sì, sì che me la ricordo.

D. Ce la racconti un po’?

R. Baruffe, casini, tutti preoccupati, e allora … via, “‘Ndemo in giro, femo riunioni, parlemo col popolo!” Riunioni, discussioni …questo abbiamo fatto.

D. Perché non volevate che Rigo fosse sostituito.

R. Eh no, scherzi! Dovevamo tenere, voglio dire ci fu un grande coinvolgimento, fino allo sfinimento! Quante riunioni abbiamo fatto per tenere la situazione, e però questa era la forza quella volta, andavi, andavi, parlavi con la gente facevi riunioni fino alla mezzanotte. Via! Riunioni infinite, feste dell’Unità …, era verso il periodo estivo? Adesso non mi ricordo.

D. Sì, da luglio a …

R. Brava! Figurati quante feste abbiamo fatto.

Saccà. Il periodo della Regata storica.

D. Si chiude dopo la Regata storica. C’eri a quella Regata?

R. Sì, sì, ne ho fatte due o tre e dopo mi sono stufato.

D. Ma quella è stata un po’ memorabile.

R. Sì, sì. Sempre coi socialisti che rompevano le balle, e i compagni “Ma cosa femo, cosa no femo, su e giù baccalà!” E’ stata un’estate che io credo non sono neanche andato in ferie. Siamo stati precettati, al Cavallino con la festa dell’Unità. Poi, in quanto Assessore ci coinvolgevano in tutte ‘ste iniziative per avere il punto della Giunta, dei casini, dei problemi. E quindi tutti impegnati a far ‘ste riunioni in tutte le feste dell’Unità, perché non ce n’era mica una! Non dico ogni sezione ma quasi faceva la festa dell’Unità! Quindi saremo stati nel ’78.

Saccà. Rigo viene da fuori città, qual era il rapporto tra città storica e terraferma nel PCI? C’era una classe dirigente un po’ venezianocentrica.

R. La forza elettorale del PCI fu a Marghera, la classe operaia, gli sviluppi, l’operazione del PCI fu a Venezia il rapporto con l’intellettualità, l’Università, la cultura  tutto questo mondo ma anche con la situazione economica presente in città che aveva un peso, cantieri, opere. Il problema per la sinistra venne dopo, non in quel periodo. In quel periodo questo conflitto tra Venezia e Mestre non c’era, anche se il primato era comunque di Venezia! Tant’è che il vicesindaco era Gianni Pellicani, non era mica Momi Federici, per farti capire, anche per il ruolo di Gianni ma già questo dava un segnale di maggiore forza e presenza della zona mestrina, già quella volta. Meno, meno della DC, si è marcato questo distacco più avanti, forse adesso è a compimento questa separazione tra Venezia e Mestre anche in quest’area della sinistra di adesso. Venezia è il palcoscenico, non c’è niente da fare, non è più una città, sta perdendo il ruolo, nonostante l’Università, tutti ‘sti enti, non è più capitale della Regione, non ce l’ha più ‘sto ruolo. Vive di un passato che non c’è più, ma è un passato che la sta distruggendo perché non puoi più riproporlo in quei termini. Venezia non potrà mai essere una città normale, omologabile, assolutamente no.

Saccà. Ma questa intellighenzia, tipo Cacciari per fare un esempio, faceva vita di sezione?

R. Paolo sì, Massimo di meno. Massimo l’ha fatto per un certo periodo, poi si è stufato, nel ’75 è stato anche in Parlamento, poi ha smesso. C’erano gli architetti, Camerino, Meo, Albertini, Samonà, Edoardo Salzano.

Saccà. Erano molto attivi?

R. Salzano sì ma anche Indovina. Poi tutto il dibattito su Venezia, il recupero, il restauro, la Legge Speciale …, figurati!

D. Nel ’79 c’è il primo referendum per la separazione? Mi aveva colpito questo grosso lavoro amministrativo, questa attenzione per Mestre …

R. C’erano forze che lavoravano contro, c’era una componente della DC, una componente di destra che mirava a questo. Nelle nostre file non ci furono dubbi quella volta, questa dicotomia Venezia- Mestre era più dentro le forze della DC, di destra, quello lo affrontammo con tranquillità, 74, 75%. Dopo il problema si pose, quando finì il ciclo, tutte le questioni, il rallentamento, gli obiettivi della città, una crisi di prospettiva. In quel periodo accadde questo, anche i legami, anche perché questa città è così complessa, pensa a Marghera cosa è stato per questa città! Ci sarà un saldo negativo …, parleremo delle bonifiche per i prossimi cento anni. Molto enfatizzata ‘sta Marghera, però probabilmente sarà una palla al piede per la città, se poi facciamo la logistica sul “Quadrante” abbiamo compromesso tutto il territorio, ho l’impressione …, questa è un’opinione mia molto personale.

Saccà. Il rapporto con gli altri enti, visto che lei …

R. Molto diversi, anche se poi per l’attività che ho fatto in Provincia, Assessore al Personale, Sanità e Assistenza interagivo con la realtà locale, anche per l’esperienza che avevo sul personale, tutti i contratti che facevo io e poi nella Sanità sono stato nel Comitato di gestione, quindi un po’ ho interagito … In realtà sono cose molto diverse, anche se magari la Provincia …, non dico sia un ente inutile ma quasi.

Saccà. E con la Regione?

R. Lì la prima cosa che abbiamo fatto, le Regioni erano partite da poco, fu …, la cosa che ricordo io fu l’ospedale a Mestre, fu fatto un accordo per l’ospedale a Mestre. Non so se l’aveva fatto la Lia Finzi con Gianni Pellicani con l’allora Assessore regionale, chi era? Orcalli? Non c’era ancora la riforma sanitaria, che è partita nell’80, c’erano gli Ospedali Civili riuniti, se vi ricordate. Si fece l’accordo con la Regione che aveva già le competenze per sostenere il nuovo Ospedale a Mestre. Questo fu un accordo che segnò il rapporto con la Regione, poi per il resto …, non era ancora pregnante il ruolo della Regione come lo è oggi. Molto marginale come impatto. Con gli altri enti … abbastanza defilato.

Saccà. Il Comune allora era punto di riferimento …

R. Per lo sviluppo della città, cosa che non è più oggi, porto, aeroporto, due strutture economiche che pongono un problema di governance che prima non c’era. Nessuno si permetteva di mettere in dubbio la funzione pubblica, il rapporto con la Regione anche se era DC, governava il porto e l’aeroporto, oggi le dinamiche sono un po’ diverse, ma non solo in politica anche in economia. Se pensi che l’aeroporto è quotato in borsa, è il terzo, quarto in Italia! Metti insieme porto, aeroporto e Consorzio, cosa può fare il Comune? Poco! Non fa poco perché sono cattivi, non ha gli strumenti, il peso decisionale per governare enti di tale peso. Metti la Regione sulle infrastrutture …, il Comune è schiacciato!

D. Ti ricordi la conferenza sull’occupazione? Fu fatta nel ’75, subito dopo la vittoria. Lo scopo qual era? Capire come sarebbe stato lo sviluppo industriale, occupazionale di Porto Marghera?

R. Non so se ci siamo riusciti però. Quello fu un impegno politico, assolutamente preso, importante in quel periodo.

D. Fu anche una novità.

R. Sì, sì, non giudico l’evento in sé …, ho riflettuto sulla mia esperienza dico anche. Qualche dubbio l’ho avuto dopo, non sul significato politico dell’evento ma sulla capacità che avevamo di capirlo, di capire cosa succedeva nel mondo, non solo a Venezia.

D. Avevo letto che si era accusato il PCI del Veneto di essere poco capace di interpretare la realtà che lo circondava …

R. Dei cambiamenti in atto perché il problema di Marghera non era un problema locale, intanto era una industrializzazione a partecipazione statale, non governata da una imprenditoria locale, per altro settori maturi già a quel tempo. Avevi una forza lavoro di un certo tipo, avevi un problema politico, perché era la tua base elettorale, però era un problema di strategia, con la crisi della chimica, questo e quell’altro … insomma! Siamo passati da 35 mila .., quanti sono adesso …, 10 mila saranno. Voglio dire, non abbiamo colto ‘sto problema, non è che sia nato oggi, ‘75-’80 è il periodo in cui c’è la svolta neoliberista nel mondo! Thatcher e Regan, parte da quella fase il processo, per cui tutti questi settori maturi di cui Marghera fu punto di sviluppo negli anni ’20, ’30, al capolinea c’è andata una volta. E’ stata la difesa del mantenimento dell’esistente, una difesa più che rinnovamento ed è durata fino a oggi, tant’è che abbiamo perso tutto. Cosa è rimasta Marghera?

D. Il PCI aveva come emergenza la difesa dei posti di lavoro …

R. Cosa è successo oggi con la crisi finanziaria? 500 mila posti di lavoro secchi …, tac!

Saccà. Comunque all’epoca la decisione di mettersi a confrontarsi con gli industriali a Marghera, che dipendono da altre cose, ma con i commercianti …

R. Allora, è diverso, qui non è mai uscito un ceto imprenditoriale, il rapporto era sempre istituzionale e politico, con le Partecipazioni Statali trattavi direttamente col Ministro, fine, non parliamo di sviluppo economico, strategie, il meccanismo era governato dal Ministro delle Partecipazioni Statali. Le concessioni che arrivano dal Ministro che dava i “schei”. L’imprenditoria locale che c’è in Veneto non c’è mai stata, mai nata, perché le Partecipazioni Statali hanno deresponsabilizzato lo sviluppo manifatturiero in quest’area. Avevi l’altro lato dello sviluppo, artigiani e commercianti, che avevano un peso sicuramente, anche in centro storico! E infatti il PCI fu molto attento ai ceti medi, tant’è che noi abbiamo eletto Consiglieri Varzà, Perin, abbiamo eletto un sacco di ex artigiani, commercianti …, Bortolussi era iscritto al PCI, oggi Assessore alle Attività Produttive, era iscritto al PCI nel 1975-80. Io sono stato responsabile dei ceti medi, dopo la mia esperienza amministrativa, feci una riunione in cui convocai la CGA e la CNA in applicazione della legge Visentini, sulla riforma della contabilità nel 1980-81 con Visco, che era l’emergente sui temi della politica fiscale nostra, e ho fatto un convegno con tutte le strutture dirigenti del CGA e CNA. Al Parco Ponci. Avevo buoni rapporti con Visco, ho lavorato molto con lui, vabbè …, tramite Pellicani. Visco veniva spesso, poi l’abbiamo eletto anche qua, due o tre mandati. Due volte alla Camera, una volta al Senato. Ci vedevamo, veniva qua, facevamo gli incontri coi commercialisti, con tutti, c’era molta attenzione a questa area dal ’75 in poi. Abbiamo eletto Varzà senatore, che era del CNA, del Mirese, Dolese. Togli via Marghera, qui avevi artigiani e commercianti …, pubblico impiego.

D. Gli accordi con le categorie forti di Venezia.

R. Con gli albergatori adesso, prima non tanto.

Saccà. Nella conferenza uno dei temi che viene fuori è Venezia deve attirare più turismo, c’era stagionalità.

R. A ottobre, novembre era tutto chiuso, non vi ricordate? Ma il peso …, il rapporto era con gli artigiani, coi commercianti, sicuramente.

D. Anche coi gondolieri?

R. Sì, le categorie veneziane, le categorie locali! Poi Murano, i cantieri …, la classe operaia no, nel senso che lì imprenditori non c’erano, avevi i manager, quelli che poi le Brigate Rosse hanno fatto fuori.

Saccà. Il partito riesce negli anni ’70 a mantenere i collegamenti con la classe operaia del territorio, negli anni ’80 piano piano si sfilacciano e soprattutto negli anni ’80 nascono dei personalismi interni al partito molto forti, ci sono le lotte …

R. Questo anche con il passare dal PCI al PDS, dopo, però quando Pellicani si ammalò negli anni ’80, nell’81 la prima botta, nell’82 esce e subentra Paolo Cacciari. Pellicani, a seguito di vicende di salute, perde contatto, un po’ di ruolo. Lo riprende dopo, quando si risistema fisicamente, quando va a Roma a fare il segretario nazionale, prima segretario veneto, fa il segretario con Natta, dopo la morte di Berlinguer. E quindi con il ridimensionamento fisico di Pellicani, c’è un vuoto politico, Momi è già fuori, i vecchi non c’erano più. C’è stato Gastone Angelin ma era senatore, insomma viene Marrucci, e dopo Marrucci Zennaro, mi pare, poi Michele Vianello. Quindi ci fu una leva nuova, non all’altezza sicuramente delle persone che avevamo avuto prima, anche in termini di storia personale, umana. Uomini che si sono formati nelle battaglie politiche, nell’antifascismo. E quindi comincia a prevalere una logica con meno vincoli di solidarietà, più di competizione personale, Valter Vanni, Cesare De Piccoli, Michele Vianello, c’è stato un po’ un disastro, da un certo punto di vista perché alla fine non si è trovato il bandolo della matassa, e anche oggi più o meno, anche se col PD il discorso è un po’ diverso. E ha condizionato anche gli esiti, tante cose …

Saccà. Quindi il clima che si respirava nel ’75 …

R. Era un’altra roba! Ma tutto, non c’è stata continuità, c’è stata rottura per caduta fisica di Pellicani, lui probabilmente s’era posto il problema del cambio, la gestione del cambiamento però non riusciva a gestirlo. Poi ha avuto un’altra ricaduta, quindi dal punto di vista fisico non poteva più permettersi … Quindi sono venute queste figure, comprese Cesare De Piccoli, e Walter Vanni e Michele Vianello … (Fine lato A, cassetta n.2. Lato B) arrivare, vincere.

D. Carrierismo alla De Michelis?

R. Eh, sì. Per quale ragione tu fai sta cosa? Io non faccio politica a titolo personale, non ho soldi da investire, o faccio investimento, dico investo un milione di euro e voglio fare politica. E allora ho bisogno del ritorno, la politica non è questo! Non devo far carriera in politica. Io la casa me la sono comprata coi soldi miei! Io davo il 50% al partito! Degli emolumenti di amministratore! Adesso qua col 15% mi fanno la guerra! Io sono il tesoriere del PD.

D. Chiedete il 15% solo?

R. Sì, è il regolamento, quindi chiediamo agli eletti nelle istituzioni o i nominati iscritti di versare, come da statuto nazionale che dice “gli eletti devono concorrere al finanziamento e la quota fissata è il 15%, con regolamento finanziario che abbiamo approvato”. Però ti dico quella volta davamo il 50%, tutti tranquilli, quindi era tutto …, l’approccio con la politica era tutto diverso, adesso è diventata una cosa molto diversa. Per noi è un problema, per noi sinistra, anche l’area cattolica, o diamo una ragione alla politica o sennò non possiamo essere una brutta copia degli altri! Io non vado lì per fare carriera e né mi interessa il teatrino della politica, non ne possiamo più! E penso che la gente la pensi così, che poi se tu guardi bene la gente non parla più, parlano sempre questi! Ma non è possibile, non è possibile! In televisione vanno sempre gli stessi! Invece io voglio fatti veri, gente vera che mi racconta come vive, che problemi ha. Una volta parlavano gli operai, adesso non ci sono operai, 100 mila cassaintegrati, disoccupati. Una volta Berlinguer andava da solo ..ah! (Ride amaramente) all’entrata della Fiat! Adesso chi è che va all’entrata …, ma nessuno! (Ridiamo) Non so se vi ricordate? Berlinguer andava lì in fabbrica a salutare gli operai, chi è che va? Non va più nessuno. E’ importante mandare un segnale di solidarietà, essere presente, partecipare, testimoniare. Anche nel nord-est saranno casini fra un po’, non è che stia andando bene dal punto di vista economico. “In Italia andiamo bene”, dice Berlusconi, vabbè.

D. Sai Antonio, sono venuta qui in sede di sabato, era deserta! Ho pensato come poteva essere stata la stessa Federazione vent’anni fa.

R. Non c’erano stanze sufficienti per riunirci …, no, no non puoi fare questo confronto, sono cambiate molte cose  perché c’era un apparato di partito volontario, oggi il volontario non c’è più, mentre c’erano una volta perché era un elemento di aggregazione, di solidarietà, di comunità. Il partito non è più una comunità, tanti individui, ognuno ha la sua idea, pensa di essere di quell’area, però non c’è scambio, non c’è relazione. E questo in generale, quindi o le città … Cosa sono le città? Sono moltitudini di persone senza più vincoli, solidarietà, umanità, socialità, “ognuno per sé, Dio per tutti”. Chiaro che la politica riflette questa crisi delle città, che sono sempre più fragili, non più in grado di gestire la complessità sociale! Il disagio sociale, il disagio anche umano. Non so se avete un’idea di quello che è successo a Mestre! Dalla Romea fino a Vallecenter hanno fatto contenitori per il consumo! Mestre è la città del consumo, vai a Mestre e trovi tutto! Minchia ragazzi!  Che cazzo me ne frega! Dimmi tu il vecchio che abita a Favaro, in via Altinia dove cazzo va?! A Vallecenter a riscaldarsi! Questo sta succedendo, la fragilità delle città, la struttura sociale destrutturata, senza più vincoli, senza più niente, è chiaro che anche la politica si è impoverita perché tutta la struttura sociale è così! Non conosci quello che sta nel tuo condominio! Il problema delle città …, il tema del “Quadrante”, ma stiamo meglio o stiamo peggio con tutti gli ipermercati che abbiamo fatto? Adesso che “schei no ghe ne xe, non va più nisuni!” (Ride) Ma tu guarda dalla Romea fino a Vallecenter cosa è successo! Impressionante! Strade, sottostrade, passaggi, di qua di là e sempre macchine, macchine, macchine. Vai di là solo con la macchina! Abbiamo fatto la città del consumo, e poi? La gente vive meglio secondo voi?

D. No, ma io ho una certa età, a lui (indicando Giuseppe Saccà) penso dia meno fastidio. Lui è nato coi centri commerciali!

R. No ma i luoghi della socializzazione e dell’incontro sono lì, è questo il paradosso. Le strade, le piazze erano il luogo dell’incontro, dove la gente si trovava, qua a Venezia i campi oppure nei vecchi ex Comuni, Favaro …, c’era la piazza. Non c’è più niente. I luoghi pubblici dove stanno? Luoghi dove ti incontri sono lì.

D. E sono privati.

R. C’è questa struttura sociale che si è frantumata e tutte le dinamiche che c’erano una volta si stanno scomponendo, quindi la paura …, il romeno, è arrivato questo, è arrivato quest’altro. Il problema è ripensare, riprogettare le città, questo è il punto, secondo me.

D. Anche ripensare e riprogettare il partito.

R. Sono d’accordo, io non credo a queste forme, non perché non li utilizzi, di social network, ma io ho bisogno di identificarmi, di vedere l’altro, di andare a fare una passeggiata, anche dello scontro sul merito, ho bisogno di contatto, di rapporto.

D. Sai, credo sia un discorso generazionale.

Saccà. I social network funzionano quando hai un momento pubblico.

R. Ma io penso per me, almeno, che il rapporto con gli altri non è “una tantum”, io devo vivere con gli altri, punto. Ma non “una tantum”, sempre! Quando vado a far la spesa, quando vado al lavoro, quando vado in partito, se non c’è questo contatto … A me è capitato di andare all’ospedale, ma ragazzi! E’ una cosa impressionante, fenomeni anche di solitudine …, è impressionante. Gli ospedali sono macchine per la salute, devono correre, fare, sti vecchi di ottant’anni, protesizzati, traumatizzati! Riesci a fare il partito se riesci a cogliere queste dinamiche, essere tu soggetto innovatore che cambia la società sennò …, non accade il contrario, fai il partito e poi la società. Tu stai, per intenderci …, la realtà più dinamica è Marghera, da un punto di vista sociale che Dorsoduro, là c’è la morte civile. Là hai il casino, il disagio sociale, la mancata integrazione, il conflitto vero, quotidiano, del vissuto. Dorsoduro è morto, non c’è più niente. Le periferie sono il punto dove tu ricostruisci il partito, e invece no! E lì perdi, stai perdendo. Forse ci tieni più a Castello e a Dorsoduro.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto.

Cesare Campa – Trascrizione della Videointervista

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D. Potremmo cominciare da quando si è iscritto, chi o cosa l’aveva convinto a iscriversi alla Democrazia Cristiana …, forse erano anni in cui bisognava schierarsi o da una parte o dall’altra.

R. Io sono nato a Murano, venivo dall’isola di Murano, erano anni di grandi  trasformazioni, molte abitazioni delle nostre isole venivano lasciate per la terraferma e noi avevamo un’attività economica e mio papà decise di aprire una attività commerciale in terraferma. Quindi ci trasferimmo a Spinea e aprimmo un negozio in quella situazione. Non conoscevo nessuno, ero praticamente un trapiantato, da Murano andare a Spinea sembrava di essere già in capo al mondo, tra l’altro i trasporti erano quello che erano, da Murano a Piazzale Roma si impiegava, 40, 45 minuti, i tempi di Piazzale Roma- Verona e non sapendo come abituarmi al paese e fare conoscenze fui inserito da alcuni amici nell’ambiente sportivo del calcio. Per essere molto concreti e sintetici ci furono delle diatribe per cui si ritenne fosse il caso di entrare in politica e di dar una mano proprio perché la politica ostacolava queste attività sportive e io mi impegnai affinché la politica potesse favorirle. Da lì nasce la mia “discesa in campo”, in maniera molto semplice e puntuale, per la costruzione del campo sportivo di Chirignago.  Ci furono una serie di polemiche tra chi lo voleva e chi non lo voleva, la Democrazia Cristiana era divisa su due fronti e io dal punto di vista ideologico mi trovai a essere collocato con il gruppo dei dorotei, perché il gruppo della sinistra era contrario al campo sportivo, questa è stata la discriminante ideologica (Ride) della mia discesa in campo.

D. Nella sua famiglia si parlava di politica?

R. Noi siamo una famiglia di commercianti, tradizionalmente i commercianti sono orientati politicamente verso un’area moderata, verso il centro, però a casa nostra non si respirava un attivismo politico, anche se io sono cresciuto a Murano, in un ambiente molto vicino alla chiesa, all’Azione Cattolica, per cui c’era uno stretto collegamento, ma una cosa molto modesta. La mia presa di parte all’attività politica avviene nel momento in cui c’è da risolvere un problema concreto. Dovevamo risolvere un problema come sportivi a Chirignago, dovevamo costruire il campo sportivo, valorizzare lo sport dei giovani, abbiamo trovato delle difficoltà, allora c’erano i Consigli di Quartiere, e quindi io capii che bisognava in qualche maniera intervenire nell’ambiente politico. E quindi c’è stata la mia “discesa in campo” per usare il termine di Berlusconi, (Ride) che in fondo mi ha anche consentito di diventare Consigliere Comunale nel ’75, la mia prima esperienza, mi sposo nel ’75 e sono in campagna elettorale. Al mio pranzo di nozze, racconto un altro aneddoto importante, io faccio il pranzo di nozze all’hotel Principe, si era in campagna elettorale e c’era Berlinguer che venne a fare gli auguri agli sposi. Quando seppe che io ero aspirante candidato per la Democrazia Cristiana con molto spirito fece gli auguri, disse “Mi auguro che lei sia eletto però spero che vinca il mio partito!”, e infatti così fu. La città veniva da una esperienza di centro con Longo sindaco e invece noi quelle elezioni le perdemmo e subentrò sindaco Rigo con Pellicani vicesindaco.

D. Quindi, quello che era nato come una contingenza diventa una passione della sua vita?

R. Sì, quello che nasce sulla contingenza, risolvere un problema, diventa … non tanto una passione, inizialmente io frequentavo l’attività del Consiglio Comunale con grande interesse e impegno ma era un discorso molto modesto. Fare il Consigliere Comunale significava andare dopo il lavoro e frequentare le commissioni, dove c’era una divisione del lavoro molto puntuale e precisa. Il mio capogruppo Mariano Baldo era molto ligio alle regole, prima di farmi parlare in Consiglio Comunale mi fece aspettare un anno, un anno e mezzo. “Preparati, preparati e preparati!” Man mano questo fatto di non poter esercitare subito le funzioni di Consigliere creava una specie di aspettativa e di tensione, per cui uno voleva approfondire sempre di più per essere pronto e preparato e pian piano l’apprendistato è avvenuto all’interno dei banchi del Consiglio Comunale. Un giorno in maniera inaspettata Mariano mi disse “Stasera sul bilancio devi intervenire tu e fare la dichiarazione di voto per il gruppo della Democrazia Cristiana”. E di fronte a me c’era Pellicani, che era Assessore al Bilancio, il vero sindaco se vogliamo dire, era il vicesindaco ma aveva in mano tutte le redini del Comune.

D. E allora come andò questo intervento? Sarà stato un po’ emozionato.

R. Si può immaginare! Ero molto emozionato e tutti dissero che avevo fatto una bella figura, tant’è che per tutta la vita mi sono occupato di bilanci! Come Consigliere Comunale sempre in commissione bilancio, quando sono andato in altri campi mi sono occupato della commissione lavoro e della commissione formazione.

D. Per quanto riguarda la Democrazia Cristiana veneziana c’era un gruppo forte e compatto di Forze nuove.

R. C’era Forze nuove che era una parte molto determinante e io le ho spiegato come era avvenuta la mia collocazione politica e ideologica, però c’era un clima di grande collaborazione. Devo riconoscere che il mio grande maestro è stato Mariano Baldo, che da capogruppo ci occupava con un tour de force, la riunione settimanale dove si doveva spiegare cosa si voleva dire, ciascuno doveva rendere conto del lavoro della commissione, quindi era una attività politica partecipata e molto impegnativa e oggi quando vado in Consiglio Comunale e ripercorro quei tempi vedo una grande differenza.

D. Lei mi dice che il suo capogruppo chiedeva rigore e preparazione ai Consiglieri giovani.

R. Chiedeva rigore ai Consiglieri giovani ma non consentiva leggerezze neanche ai Consiglieri anziani, c’erano persone di calibro, c’era Longo con noi, Vian, Bellussi, però lui pretendeva ci fosse approfondimento nelle materie, che non si ragionasse a casaccio e che ciascuno portasse nel gruppo la propria idea, e poi era il gruppo che decideva la linea da assumere, per cui molto spesso chi faceva l’istruttoria di una pratica la vedeva in una maniera e il gruppo politicamente riteneva più opportuno cambiarla. C’era una vera collegialità, è stata una scuola per me, io avevo pensato che Mariano Baldo non mi facesse parlare in Consiglio perché mi discriminasse per la mia appartenenza politica all’altra corrente. Alla fine devo riconoscere che è stato un grande maestro di vita, che non ha fatto nessuna discriminazione, ma mi ha messo nelle condizione di approfondire, di prepararmi e non essere superficiale. Io devo a lui questo apprendistato, che ci vuole in politica. Anche noi vediamo adesso che qualcuno arriva e forse di un po’ di apprendistato sarebbe stato proprio opportuno (Ride).

D. In questo modo si ricomponevano anche delle differenze relativamente ai temi specifici tra le diverse anime della Democrazia Cristiana.

R. Anche perché il vero punto di riferimento non era tanto il discorso di contrapposizione, anche se erano anni di contrapposizione, tra noi e il partito comunista, c’era una divaricazione puntuale e precisa sulle linee politiche, però è anche vero che il nostro argomentare in Consiglio Comunale era incentrato più sul problema concreto e sulla soluzione. Noi venivamo da una situazione come la difesa delle acque alte di Venezia, la separazione, le polemiche con Montanelli, quindi c’era una tensione sui problemi della città. Molto spesso c’erano delle convergenze concrete su delle azioni, nonostante la contrapposizione politica tra noi e il partito comunista, forse nel momento delle realizzazioni si trovavano più sintonie tra noi  e chi rappresentava il partito comunista in quel momento, anche loro tendeva a superare il momento della diversità e della difficoltà dello schieramento per arrivare alla soluzione del problema concreto. Mi ricordo alcune iniziative assunte a favore di Murano, quando io parlavo di queste cose trovavo sintonie pur nel rispetto delle posizioni, se c’era da fare un intervento si faceva!

D. Venezia e la terraferma avevano dei grandi problemi.

R. Venezia aveva dei grandissimi problemi, per la verità io posso ricordare la mia prima esperienza di Consigliere Comunale, noi all’opposizione venivamo richiamati su alcuni errori che secondo la maggioranza noi avevamo fatto, quando si fa il gioco delle parti è chiaro che accade così. C’era da parte della sinistra, arrivata per la prima volta al governo della città una grande voglia di dimostrare che erano capaci di governare, che erano sostanzialmente diversi nell’ottenere i risultati. Devo dire che una certa diversità c’è stata, perché Pellicani da Assessore al Bilancio è uno che per la prima volta ha introdotto questo “raschiamento del barile”, come diceva, i conti consuntivi del Comune venivano liquidati sempre con molta fretta, perché non si riusciva a fare i conti consuntivi, dal punto di vista amministrativo non è che l’ente pubblico avesse brillato per puntualità. E lui invece scoprì che attraverso i conti consuntivi, l’assestamento di bilancio si potevano recuperare delle risorse dove non c’erano, quindi in un momento di necessità si faceva virtù, e a questa spazzolatura, a questo raschiamento del barile noi facevamo una critica. “Ma sto barile! Si parla ogni anno di raschiamento del barile!” Effettivamente lui mise in risalto, da amministratore vero, che il bilancio del Comune deve essere un bilancio che stabilisce delle poste ma anche deve essere capace di spendere. Se non le spende deve poterle recuperare con l’assestamento e rimetterle in circuito di nuovo. Erano gli anni della Legge Speciale, quindi di molte risorse dello Stato che venivano date senza una rendicontazione puntuale e con un continuo assestamento di queste poste. Di fronte a noi c’era la figura di un sindaco molto bravo nei rapporti ma c’era una figura di vicesindaco che forse era stato costretto a fare il vicesindaco perché  la legge elettorale, anche adesso dovrebbe vietare ai sindaci di fare i parlamentari, però così non è perché c’è qualcuno che ha il doppio incarico, ma allora impose a Pellicani di fare solo il vicesindaco! Di fatto però la macchina comunale era in mano a lui, aveva anche avuto la capacità di individuare delle azioni strategiche che potessero consentire a un amministratore non solamente di richiamare alcune attenzioni ma anche di essere protagonista. Un amministratore deve essere un protagonista, anche oggi diventa un po’ risibile il comportamento sempre contro lo Stato centrale, che non dà, che non fa. E’ anche vero tutto questo ma nel momento di difficoltà tutte le famiglie italiane devono aguzzare l’ingegno, mettere su la pentola con quello che passa il convento. Non si può pensare di avere tutto a portata di mano, e allora nei momenti di difficoltà l’avere individuato che si poteva all’interno del bilancio comunale, nelle pieghe, nelle cose stanziate e non spese, negli impegnati e non realizzati, trovare ulteriori risorse per accelerare, e quindi per mettere in mora chi non faceva il proprio dovere, solo così si poteva rendere un discorso di operatività concreta e quindi di responsabilità condivisa. Questa è stata un’azione molto positiva, tant’è che adesso anch’io risento di questa impostazione. Prima parlavo di Mariano Baldo, se lei legge i discorsi in Consiglio Comunale anche recentemente io continuo a dire “Perdiamo tempo- tra virgolette perdiamo- parliamo molto nel bilancio di previsione e nel bilancio consuntivo dove si va a verificare se c’è una corrispondenza tra la volontà politica e il risultato, tra le ipotesi e la concretezza, lo vogliamo liquidare in due minuti.” E questa volta io ho preteso di fare di una analisi più concreta per vedere gli impegni e l’efficacia dell’azione amministrativa. Ecco questo non me lo sono inventato io, è la conseguenza di quegli anni in cui io vedevo nella parte di là un amministratore che faceva veramente l’amministratore.

D. Quella era una giunta che aveva tante novità, ad esempio la richiesta che gli Assessori fossero a tempo pieno, questa era una richiesta contro la tradizione.

R. Si passava a un’epoca diversa e nuova, mentre prima era tutto un discorso di volontariato, anche lo stesso discorso delle commissioni che si facevano di sera, si è passati a un discorso di un impegno più pregnante da parte degli amministratori. C’è anche stato una specie di abuso, penso che nel nostro paese questo pendolo va tutto a destra o tutto a sinistra, bisognerebbe che qualche volta restasse più al centro. Adesso per esempio siamo Consiglieri Comunali e abbiamo le commissioni convocate nelle ore più disparate, quindi con difficoltà per un lavoratore che deve rendere conto. E’ meglio o peggio? Non lo so, si potrebbe trovare una via un po’ più mediana.

D. A suo giudizio quali erano i rapporti tra il partito socialista, un partito molto forte e importante a Venezia, e il partito comunista?

R. Il partito socialista era forte perché giocava la politica dei due forni, quando uno ha due forni ha più pane di uno che ne ha uno solo! (Ride) Io ho fatto l’Assessore ai Lavori Pubblici con il sindaco Laroni e quindi …, a proposito dei due forni, sono passati dalla parte di là e oggi siamo alleati, anzi su un unico fronte (Ride) e mi auguro su un unico forno!

D. A Venezia il partito socialista ha avuto notevole potere …

R. Ma certo! Vede in Consiglio Comunale era ben rappresentato, c’erano dei personaggi autorevolissimi, c’è stato un momento in cui abbiamo avuto tre ministri, Degan, uno dei miei capi storici, De Michelis, Visentini! C’era un dibattito in Consiglio Comunale che era molto, molto elevato. Poi i socialisti hanno avuto la capacità, essendo determinanti, di avere una presenza in città molto più pregnante, pesante rispetto al loro peso specifico, penso che nell’alleanza di centro sinistra loro hanno avuto di più, mentre i comunisti hanno dato di più! Anche la stessa figura del sindaco e del vicesindaco sta a dimostrare che in qualche misura il lavoro che fece il vicesindaco era di gran lunga superiore, anche per una specie di divisione dei ruoli, forse erano anche d’accordo. Hanno detto “Tu occupati della parte che ti è più congegnale!” Mario Rigo è stato un bravissimo sindaco, uno che ha saputo vendere l’immagine … Però poteva fare tutto questo perché “faceva Maria perché c’era Marta che era …” Forse questa strategia ha dato dei risultati.

D. Il partito socialista era spaccato al suo interno.

R. La forza di Rigo era proprio di essere dalla parte opposta di De Michelis, non ho mai sentito un ragionamento politico all’interno del dibattito che si faceva nei corridoi, era più un atteggiamento contro De Michelis che rafforzava la componente di Rigo. Rigo è un politico navigato, sa il fatto suo, bisogna farsi tanto di cappello, però la contrapposizione rendeva più forti i due gruppi. Alle volte le contrapposizioni fanno emergere le cose migliori, ciascuno cerca di dare il meglio, se tutti sono d’accordo non c’è neanche l’impegno. Lo stesso atteggiamento della sinistra che governa Venezia dopo anni di centrismo, arriva con una contrapposizione della linea politica e con la volontà di dimostrare che sono capaci. Quando poi arriviamo noi, penso alla mia esperienza nell’85, quando noi vinciamo le elezioni e sono chiamato a fare l’Assessore ai Lavori Pubblici, il mio impegno era un impegno totale, dalla mattina alla sera, con un orario forsennato, per dimostrare che si era capaci, che si era migliori degli altri. C’era una competizione reale nel dimostrare che ciascuno aveva dei valori, aveva una capacità di amministrazione, poteva raggiungere degli obiettivi, aveva delle finalità e cercava di metterle in luce col suo lavoro. Credo che questo fosse il risultato di una contrapposizione, “Noi siamo i migliori”, gli altri sostenevano “Noi siamo i migliori, abbiamo una nostra ricetta che è questa!” C’era questo gioco dialettico che ha fatto molto bene, posso dire, visto che siamo nella Fondazione Pellicani e vogliamo ricordare questo grande personaggio. Nell’85 quando sono nominato Assessore ai Lavori Pubblici via Piave era disastrata, non so se lei si ricorda, ci fu un periodo lunghissimo di lavori per le fognature, e i commercianti erano in subbuglio, io ero stato anche loro rappresentante, e mi impegnai a terminare velocemente quei lavori, tant’è che quell’opera pubblica, rispetto ai tempi che ci eravamo dati noi, potemmo portarla a termine e inaugurarla un mese prima. Io mi feci molto vanto di questo. Pellicani era ancora Consigliere Comunale ed era all’opposizione. Lo trovo in via Piave e mi sgridò in maniera energica, “Ma una città è tale se ha la trachite per terra, tu hai messo le betonelle, sarai stato anche bravo, avrai anche fatto presto in via Piave ma non hai realizzato la città!” E mi è rimasto impresso, negli ultimi anni ci scherzavo quando lo trovavo, la dimostrazione del suo attaccamento nei confronti della città, al di là del gioco delle parti, della contrapposizione, lui sapeva apprezzare chi faceva e voleva fosse fatto bene. E lui mi disse “Non condivido l’impostazione di qualche mio compagno di partito- perché dopo questa sgridata io gli avevo detto “Guarda che però stiamo sistemando in via Piave di fronte alla chiesa, ho cercato di mettere il marmo sulla piazzetta e i tuoi mi hanno fermato! Questi sono atteggiamenti sbagliati e lui mi disse “Tu hai sbagliato a mettere le betonelle perché non fai Mestre bella, hai fatto le fognature ma Mestre merita di più e gli altri sbagliano perché ti ostacolano su un discorso di abbellimento.” Quindi volevo dire che al di là della contrapposizione c’erano dei momenti in cui, pur di realizzare alcune cose per la città, questi personaggi, che oggi non ci sono più, erano capaci di trovare una linea di sintesi, di unità. E’ quello che ci vorrebbe anche adesso, questa contrapposizione che è così spinta e marcata non produce nulla di positivo, i problemi ci sono e rimangono. Tutti i giorni abbiamo la polemica sugli extracomunitari e su respingimenti, lei vede, è un problema che non può essere affrontato tutto di qua o tutto di là, come si diceva prima, deve essere affrontato in maniera diversa. E non è neanche un discorso ideologico.

D. Si ricorda la crisi politico amministrativa?

R. Eh, me la ricordo sì! C’era una contrapposizione tra questi due gruppi politici che si facevano la guerra. Mi ricordo quella volta che Rigo inventò il voto segreto, lui voleva far cadere Laroni …

D. Lei mi sta parlando di quando era sindaco Laroni. Io mi riferivo al ’78 quando la corrente di De Michelis vuole cambiare il sindaco.

R. Fu la grande abilità degli amici di Rigo, con la regata c’erano i cartelli “Giù le mani dalla Giunta di sinistra”. Pellicani difendeva il sindaco, difendeva l’impianto politico, era una battaglia interna ai socialisti ma inevitabilmente Pellicani doveva difendere la compattezza della Giunta, che rischiava di venir messa in discussione. Tutto era riconducibile a una battaglia interna del partito socialista, lì Rigo con molta abilità viene dipinto come il sindaco più bravo, più popolare, però è vero che era popolare ma lo era perché aveva dietro le spalle aveva qualcuno che “metteva su la pentola” ogni giorno. Poteva permettersi il lusso e poi c’era una specie di non simpatia nei confronti di De Michelis, Rigo ha sempre lucrato non tanto per luce propria, che comunque aveva, ma oltre a luce propria ha anche lucrato dell’ombra che c’era su De Michelis, usiamo questi termini qua per essere diplomatici.

D. Voi l’avete guardata da lontano questa polemica?

R. Noi eravamo spettatori, io me lo ricordo così.

D. E’ stata paralizzata l’attività amministrativa.

R. Si diceva “Speriamo che questa situazione crei una spaccatura all’interno della città”, anche se devo dire la verità Longo e Mariano Baldo, la sinistra democristiana, parteggiava per un discorso di continuità. “Sono loro che governano, noi non possiamo usare mezzucci per arrivare, anche perché ci troveremo in difficoltà. E una battaglia fra di loro che se la sbrighino loro”. Però non era vista come una cosa positiva per la città, era considerata negativa. La cosa si risolse, Rigo vinse la battaglia all’interno del partito socialista.

D. Prima mi diceva del voto segreto.

R. Nell’87, quando cambia la maggioranza, Rigo memore di questa cosa fa cadere la Giunta Laroni, inventandosi il discorso del voto segreto, e apparve il baldacchino, non nell’aula di Montecitorio dove è normale, ma a Ca’ Farsetti. Nessuno poteva sbirciare quando uno votava, Rigo voleva mandar via Laroni ma non voleva essere accusato, ma era chiarissimo.

D. Mi sembrava di aver capito da un suo passaggio  che cambiando il sindaco si sarebbe potuto arrivare a una nuova compagine amministrativa. Lei ha visto la difesa di Riga da parte dei comunisti perché c’era il timore che cambiando sindaco si potesse cambiare maggioranza?

R. Il PCI secondo me era arrivato a governare la città e aveva paura di iniziare un percorso che non si sapeva dove avrebbe portato. “E’ meglio che stabilizziamo la situazione”- tra l’altro Rigo gode di una sua popolarità, Venezia non ama tanto De Michelis- “per cui in qualche misura consolidiamo il sindaco e indeboliamo De Michelis”- che era un competitore più pericoloso rispetto i comunisti. Pellicani rappresentava il mondo dei lavoratori in  senso generale, ma anche De Michelis voleva rappresentare questo mondo, lo scontro era più tra loro. Questa situazione indeboliva il Ministro De Michelis e rafforzava la linea complessiva della Giunta e portava Rigo a essere più dipendente dalla situazione che era in mano a Gianni Pellicani. Era una operazione che si chiudeva positivamente per i comunisti.

D. C’era una differenza di stile nella gestione del potere tra i socialisti e i comunisti e come si potrebbe rappresentare?

R. Se vogliamo essere seri, la presenza dei comunisti, proprio per il fatto che era la prima volta che entravano nelle stanze dei bottoni da noi, c’era la volontà, non so se erano meglio o peggio, ma loro volevano dimostrare che c’era una diversità. Stavano molto attenti ai loro comportamenti, alle loro azioni, erano più attenti. (Fine lato A. lato B) L’atteggiamento dei comunisti non posso dire era migliore, loro volevano dimostrare che erano diversi, poi non mi faccia dire cose in più perché i socialisti sono per la maggioranza miei alleati, quindi devo dire che erano migliori i socialisti! (Ridiamo)

D. C’erano molte aspettative.

R. I comunisti, essendo arrivati finalmente al governo, sentivano forte questa necessità di dimostrare che loro erano totalmente in sintonia con la città, con il paese, volevano dimostrare di essere diversi! Quindi erano molto più attenti, puntuali, avevano molto più contatto con la gente, mentre gli altri erano più … “scafati”, non voglio dare un giudizio morale sul comportamento.

D. Mi era stato fatto osservare che i comunisti erano “prigionieri” del consenso dell’opinione pubblica, come diceva lei avevano questo forte legame e quindi per certi aspetti il gradimento diventava limite, vincolo, briglia nell’azione di governo.

R. Quello che dice lei è giusto, ripensandoci, alcuni comportamenti che potevano essere assunti in maniera risentivano di questo peso. La sezione del PCI di Chirignago si era impegnata …, io ho parlato prima di Bosello, in questo senso si voleva una trasparenza, si sono inventati delle cose che magari non c’erano. C’era questo condizionamento a essere diversi, facendo riferimento a una storia differente per cui, sbagliando, dicevano “La DC tutti ladri!” Poi quando si amministra bisogna prendere atto che si devono prendere delle decisioni che non sono o giuste o sbagliate, sono decisioni  che non possono accontentare tutti, si devono fare delle scelte politiche a volte si deve anche scontentare. Un buon amministratore è uno che viene eletto da parte dei cittadini, ma quando arriva deve rappresentare tutti i cittadini, non deve fare riferimento unicamente alla sua parte politica! Questa è la difficoltà che hanno gli amministratori, spesso a qualcuno te lo rinfaccia “Ah ecco, preso la sedia non fa più …” Alcune difficoltà che anche la Giunta di sinistra ha avuto era che le veniva rinfacciato “Sei dei nostri, devi fare quello che ti diciamo noi!” “No, sono un amministratore, devo fare quello che è giusto per la città”.

D. C’erano state parecchie novità, l’inserimento di Assessori molto giovani, che avevano inizialmente delle difficoltà nella gestione a causa della scarsa esperienza, il nuovo Assessorato ai problemi della condizione femminile, il primo in Italia, un grosso programma di servizi al cittadino. Lei come ha valutato durante il quinquennio queste iniziative? Anche su Mestre si era puntato molto.

R. Noi davanti a queste innovazioni eravamo molto critici, perché ogni cosa nuova crea …, erano però dei percorsi quasi obbligati, bisognava prendere atto di una realtà, la condizione femminile, la presenza delle donne. Era una battaglia che da noi veniva vista come una battaglia politica esasperata, lo era, ma era anche una battaglia di libertà. Sono state cose che vennero assimilate man mano, è chiaro che allora il nostro atteggiamento era “Attenzione!” Ma quando facevo riferimento all’atteggiamento di attenzione da parte del capogruppo c’era anche davanti a queste novità. Lui diceva “Stiamo attenti, noi siamo l’opposizione ma non dobbiamo liquidare tutte le cose che vengono proposte come sbagliate, andiamo un po’ in profondità. Proponiamo, critichiamo, ragioniamo ma attenzione, il mondo sta cambiando!” C’era da parte della classe dirigente della Democrazia Cristiana, non dico una forma di attenzione a quello che loro facevano ma una forma di attenzione alle cose che stavano cambiando. Si doveva essere più in sintonia, non si poteva tagliare il mondo in due, tutto il giusto da una parte e lo sbagliato dall’altra! Anche se noi avevamo un ruolo di opposizione e in quanto opposizione si tendeva a mettere in luce solo gli aspetti negativi, erano presenti sia aspetti negativi che positivi. Il fatto della presenza delle donne veniva vista come una rivendicazione, chi la portava avanti la portava avanti anche in maniera esagerata, in quel momento.

D. Avevate fatto una certa difficoltà ad accettare una serie di iniziative …

R. Non possiamo dire di aver applaudito a certe scelte anche se dalla parte più responsabile nostra si diceva “Valutiamo con attenzione”, anche se noi si riteneva che il ruolo principale dell’ente locale dovesse concentrarsi su cose più concrete a favore dei cittadini, rispetto ai servizi c’è stata una condivisione, una partecipazione dal punto di vista dell’allargamento dei servizi. Anzi, c’è stato una critica nel dire che bisognava fare di più. Altre iniziative venivano viste come un discorso ideologico.

D. A me fa piacere quello che sta dicendo, va benissimo un occhio critico. Rispetto ai servizi alla persona c’è stata una grande collaborazione da parte di tutte le forze politiche che erano in Consiglio. Poi ci sono state delle riforme nel periodo, la Sanità, la creazione delle ULS, l’assistenza che diventa sicurezza sociale.

R. Noi eravamo partecipi della gestione delle ULS, anni di trasformazione.

D. In commissione il famoso allegato A, votato all’unanimità. Si diceva allora che la vera opposizione la faceva Il Gazzettino!

R. Anche questo è vero, ma l’ha sempre fatto il Gazzettino, mi ricordo Longo era arrabbiatissimo, “L’angolo del degrado”, diceva “Ma è mai possibile!”

D. Non ho mai capito a chi rispondeva questo Gazzettino, c’erano polemiche dure quando c’era la Giunta di sinistra, e quando c’era Longo stessa cosa.

R. Longo vedeva nel Gazzettino la presenza di Ferrari Aggradi che era l’avversario politico.

D. Le genealogie all’interno della Democrazia Cristiana, lei faceva riferimento a Degan per i dorotei, e Ferrari Aggradi?

R. Era doroteo, noi avevamo il partito diviso in due anime, la sinistra democristiana, che poi al suo interno aveva il movimento di Zaccagnini, una parte di Donat Cattin, uno più e uno spinto a sinistra, il “Preambolo”, la parte politica che diceva “Noi siamo anticomunisti” oppure avere attenzione verso sinistra. “Preambolo”, noi siamo comunque in posizione diversa dai comunisti però nelle cose concrete siamo con loro, mentre l’area Zaccagnini era meno a favore del “Preambolo”, erano più per un discorso pragmatico. Dalla parte dei dorotei c’era la chiusura ai comunisti e al centro sinistra, chi però attua il centro sinistra sono i dorotei. Nella storia bisogna stare attenti, alle volte la politica di sinistra la fa la destra o il centro destra e la politica di destra la fa il centro sinistra. Sono inconvenienti della vita! (Ridacchia)

D. Bellussi ad esempio, che fa riferimento ai dorotei, ha lavorato molto con Salzano.

R. Ed era considerato forse più a sinistra di tutto il gruppo, anche se questa distinzione destra- sinistra non ha più ragione d’essere, dica la verità. L’amministrazione di un Comune deve essere vista come un soddisfacimento di bisogno della cittadinanza e c’è una parte debole che deve essere aiutata e quindi l’attenzione deve essere verso la parte debole, dare dei servizi, cercando di evitare dei soprusi e dei privilegi.

D. Leggendo i verbali stenografici del Consiglio c’era una divisione ideologica nei discorsi, nelle dichiarazioni di voto, si sa che nelle commissioni invece si lavorava fianco a fianco e nel merito. Ognuno aveva il suo ruolo, non c’era la confusione che invece, per certi aspetti c’è oggi.

R. Il fatto di essere collocati dava la percezione che chi era a sinistra dovesse avere assolutamente un certo comportamento e chi era a destra …

D. Ma anche allora le cose erano più complicate, se andiamo a guardare da vicino le situazioni erano molto sfaccettate, diversificate.

R. Io quando ho fatto l’Assessore ho sempre tenuto di fare l’Assessore di sinistra, perché ho cercato di risolvere i problemi. Se sinistra è positivo io sono di sinistra, se destra è positivo sono di destra, se è negativo non sono né di destra, né di sinistra, sono del centro!

D. Nel senso che prevale più il pragmatismo, la soluzione dei problemi.

R. Sì, certo. Deve prevalere la soluzione dei problemi, l’aspetto pragmatico. Nel nostro paese oggi i problemi  devono essere risolti, uno può avere delle intuizioni, noi dobbiamo vedere l’obiettivo finale. E’ di sinistra dare lo stipendio a tutti coloro che non hanno un lavoro? Può sembrare di sinistra, poi non so se possiamo fare questa operazione, ma se anche noi la facessimo, siamo convinti di fare una operazione di sinistra? Forse non mettiamo le persone nelle condizioni di attivarsi, di essere protagonisti, un conto è cercare di aiutare quelli che sono in un momento di difficoltà ma non possiamo in qualche misura portar via la responsabilità nei confronti delle persone che invece si devono sentire responsabili. Uno perde il lavoro, mettiamolo in condizione di poter riconvertire la propria professionalità, diamogli l’opportunità di avere delle occasioni per poter dimostrare. Dobbiamo essere tutti uguali al momento della partenza, delle pari opportunità, ma puoi dire che tutti dobbiamo arrivare nello stesso tempo? Con gli stessi risultati, con gli stessi meriti? E’ sbagliato! C’è chi può correre di più e chi può correre di meno, l’importante è che mettiamo tutti in condizione di poter correre e poi quelli che non riescono a correre, grazie a quelli che corrono di più devono essere portati nella corsa un poco più avanti. Se noi diciamo che alla fine di un percorso tutti partono da zero, tutti devono avere uno, perché io devo lavorare o devo impegnarmi di più? Io devo poter avere uno, due, tre, quattro! L’importante è che i miei quattro non vengano portato via a chi non ne ha neanche uno! La politica di sinistra oggi è cambiata, perché premia il merito, è la politica di sinistra che deve stare più attenta ad alcuni fabbisogno, ad alcune povertà, che non sono più riconducibili alle povertà di una volta. Abbiamo molte più povertà di quando io ero ragazzo, perché eravamo abituati a vivere con molto meno. Oggi è anche difficile non organizzare la propria vita secondo alcune situazioni che non sono riconducibili per loro natura a degli stati di necessità, ma come si può fare oggi a non avere determinate cose.

D. Per quanto riguarda la città, il Comune di Venezia è complicato perché tripartito, quadripartito, il centro storico, la terraferma, il polo industriale, l’estuario, le isole …, è una realtà molto articolata, spesso prima della Giunta Rigo- Pellicani, Pellicani, uomo di Mestre, c’era l’idea che la città si fermava al ponte della Libertà. Lei che invece proveniva dalla terraferma ha visto una evoluzione?

R. Io per la verità provenivo da Murano e poi mi sono trasferito in terraferma, per cui sentivo le necessità sia da parte delle isole, che si sentivano isolate dal contesto, e anche la subalternità di Mestre nei confronti di Venezia. C’erano queste due cose per cui la città rivendicava, tutti rivendicavano delle attenzioni, la politica avrebbe dovuto cogliere di più e meglio, secondo me abbiamo delle grandi colpe tutti. La città di Mestre con un po’ di fantasia avrebbe potuto essere meglio di Padova. Bisogna aver coraggio anche adesso, iniziamo a parlare delle torri, dopo lo scempio che c’è stato della città storica di Mestre è rimasto molto poco! La città si è urbanizzato, la mia vita si è trasferita da Murano in terraferma, i clienti della mia famiglia erano tutti in terraferma, però dopo il momento sbagliato di risposta immediata, Mestre poteva essere vista in modo diverso. Diamo degli incentivi, alziamo, allarghiamo, creiamo del verde. Non abbiamo paura dell’impresa privata, ma noi facciamo una cornice e ciascuno diventa protagonista. La sinistra in quegli anni era ingabbiata in un discorso ideologico e di appartenenza per cui doveva essere tutto il pubblico che faceva e non c’è stato questo slancio, questa possibilità, questa compartecipazione, questo discorso di sussidiarietà che invece oggi sta permeando di più tutti i partiti, però abbiamo perso delle occasioni storiche. Bisognerebbe mettere veramente mano ad alcune demolizioni, ma dare alcuni crediti edilizi, dei premi per coloro che si uniformano agli strumenti urbanistici. Noi abbiamo un piano urbanistico che è datato, un’altra questione, qualcuno ha sempre visto, secondo me, sbagliando che il piano regolatore dovesse essere intoccabile, ma se noi organizziamo il disegno del piano regolatore in tempi ragionevoli allora alcune varianti devono essere viste come un elemento migliorativo, come un adeguamento. Non siamo capaci di fare una pianificazione rispettosa dei tempi, ho pianificato di fare queste cose per rispondere a queste esigenze, nell’arco di due anni le ho realizzate. Se le realizzo dopo vent’anni, forse il mondo è cambiato. Se non riesco a fare queste cose attrezziamoci con delle varianti, che non devono essere viste come una soluzione di un problema contingente, ma perché adeguo uno strumento del piano regolatore a delle esigenze mutate che ci sono. Mestre dovrebbe diventare una città diversa, ci vogliono degli amministratori che siano capaci di dire “Questo è il nostro quadro, noi volgiamo raggiungere questi obiettivi, poi chiamiamo tutti a essere protagonisti, a fare la loro parte.” Io mi sono fatto una domanda, in questi giorni abbiamo inaugurato dei nuovi uffici, li abbiamo visti, molto belli, la Mara Rumiz mi ha detto “Sarai contento! Abbiamo creato degli uffici meravigliosi! Visto che la volta prossima …” Scherzosamente da parte sua, io mi auguro sia proprio così nell’interesse per la mia città (Ridiamo), anche questa potrebbe essere una battuta fuori luogo! Però non era possibile …, il Comune deve spendere dei soldi per fare l’archivio, per fare questo, l’altro, non poteva fare una pianificazione? Io mi faccio il palazzo, me lo faccio come lo voglio io! E’ il Comune che ha in mano una pianificazione, e invece abbiamo uffici sparpagliati qua e là. Un bravo amministratore dovrebbe dire  “Fermiamoci un attimo, adesso occupiamoci di questo”. Certo, ci vogliono le risorse, ma l’obiettivo è non vogliamo nulla in affitto, e faccio uno strumento urbanistico che mi consenta questo. Perché dobbiamo consentire che ci sia la speculazione dei privati? I privati devono concorrere ma non voglio fare il lavoro che devono fare i privati! In quegli anni, c’era questo vincolo, le case devono essere case popolari, le case alla cooperativa. C’era bisogno di case, ma ci sono una infinità dei soggetti che possono concorrere, anche il privato può concorrere, l’importante è che lo faccia e ci sia la corrispondenza ai bisogni e anche delle linee che il Comune può dettare. Molto spesso, teniamo conto che in quegli anni venivamo dal discorso delle partecipazioni statali, c’era la mentalità che lo Stato dovesse intervenire su tutto. Il mondo sta cambiando e una riflessione su Mestre andrebbe fatta! Forse non è il caso di farla adesso perché siamo prossimi …, la faremo tra un anno quando lei verrà a trovarmi con la nuova amministrazione (Ride).

D. Volevo sapere, poiché era stato riconosciuto alla prima Giunta Rigo- Pellicani un grosso lavoro nell’Urbanistica, alla creazione di parchi, il centro culturale per Mestre, mi interessava una sua riflessione sul lavoro che la sinistra aveva fatto per Mestre.

R. La sinistra …, le faccio un esempio concreto. Lei sa chi ha fatto la pedonalizzazione di Piazza Ferretto? Sono tutti convinti l’abbia fatto la sinistra, chi ha pedonalizzato Piazza Ferretto è stato Cesare Campa, che tra l’altro proviene dal mondo dei commercianti e si era trovato con tutti i commercianti contro! Un conto è fare dei proclami, un conto è realizzare le questioni, giusto?! Io che ero in una posizione in cui dovevo difendere gli interessi dei commercianti e loro ritenevano che la pedonalizzazione fosse negativa, l’ho fatto con grandi sacrifici. Avevamo promesso di fare dei parcheggi che poi non li abbiamo fatti. Una amministrazione che era arrivata per risolvere quei problemi e li voleva risolvere con un taglio culturale che faceva riferimento a delle ideologie, deve essere tutto il pubblico che fa, aveva perso delle occasione. Abbiamo fatto il parco della Bissuola, è molto importante, potevamo fare di più e meglio? Noi come città di Mestre abbiamo perso alcune occasioni ma questo non è da imputare alla sinistra, è da imputare alla classe dirigente complessivamente che non ha saputo fare. Poi ciascuno si avvicinava all’amministrazione con le proprie idee, oggi sono convinto, a distanza di anni, che moltissimi comportamenti che possiamo leggere nei verbali sarebbero criticati dagli stessi personaggi che avevano fatto quegli interventi. E’ facile criticare dopo!

D. Vuole dire che non si è osato tanto?

R. Voglio dire che c’era questo condizionamento che faceva riferimento all’appartenenza politica, all’ideologia. C’è da fare le case, si fanno le case popolari, le case le fa l’Ater, le case le fa il Comune, le fa il pubblico, mentre bastava dire, c’è da fare queste case? Vediamo come farle, chi le fa, l’importante sarebbe avere il risultato. Ma quell’atteggiamento è la conseguenza logica di quella situazione e di quel momento, non si può fare una critica. Mio papà mi diceva sempre quando ero ragazzino “Essere di sinistra va benissimo quando si ha sedici anni, ma quando se ne ha quaranta  …” Quando si è giovani si è rivoluzionari, quando si ha quarant’anni si deve essere meno radicali.

D. Ma le occasioni mancate più grandi quali sono state secondo lei?

R. Le occasioni mancate ce ne sono molto, la Legge Speciale per Venezia avrebbe dovuto essere utilizzata in maniera diversa, anche se dobbiamo dire per la verità che abbiamo acquisito moltissimi palazzi, proprio nell’epoca di Pellicani e meno male che li abbiamo acquisiti perché p oggi abbiamo potuto venderli e abbiamo risanato le finanze del Comune, con queste plusvalenze. E’ vero che la Legge Speciale doveva servire per rivitalizzare Venezia, è vero che oggi cerchiamo di salvare Venezia dalle acque alte ma è anche vero che la seconda gamba della Legge non l’abbiamo assolutamente. Oggi Venezia è una città che non ha una capacità imprenditoriale, ma è la stessa conformazione della città! In terraferma un imprenditore deve lottare e ha un minimo di concorrenza, a Venezia il mondo del commercio, pur con tutte le difficoltà, ha una rendita di posizione. Chi è fuori deve rincorrere la sua clientela, inventarsi cose nuove. A Venezia, ad esclusione delle cose collegate al turismo, noi non abbiamo creato le condizioni perché ci fossero opportunità non solo per il comparto del turismo. Venezia la parte pubblica, il terziario avanzato, sarebbe la città ideale, essere veramente la capitale del Veneto per il mondo della finanza, il mondo delle banche e invece in quegli anni, per motivi ideologici, non abbiamo dato il cambio di destinazione d’uso ad alcuni palazzi e abbiamo perse delle occasioni! Delle aziende che potevano rimanere a Venezia sono andate via lasciando i palazzi vuoti. Occasioni perse ce ne sono state molte, perché non abbiamo colto le potenzialità che Venezia potrebbe dare. Adesso sulla base delle esperienze del passato dobbiamo dire “Come possiamo rivitalizzare questa nostra città?” Questi dovrebbero essere i compiti anche della Fondazione Pellicani e dire, “Scusate abbiamo fatto l’archivio, la storia, abbiamo messo in luce alcuni personaggi, prendiamo lo spunto dall’entusiasmo di quegli anni- se io dovessi concludere la chiacchierata con lei perché devo anche scappare- l’approccio con la politica e l’amministrazione da parte di queste persone era per risolvere, per dare una risposta. C’era un grande entusiasmo, quindi una classe dirigente che ha questo entusiasmo e rimboccandosi le maniche superare alcune differenze che sono sempre di meno, e si individui delle strategie per la nostra città. Per Venezia, per Mestre che diventi competitiva. Non è che i nostri nemici siano i padovani, ma dobbiamo competere in un momento di globalizzazione, con alcune funzioni che dobbiamo riportare a casa nostra e non avere una specie di sopportazione da parte del Veneto, “Ah Venezia …, Venezia!” E ci sopportano tutti! Dobbiamo imporre la nostra capacità di essere noi amministratori e c’è bisogno di tutti, questo potrebbe essere l’esempio di quegli anni che erano sì anni di contrapposizione ma che sapevano, come fu per la Legge Speciale, creare un momento di grande coesione e tutte le forze politiche seppero mettere da parte i particolarismo per dire attraverso la Legge Speciale raggiungiamo questi obiettivi, che per altro, per vari motivi, non abbiamo raggiunto.

Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto

    La Fondazione Gianni Pellicani è una fondazione di cultura politica inaugurata nel 2007. Si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare la formazione del pensiero politico e l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica.
    Il suo piano di attività si articola in tre ambiti: l’accrescimento e la diffusione della cultura politica, l’analisi delle trasformazioni contemporanee della città di Venezia, lo studio della storia politico-amministrativa del Comune di Venezia a partire dal secondo dopoguerra.