D. Tu avevi fatto attività di partito, giusto?
R. Sì, mi sono iscritto nel 1970, ero appena arrivato a Venezia vincitore di concorso al Ministero delle Finanze nel ’68, mi sono iscritto e abbiamo fatto la prima festa dell’Unità a Castello, dopo la guerra.
D. Da dove vieni?
R. Vengo da Roma ma sono originario calabrese, perché la mia famiglia è di Roma, ho vinto il concorso e sono arrivato qui a Venezia.
D. Ma sei venuto …
R. Ho vinto un concorso, per lavoro.
D. Era l’unica sede o l’avevi scelto per qualche motivo preciso?
R. No, quella volta per i vincitori di concorso in base alla graduatoria si offrivano delle opzioni, le destinazioni erano tutte in nord d’Italia e quindi mi hanno detto “Queste sono le sedi possibili”, oltre il Po. Le sedi del sud erano tutte piene, quelle del nord erano tutte vuote e io ho scelto Venezia e sono venuto a Venezia.
D. Eri già iscritto al PCI a Roma?
R. No, no, nel ’68 avevo 22 anni, seguivo la politica ma non ero iscritto. La mia origine era cattolica, come famiglia, poi mi ero iscritto qua. Ho seguito il movimento studentesco perché ero già iscritto all’Università, poi ho ripreso qui a Venezia. Ho cominciato il mio impegno in politica quarant’anni fa, praticamente.
D. Ti eri iscritto nella sezione di Castello?
R. Sì, quella di Riva Sette Martiri.
D. Ma come ti hanno “catturato”?
R. Ma io frequentavo tutto l’associazionismo, i circoli, i cineforum di Castello perché abitavo lì all’inizio. Appena arrivato non avevo nessun luogo di riferimento, c’era il Patronato dei Salesiani che offrivano delle stanze per gli studenti. Tramite degli conoscenti che erano qua sono riuscito ad avere, appena arrivato, non avevo altra modalità per sistemarmi e sono andato lì e lì ho cominciato a frequentare l’ambiente, era anche un ambiente vivace culturalmente, i cineforum, facevo tutto … Si erano costruiti vari rapporti, esperienze insieme e da lì è maturata questa convinzione, questa scelta di iscrivermi al PCI, con tanti amici che ho trovato allora e anche adesso. Tutti hanno fatto un percorso politico. E’ cominciato lì l’esperienza, poi la sezione era molto forte, con tanti iscritti, poi era Castello, c’era l’Arsenale, il legame col territorio era molto forte, anche una presenza di operai che lavoravano all’Arsenale, almeno in quegli anni.
D. Erano anni un po’ particolari, era un po’ difficile non lasciarsi coinvolgere …
R. Sì, sicuramente, poi il PCI quella volta offriva molto sul piano culturale, impegni, motivazione. Convincente per le nuove generazioni di quel periodo!
D. Che impressione ti aveva fatto Venezia, tu che venivi da fuori?
R. Affascinato, perché figurati …, ma anche dal punto di vista umano, sociale, mi sono inserito abbastanza facilmente. Diciamo che ho anche una formazione che mi consente di adattarmi, di inserirmi senza particolari problemi, per cui non ho faticato in termini personali. Non avevo il problema di tornare a casa, anzi, poi giovane, 22 anni, avevo vinto un concorso, lavoravo, meglio di così! Mica adesso, quarant’anni fa! Era una grande cosa, anche perché l’egemonia della DC era forte e quindi a me ha interessato, ho partecipato, mi sono iscritto, sono entrato in segreteria della sezione. Abbiamo comprato poi la nuova sede, abbiamo fatto la festa dell’Unità, c’era il gruppo giovanile, oltre ai vecchi compagni, giocò anche il rinnovamento. Tutti i compagni, i leader, i dirigenti del PCI, Pellicani, Gattinoni, Federici, Vianello, anche Gastone Angelin, tutti i vecchi compagni del PCI, del movimento operaio.
D. Ma nella geografia del partito, perché a Venezia c’era una sinistra” ingraiana” che aveva come leader Momi Federici e Cesco Chinello …
R. Sì, Cesco era stato segretario del PCI, aveva una storia più impegnativa, più forte.
D. E dall’altra parte c’era Gianni Pellicani con una linea “amendoliana”, riformista e in quel periodo dove ti collocavi?
R. Dal punto di vista ideale l’area “ingraiana” in quel periodo tirava moltissimo, perché era movimentista, aperta, poi il movimento studentesco sicuramente sì …, poi il passaggio successivo dal punto di vista amministrativo e gestionale sicuramente Pellicani perché era più solido anche dal punto di vista professionale, amministrativo, cioè una tenuta complessiva più forte, più stabile anche. E quindi la maturazione, l’esperienza di governo, amministrativa ti porta a essere più concreto, meno idealista, non perché gli ideali non siano importanti ma perché devi tradurle, devi portarle avanti e nel ’75 fu l’anno in cui il PCI concluse a un ciclo storico, politico. Arrivò al governo della città, con una egemonia importantissima. Ed è un ciclo importante perché si realizza il Welfare, tutte le cose che avevamo in testa, pensate in quegli anni, con lo sviluppo economico, l’emancipazione delle classi. In quella fase nella gestione Pellicani forse fu un punto di riferimento per tutti, anche per la sinistra, che si voglia o no.
D. Mi sembra che lui nella prima Giunta avesse raggiunto un punto di equilibrio tra le diverse anime del partito.
R. Sì, ma anche l’emergente Cacciari e tutta l’area attratta da Cesco si realizzarono condizioni di buoni rapporti sicuramente, anche se poi Pellicani era uno che teneva tutto, non è che …, però fu intelligente. Nel modo come pose Venezia nella Legge Speciale, si deve anche a lui, anzi soprattutto a lui!
D. Prima di diventare Assessore seguivi l’attività del Consiglio Comunale?
R. No, ma nessuno di noi seguiva l’attività del Consiglio Comunale, eravamo giovani, io avevo 29 anni, Cacciari 26, Cecconi ne aveva ancora di meno, “putei”!
D. Anche la Palma era molto giovane.
R. La Palma era ancora più giovane di me, adesso Palma avrà 60 anni …
D. Nel ’75 ne aveva 26 …
R. Tre anni meno di me, io ne avevo 29, eravamo ragazzi. Perché poi questa vittoria …, io sono andato in lista per scelta del gruppo dirigente, ero in sezione e avevo seguito il settore Pubblico Impiego, avevo costituito la “cellula”, ero punto di riferimento di quest’area. Ho costituito la sezione territoriale di “area di lavoro del Pubblico Impiego”. E poi quando si formarono le liste, dopo gli accordi sulla salvaguardia, i piani particolareggiati, la crisi della DC, Longo eccetera eccetera. Pellicani fu proprio lui a dirmi insieme a …, chi c’era? Mi pare fosse Marrucci, mi proposero di andare in lista come espressione della realtà del pubblico impiego e io dico “Vabbè”. Ma fu quello il primo approccio con le istituzioni (Ridacchia), avevo una competenza sicuramente contrattualistica perché ero stato in sindacato, avevo in mano tutte le dinamiche contrattuali e quindi mi propose di entrare in Consiglio come propose a Cacciari, a Anna Palma, una leva di giovani insieme al vecchio gruppo dirigente.
D. Ma tu pensavi di poter essere eletto?
R. No, nessuno ci pensava e tanto meno di fare l’Assessore (Ridiamo). Mi ricordo ancora la scena: vinciamo le elezioni e la Giunta, mi chiama Gianni “Guarda ti facciamo Assessore”. “Come?!” “Eh sì, Assessore al Personale”, ovviamente i compagni avevano spinto, tutti quelli che …, e non c’erano riserve, anche se ero conosciuto in partito ma non molto in città! Ero appena arrivato da Roma, “Chi è? Chi è questo?” In partito sì, avevo frequentato molto. Sono stato eletto l’8 agosto, il 9 agosto mi presento in Assessorato al Personale, con i vecchi capi della DC. Ed ero ragazzino, 30 anni! E tutti noi giovani eravamo messi così, però poi andò tutto bene, non ho avuto problemi di rapporti. Ti ho fatto una copia di un’intervista che abbiamo raccolto a suo tempo.
D. E’ “Intervista alla Giunta”, ce l’ho in fotocopia, grazie comunque.
R. Non so se riesco, ho anche un libro, una ricerca che abbiamo fatto sulla struttura del personale in Comune …, ti porterò anche quello. E mi affidò questo incarico.
D. Non era un posto proprio molto facile da gestire …
R. No, però mi aiutava la buona conoscenza delle norme contrattuali, un buon rapporto con l’organizzazione sindacale perché c’ero stato dentro.
D. Avevi rapporti con Italo Trevisan?
R. Sì, con tutti quanti, lo conoscevo già prima, conoscevo il responsabile della CISL, della CGIL, il sindacato, come figura ero conosciuto in sindacato. Quindi l’esperienza era come si gestisce ma il metodo lo conoscevo, la difficoltà era l’impatto, però nel primo periodo.
D. Però il Comune, le amministrazioni pubbliche …
R. Un disastro!
D. C’erano le clientele, trovavi delle persone già schierate …
R. Noi avevamo duemila persone fuori ruolo da sistemare, se guardi quella relazione c’è scritto, gli avventizi assunti tutti a chiamata diretta, milleottocento, abbiamo dovuto sistemare milleottocento persone con riconoscimento del periodo avventizio al 100% a fini pensionistici. E questa è stata l’operazione che abbiamo fatto per dare stabilità al personale.
D. Quindi li avete fatti diventare di ruolo, tutti? Non avete fatto una selezione?
R. Quelli che erano dentro come facevi a discriminarli? Erano dentro da tanti anni. C’è scritto qua (legge) “Il numero dei dipendenti è …, devono essere sistemati in ruolo, milleottocento”. Ma a parte questo c’era una situazione finanziaria difficilissima, non riuscivamo neanche a pagare gli stipendi! Eravamo in sofferenza anche sulla liquidità! Per cui incontro con le banche, con il tesoriere, tant’è che a livello governativo si sentì l’esigenza della prima riforma della finanza locale, i “Decreti Stammati”. Però quando siamo arrivati non riuscivamo neanche a pagare gli stipendi! Una situazione veramente difficile, dopo un poco alla volta abbiamo stabilizzato, e oltre questa situazione l’assunzione veniva a chiamata diretta senza selezione, abbiamo cominciato a introdurre i primi concorsi, le prime selezioni.
D. E i dirigenti, come diventavano dirigenti?
R Non c’erano concorsi …
D. Ma come diventava uno capufficio?
R. Con atto della Giunta, erano laureati, inquadrati come …, anche questi venivano assunti così, anche i dirigenti venivano assunti a chiamata e questi dirigenti con delibera della Giunta venivano nominati, capo ripartizione del personale, qualche concorso interno.
D. La discrezionalità era massima, erano perciò persone che …, come ti hanno visto? Tu eri del PCI …
R. Diciamo che io avevo come referente Marcello Baretton, era il Direttore del Personale oltre che Direttore del Casinò, aveva il doppio incarico. Era una figura di peso, una delle figure più importanti anche dal punto di vista del ruolo, dell’esperienza. Dal punto di vista professionale nulla da dire, era competente, sia di qua che di là, perché io ho seguito tutta la contrattualistica del Casinò. Il rinnovo dei contratti li gestivo io, non c’era Gianquinto che faceva un contratto. Gianni mi aveva detto “Guarda c’è da rinnovare il contratto al Casinò, ti arrangi tu!” E vabbè, facciamo pure il contratto al Casinò. Feci fare sciopero ai dipendenti del Casinò perché …(Ride), perché chiedevano troppo quella volta! Dico a Gianni “Se accettiamo queste richieste gli operai ci sparano alle gambe!”, e il mondo va avanti così! Quindi tutta la partita contrattualistica la gestivo io, anche col Casinò. C’era una situazione economico finanziaria generale del Comune, noi dovevamo fare gli stipendi, poi con i “Decreti Stammati”, la riorganizzazione dei servizi si è risistemato molto.
D. Avevate fatto il libretto “rosso”?
R. Quello lo ha fatto Gianni, sullo stato della Finanza del Comune.
D. E’ stato usato politicamente quel libretto?
R. Sì, facemmo riunioni, incontri, robe, diciamo che il rapporto tra la Giunta e il cittadino c’era sicuramente, il partito lavorava! Rispetto a oggi c’era una situazione più fluida, più interessante! Oggi non c’è, non c’è niente, sono corpi separati, forse è esagerato, non c’è più rapporto perché manca un partito che sia in grado di interpretare, di fare mediazioni, di proporre.
D. Ma c’erano anche delle sezioni, c’era una struttura che funzionava e che non c’è più.
R. Che non c’è più, tante cose sono cambiate, però quella volta c’era questa osmosi, questa dialettica anche e c’erano tanti incontri, si ponevano problemi in partito, baruffe … Una dialettica interessante, positiva che diventava crescita, questo tener conto, a render conto oltre a tener conto. In un settore come il mio, dicevano “Adesso assumono tutti comunisti!”, della serie … No, questo non è successo e non poteva accadere! Altrimenti saremo stati …
D. C’era la paura …
R. Degli altri? Beh, c’era anche la richiesta da parte di qualcuno di noi (Ride). Vecchi compagni! Abbiamo introdotto il meccanismo selettivo, dei concorsi, delle cose, abbiamo introdotto meccanismi più trasparenti.
D. Gradualmente?
R. No, subito! Se non introducevamo subito questo meccanismo! Le prime assunzioni … le bidelle, abbiamo fatto una selezione per stato di necessità, famiglia, graduatorie in cui andavi a vedere lo stato, vedove, donne madri … Abbiamo fatto le graduatorie, il concorso …, prova scritta!
D. Ma in altre parti d’Italia avranno applicato questi meccanismi. Era una novità per Venezia?
R. Per Venezia sicuramente sì.
D. Ma in altre città avranno applicato…
R. Le altre città nostre, Bologna, Firenze i meccanismi erano selettivi. C’erano questi meccanismi, noi li abbiamo introdotti come un fatto d’altri, non è che abbiamo inventato qualche cosa! A Venezia non c’era nulla, in Comune le assunzioni avevano un sistema clientelare molto solido, consolidato. Vabbè, c’era qualche situazione sociale riferita sarà pure rientrata, era tutto un po’. La DC le chiamava le assunzioni “sociali”, nel senso che sistemavano … Noi abbiamo introdotto il meccanismo delle selezioni, e da quel momento siamo andati avanti così, non potevamo più derogare e io non è che assistessi a tutti i concorsi …, manco uno! L’Assessore al Personale indiceva il concorso ma ci andavano altri Assessori, altri responsabili, c’era un largo coinvolgimento.
D. C’erano malumori?
R. No, no, avevamo l’appoggio completo del sindacato su questa linea, già questo faceva opinione, quando tutti i sindacati dicevano “Facciamo i concorsi …” No, non c’è stata opposizione su questa linea, qualcuno sperava di avere il posto ma oh! Questa linea fu accolta bene. Questo dal punto di vista amministrativo siamo arrivati ognuno con la sua esperienza ma non con una competenza specifica. Certo ero funzionario dello Stato, avevo una mia formazione amministrativa ma la gestione di un ente pubblico in particolare…, no. Non eravamo neanche stati Consiglieri, gli unici Consiglieri erano stati Pellicani, Federici, la Lia …, i vecchi compagni che avevano fatto dal dopoguerra fino a quel periodo. Vecchi compagni come Rino Borgato, altre l’ex Console, tutti i personaggi della città di quel periodo, della nostra generazione siamo stati i primi, ’75 e anche i primi giovani. Gli altri erano tutti anziani, venivano da un’esperienza politica dell’antifascismo, la guerra, quella è stata la generazione che è entrata nelle istituzioni.
D. Coinvolgere i giovani nell’esperienza amministrativa è stata una scelta di Gianni Pellicani, non so se rispondeva a una logica del PCI nazionale.
R. Credo che noi su Venezia …, tra me, la Palma, Cacciari, Cecconi …
D. Cianciolo mi dicevano che era giovane …
R. Cianciolo aveva dieci anni più di me, quindi quarant’anni, eravamo mattina e sera sempre insieme, con Pippo, Paolo perché …, ormai si lavorava dodici ore al giorno. Uscivamo alla mattina alle otto, alle nove, nel dopopranzo, Giunta, riunioni, casini, assemblee di partito, assemblee pubbliche, una vita molto interessante ma anche logorante in un certo senso. Infatti ho mollato, a un certo punto ho detto basta! Non è più vita …, non è più vita. Io ho fatto dieci anni di attività amministrativa, quindi sono partito nel ’75 e ho finito nell’85.
D. Hai fatto come Assessore in Comune dal 1975 al 1980, e dall’80 hai fatto la Provincia.
R. Assessore anche là, Sanità! Gestito la prima riforma sanitaria, ho portato tutto il personale degli ospedali alla ULS, e poi, siccome ero diventato bravo, “Vai anche all’ULS! Così ti fai il primo contratto della Sanità”, e infatti ho fatto il primo contratto della Sanità e poi sono scappato! Basta! Basta!
D. Non ne potevi più!
R. No, perché dopo diventa mestiere, io non ho fatto la scelta del mestiere della politica! Però mi sono reso conto che era necessario, rimettere insieme statali, parastato, enti privati, comunali, provinciali …, riunificare in un unico contratto tutte queste posizioni giuridiche, economiche …, sei mesi di trattative ci ho messo! Eh! Una volta finito ho detto “Fine!” perché dopo delle trattative da dieci, dodici ore al giorno, insomma, per chiudere la partita. Perché c’erano tutti i contratti dei medici mutualistici, dei medici specialistici …
D. La Lia aveva approntato la prima parte delle ULS, per un anno …, credo.
R. Lei ha costituito l’assemblea, è stato il primo presidente dell’ULS.
D. Lei era presidente e contemporaneamente Assessore. A un certo punto ha detto basta sennò vado via di testa.
R. Infatti …, io ero Assessore in Provincia e ho avuto l’incarico nel comitato di gestione della ULS e sono stato nominato dall’assemblea e poi mi hanno messo in Comitato di gestione. Quindi ero Assessore alla Sanità in Provincia e membro del Comitato di gestione all’ULS. Sono durato …, ’83, ’84, quasi due anni.
D. Col doppio incarico?
R. No, dopo un anno ho mollato la Provincia, non ce la facevo più, anche perché c’era stato il problema dell’ingresso dei repubblicani in Giunta provinciale, conseguente ai rapporti politici che si erano instaurati coi repubblicani, in quel tempo entrò Casson, che adesso è nel PD. Non Felice, Cino Casson, repubblicano e allora si pose il problema di andar via. Ho detto “Vado io!” almeno, non riesco a tenere due incarichi di tale portata, mi fan diventar matto. Mollai lì e tenni il Comitato di gestione con la partita, restai Consigliere Provinciale però tenni il Comitato di gestione “Personale” e ho fatto il contratto e poi basta.
D. Non lavoravi?
R. No, no, quando ero Assessore ero in aspettativa, quando sono diventato solo Consigliere provinciale e Comitato di gestione sono tornato anche al lavoro. Eh, era una salvezza, perché sennò si riprendevano gli impegni politici, giorno e notte. Quindi in quegli anni tutti gli aspetti del pubblico impiego, dei contratti, norme, applicazioni, regolamenti, li ho fatti io, dal ’75 all’83, ’84, compreso il Casinò e la Sanità! Basta, sono morto! Difatti sono andato via perché non potevi reggere un impegno di questo tipo, anche dal punto di vista personale, ero giovane. Mi sono detto “Mi brucio anche dal punto di vista personale”, ti logora troppo, e ho fatto bene. Questo in breve …
D. Quando eri Assessore avevi riunioni, oltre alle Giunte, Consiglio Comunale ecc., avevate anche rapporti con le sezioni?
R. Eh! Congressi, sezioni, incontri …, ti chiamavano. Vai al Congresso di qua …, discussione. Le scuole non funzionavano, perché non funzionavano! C’erano anche, dal punto di vista istituzionale, delegazioni, incontri, robe, c’era un’attività molto di rappresentanza, c’erano i Congressi degli altri partiti, in quei momenti là non hai più un tempo tuo, insomma! Poi tieni presente che quello fu un periodo difficile, Brigate Rosse, a Venezia era … un punto molto delicato.
D. Beh, sì, nei verbali stenografici del Consiglio Comunale nella prima seduta del ’75 si è commemorato l’Italicus, la seduta del 4 agosto del 1980 le vittime della strage alla Stazione di Bologna …
R. Eh del 2 agosto, io sono stato eletto …, sono stato Assessore fino al 4 in Comune e dal 5 in Provincia. Scadevo …, si contestualizzarono le due sedute, del Consiglio Comunale e del Provinciale.
D. E poi c’era stata l’uccisione del metronotte al Gazzettino, poi negli anni ’80 ci sono le uccisioni di Gori, Taliercio e Albanese. Che ricordo hai di questo periodo?
R. Un periodo difficile, delicato anche dal punto di vista personale, si doveva stare attenti.
D. Ti sentivi sotto minaccia?
R. Beh, insomma c’erano possibilità reali che questo accadesse, però la struttura della città, dei rapporti (Fine lato A, cassetta n.1. Lato B) Una manifestazione in piazza San Marco.
D. Ah, sì nel periodo del rapimento Moro? E’ stata fatta una manifestazione …
R. Uh, grandissima, forse era il 25 Aprile, adesso non mi ricordo …
D. E’ stato rapito a marzo …, fu prigioniero per quaranta giorni, mi pare.
R. Adesso non so se sbaglio ma il 25 Aprile di quell’anno arrivò Lama in piazza e io curavo il servizio d’ordine del PCI, del sindacato, però tutto il PCI. Non era mica …
D. Dovevate garantire la sicurezza a Lama e a tutti quelli che venivano …
R. Uh! A tutti!
D. Come funzionava? Chi veniva indicato come servizio d’ordine?
R. Nel partito c’erano dei responsabili, anche nel sindacato che curava questa partita qua.
D. Ad esempio Gastone mi diceva che quando veniva Berlinguer a Venezia lui aveva i suoi uomini, però il partito preferiva che fosse Venezia a fornire i compagni che facevano da guardie del corpo, la sicurezza.
R. Perché la Federazione era a Venezia, il centro del partito non era a Mestre. Poi siamo andati a Parco Ponci, la Federazione era a San Leonardo, campiello Renier, il porticato dove c’era il sindacato, la CGIL, e sotto c’era il partito. Quindi il punto di direzione politica era lì, ancora prima la Federazione era stata in Campo San Maurizio.
D. Mi sembrava di aver capito dal discorso di Gastone che loro preferivano servirsi di persone che conoscevano perfettamente, per garantire la sicurezza dell’ospite, così importante come Enrico Berlinguer.
R. Ma io non avevo una responsabilità come personale, come sicurezza, ho partecipato insieme ad altri sul tema della sicurezza in quell’occasione, ti ho detto, Brigate Rosse quella cosa lì. Ma io non avevo né la competenza né i rapporti, quella volta lì fu curata moltissimo, Lama era stato fischiato all’Università, c’era una situazione molto tesa. Anche dal punto di vista personale dovevamo stare … sempre attenti, il partito ci faceva le riunioni su come era la situazione, capire …
D. Ah, c’erano delle informazioni relativamente alla …
R. Io ero al Personale, quindi c’era qualche situazione anche là.
D. Fiancheggiatori?
R. Sì, ma l’abbiamo saputo dopo! Ovviamente quasi tutti della CGIL.
D. C’era questo problema anche a Porto Marghera?
R. Uh! Marghera sì, sicuramente di più a Porto Marghera che qua.
D. Ma lo sapevate?
R. I compagni che lavoravano …, tipo Cianciolo, erano sicuramente in grado di conoscere, sapere alcuni meccanismi …, io personalmente no. Non ho mai approfondito, chiesto, però insomma, dopo Guido Rossa infiltrazioni in altre città sicuramente. Le orecchie …
D. Il PCI aveva dato una risposta chiara.
R. Eh non c’è dubbio, non c’è dubbio. E’ stata una pietra, sennò non reggeva lo Stato!
D. La linea della fermezza nel sequestro Moro.
R. Trattativa sì, trattativa no.
D. Per la trattativa il PSI mentre PCI e DC erano piuttosto …, la DC aveva forse altri motivi (Ridiamo).
R. Comunque è stato un periodo intenso, vissuto anche bene, con molte motivazioni devo dire, anche dal punto di vista personale ma non solo io. Un clima diverso, una società che stava cambiando, però è stata la conclusione di un ciclo politico, le Giunte di sinistra. Questo è il senso, è la lettura che faccio dopo. Infatti le difficoltà cominciano dopo le Giunte di sinistra.
D. Ti riferisci alla prima tornata?
R. Sì, a quel periodo storico, ‘75-’80, era la conclusione di un ciclo politico, storico, di un ruolo del PCI. Conclusa quell’esperienza, e quel ciclo di sviluppo, e lo stiamo vedendo oggi, è cambiato tutto, c’è un problema di recupero di egemonia, se siamo in grado, non lo so. Ma quello fu la chiusura di un ciclo politico e storico!
D. Ma ti convinceva la linea di Berlinguer, le larghe intese, il “compromesso storico”?
R. A me personalmente mi aveva convinto, e col senno di poi, Berlinguer era l’unico che poteva dirlo e farlo, penso che sia stato l’ultimo leader della sinistra. Era l’unico che aveva competenza, storia vissuta, che gli consentiva l’onestà di poter fare quella affermazione, di proporre quel terreno. Lui veniva dalla crisi del partito comunista, è stato un personaggio …, al 34%, non ci è arrivato neanche il PD al 34%. Con Berlinguer che è arrivato al 34%, ci sarà una ragione per questo. Penso che lui abbia interpretato bene quella fase, quel tentativo di completamento della democrazia, che abbiamo avuto dopo venti, trent’anni. Col PD non so, mettiamola così, del completamento del processo democratico, se questo non veniva … La storia del PCI è nota, aveva partecipato alla lotta antifascista, alla democrazia, però c’era un residuo storico, culturale dell’antagonismo al sistema.
D. Anche nella Giunta c’erano molte speranze, si era inaugurato il “nuovo modo di governare”.
R. Che poi non era una alternativa al sistema di governo degli enti locali della DC, era come assumevi gli obiettivi, le trasformazioni per la città e di emancipazione. Le case, le case per gli operai, avevamo fatto gli asili, abbiamo completato il processo politico, storico e culturale! Sviluppo e tutela, quello è successo, sì. Gli asili ce n’erano due e ne abbiamo fatto diciotto! E noi quella volta il personale, le risorse per assumere le maestre, gli insegnanti, aprire gli asili nido, fare le scuole.
D. Sono stati realizzati moltissimi servizi alla persona.
R. E ciò! Non c’era niente, due asili nido, uno a Venezia e uno a Mestre, dell’OMNI! Il Comune non aveva l’asilo nido, non aveva asili nido! Abbiamo fatto tutto noi, in cinque anni! Diciotto, in più abbiamo fatto il decentramento, non c’era manco quello, abbiamo cambiato parecchio. La struttura dei servizi alla persona, al cittadino, mi ricordo le difficoltà …, tutto il turn over lo abbiamo giocato per tutte queste figure nuove e anche recuperando risorse interne e mi ricordo fu un bel successo. Nell’80, quando siamo tornati alle elezioni, abbiamo avuto una riconferma, non abbiamo avuto problemi, era evidente! Tutto quello che era stato anticipato, detto, promesso, fu fatto, soprattutto sui servizi e in particolare sul problema della casa, le case, coincideva già col primo esodo a Venezia e quindi tutto lo sviluppo c’è stato in terraferma. Diciamo che molte delle cose che si vedono oggi sono state decise in quegli anni, compreso il parco di San Giuliano. San Giuliano è stato deciso nel ’77, mi ricordo ed era una discarica dell’AMIU, scaricava proprio sulla gronda lagunare.
D. Credevo che ci fossero anche scarichi industriali, oltre alla monnezza.
R. Sì, sì, fanghi, robe, di tutto di più! Ma basta che fai il ponte e te li trovi già attaccati! (Ride) In prima e seconda zona industriale, per quello …. Va bene.
Saccà. E la seconda Giunta? Perché secondo lei perde …, lei passa in Provincia, però l’avrà in qualche modo vissuta.
R. Diciamo …, gli obiettivi che ti eri dato come Giunta in qualche modo si stavano realizzando, si erano realizzati, anche in termini di pianificazione, tutto sto dibattito su Venezia, i piani particolareggiati, il piano comprensoriale. Questo eccesso di pianificazione si esaurì in un certo senso, diventava troppo vincolistica, anche se col senno di poi senza vincoli stiamo facendo una città, un parco a tema stiamo facendo, non una città! Venezia “città dell’intrattenimento”, mi pare, il Carnevale e quindi si affievolì la spinta che portò la prima Giunta a perseguire gli obiettivi che ci eravamo dati, per ragioni anche di cambiamento di fase, di nuova … Infatti la nuova fase la cominciò Cacciari nel ’94, parliamoci chiaro. Poi c’erano stati Laroni, Casellati, Bergamo, De Piccoli con Casellati …, il ciclo si era un po’ consumato, esaurito. Le ragioni per cui una coalizione vince perché ha l’obiettivo della trasformazione della città, vincere anche sul progetto. La proposta che fece Cacciari, la “battaglia per le idee”, non so se vi ricordate, di Cacciari, con De Michelis e lo stesso Pellicani, all’Università che preparò il suo impegno in politica nel ’94. Siamo già al ’90, c’era stato l’intermezzo delle Giunte Laroni, Casellati, erano Giunte di passaggio, non di fase.
D. Volevo chiederti dei rapporti coi socialisti, nelle riunioni di Giunta, chi veniva, chi faceva le trattative?
R. C’erano vari livelli, sul piano gestionale, di merito, io avevo delle linee di lavoro, il personale, i contratti. Sui contratti la competenza era mia, la gestivo, venivano anche loro …, poi le assunzioni, le promozioni. Il meccanismo era in qualche modo filtrato, c’erano le commissioni, era difficile da gestire, però la partita dei dirigenti. Noi abbiamo assunto un sacco di dirigenti, erano direttivi. Tutti i dirigenti attuali sono stati quasi tutti assunti in quel periodo là. Ti faccio i nomi: Sabato, De Rossi, Vento, Todesco, tutti! Il ‘75-’80 è stato il potenziamento della struttura dirigente, essendoci la compresenza di un vecchio gruppo dirigente discutibile, però solido. Aveva gestito un ciclo con la DC, però non erano mica tanto “mona”, devo dire, anche i socialisti. Poiché questi erano anziani …, Rossi era ragioniere capo, non De Rossi.
D. Che era quello che aveva a che fare Sabato?
R. Beh, che era diventato il viceragioniere capo.
D. Era quello che aveva tutto nelle sue mani.
R. Beh, qualcuno di bravo c’era, Soncin al turismo, personaggi … La scelta che abbiamo fatto era di potenziare l’ingresso del futuro gruppo dirigente con nuove assunzioni. Cosa che abbiamo fatto, molti di loro sono i futuri capi dipartimento, Sabato l’ha fatto il concorso, come abbiamo fatto il concorso per il Segretario Generale che era D’Ancona. Sono io andato al Ministero in rappresentanza dell’amministrazione perché quella volta i concorsi per i Segretari Generali erano ministeriali. Io ero dentro alla Commissione per la selezione del capo che doveva venire qua e abbiamo scelto D’Ancona.
D. D’Ancona è andato in pensione da poco?
R. No, nel 2000 forse, era anziano D’Ancona. Quindi coi socialisti il problema erano gli sviluppi, far crescere un gruppo dirigente nuovo. Ci siamo riusciti, c’era qualche dirigente di area, in fondo non sono stati male. La battaglia coi socialisti fu quando dovevamo decidere la pianta organica, quindi il nuovo assetto del Comune e l’inquadramento delle prospettive future e quindi l’interlocuzione con Gianni De Michelis fu dura, fu dura, però con Gianni Pellicani … Dico “Gianni, ti te rangi ti!” (Ridiamo) Intanto ho detto a Gianni De Michelis “Questo è il piano, te lo leggi e poi dimmi cosa dovemo fa!” Arrivai alla conclusione, con qualche mediazione, con l’approvazione del piano riorganizzazione, per questo ho fatto il docente del “Formes”, che fa formazione negli enti locali, nel sud in particolare. Sono stato docente del “Formes” in tutti i Comuni della Sardegna, ho fatto formazione ai Sindaci e agli Assessori del Personale dei Comuni della Sardegna, nel 1978. Abbiamo fatto un bel lavoro, perché avevamo chiamato un bravo consulente, che era professore universitario, Giovanni Costa, deve essere docente a Padova in Economia Aziendale. Non so dove scrivesse, forse su “Panorama”, un bel personaggio. La parte scientifica e metodologica la curò lui, invece la parte dell’impostazione politica dell’impianto dei dipartimenti fu fatta in accordo con lui. Adesso si fanno tanto i dipartimenti ma li abbiamo fatti nel ’77, ’78, abbiamo cominciato a farli, perché non c’erano, come l’aver individuato per ogni dipartimento le posizioni organiche di tutto il personale. Fu fatto un lavoro …, ci abbiamo perso un anno e mezzo.
D. Avete rifatto la struttura del Comune?
R. Sì, del Comune, l’ho organizzato io perché non c’era.
D. Vi siete serviti di Giovanni Costa?
R. Sì, era docente a Ca’ Foscari, adesso non è più qua, è a Padova. Presentammo un bel piano e su questo si andò all’accordo. Si concretò questo piano organizzativo con il regolamento del personale. Che vuol dire tutti i meccanismi procedurali, concorsuali, ferie, le cose che non c’erano. In quei cinque anni si fece il regolamento e la pianta organica, che non c’era dal dopoguerra, non erano mai stati fatti. Non c’era un modello organizzativo. I primi cinque anni i socialisti furono discreti, c’era anche un referente interno che era Renato Nardi, che era … forte! Non so se ne avete sentito parlare?
D. Tutti ci hanno parlato un po’ di Renato Nardi.
R. Era il referente del PSI nella Giunta, il capo anche perché era competente, sapeva molte cose soprattutto sui Lavori Pubblici.
D. Era anche un po’ chiacchierato.
R. Se il capo era Gianni De Michelis …, tutti erano chiacchierati.
D. Gianni Pellicani gli metteva sempre il cartellino con su scritto “7°”! Ti ricordavi questa storia?
R. Eh …, e chi faceva gli articoli, dai!
D. Come gli articoli?
R. Le polemiche, le battute, poi i giornali riprendevano! Un casino veniva fuori!
D. Questa è stata una grossa spina per i militanti del PCI. C’era un desiderio di trasparenza, di onestà ma con alleati come i socialisti, e le voci continuavano a girare. In qualche modo il PCI si trovava coinvolto, quindi c’era molta attenzione senza arrivare …
R. Io ero Assessore all’Economato, tutte le partite sull’economato le ho gestite io.
D. Spiega …
R. Contratti, acquisti, robe, tutto. Voglio dire che tu non sei uomo d’ordine e controlli una persona, però certi meccanismi erano sotto controllo, poi non potevi mica fare la guardia del corpo di Renato Nardi! Per carità! Certo, c’era un po’ di sofferenza.
Saccà. Al tempo queste discussioni nelle sezioni, i militanti di base cosa ne dicevano?
R. Gli maledivano “i morti”! (Ridiamo) “I morti cani!” Bisognava gestire un po’ il problema, non soffiare sul fuoco.
D. Ti dicevo questo perché altre esperienze delle Giunte rosse di quel periodo sono finite male, per esempio quella di Napoli, Torino. Vabbè Novelli ne è uscito bene come Sindaco ma …
R. Come posso dire? Certi meccanismi erano noti, non è che questa città sia una metropoli! I meccanismi erano noti e conosciuti tutti, c’era un meccanismo di autocontrollo per cui anche loro non potevano esagerare, non so se mi spiego, questo non va mica nell’intervista?
D. Beh, non si fanno mica nomi. Quello che voglio dirti è che questo è un problema sotterraneo, ma era estremamente palpabile.
R. In questa città, duecentomila abitanti, quanti siamo? Qui si sono conosciuti tutti, dai! Non è Napoli oggi, non potevi fare queste cose!
Saccà. Diciamo che riuscivate a contenere.
R. C’è una struttura economica, sociale ormai …
D. C’era comunque una situazione difficile perché avevate i militanti che sapevano …
R. Noi, per l’appunto avevamo i vecchi, soprattutto chi conosceva meglio la città, i nostri compagni, da Gianni altri, conoscevano vita, morte e miracoli di tutti anche per le esperienze professionali, quindi c’erano dei punti fermi di conoscenza delle dinamiche locali.
Saccà. E con la DC? E’ all’opposizione?
R. Io ho avuto buoni rapporti con esponenti della DC che avevano relazioni dirette con me come Assessore al Personale, una figura che mi è piaciuta, che è stato Presidente della Commissione Elevativa (?), è Ermes Farina che è morto due anni fa, un antifascista.
D. Una bella figura di cattolico sociale.
R. Con dei rapporti anche di amicizia, stavamo a pranzo insieme, parlavamo di tutto e di più, svolse un ruolo positivo.
Saccà. Con la DC, con la sinistra DC abbastanza forte in quegli anni, rispetto alla DC come partito c’era una grossa differenza o non si sentiva?
R. Qui avevano pensato come figure Dorigo, Gottardi, anche lo stesso Longo come Sindaco, diciamo …, non erano i Favaretto Fisca per intenderci, però c’era un’area conflittuale, in particolare con Degan. Chi era il piccoletto che era stato anche Assessore?
D. Oddio, non so. Ti mostro i nomi dei Consiglieri. (Passo ad Antonio i fogli con i nomi dei Consiglieri democristiano)
R. Zampirollo. Bianchini era critico, ma questo era già …, Mariano ma questa era l’area della sinistra. Conosco tutti questi qua, però era conflittuale perché per loro aver perso il Comune dopo il Sindaco Longo, è stata una botta e non si sono più ripresi.
Saccà. Si chiude una storia della DC. Il cambio del ’75 che lei ha vissuto, la campagna elettorale, vi ha sorpreso?
R. Personalmente no, forse nel partito c’era un clima un po’ più entusiasta, con qualche elemento di maggiore sicurezza, di potercela fare. Per altro quel risultato non fu solo a Venezia, fu in tutta Italia, fu una fase politica, in questo senso è stata una novità per tutti, non solo per me. Non era pensabile che tu prendi Torino, Venezia, Napoli, Roma! Fu la chiusura di un ciclo storico in cui il PCI consolidò la sua egemonia.
D. Che si credeva essere un ciclo di apertura.
R. E invece fu di chiusura, durò fino all’85.
D. Ci fu la diversa posizione dei socialisti, arriva Craxi nel ’78 con la svolta.
R. Ma non erano esasperanti i rapporti, poi sulla Legge Speciale la cornice fu mantenuta, con la stessa DC, oggi è più difficile avere rapporti col PDL (Fine lato B. Cassetta n.2, lato A). A te non piace lo sbarramento?
D. No, sono contraria allo sbarramento.
Saccà. Non andiamo sul contemporaneo.
D. No, quello è stato un esempio che ha fatto emergere l’accordo che c’è su alcune questioni. Nel senso che si dice che nella prima Repubblica, negli enti locali ci si accordava tra maggioranza e opposizione, almeno questo è quello che ci è stato detto, poi ogni Giunta aveva i suoi obiettivi ma si cercava comunque di trovare delle soluzioni anche per l’opposizione. La DC poteva farvi guerra con più decisione, e su alcune cose è stata fatta, siete stati anche denunciati per l’acquisto delle piante del parco della Bissuola.
R. Eh, sì sulle piante! (Ride)
D. Avete denunciato anche il Gazzettino, ho visto a casa di Ferrari una foto con tutta la Giunta in Tribunale, quindi eravate …, però in fondo la DC poteva farvi una guerra ancora più decisa. In qualche modo un po’ l’attività di tessitore di Gianni Pellicani, sulla Legge Speciale ebbe rapporti continuativi con Rocelli, c’era una gestione non a prescindere.
R. C’era la polemica politica.
D. Sì, la polemica politica, ideologica.
R. Dicevo oggi la cosa è più difficile, l’accordo sulla legge elettorale, ovviamente come su altre cose. Degli obiettivi di fondo su questa società forse quella volta c’erano, il welfare, altre cose, di tenuta democratica c’erano! Adesso …, puoi fare l’accordo sulla legge elettorale ma non mi cambia il giudizio.
D. Vuoi dire che all’epoca c’era una idea comune di Stato e di gestione della cosa pubblica?
R. Oh! Del bene comune, dei principi, adesso c’è un casino! Non ti trovi più da nessuna parte! Questo è il punto politico, poi sì fai l’accordo sulla legge elettorale, se può servire, ma non lo so, con questo quadro politico.
Saccà. Il ruolo del Consiglio Comunale?
R. Molto diverso, come è diverso il ruolo di Assessore, oggi l’Assessore è un delegato del Sindaco. Io ero eletto Consigliere e come Assessore ero eletto dal Consiglio! Avevo una delega mia, un incarico mio! Io rispondevo al Consiglio, non rispondevo al Sindaco! Rispondevo al Sindaco solo per la delega che mi aveva dato, non in quanto nominato Assessore. Quindi era un ruolo diretto, politico, poi ti si appiccicava la delega ma basta, eri tu!
Saccà. Si vede nei verbali stenografici del Consiglio Comunale queste discussioni fiume che vanno, e tutto il lavoro in Commissione.
R. In Commissione si lavorava! Con la riforma della elezione diretta del Sindaco è cambiato il rapporto, intanto l’Assessore non è membro del Consiglio, è un esecutivo tout court, dipende dal Sindaco …, fine! Mentre io no, prima ero Consigliere eletto, quindi avevo i miei voti, poi il Consiglio mi nominava a maggioranza. Poi ti toglieva la nomina per sfiducia, il Sindaco ti poteva togliere la delega ma restavi Assessore.
D. Infatti Mineo …
R. Brava! Ti toglie la delega ma sei stato eletto dal Consiglio, quindi è il Consiglio che ti sfiducia non il Sindaco! Il Sindaco ti toglie la delega.
D. E l’aveva assunta Rigo, nel caso di Mineo. Però rimaneva Assessore e voi facevate due appuntamenti di Giunta, una prima …
R. Non mi ricordo.
D. Ma c’era questa storia?
R. Sì, sì però per dirti la nostra funzione di Assessore aveva un valore politico maggiore, rispondevo io e relazionavo io al Consiglio, alla Commissione sempre. Adesso se va o non va l’Assessore in Commissione …, è un esecutivo non è una Giunta, un esecutivo anomalo …, la figura è il Sindaco. Poi è chiaro che il Sindaco ha bisogno di delegati, nominati da lui, però è cambiata la natura dell’esecutivo che non dipende più dal Consiglio e infatti se uno è Consigliere e diventa Assessore deve dare le dimissioni, quindi c’è la separatezza completa tra Consiglio e esecutivo.
D. Ti ricordi quella volta della “verifica politico- amministrativa”.
R. Abbiamo fatto tante di quelle riunioni! (Rido) Sì, sì che me la ricordo.
D. Ce la racconti un po’?
R. Baruffe, casini, tutti preoccupati, e allora … via, “‘Ndemo in giro, femo riunioni, parlemo col popolo!” Riunioni, discussioni …questo abbiamo fatto.
D. Perché non volevate che Rigo fosse sostituito.
R. Eh no, scherzi! Dovevamo tenere, voglio dire ci fu un grande coinvolgimento, fino allo sfinimento! Quante riunioni abbiamo fatto per tenere la situazione, e però questa era la forza quella volta, andavi, andavi, parlavi con la gente facevi riunioni fino alla mezzanotte. Via! Riunioni infinite, feste dell’Unità …, era verso il periodo estivo? Adesso non mi ricordo.
D. Sì, da luglio a …
R. Brava! Figurati quante feste abbiamo fatto.
Saccà. Il periodo della Regata storica.
D. Si chiude dopo la Regata storica. C’eri a quella Regata?
R. Sì, sì, ne ho fatte due o tre e dopo mi sono stufato.
D. Ma quella è stata un po’ memorabile.
R. Sì, sì. Sempre coi socialisti che rompevano le balle, e i compagni “Ma cosa femo, cosa no femo, su e giù baccalà!” E’ stata un’estate che io credo non sono neanche andato in ferie. Siamo stati precettati, al Cavallino con la festa dell’Unità. Poi, in quanto Assessore ci coinvolgevano in tutte ‘ste iniziative per avere il punto della Giunta, dei casini, dei problemi. E quindi tutti impegnati a far ‘ste riunioni in tutte le feste dell’Unità, perché non ce n’era mica una! Non dico ogni sezione ma quasi faceva la festa dell’Unità! Quindi saremo stati nel ’78.
Saccà. Rigo viene da fuori città, qual era il rapporto tra città storica e terraferma nel PCI? C’era una classe dirigente un po’ venezianocentrica.
R. La forza elettorale del PCI fu a Marghera, la classe operaia, gli sviluppi, l’operazione del PCI fu a Venezia il rapporto con l’intellettualità, l’Università, la cultura tutto questo mondo ma anche con la situazione economica presente in città che aveva un peso, cantieri, opere. Il problema per la sinistra venne dopo, non in quel periodo. In quel periodo questo conflitto tra Venezia e Mestre non c’era, anche se il primato era comunque di Venezia! Tant’è che il vicesindaco era Gianni Pellicani, non era mica Momi Federici, per farti capire, anche per il ruolo di Gianni ma già questo dava un segnale di maggiore forza e presenza della zona mestrina, già quella volta. Meno, meno della DC, si è marcato questo distacco più avanti, forse adesso è a compimento questa separazione tra Venezia e Mestre anche in quest’area della sinistra di adesso. Venezia è il palcoscenico, non c’è niente da fare, non è più una città, sta perdendo il ruolo, nonostante l’Università, tutti ‘sti enti, non è più capitale della Regione, non ce l’ha più ‘sto ruolo. Vive di un passato che non c’è più, ma è un passato che la sta distruggendo perché non puoi più riproporlo in quei termini. Venezia non potrà mai essere una città normale, omologabile, assolutamente no.
Saccà. Ma questa intellighenzia, tipo Cacciari per fare un esempio, faceva vita di sezione?
R. Paolo sì, Massimo di meno. Massimo l’ha fatto per un certo periodo, poi si è stufato, nel ’75 è stato anche in Parlamento, poi ha smesso. C’erano gli architetti, Camerino, Meo, Albertini, Samonà, Edoardo Salzano.
Saccà. Erano molto attivi?
R. Salzano sì ma anche Indovina. Poi tutto il dibattito su Venezia, il recupero, il restauro, la Legge Speciale …, figurati!
D. Nel ’79 c’è il primo referendum per la separazione? Mi aveva colpito questo grosso lavoro amministrativo, questa attenzione per Mestre …
R. C’erano forze che lavoravano contro, c’era una componente della DC, una componente di destra che mirava a questo. Nelle nostre file non ci furono dubbi quella volta, questa dicotomia Venezia- Mestre era più dentro le forze della DC, di destra, quello lo affrontammo con tranquillità, 74, 75%. Dopo il problema si pose, quando finì il ciclo, tutte le questioni, il rallentamento, gli obiettivi della città, una crisi di prospettiva. In quel periodo accadde questo, anche i legami, anche perché questa città è così complessa, pensa a Marghera cosa è stato per questa città! Ci sarà un saldo negativo …, parleremo delle bonifiche per i prossimi cento anni. Molto enfatizzata ‘sta Marghera, però probabilmente sarà una palla al piede per la città, se poi facciamo la logistica sul “Quadrante” abbiamo compromesso tutto il territorio, ho l’impressione …, questa è un’opinione mia molto personale.
Saccà. Il rapporto con gli altri enti, visto che lei …
R. Molto diversi, anche se poi per l’attività che ho fatto in Provincia, Assessore al Personale, Sanità e Assistenza interagivo con la realtà locale, anche per l’esperienza che avevo sul personale, tutti i contratti che facevo io e poi nella Sanità sono stato nel Comitato di gestione, quindi un po’ ho interagito … In realtà sono cose molto diverse, anche se magari la Provincia …, non dico sia un ente inutile ma quasi.
Saccà. E con la Regione?
R. Lì la prima cosa che abbiamo fatto, le Regioni erano partite da poco, fu …, la cosa che ricordo io fu l’ospedale a Mestre, fu fatto un accordo per l’ospedale a Mestre. Non so se l’aveva fatto la Lia Finzi con Gianni Pellicani con l’allora Assessore regionale, chi era? Orcalli? Non c’era ancora la riforma sanitaria, che è partita nell’80, c’erano gli Ospedali Civili riuniti, se vi ricordate. Si fece l’accordo con la Regione che aveva già le competenze per sostenere il nuovo Ospedale a Mestre. Questo fu un accordo che segnò il rapporto con la Regione, poi per il resto …, non era ancora pregnante il ruolo della Regione come lo è oggi. Molto marginale come impatto. Con gli altri enti … abbastanza defilato.
Saccà. Il Comune allora era punto di riferimento …
R. Per lo sviluppo della città, cosa che non è più oggi, porto, aeroporto, due strutture economiche che pongono un problema di governance che prima non c’era. Nessuno si permetteva di mettere in dubbio la funzione pubblica, il rapporto con la Regione anche se era DC, governava il porto e l’aeroporto, oggi le dinamiche sono un po’ diverse, ma non solo in politica anche in economia. Se pensi che l’aeroporto è quotato in borsa, è il terzo, quarto in Italia! Metti insieme porto, aeroporto e Consorzio, cosa può fare il Comune? Poco! Non fa poco perché sono cattivi, non ha gli strumenti, il peso decisionale per governare enti di tale peso. Metti la Regione sulle infrastrutture …, il Comune è schiacciato!
D. Ti ricordi la conferenza sull’occupazione? Fu fatta nel ’75, subito dopo la vittoria. Lo scopo qual era? Capire come sarebbe stato lo sviluppo industriale, occupazionale di Porto Marghera?
R. Non so se ci siamo riusciti però. Quello fu un impegno politico, assolutamente preso, importante in quel periodo.
D. Fu anche una novità.
R. Sì, sì, non giudico l’evento in sé …, ho riflettuto sulla mia esperienza dico anche. Qualche dubbio l’ho avuto dopo, non sul significato politico dell’evento ma sulla capacità che avevamo di capirlo, di capire cosa succedeva nel mondo, non solo a Venezia.
D. Avevo letto che si era accusato il PCI del Veneto di essere poco capace di interpretare la realtà che lo circondava …
R. Dei cambiamenti in atto perché il problema di Marghera non era un problema locale, intanto era una industrializzazione a partecipazione statale, non governata da una imprenditoria locale, per altro settori maturi già a quel tempo. Avevi una forza lavoro di un certo tipo, avevi un problema politico, perché era la tua base elettorale, però era un problema di strategia, con la crisi della chimica, questo e quell’altro … insomma! Siamo passati da 35 mila .., quanti sono adesso …, 10 mila saranno. Voglio dire, non abbiamo colto ‘sto problema, non è che sia nato oggi, ‘75-’80 è il periodo in cui c’è la svolta neoliberista nel mondo! Thatcher e Regan, parte da quella fase il processo, per cui tutti questi settori maturi di cui Marghera fu punto di sviluppo negli anni ’20, ’30, al capolinea c’è andata una volta. E’ stata la difesa del mantenimento dell’esistente, una difesa più che rinnovamento ed è durata fino a oggi, tant’è che abbiamo perso tutto. Cosa è rimasta Marghera?
D. Il PCI aveva come emergenza la difesa dei posti di lavoro …
R. Cosa è successo oggi con la crisi finanziaria? 500 mila posti di lavoro secchi …, tac!
Saccà. Comunque all’epoca la decisione di mettersi a confrontarsi con gli industriali a Marghera, che dipendono da altre cose, ma con i commercianti …
R. Allora, è diverso, qui non è mai uscito un ceto imprenditoriale, il rapporto era sempre istituzionale e politico, con le Partecipazioni Statali trattavi direttamente col Ministro, fine, non parliamo di sviluppo economico, strategie, il meccanismo era governato dal Ministro delle Partecipazioni Statali. Le concessioni che arrivano dal Ministro che dava i “schei”. L’imprenditoria locale che c’è in Veneto non c’è mai stata, mai nata, perché le Partecipazioni Statali hanno deresponsabilizzato lo sviluppo manifatturiero in quest’area. Avevi l’altro lato dello sviluppo, artigiani e commercianti, che avevano un peso sicuramente, anche in centro storico! E infatti il PCI fu molto attento ai ceti medi, tant’è che noi abbiamo eletto Consiglieri Varzà, Perin, abbiamo eletto un sacco di ex artigiani, commercianti …, Bortolussi era iscritto al PCI, oggi Assessore alle Attività Produttive, era iscritto al PCI nel 1975-80. Io sono stato responsabile dei ceti medi, dopo la mia esperienza amministrativa, feci una riunione in cui convocai la CGA e la CNA in applicazione della legge Visentini, sulla riforma della contabilità nel 1980-81 con Visco, che era l’emergente sui temi della politica fiscale nostra, e ho fatto un convegno con tutte le strutture dirigenti del CGA e CNA. Al Parco Ponci. Avevo buoni rapporti con Visco, ho lavorato molto con lui, vabbè …, tramite Pellicani. Visco veniva spesso, poi l’abbiamo eletto anche qua, due o tre mandati. Due volte alla Camera, una volta al Senato. Ci vedevamo, veniva qua, facevamo gli incontri coi commercialisti, con tutti, c’era molta attenzione a questa area dal ’75 in poi. Abbiamo eletto Varzà senatore, che era del CNA, del Mirese, Dolese. Togli via Marghera, qui avevi artigiani e commercianti …, pubblico impiego.
D. Gli accordi con le categorie forti di Venezia.
R. Con gli albergatori adesso, prima non tanto.
Saccà. Nella conferenza uno dei temi che viene fuori è Venezia deve attirare più turismo, c’era stagionalità.
R. A ottobre, novembre era tutto chiuso, non vi ricordate? Ma il peso …, il rapporto era con gli artigiani, coi commercianti, sicuramente.
D. Anche coi gondolieri?
R. Sì, le categorie veneziane, le categorie locali! Poi Murano, i cantieri …, la classe operaia no, nel senso che lì imprenditori non c’erano, avevi i manager, quelli che poi le Brigate Rosse hanno fatto fuori.
Saccà. Il partito riesce negli anni ’70 a mantenere i collegamenti con la classe operaia del territorio, negli anni ’80 piano piano si sfilacciano e soprattutto negli anni ’80 nascono dei personalismi interni al partito molto forti, ci sono le lotte …
R. Questo anche con il passare dal PCI al PDS, dopo, però quando Pellicani si ammalò negli anni ’80, nell’81 la prima botta, nell’82 esce e subentra Paolo Cacciari. Pellicani, a seguito di vicende di salute, perde contatto, un po’ di ruolo. Lo riprende dopo, quando si risistema fisicamente, quando va a Roma a fare il segretario nazionale, prima segretario veneto, fa il segretario con Natta, dopo la morte di Berlinguer. E quindi con il ridimensionamento fisico di Pellicani, c’è un vuoto politico, Momi è già fuori, i vecchi non c’erano più. C’è stato Gastone Angelin ma era senatore, insomma viene Marrucci, e dopo Marrucci Zennaro, mi pare, poi Michele Vianello. Quindi ci fu una leva nuova, non all’altezza sicuramente delle persone che avevamo avuto prima, anche in termini di storia personale, umana. Uomini che si sono formati nelle battaglie politiche, nell’antifascismo. E quindi comincia a prevalere una logica con meno vincoli di solidarietà, più di competizione personale, Valter Vanni, Cesare De Piccoli, Michele Vianello, c’è stato un po’ un disastro, da un certo punto di vista perché alla fine non si è trovato il bandolo della matassa, e anche oggi più o meno, anche se col PD il discorso è un po’ diverso. E ha condizionato anche gli esiti, tante cose …
Saccà. Quindi il clima che si respirava nel ’75 …
R. Era un’altra roba! Ma tutto, non c’è stata continuità, c’è stata rottura per caduta fisica di Pellicani, lui probabilmente s’era posto il problema del cambio, la gestione del cambiamento però non riusciva a gestirlo. Poi ha avuto un’altra ricaduta, quindi dal punto di vista fisico non poteva più permettersi … Quindi sono venute queste figure, comprese Cesare De Piccoli, e Walter Vanni e Michele Vianello … (Fine lato A, cassetta n.2. Lato B) arrivare, vincere.
D. Carrierismo alla De Michelis?
R. Eh, sì. Per quale ragione tu fai sta cosa? Io non faccio politica a titolo personale, non ho soldi da investire, o faccio investimento, dico investo un milione di euro e voglio fare politica. E allora ho bisogno del ritorno, la politica non è questo! Non devo far carriera in politica. Io la casa me la sono comprata coi soldi miei! Io davo il 50% al partito! Degli emolumenti di amministratore! Adesso qua col 15% mi fanno la guerra! Io sono il tesoriere del PD.
D. Chiedete il 15% solo?
R. Sì, è il regolamento, quindi chiediamo agli eletti nelle istituzioni o i nominati iscritti di versare, come da statuto nazionale che dice “gli eletti devono concorrere al finanziamento e la quota fissata è il 15%, con regolamento finanziario che abbiamo approvato”. Però ti dico quella volta davamo il 50%, tutti tranquilli, quindi era tutto …, l’approccio con la politica era tutto diverso, adesso è diventata una cosa molto diversa. Per noi è un problema, per noi sinistra, anche l’area cattolica, o diamo una ragione alla politica o sennò non possiamo essere una brutta copia degli altri! Io non vado lì per fare carriera e né mi interessa il teatrino della politica, non ne possiamo più! E penso che la gente la pensi così, che poi se tu guardi bene la gente non parla più, parlano sempre questi! Ma non è possibile, non è possibile! In televisione vanno sempre gli stessi! Invece io voglio fatti veri, gente vera che mi racconta come vive, che problemi ha. Una volta parlavano gli operai, adesso non ci sono operai, 100 mila cassaintegrati, disoccupati. Una volta Berlinguer andava da solo ..ah! (Ride amaramente) all’entrata della Fiat! Adesso chi è che va all’entrata …, ma nessuno! (Ridiamo) Non so se vi ricordate? Berlinguer andava lì in fabbrica a salutare gli operai, chi è che va? Non va più nessuno. E’ importante mandare un segnale di solidarietà, essere presente, partecipare, testimoniare. Anche nel nord-est saranno casini fra un po’, non è che stia andando bene dal punto di vista economico. “In Italia andiamo bene”, dice Berlusconi, vabbè.
D. Sai Antonio, sono venuta qui in sede di sabato, era deserta! Ho pensato come poteva essere stata la stessa Federazione vent’anni fa.
R. Non c’erano stanze sufficienti per riunirci …, no, no non puoi fare questo confronto, sono cambiate molte cose perché c’era un apparato di partito volontario, oggi il volontario non c’è più, mentre c’erano una volta perché era un elemento di aggregazione, di solidarietà, di comunità. Il partito non è più una comunità, tanti individui, ognuno ha la sua idea, pensa di essere di quell’area, però non c’è scambio, non c’è relazione. E questo in generale, quindi o le città … Cosa sono le città? Sono moltitudini di persone senza più vincoli, solidarietà, umanità, socialità, “ognuno per sé, Dio per tutti”. Chiaro che la politica riflette questa crisi delle città, che sono sempre più fragili, non più in grado di gestire la complessità sociale! Il disagio sociale, il disagio anche umano. Non so se avete un’idea di quello che è successo a Mestre! Dalla Romea fino a Vallecenter hanno fatto contenitori per il consumo! Mestre è la città del consumo, vai a Mestre e trovi tutto! Minchia ragazzi! Che cazzo me ne frega! Dimmi tu il vecchio che abita a Favaro, in via Altinia dove cazzo va?! A Vallecenter a riscaldarsi! Questo sta succedendo, la fragilità delle città, la struttura sociale destrutturata, senza più vincoli, senza più niente, è chiaro che anche la politica si è impoverita perché tutta la struttura sociale è così! Non conosci quello che sta nel tuo condominio! Il problema delle città …, il tema del “Quadrante”, ma stiamo meglio o stiamo peggio con tutti gli ipermercati che abbiamo fatto? Adesso che “schei no ghe ne xe, non va più nisuni!” (Ride) Ma tu guarda dalla Romea fino a Vallecenter cosa è successo! Impressionante! Strade, sottostrade, passaggi, di qua di là e sempre macchine, macchine, macchine. Vai di là solo con la macchina! Abbiamo fatto la città del consumo, e poi? La gente vive meglio secondo voi?
D. No, ma io ho una certa età, a lui (indicando Giuseppe Saccà) penso dia meno fastidio. Lui è nato coi centri commerciali!
R. No ma i luoghi della socializzazione e dell’incontro sono lì, è questo il paradosso. Le strade, le piazze erano il luogo dell’incontro, dove la gente si trovava, qua a Venezia i campi oppure nei vecchi ex Comuni, Favaro …, c’era la piazza. Non c’è più niente. I luoghi pubblici dove stanno? Luoghi dove ti incontri sono lì.
D. E sono privati.
R. C’è questa struttura sociale che si è frantumata e tutte le dinamiche che c’erano una volta si stanno scomponendo, quindi la paura …, il romeno, è arrivato questo, è arrivato quest’altro. Il problema è ripensare, riprogettare le città, questo è il punto, secondo me.
D. Anche ripensare e riprogettare il partito.
R. Sono d’accordo, io non credo a queste forme, non perché non li utilizzi, di social network, ma io ho bisogno di identificarmi, di vedere l’altro, di andare a fare una passeggiata, anche dello scontro sul merito, ho bisogno di contatto, di rapporto.
D. Sai, credo sia un discorso generazionale.
Saccà. I social network funzionano quando hai un momento pubblico.
R. Ma io penso per me, almeno, che il rapporto con gli altri non è “una tantum”, io devo vivere con gli altri, punto. Ma non “una tantum”, sempre! Quando vado a far la spesa, quando vado al lavoro, quando vado in partito, se non c’è questo contatto … A me è capitato di andare all’ospedale, ma ragazzi! E’ una cosa impressionante, fenomeni anche di solitudine …, è impressionante. Gli ospedali sono macchine per la salute, devono correre, fare, sti vecchi di ottant’anni, protesizzati, traumatizzati! Riesci a fare il partito se riesci a cogliere queste dinamiche, essere tu soggetto innovatore che cambia la società sennò …, non accade il contrario, fai il partito e poi la società. Tu stai, per intenderci …, la realtà più dinamica è Marghera, da un punto di vista sociale che Dorsoduro, là c’è la morte civile. Là hai il casino, il disagio sociale, la mancata integrazione, il conflitto vero, quotidiano, del vissuto. Dorsoduro è morto, non c’è più niente. Le periferie sono il punto dove tu ricostruisci il partito, e invece no! E lì perdi, stai perdendo. Forse ci tieni più a Castello e a Dorsoduro.
Intervista e trascrizione a cura di Maria Luciana Granzotto.